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il blog di Francesco Zanfardino
Prima del federalismo
post pubblicato in Diario, il 28 febbraio 2009


                                                    

Martedì scorso un ottimo servizio di "Ballarò" ha posto l'attenzione sugli enormi introiti di cui godono le Regioni a Statuto Speciale, ai danni delle casse statali. Ovvero, sul fatto che Val d'Aosta, Sicilia, Sardegna, Friuli Venezia-Giulia e province autonome di Trento e Bolzano ricevono dallo Stato cifre superiori all'80% delle tasse raccolte sul territorio, con picchi oltre il 100%. Mentre per le altre regioni tali percentuali sono nettamente inferiori (molte intorno al 20-30%).

Ciò comporta, come ben riassunto da Floris, che in alcune Regioni i Comuni rifanno le fontane ogni tre mesi, perchè i soldi sono in eccesso rispetto alle reali esigenze, in altre i Comuni rischiano di fallire alla prima mossa sbagliata, per l'esiguità dei fondi a loro disposizione. Non sarebbe allora il caso che, prima di effettuare la riforma "federalista", si provveda ad un riequilibrio fra le Regioni "speciali" e quelle "normali"?

In effetti è la domanda che ci siamo posti tutti, dopo aver visto il servizio. E la risposta, amarissima, è stata subito fornita dall'intervento telefonico in diretta del Ministro Calderoli, per chi non l'avesse capito già prima: certo che sarebbe giusto, ma per farlo bisognerebbe scontentare le "lobby" regionalistiche ... ovvero i tanti parlamentari e politici che, in entrambi gli schieramenti, governano quelle regioni e costruiscono il consenso con quei fondi, ai danni dei cittadini delle altre regioni.

Soprattutto difficilmente vedremmo tale coraggiosa riforma attuata da una maggioranza che Governa da poco il Friuli e la Sardegna, e da decenni in Sicilia. Dove, tra l'altro, nemmeno il fiume di soldi basta a compensare i disastri delle giunte locali, come Catania, dove se lo Stato non avesse regalato 140 milioni di euro i cittadini sarebbero continuati a vivere tra la monnezza, le vie buie, le strade piene di buche e con un Comune quasi oltre l'orlo del fallimento (e situazioni simili, putroppo, dilagano sempre più in tutta la Sicilia). Ma allora non ci vengano a parlare di "federalismo", "lotta agli sprechi" e "riforme".

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Il conto della Lega aumenta di altri 400 milioni
post pubblicato in Diario, il 27 febbraio 2009


                                                     

Ancora una volta, la Lega Nord ha presentato il conto al Governo. Stavolta si tratta di ben 400 milioni di euro, ovvero quanto ci costerà, secondo i calcoli di lavoce.info, far svolgere il "referendum elettorale" separatamente da europee ed amministrative.

Sì, proprio quel referendum che nell'autunno 2007 si impose prepotentemente sulla scena politica nazionale, con i suoi tre quesiti, proposti da Mario Segni e Giovanni Guzzetta, che, se approvati, comporterebbero l'assegnazione del premio di maggioranza, sia alla Camera che al Senato, alla lista (e non alla coalizione) che ottiene più voti, oltre che l'impossibilità di candidarsi in più circoscrizioni. Proprio quel referendum che scombussolò i precarissimi equilibri del Governo Prodi, che si reggeva sull'appoggio di partitini minuscoli che sarebbero spariti con l'approvazione del Referendum. E che forse fu tra le principali cause della sua fine.

Tanti cavalcarono quel referendum nel centrodestra, in primis Gianfranco Fini e la sua Alleanza Nazionale. Che firmarono in massam, contribuendo al raggiungimento di 820mila firme, ben 320mila in più del necessario. Però, caduto Prodi, tutti si dimenticarono della scelta fatta. Nessuno nel centrodestra, compreso Fini, volle accettare la proposta di un governo di transizione per cambiare la legge elettorale, quella definita una "porcata" da colui che l'aveva proposta, il ministro leghista Calderoli. E così il referendum, che doveva tenersi in primavera 2008, slittò di un anno (quando ci sono le elezioni per cambiare Governo, i referendum non possono svolgersi).

