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Auguri

                                                       

Antonio Di Pietro è stato confermato alla guida dell'Italia dei Valori. Ma questa non è certo una sorpresa, visto il peso ancora troppo determinante che ha in quella che, in fondo, è pur sempre la sua "creatura". Semmai possono soprendere le parole con le quali il leader dell'IDV ha accompagnato i suoi interventi in questa tre giorni congressuale; parole che hanno fatto parlare di una "svolta riformista" dell'IDV.

DI Pietro ha infatti sentenziato che non basta più la "protesta sterile", non basta più "l'opposizione di piazza", ma bisogna lavorare "all'alternativa", a governare il Paese. Sembra quasi di sentire Bersani. Anzi, l'obiettivo deve essere proprio quello di arrivare alla fusione con il PD ("sarebbe un giorno molto importante", ha detto l'ex pm). E, intanto, il congresso dell'IDV ha dato anche il via libera alla contestata candidatura di Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, alla presidenza della Campania (anche se De Magistris rimane contrariato dalla scelta): un segnale di maturità, visto che le vicende giudiziarie in cui è coinvolto De Luca sono assimililabili a "reati politici", un po' come quelli di opinione, che spero venga ricambiato con il sostegno del PD alla candidatura dell'imprenditore Callipo in Calabria (visto l'ottimo profilo del candidato rispetto al devastante Loiero, e visto che è anche l'unico che ha qualche chances di vittoria).

Ma basta questo a credere nella "svolta riformista"? Io ho i miei dubbi. In fondo, queste sono parole che abbiamo già sentito svariate volte, anche se mai tutte insieme, e poi Di Pietro ha sempre fatto di testa sua. Un po' come la cancellazione del suo nome dal simbolo dell'IDV, promessa e ripromessa (l'ultima volta dopo le Europee) e mai mantenuta. Così come Di Pietro è contraddittorio sulla fusione con il PD, visto che dopo le Politiche è venuto meno alla promessa di fare un gruppo parlamentare unico con i Democratici. E, in fondo, ogni parola "riformista" usata da Di Pietro è stata poi sempre seguita da un profilo di opposizione giustamente inflessibile al berlusconismo, ma limitata solo a quello e non orientata a diffondere una propria idea di Paese (cosa che manca pure al PD, per carità, anzi almeno l'IDV fa l'opposizione inflessibile).

Insomma, è tutto da vedere. Se l'IDV diventerà davvero riformista, e soprattutto si fonderà col PD (bisognerebbe davvero riaprire il "cantiere democratico", aprendolo a Radicali, Vendola e alle altre forze di centrosinistra), sarebbe un forte passo avanti per il centrosinistra e per l'Italia. L'importante è che il "riformismo" non sia il quello propugnato da certi vertici del centrosinistra, che in realtà andrebbe meglio definito "pagnottismo".

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Pubblicato il 7/2/2010 alle 20.25 nella rubrica Diario.

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