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il blog di Francesco Zanfardino
E ora la Lega scenda in piazza contro il Governo
post pubblicato in Diario, il 7 gennaio 2009


                                              

"L'offerta di Luthansa non è mai arrivata". Offerta AirFrance, "nessuna controindicazione dall'esecutivo". Così il premier Berlusconi, parlando ai vertici della Cai, chiude (definitivamente?) il capitolo "partner straniero". Ma la Lega non molla: "E' una stupidaggine", ribadisce quello che però è il principale alleato del premier "stupido", ovvero Umberto Bossi.

Bene, allora la Lega scenda in piazza contro il Governo, come fece contro Prodi. Già, perchè per chi se lo fosse scordato, la Lega, assieme a quello che fu definito "partito del Nord" (principali esponenti: il sindaco milanese Moratti e il presidente lombardo Formigoni, ovviamente del PDL), fu la principale protagonista della battaglia anti-AirFrance per la difesa dell'hub di Malpensa, che la proposta AirFrance voleva tagliare in nome dell'efficienza e soprattutto della logica industriale (dato che l'Hub di Malpensa perde 200 milioni di euro l'anno e di fatto non è un hub, limitato com'è dagl altri scali lombardi e padani in generale che la Lega, in ottica campanilistica, ha tra l'altro contribuito a formare). Ebbene, sempre per chi se lo fosse scordato, la Lega il 17 febbraio portò a Malpensa 75.000 militanti, almeno così disse. Ecco le parole di allora: "Malpensa si salva se vinciamo le elezioni" (Maroni), "Ho parlato con Berlusconi e sa bene che l'infrastuttura è indispensabile e sarà un impegno prioritario del nuovo Governo" (Formigoni) "Malpensa e il suo salvataggio sono nel programma di Governo" (Calderoli) "Nel prossimo Governo conteremo molto perché prenderemo molti voti. La gente darà un sacco di voti alla Lega e quindi avremo tanta forza per sostenere il salvataggio di Malpensa" (Bossi), "Il Nord difende Malpensa dallo schiaffo coloniale romano" (cartelloni esposti nella manifestazione).

Tutto ciò dovrebbe essere ripetuto contro il Governo Berlusconi, dato che la situazione è la stessa. Anzi, ancora peggio, dati i 3-4 miliardi persi nel frattempo fra debiti non pagati, prestiti-ponte non restituiti, almeno 5000 licenziamenti in più (2mila e passa prevedeva la vecchia offerta AirFrance, mentre ora la Cai assumerò poco più di 10mila dipendenti, 7mila in meno rispetto alla vecchia compagnia ... senza contare i dipendenti di AirOne), un progetto industriale molto meno solido, molti voli ed aerei in meno, tanto da far scomparire anche la parola "hub" (perchè rimangono ben poche rotte internazionali). Ah, ma certo, ora abbiamo anche il 75% di italianità ... peccato che sarà il partner straniero a decidere le strategie internazionali, sconfessando il ragionamento del "non potevamo darla ad AirFrance sennò si fregava i nostri mercati esteri". E poi dopo cinque anni, guarda caso dopo la data probabile delle prossime elezioni, arrivederci e grazie: la Cai potrà vendere a stranieri.

Ma d'altronde alla Lega l'Italianità non importa ... o no? O forse rinuncierete alla vostra "padanità", rinuncerete alle vostre "battaglie" politiche, pur di rimanere sulle vostre poltrone romane? Anche quando siete decisivi per il Governo? Certo che sì. Toglietemi tutto, pure la coerenza, ma non la poltrona.

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Le bende sugli occhi non servono
post pubblicato in Diario, il 6 gennaio 2009


                                                

"Gomorra è da Oscar, però non giova all'immagine dell'Italia". Questo, estremamente riassunto, è l'opinione di Fabio Cannavaro, capitano della Nazionale di Calcio, sul film di Garrone candidato all'Oscar tratto dall'omonimo best-seller di Roberto Saviano.