Ora non ci sono più impedimenti: il referendum si farà. Bisognava solo scegliere la data. E il ministro Maroni, leghista, ha scelto come data il 14 Giugno. Ovvero la domenica successiva a quella delle elezioni Europee ed amministrative, e la domenica precedente a quella dei turni di ballottaggio delle amministrative. E così in 7000 comuni e 73 province i cittadini dovrebbero recarsi a votare per ben tre domeniche consecutive. Un grado di fedeltà elettorale che, in tempi di antipolitica, difficilmente verrà raggiunto ... e, provate ad immaginare, a quale voto molti Italiani rinunceranno? Ma al referendum, ovviamente.

Insoma, si tratta di una astuta mossa della Lega Nord per boicottare il referendum, impedendogli di raggiungere il quorum. Una mossa palese, visto che lo stesso Calderoli ha ammesso: "Ne uscirebbe un sistema per noi inaccettabile". Perchè tanta paura? Semplice: poichè è la lista singola, e non la coalizione, ad ottenere il premio di maggioranza e quindi governare da sola, la coalizione PDL-Lega non potrebbe più esistere due scenari: il peggiore, per la Lega, è che il PDL si presenti da solo, mettendo la Lega, se non fuori dal Parlamento, comunque fuori dal Governo; il "meno peggio", per la Lega, è che il PDL apri le sue liste ai leghisti ... e la Lega perderebbe la sua identità e soprattutto la sua forza elettorale (e ricattatoria). E così la Lega ha minacciato Berlusconi, dato che attualmente può farlo, di far cadere il Governo se il Governo non avesse fatto di tutto per far fallire il Referendum. 

E così, per i capricci della Lega, gli Italiani dovranno sborsare 400 milioni di euro ... non proprio una sommetta, soprattutto in tempo di crisi. Ma la Lega non era contro le poltrone e gli sprechi?

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Sciopero "virtuale", proprio la parola giusta
post pubblicato in Diario, il 26 febbraio 2009


                                                      

Certo che il Governo non finisce mai di stupirci. Ieri il Ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha presentato le sue proposte sul cosiddetto "sciopero virtuale". Una nuova forma di sciopero, da applicare (per il momento) solo nel mondo dei trasporti, che dovrebbe coniugare il diritto dei lavoratori a far sentire la propria voce con il diritto dei cittadini ad usufruire dei servizi pubblici.

Certo, il problema c'è. Non c'è bisogno di andare molto in là con la mente per ricordarsi dell'immane sciopero dei TIR che avvenne durante il Governo Prodi, che paralizzò l'Italia intera. E certo chiunque di noi avrà avuto qualche esperienza di scioperi dei trasporti che ci hanno costretto a modificare i nostri progetti quotidiani. Ma la soluzione proposta dal Governo è davvero assurda e inaccettabile. Si mettono infatti tutta una serie di paletti al "diritto di sciopero", sancito dalla costituzione: i lavoratori dei trasporti non potranno più scioperare nel modo classico (cioè non andando a lavoro). Potranno sì proclamare lo sciopero, e pubblicizzarlo come vogliono, ma al lavoro dovranno andarci lo stesso. E, cosa più assurda, dovranno comunque rinunciare alla paga del giorno (!!!). Inoltre, lo sciopero potrà essere proclamato solo da sindacati che insieme raggiungano almeno il 50% di rappresentatività, e per proclamarlo bisognerà ottenere il sì da un referendum tra i lavoratori. Inoltre, ogni singolo lavoratore che vorrà aderire dovrà avvisare preventivamente.

Insomma, in pratica si vuole "ammazzare" il diritto di sciopero. Una dei pilastri di qualsiasi democrazia. Partendo dai trasporti, per poi allargare il discorso a tutti i settori. Che almeno lo dicessero chiaramente! Perchè non pensare ad un limite massimo di scioperi proclamabili nel corso dell'anno? Perchè non pensare ad allargare la quota di mezzi pubblici il cui serivizo è garantito? Perchè rendere obbligatoria questa forma di sciopero "virtuale", e non lasciarla come possibilità?

