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Viva il nostro centrosinistra

Ci eravamo abituati ai "day-after" delle elezioni in cui tutti si dichiaravano vincitori, senza che nessuno, tranne qualche lodevole eccezione, traesse mai le conseguenze delle proprie sconfitte. Stavolta invece è palese chi siano vincitori e perdenti.

1 - Il perdente è ovviamente Berlusconi. Gli enormi distacchi di Torino (-30%) e Bologna (-20%), il sorprendente distacco nella "berlusconianissima" Milano (-7%), i ballottaggi nelle roccaforti del centrodestra come Trieste (-13%) e Cagliari (-1%), persino la sconfitta nella Napoli che doveva essere il simbolo del "Governo del fare" contro la "malamministrazione della sinistra" (Lettieri al 38% contro il 46% di De Magistris + Morcone). Persino il ballottagio ad Arcore (-7%). E quelle preferenze personali, a Silvio Berlusconi, dimezzate a Milano.

Un quadro inequivocabile, la cui gravità verrà molto probabilmente rafforzata tra due settimane con le sconfitte ai ballottaggi, a cominciare da Milano e persino a Napoli. E la mazzata finale potrebbe venire dal quasi sicuro trionfo dei referendum. Tre mazzate di fila che fatico a credere non portino alla fine del berlusconismo, specialmente ora che anche la Lega Nord perde rovinosamente consenso.

2 - Ma quel che coglie di sprovvista tanti "filosofi" e "politologhi" è che è altrettanto chiaro che c'è un vincitore, e questo non è una persona (Vendola? Bersani?), nè un partito (Pd?), bensì un'idea: il centrosinistra. Lo dimostrano tutte le vittorie prima elencate, raggiunte senza alleanze innaturali con il "terzo polo" oppure con  la Lega, ma con un'unica alleanza: quella con il suo popolo, quello straordinario popolo che ha cominciato a riprendere coscienza della propria forza e della propria capacità di rivoluzionare questo Paese.

E che a Napoli, premiando De Magistris, ha punito la disunità del centrosinistra. Oltre che la malamministrazione, la delusione delle grandi speranze suscitate da un altro trionfo popolare (quello di Bassolino del '93), la perdita della chiara "diversità" dagli "altri", le guerre intestine fatte non sulle idee ma sullo scontro di gruppi di potere, la perdita di ogni passionalità e solidarietà interna in tutti i suoi livelli, a volte persino in quelli giovanili, a favore delle logiche del personalismo, dell'opportunismo, del consociativismo.

3 - Ora, per i militanti del PD come me, del PD napoletano come me, è il tempo della rifondazione. A Napoli, certamente, ma anche nel resto d'Italia. Così come è impensabile che, a Napoli, una classe dirigente che ha fallito TUTTA su TUTTI i fronti (tranne le solite lodevoli eccezioni), resti al proprio posto, è altrettanto difficile da immaginare che la classe dirigente nazionale possa interpretare le richieste che la "base" ha lanciato con queste elezioni e che, immmagino, pretenderà nel post-elezioni.

E' difficile credere che chi per mesi e mesi ci ha tartassato col teorema della "indispensabilità" dell'alleanze coi centristi (arrivando persino a spingersi fino alla Lega e a Tremonti, come vagheggiò Bersani), del "non importa riuscire a goverare il Paese, con un'alleanza omogenea, basta che non governino loro", ora ci venga a dire che "abbiamo scherzato, dobbiamo governare insieme a Di Pietro e Vendola", prima giudicati come "troppo estremista, dobbiamo essere riformisti" e "troppo di sinistra, dobbiamo essere moderati".

E' difficile credere che, chi finora ha ritenuto le Primarie un'inutile rottura di scatole, ora ci venga a dire che dobbiamo essere il partito del "popolo delle primarie", quello che ci ha fatto trionfare a Torino, Milano, Bologna, Cagliari, Trieste; e anche a Napoli, dove De Magistris ha vinto le vere primarie del centrosinistra con Morcone, a discapito delle "primarie farsa" consumatesi in tutti questi anni a Napoli e provincia (e in genere al Sud), sui cui voti GONFIATI, tra l'altro, si basa solidamente tutta la classe dirigente nazionale.

E' difficile credere che, chi finora ha inseguito "riformisticamente" la destra su quasi tutti gli argomenti (compreso il lavoro), ora ci venga a dire che porterà avanti una radicale alternativa al modello berlusconiano di società, come richiesto dalla base in queste elezioni.

Insomma, è difficile credere in questa classe dirigente. Che una sua effettiva svolta, come a chiacchiere certamente proclameranno in questi giorni, sia davvero credibile. E questo potrebbe vanificare o frenare gli effetti dell'ondata di rinnovamento che ieri tutti abbiamo finalmente avvertito, spalancando di nuovo le porte, alle prime difficoltà, alla logica dell'opportunismo politico.

Ecco perchè faccio un appello a tutta la "base" del centrosinistra: non adagiamoci sul trionfo di ieri. La svolta definitiva del centrosinistra potrà derivare solo dalla reale svolta del Partito Democratico, che resta ovunque, e di gran lunga, il principale partito del centrosinistra: quindi invadete questo partito e riprendetevelo. E potremo, quindi, riprenderci davvero anche il nostro Paese.

Pubblicato il 18/5/2011 alle 13.4 nella rubrica Diario.

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