Forse Cannavaro si è espresso male, lasciamogli il beneficio del dubbio. Tuttavia, questo ragionamento non è per niente condivisibile. Certo all'estero ci sono molti pregiudizi sull'Italia e sugli Italiani, così come in Italia ci sono molti pregiudizi sui napoletani, sui siciliani, sui polentoni e compagna bella. Però i pregiudizi non possono comportare l'oscuramento dei nostri mali. Dovremmo andare orgogliosi di chi denuncia, di chi racconta la mafia, il malgoverno, la corruzione, la povertà, gli scandali del nostro Paese. Innanzitutto perchè queste bende sugli occhi, questo far finta di non vedere, questo voler mettere la polvere sotto il tappeto non risolve i problemi, ma li lascia crescere indisturbati. Inoltre, non tutti sono a conoscenza di tutti i mali dell'Italia, e lasciare la popolazione nell'ignoranza è il principale terreno di coltura per le malattie del Paese. Infine, almeno in Italia, abbiamo fin troppe poche persone che hanno il coraggio di denunciare le schifezze del nostro Paese, e fin troppe persone dedite invece a dare agli Italiani un finto mondo fatto di lustrini e pailettes, mentre nella realtà il Paese va a rotoli.

E se all'estero qualcuno mette più in risalto i nostri lati negativi che quelli positivi ... bè, forse "qualche" colpa ce l'abbiamo pure noi, no?

P.S. Intanto la petizione "Saviano Governatore" che lancia tempo fa ha raggiunto 85 firme. Pochine, ma d'altronde posso dedicarmici poco ... se qualcuno vuole offrire il suo aiuto, è più che ben accetto.

Per firmare: www.firmiamo.it/savianogovernatore
Blog della petizione: www.savianogovernatore.ilcannocchiale.it
Gruppo Facebook: http://www.facebook.com/home.php#/group.php?gid=35824884451

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Come in Libano
post pubblicato in Diario, il 5 gennaio 2009


                                             

Non è da me tornare su un argomento a pochi giorni di distanza. Ma è ora di dire basta con l'immobilismo. La comunità internazionale non può rimanere inerme e divisa di fronte al tragico evolversi della situazione in Palestina.

Basta con il ragionare su chi ha torto e su chi ha ragione, su chi appoggia la Palestina e chi Israele. Tutte enormi cazzate, perchè quando una guerra dura da cinquant'anni le colpe sono di tutti e le ragioni sono di nessuno. E dunque non ha nemmeno senso appoggiare un Paese o l'altro, come invece fanno il nostro Ministro degli Esteri Frattini e la sua maggioranza, anche se per fortuna all'estero ci sono leader di destra come Sarkozy che hanno ancora il senno. "Due popoli e due Stati", viene spesso ripetuto. Ora è il momento di applicarlo. Per l'Onu, la Ue o chiunque altro è venuto il momento di mettere in gioco la diplomazia e far sedere intorno ad un tavolo le parti in gioco, pretendendone il reciproco riconoscimento e decidendo una volta per tutte la divisione dei territori e delle risorse. L'accordo non verrà fuori? Allora un secondo dopo l'Onu decida lei una equa spartizione e la faccia forzatamente rispettare con una forza di interposizione, sul modello di quella mandata in Libano nel 2006 (l'unica delle cosiddette "missioni di pace" che può definirsi davvero tale o quasi), a cominciare dal confine israelo-gaziano ma poi da estendere anche agli altri confini. Sono situazione diverse? Mica tanto: anche allora c'era lo scontro tra una associazione terroristica e politica radicata nel territorio (Hezbollah) che iniziò gli scontri e un'Israele che reagì in maniera sproporzionata. Anche allora USA e Isreale erano contrari alla missione. Eppure lì ha funzionato. Perchè non a Gaza?

Ci vuole decisionismo. Ma soprattutto la volontà di fare la cosa giusta. Da parte di tutti. E l'Italia non si tiri indietro: molti sembrano essersi dimenticati che questo Paese ritenuto troppo piccolo da molti, guidato allora da un Governo ritenuto dall'attuale maggioranza "dequalificante", diciamo così, per l'immagine e il peso dell'Italia all'estero, fu il principale protagonista delle trattative che portarono alla missione in Libano, di cui ottenne anche il comando, diversamente dalle altre missioni. Dunque per un Governo che ha restituito la dignità e il peso internazionale all'Italia dovrebbe essere una bazzecola fare lo stesso, vero Berlusconi e Frattini? .........