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permalink | inviato da Francesco Zanfardino il 26/2/2009 alle 19:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Eh sì, Tremonti aveva proprio capito tutto ...
post pubblicato in Diario, il 25 febbraio 2009


                                                   

Non so se, di questi tempi, avete mai sentire da qualcuno del centrodestra che "noi siamo stati i primi in Europa a capire che ci sarebbe stata la crisi ... quando Tremonti parlava di crisi tutto lo prendevano in giro". Se non lo avete mai sentito, evidentemente non guardate TG e trasmissioni di approfondimento da qualche mesetto ... dato che, ogni qualvolta che gli esponenti della maggioranza vengono messi in difficoltà sulla loro pessima gestione della crisi, sul fatto che stanno mettendo toppe qua e là senza un vero piano strutturato anti-crisi come tutti i Paesi di questo mondo, rispondono: "Ma quando mai, siamo stati i primi a capire la crisi, siamo intervenuti subito, Tremonti è un genio", bla bla bla. Insomma, fra tutte le proprietà miracolose di chi ci governa, ci sarebbe anche la preveggenza. E il mondo dell'informazione, a dire il vero, gli dà anche corda, fascinato dal quasi-best-seller "La paura e la speranza" del Giulivo ministro (ma qualcuno di loro l'avrà pur letto questo libro? Bah).

Eppure io mi ricordo altre cose ... ad esempio, se Tremonti davvero "aveva capito tutto", come mai nella Finanziaria di Giugno, orgogliosamente approvata ha sprecato qualche milardo togliendo l'ICI alle famiglie che potevano pagarla, ha buttato miliardi nell'operazione Alitalia, ha detassato gli straordinari (salvo tornare indietro dopo 6 mesi, dato che in tempi di crisi non ci sono straordinario), e tanti altri provvedimenti che certo non avrebbe preso una persona che sapeva che si sarebbe scatenata una crisi a breve termine? 

Ma al di là di questo, guardando le dichiarazioni di Tremonti sui conti pubblici, in netto peggioramento ma comunque "approvati con riserva", diciamo così, dall'Unione Europea, mi sono ricordato di una cosa. Ecco cosa dichiarava il Ministro Tremonti solo 8 mesi fa, quando veniva varata proprio quella famosa Finanziaria di Giugno:

«Non c'erano alternative alla riduzione della spesa pubblica, per la nostra politica e perché un aumento delle tasse non è sostenibile per il Paese», ha spiegato il ministro, che ha indicato come possibile l'obiettivo del pareggio di bilancio entro il 2011: «Il vincolo preso con l'Ue di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2011 non è eludibile. E' un impegno preso dalla Repubblica italiana»

Ed ecco cosa Tremonti ha presentato oggi alla UE: il rapporto defici/pil dovrebbe assestarsi al 3.7% nel 2009, per poi tornare sotto il 3% entro il 2011. "Dovrebbe" è più che d'obbligo, dato che, appunto, solo 8 mesi fa Tremonti riteneva "ineludibile" il raggiungimento entro il 2011 del pareggio di bilancio, ovvero di un rapporto deficit/pil al 0%, non al 3%. E ricordiamo che l'Europa, tra i parametri che richiede ai paesi membri nel Trattato di Maastricht, ha proprio il rapporto deficit/pil che deve essere massimo 3.7%. Valori superiori, se persistenti ne tempo, comportano una procedura di infrazione, che d'altronde Tremonti già "brillantemente" fece avere all'Italia con il precedente Governo Berlusconi (quello del Tremonti che "truccava i conti", come lo stesso Fini lo accusò). Procedura di infrazione, ricordiamolo, che il Governo Prodi ereditò e concluse in meno di due anni ... ed ora Tremonti è riuscito nell'impresa di stravolgere nuovamente i conti rimessi a fatica a posto da Prodi. Ed è la seconda volta che accade.

E allora, se è un veggente colui che a Giugno, prevedendo la crisi, annuncia il pareggio di bilancio, salvo 8 mesi dopo annunciare addirittura lo sforamento dei parametri di Maastricht ... allora io sono Nostradamus.

