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Pericolo e opportunità

                                                  

Oggi, primo dell'anno (ancora auguri!) non ci si può sottrarre all'esame del discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (disponibile integralmente qui).

C'è da dire che è stato un discorso "particolare". Per carità, i soliti formalismi, il solito "dire e non dire", il solito equilbrismo ... d'altronde è pur sempre il discorso alla Nazione di una alta figura di garanzia. Tuttavia, se per la prima volta la parola più usata non è "anno" ma "crisi", vuol dire che qualcosa di diverso c'è dalle altre volte. Difatti, fatti salvi i saluti di rito "ai servitori dello Stato, ai civili ed ai religiosi operanti per il bene della comunità, alle forze dell'ordine e alle Forze Armate", in particolar modo ai militari all'estero, gli altrettanti rituali richiami ai principi Costituzionali, all'unità nazionale e al dialogo fra le forze politiche, e la dovuta apertura dedicata alla crisi palestinese, il messaggio di Napolitano è stato un discorso monotematico attorno alla crisi e alle modalità per uscirne

L'anno scorso il discorso incitava alla "fiducia", dato che il sentimento di sfiducia che dilagava allora nel Paese non coincideva con molti dati positivi che proprio in quel periodo emergevano. Ora, invece, di fronte alla mutata situazione, Napolitano non fa un discorso pessimista, nè ottimista, nè negazionista. Semplicemente "dobbiamo guardare in faccia ai pericoli cui è esposta la società italiana, senza sottovalutarne la gravità: ma senza lasciarcene impaurire. L'unica cosa di cui aver paura è la paura stessa". E da qui una elencazione delle conseguenze della crisi sulla società italiana, innanzitutto sulla disoccupazione, sul precariato, sull'occupazione femminile, sui ceti deboli, sul Mezzogiorno, sull'aumentare della povertà. Ma Napolitano non manca di indicare la via per uscire dalla crisi: innanzitutto "affrontare decisamente le debolezze del nostro sistema (...) guardando innanzitutto all'assetto delle nostre istituzioni, al modo di essere della pubblica amministrazione, al modo di operare dell'amministrazione della giustizia"; poi un maggiore impegno da e per il Mezzogiorno, che deve cominciare a recuperare il divario dal resto del Paese; interventi per il mondo del lavoro, concordati fra politica e parti sociali; una nuova politica energetica e ambientale, che sfrutti le nuove tecnologie per produrre effetti positivi e per l'economia e per l'ambiente; valorizzazione del patrimonio culturale e conoscitivo del Paese, con forti investimenti per la ricerca; maggiore trasparenza e rigore nell'utilizzo del danaro pubblico, non dimenticando la mannaia del debito pubblico. Il tutto senza dimenticare di essere parti dell'Europa e della comunità internazionale, nelle quali dobbiamo "richiedere imperiosamente il massimo sforzo di concertazione tra i protagonisti dell'economia mondiale, per definire nuove regole capaci di assicurare uno sviluppo sostenibile, ponendo fine alla frenesia finanziaria che ha provocato stravolgimenti e conseguenze così gravi. Il mondo in cui viviamo è uno, e come tale va governato".

Rileggendolo, devo dire che il discorso di Napolitano mi è piaciuto. Ha preso atto della crisi, senza inutili pessimismi e falsi ottimismi, ma ha anche indicato una via per uscirne. Ricordando che proprio nei momenti di crisi si possono gettare le fondamenta per un Paese più solido. D'altronde, se in cinese la parola "crisi" è rappresentata da due ideogrammi, "pericolo" e "opportunità", ci sarà un motivo.

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Pubblicato il 1/1/2009 alle 18.17 nella rubrica Diario.

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