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Fuori le mafie da Facebook
post pubblicato in Diario, il 4 gennaio 2009


                                                 

Negli ultimi mesi è esploso anche in Italia il "fenomeno Facebook", questo grandioso e divertente strumento che permette di raggiungere con pochi clic persone che non vedevi da una vita, o più semplicemente di tenerti in contatto con i tuoi amici, offrendoti la grande possibilità di raggiungere con i propri messaggi, le proprie idee un vasto numero di persone. Bisogna stare attenti ai messaggi, però.

Perchè Facebook non può essere inquinato da sostenitori delle fecce di questo mondo. A cominciare dalla mafia. Come denunciato proprio da un gruppo di Facebook, "Fuori la mafia da Facebook", infatti, il social network più famoso al mondo pullula di "gruppi" e "pagine" dedicate ai boss mafiosi, con migliaia di loro sostenitori che scrivono messaggi deliranti e inneggianti alle loro "imprese". Qualche esempio fornito dal gruppo: il "Bernardo Provenzano fans club" (650 membri), "Bernardo Provenzano santo subito" (208 membri), "Bernando Provenzano detto Binnu" (195 membri), "Fans di Totò Riina ... un uomo incompreso" (266 membri), "Se non ami Totò Riina la tua vita non ha senso" (100 membri). Ma basta cercare per trovare altri gruppi del genere, come le pagine dedicate allo stesso Provenzano (rispettivamente 316 e 69 fans), a Riina (ben 4.632 fans!), Matteo Messina Denaro (142 fans), eccetera, ma anche boss camorristi, come Raffaele Cutolo (la sua pagina conta 948 fans).

Ebbene, come riportato da Repubblica.it, Facebook si rifiuta di eliminare questi gruppi e queste pagine. "Sarebbe censura". Come come come? Sarebbe censura impedire che imbecilli diffondano i messaggi mafiosi su Facebook, frequentato da milioni di persone, in gran parte ragazzi? E' censura impedire qualsiasi aiuto alla mafia nel fare leva sulle future generazioni? E poi, con quale logica Facebook può sostenere la censura delle foto con allattamento al seno e non di questi gruppi? E poi il regolamento di Facebook parla chiaro: aderendo a Facebook si accetta di non usare il servizio per "caricare, pubblicare, trasmettere, condividere, memorizzare o rendere disponibili in altro modo contenuti che possono costituire, incoraggiare o fornire istruzioni a carattere criminale, violare il diritto di una parte, o che possono altresì violare qualsiasi tipo di legge locale, regionale, nazionale o internazionale". Più istituzione a carattere criminale di così!

Sono sicuro che alla fine Facebook porrà rimedio. Intanto, mi sono iscritto al gruppo "Fuori le mafie da Facebook". Fatelo anche voi.

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Non lasciamo andare a rotoli il mercato dell'auto
post pubblicato in Diario, il 3 gennaio 2009


                                               

Il crollo più imponente da 12 anni a questa parte. Un -13.4% di immatricolazioni  auto nel 2008 che fa paura, e un crollo del 30% degli ordini per il 2009 che fa ancora più paura. A rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro, molte delle quali già in cassa integrazioni, ed uno dei settori più produttivi, più "reali" dell'economia Italiana. Tanto che un suo collasso davvero spingerebbe il sistema Italia verso il baratro. E allora il Governo non può stare con le mani in mano. Di fronte alla crisi della produzione deve, e sottolineo deve, aiutare il settore. Perchè se nel 2008 c'è stato un simile crollo, pur essendoci gli eco-incentivi, figuriamoci che crollo dobbiamo aspettarci nel 2009 con l'aggravarsi della crisi e senza incentivi per la rottamazione.