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E se andassero davvero "a casa loro"?
post pubblicato in Diario, il 24 febbraio 2009


                                                     

Di fronte al clima di astio sempre più diffuso nei confronti degli immigrati, tutti, che se non è xenofobia poco ci manca (nel migliore dei casi, la parola d'ordine per la maggior parte dell'opinione pubblica è "prima gli Italiani" o "vadano a casa loro"), mi sono chiesto cosa succederebbe se davvero pensassimo solo agli "Italiani", se davvero gli immigrati andassero a casa loro.

Ho provato ad immaginare, ma oggi ho avuto una risposta credibile. Uno studio della UnionCamere, infatti, il 10% del PIL dell'Italia è dovuto ai lavoratori e/o imprenditori immigrati. E il 10% dei lavoratori dipendenti in Italia lavora in imprese aperte da stranieri.

Pensate a tutto quello che c'è in Italia. Tutto ciò che lo Stato ci dà. Ebbene, se loro "andassero a casa loro", un decimo di quello che avete pensato non ce l'avremmo, a quanto pare. Li mandereste ancora a casa loro?

P.S. Ma prima o poi dovrà pure succedere uno "sciopero generale degli immigrati", magari ad oltranza ... il giorno vorrei proprio vedere se gli Italiani continueranno a volerli mandare "a casa loro" ...

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Viva la sincerità
post pubblicato in Diario, il 23 febbraio 2009


                                             

Oggi il Ministro degli Esteri, Franco Frattini, in procinto di incontrare il suo omologo della Romania, ha dichiarato: "la Francia ha espulso solo nel 2008 oltre 7000 cittadini romeni, l'Italia circa 40".

Come come come? Solo 40 romeni espulsi? E tutti i proclami sulla sicurezza, sulle "espulsioni più facili", sul "sì agli onesti, fuori dall'Italia i delinquenti", "vadano a casa loro", "interverremo contro l'emergenza ROM", ecc. ecc. che fine hanno fatto? La tanto sbandierata "svolta" su sicurezza e criminalità straniera rispetto al Governo Prodi dov'è, caro Ministro? Perchè non dice al suo collega Maroni che i suoi innumerevoli pacchetti sicurezza sono stati tutti dei gran pacchi (soprattutto alla luce degli ultimi fatti di cronaca)?

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La televisione e la democrazia
post pubblicato in Diario, il 22 febbraio 2009


                                            

Certo che al peggio non c'è mai fine. Leggevo questo articolo apparso su Corriere.it, sull'ennesimo episodio indecente avvenuto un quel "programma" televisivo immondo che è il Grande Fratello, e mi sono sentito di fare una riflessione: ma chi fa televisione deve pensare allo share o alla dignità? La questione non è così semplice come si potrebbe pensare. L'eterno dibattito sulla televisione, in cui ci si scambia reciprocamente accuse di "snobbismo" o "trashismo", senza approfondire davvero la questione, infatti, si intreccia anche un discorso più generale, persino politico, sul principio della "democrazia".

L'esempio del Grande Fratello è proprio il più calzante. E' oggettivo, infatti, che quella trasmissione televisiva fa proprio schifo. Schifo, perchè indecente è proprio un eufemismo in questo caso. Tanto che quest'anno sono riuscito a vederlo pochi minuti a serata (perchè altrimenti non potrei giudicare: non giudico mai senza vedere), per il vomito istintivo che mi veniva quasi subito. Non c'è bisogno di essere "snob" per dirlo: basta guardare quanto accaduto in questa stagione, tra scene di isteria, torpiloqui vari, lanci di bicchieri, tette sbattute in faccia e nudismo più o meno completo. Il tutto inserito in una cornice di finto realismo (se l'Italia fosse quella del Grande Fratello, ci sarebbe da cambiare paesee), di sentimentalismo talmente spinto all'eccesso da essere palesemente falso, da una insistenza quasi ossessiva su tutto ciò che è scabroso e/o fa "audience". Con un messaggio di fondo devastante: per diventare "qualcuno" le tue capacità contano zero, l'importante è che tu sappia suscitare l'attenzione su di tè, non importa il mezzo con cui lo fai. Un programma che andrebbe chiuso per manifesta indecenza, insomma ... ma Mediaset ne fa un programma di punta, tanto da sacrificare il suo migliore giornalista (Mentana) pur di non rinunciare ad una puntata, una, del Grande Fratello. 

D'altronde, il motivo che Mediaset e i difensori del GF adducono a tali scelte è spiazzante: il GF fa il boom di ascolti, perchè chiuderlo o ridimensionarlo? E' vero, verissimo. Il Grande Fratello batte di gran lunga i suoi concorrenti. Lo ha fatto nella serata della morte di Eluana, quando RaiUno stravolse la programmazione pur di dedicare, giustamente, la serata all'approfondimento di una vicenda che ha così sconvolto il Paese. E lo fa in tutte le serate, persino contro un programma di genere "simile", cioè popolare, X Factor, anche se molto diverso (almeno lì si parla di talenti veri). E allora mi sono chiesto: ma io, proprio io, difensore della democrazia, mi metto contro la "democrazia televisiva"? Chiedo la chiusura di un programma di successo, voluto dal "popolo televisivo"? Non pecco di "fascismo", di "autoritarismo televisivo"? E confesso che sono rimasto un po' interdetto.

Poi mi sono ricordato che un simile ragionamento l'ho già fatto altre volte. Quando ho ragionato sul fenomeno del "berlusconismo", dello stravolgimento del sistema dei valori che Berlusconi è riuscito ad operare in Italia con uno straordinario consenso delle masse. Anche su questo mi è capito di essere accusato, proprio io, di essere "anti-democratico". In fondo, se gli Italiani votano in massa Berlusconi, come posso permettermi io di giudicarli, di dire che è sbagliato. Come posso permettermi di giudicare Berlusconi e chi gli sta attorno, se le sue decisioni sono condivise dalla maggioranza degli Italiani? E' la democrazia, bellezza, no? No. Quando di parla di "berlusconismo" non si parla di democrazia, ma di populismo. Se Berlusconi fa demagogia sulla sicurezza rasentando spesso il razzismo, non ho forse io il diritto e la ragione di contestare duramente questo stato di cose e chiederne la fine, anche quando questo è sostenuto dalla maggioranza delle persone, per il bene della democrazia? Se Berlusconi come primo atto del suo Governo fa una legge per proteggersi dai processi, non ho forse io il diritto e la ragione, per il bene della democrazia, di dire che quella legge è anti-democratica, anche quando se forse la maggioranza degli Italiani la riterrebbe giusta pur di salvaguardare il loro beniamino? Non sono forse queste forme deviate della democrazia, una democrazia che diventa populismo? D'altronde, non è forse attraverso forme apparentemente "democratiche", come il populismo, che la democrazia diventa dittatura, reale o di fatto? E come esempio non indico solo Hitler (altrimenti i fan di Silvio mi direbbero: "Ma come ti permetti? Paragoni Silvio a Hitler? Poi dite che non è vero che siete accecati dall'odio!"), salito al potere democraticamente, ma tante altre dittature e simil-dittature passate, fino alle attuali dittature di fatto della Russia di Putin e del Venezuela di Chavez. E con questo non voglio dire che Berlusconi ambisca a questo, ma che l'Italia di oggi, se Berlusconi volesse, potrebbe diventarlo tranquillamente, forse con gioia.

Allo stesso modo, non posso forse chiedere io, per il bene della televisione e consapevole del suo ruolo fondamentale nella formazione delle coscienze, la chiusura di un programma come il GF, anche se molto popolare? Sì. Perchè una cosa è la democrazia, un'altra è il populismo. Una cosa è la democrazia televisiva, un'altra è il populismo televisivo. E anche la giusta "democrazia televisiva", attraverso il "populismo televisivo", può trasformarsi in una "dittatura televisiva". La famosa "dittatura degli ascolti", che sacrifica la dignità e i valori sull'altare del consenso, dello "share", in questo caso. 