Innanzitutto si riveda la scelta scellerata di non prorogare gli incentivi per la rottamazione anche per il 2009. Sono utili per l'ambiente, e rimettono in moto il mercato, convincendo all'acquisto coloro che sono nel dubbio o che preferiscono rinviare l'acquisto a tempi migliori. Ma poi si pensi anche a metodi di incentivazione più "innovativi", come forti incentivi per le auto ecologiche o per le auto che rispettano alti standard di sicurezza: tra l'altro, le prime aiuterebbero ad evitare le multe salate del mancato rispetto del protocollo di Kyoto sulle emissioni, le seconde a diminuire le migliaia di morti l'anno che avvengono sulle strade italiane. Se poi rottamazioni e incentivi non dovessero bastare a frenare la crisi, allora si potrebbe anche pensare ad aiuti più "diretti" al settore auto, valutandoli però con molta, molta attenzione (soprattutto valutando se la destinazione di questi aiuti è prioritaria rispetto ad altri settori, a cominciare da quello principale: le famiglie italiane).

Tra l'altro l'aiuto al settore auto troverebbe grande favore anche in Parlamento, dato che il leader PD Veltroni a suo tempo si dichiarò favorevole. E non si dica che non ci sono i soldi: dai soli costi della politica si possono ricavare decine di miliardi di euro. Basta averne la volontà.

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Più appalti per tutti, senza controlli
post pubblicato in Diario, il 2 gennaio 2009


                                                  

Mentre tutta l'Italia mediatica riscopre il gusto, chissa perchè, delle vicende giudiziario-politiche con l'inchiesta napoletana "Global Service", nessuno fra i media sembra essersi accorto, a proposito di appalti, di una modifica approvata dal Governo proprio in normativa di appalti, con un codicillo inserito in una delle ultime leggine prima della pausa natalizia. Nessuno, tranne qualcuno sulla Rete.

E' successo infatti che un certo Gianluca Ricupati, studente siciliano che collabora con "Telejato", la TV anti-Mafia di Pino Maniaci, ha messo in evidenza in un articolo pubblicato online su AgoraVox come la legge 201 del 22 Dicembre 2008 dia sostanzialmente agli Enti Pubblici la possibilità di appaltare fino a 500 mila euro senza bando e senza gara d'appalto. Ovvero il trionfo del sistema clientelare. L'art.1 della nuova legge, infatti, preve al comma 10-quinquies una modifica del comma 7 dell'art.122 del Dlgs 163/2006 (ovvero la vecchia normativa in materia di appalti), che ora recita così:

7. La procedura negoziata e' ammessa, oltre che nei casi di cui agli articoli 56 e 57, anche per lavori di importo complessivo non superiore a centomila euro. 7-bis. I lavori di importo complessivo pari o superiore a 100.000 euro e inferiore a 500.000 euro possono essere affidati dalle stazioni appaltanti, a cura del responsabile del procedimento, nel rispetto dei principi di non discriminazione, parita' di trattamento, proporzionalita' e trasparenza, e secondo la procedura prevista dall'articolo 57, comma 6; l'invito e' rivolto ad almeno cinque soggetti, se sussistono aspiranti idonei in tale numero. (la parte dopo "7-bis" è quella aggiunta dalla Legge 201).

Che cosa significa? Che la procedura negoziata, ovvero senza bando e gara d'appalto, ma con trattativa diciamo "diretta" fra ente appaltante e società aggiudicante, che finora era prevista solo in casi eccezionali previsti dagli articoli  56 e 57  del Dlgs 163/2006 o comunque per somme inferiori ai 100 milioni di euro, ora sarà prevista in tutti i casi fino alla somma di 500 mila di euro. Dunque, non ci sarà più bisogno di "truccare" gli appalti: le gare, almeno fino ai 500 mila euro, non ci saranno proprio più! L'unico scoglio è quell'invito "rivolto ad almeno cinque soggetti": una bazzecola per gli esperti delle "aste truccate". Basterà invitare "cartelli" di 5 società che si sono messe d'accordo per scambiarsi il favore di fare offerte perdenti, oppure semplicemente invitare 5 società apparentemente diverse ma tutte facenti capo ad una sola persona. Meccanismi che permetteranno facimente di evitare anche l'unica notizia positiva: ovvero l'emendamento del PD, l'unico approvato dalla maggioranza, che impedisce l'affidamento alla stessa società di più appalti per un valore superiore ai 500 mila di euro annui. E, se ci aggiungiamo il progetto del Governo di eliminare le intercettazioni per i reati della pubblica amministrazione, ci rendiamo conto di come tutto il disego del Governo fili alla perfezione: clientelismo senza alcun tipo di controllo.

Vergogna. Si vergogni il Governo, ma si vergogni ancora di più il mondo dell'informazione. Non è possibile che ci abbiano martellato in questi giorni con tutti gli sviluppi dell'inchiesta "mangianapoli", e non abbiano detto nemmeno una parola su questa scandalosa decisione del Governo. Due sono le cose: o i giornalisti nostrani sono gravemente impreparati, o sono manipolati. A voi la scelta.

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Pericolo e opportunità
post pubblicato in Diario, il 1 gennaio 2009


                                                  

Oggi, primo dell'anno (ancora auguri!) non ci si può sottrarre all'esame del discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (disponibile integralmente qui).

C'è da dire che è stato un discorso "particolare". Per carità, i soliti formalismi, il solito "dire e non dire", il solito equilbrismo ... d'altronde è pur sempre il discorso alla Nazione di una alta figura di garanzia. Tuttavia, se per la prima volta la parola più usata non è "anno" ma "crisi", vuol dire che qualcosa di diverso c'è dalle altre volte. Difatti, fatti salvi i saluti di rito "ai servitori dello Stato, ai civili ed ai religiosi operanti per il bene della comunità, alle forze dell'ordine e alle Forze Armate", in particolar modo ai militari all'estero, gli altrettanti rituali richiami ai principi Costituzionali, all'unità nazionale e al dialogo fra le forze politiche, e la dovuta apertura dedicata alla crisi palestinese, il messaggio di Napolitano è stato un discorso monotematico attorno alla crisi e alle modalità per uscirne

L'anno scorso il discorso incitava alla "fiducia", dato che il sentimento di sfiducia che dilagava allora nel Paese non coincideva con molti dati positivi che proprio in quel periodo emergevano. Ora, invece, di fronte alla mutata situazione, Napolitano non fa un discorso pessimista, nè ottimista, nè negazionista. Semplicemente "dobbiamo guardare in faccia ai pericoli cui è esposta la società italiana, senza sottovalutarne la gravità: ma senza lasciarcene impaurire. L'unica cosa di cui aver paura è la paura stessa". E da qui una elencazione delle conseguenze della crisi sulla società italiana, innanzitutto sulla disoccupazione, sul precariato, sull'occupazione femminile, sui ceti deboli, sul Mezzogiorno, sull'aumentare della povertà. Ma Napolitano non manca di indicare la via per uscire dalla crisi: innanzitutto "affrontare decisamente le debolezze del nostro sistema (...) guardando innanzitutto all'assetto delle nostre istituzioni, al modo di essere della pubblica amministrazione, al modo di operare dell'amministrazione della giustizia"; poi un maggiore impegno da e per il Mezzogiorno, che deve cominciare a recuperare il divario dal resto del Paese; interventi per il mondo del lavoro, concordati fra politica e parti sociali; una nuova politica energetica e ambientale, che sfrutti le nuove tecnologie per produrre effetti positivi e per l'economia e per l'ambiente; valorizzazione del patrimonio culturale e conoscitivo del Paese, con forti investimenti per la ricerca; maggiore trasparenza e rigore nell'utilizzo del danaro pubblico, non dimenticando la mannaia del debito pubblico. Il tutto senza dimenticare di essere parti dell'Europa e della comunità internazionale, nelle quali dobbiamo "richiedere imperiosamente il massimo sforzo di concertazione tra i protagonisti dell'economia mondiale, per definire nuove regole capaci di assicurare uno sviluppo sostenibile, ponendo fine alla frenesia finanziaria che ha provocato stravolgimenti e conseguenze così gravi. Il mondo in cui viviamo è uno, e come tale va governato".

Rileggendolo, devo dire che il discorso di Napolitano mi è piaciuto. Ha preso atto della crisi, senza inutili pessimismi e falsi ottimismi, ma ha anche indicato una via per uscirne. Ricordando che proprio nei momenti di crisi si possono gettare le fondamenta per un Paese più solido. D'altronde, se in cinese la parola "crisi" è rappresentata da due ideogrammi, "pericolo" e "opportunità", ci sarà un motivo.

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