P.S. E, mentre scrivevo questo post, ho pensato anche a chi è il proprietario di Mediaset, e mi sono reso conto che, per la televisione, il parallelo con la politica era proprio il più azzeccato ...

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Ddl Calabrò, la legge inutile
post pubblicato in Diario, il 21 febbraio 2009


                                              

Oggi qualche migliaio di persone ha protestato contro la legge sul testamento biologico che la maggioranza vorrebbe approvare, il cosiddetto "ddl Calabrò". Al di là delle varie posizioni presenti in piazza, al di là dei toni più o meno condivisibili della protesta, non posso che condividere le ragioni di quella protesta.

Il ddl Calabrò è, infatti, la classica legge fatta per "cambiare per non cambiar niente". Non solo per i motivi ottimamente illustrati da Ignazio Marino, chirurgo d'eccellenza e senatore PD, nella sua intervista ad Annozero di qualche tempo fa: ovvero che, se il ddl passerà, i cittadini potranno sì fare testamento biologico, ma non potranno rinunciare con esso ad idratazione/alimentazione forzata (cosa che non esiste in nessun Paese al mondo dov'è previsto il testamento biologico), perchè "non è assimilabile a terapia, dunque non può essere tolta ad un paziente", nemmeno se espressamente la rifiuta. Una posizione incoerente con l'idea stessa di testamento biologico (mi riconosci la possibilità di morire ponendo fine alle terapie, ma poi mi costringi ad alimentarmi/idratarmi, dunque non mi fai morire), ma anche sbagliata, dato che per inserire un sondino occorre una operazione chirurgica, e devono essere assimilati dei farmaci insieme alle sostanze nutritive: e non sono queste terapie e interventi? Con questa legge, insomma una Eluana non potrebbe avere diritto alla fine delle terapie. Inoltre, il ddl Calabrò prevede l'impossibilità per una persona, una volta effettuati su di esso gli interventi che lo mantengono in vita, di rifiutare ad essi successivamente se rimane cosciente: con questa legge, dunque, un Welby, perfettamente cosciente, non potrebbe richiedere il distacco del respiratore artificiale, perchè gli è stato già inserito. Ma che assurdità!

Ma, ripeto, non solo per questi motivi. Anche per un altro motivo, davvero inconcepibile: la non obbligatorietà del testamento biologico. Ovvero, se il medico non riterrà opportuno "staccare la spina", la volontà del paziente non conterà niente. Ma allora che diavolo la si è fatta a fare questa legge? A che è servito l'estenuante e sofferto dibattito politico e nella società italiana? A che è servita la battaglia del padre di Eluana? A niente.

Non so a quanto possa servire un referendum abrogativo. Perchè tanto abrogherebbe il nulla. Ma se servirà a risvegliare le coscienze degli Italiani, e a spingere per una legge seria sul testamento biologico, si faccia tutti i referendum possibili e immaginabili. Siamo abituati alla propaganda e agli spot del Governo, privi di concretezza, ma qui stiamo parlando dei diritti delle persone, e non servono le leggi inutili.

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Fini, Il Giornale e la destra
post pubblicato in Diario, il 20 febbraio 2009


                                                     

Oggi "Il Giornale" è uscito con un provocatorio quanto interessante articolo su Fini. Provocatorio, perchè proponeva l'ex-leader di Alleanza Nazionale come nuovo leader del Partito Democratico. Interessante, perchè fa ben capire quale sia la concezione "politica" stia alla base della redazione del Giornale, se di idee politiche si può parlare (e non di squallido servilismo). Scopiazzo un po' l'articolo del Corriere.it che racconta questo articolo de "Il Giornale":

MILANO - Il prossimo segretario del Pd? Per Il Giornale il più papabile è Gianfranco Fini. Questa la provocazione lanciata dal quotidiano diretto da Mario Giordano. In un articolo pubblicato venerdì e richiamato in prima pagina, Stenio Solinas cita una serie di prese di posizione per cui a buon diritto presidente della Camera il «laico, sociale e antifascista Fini» potrebbe essere il «mister X ideale» per i democratici. «Si sa che Fini è stato fascista nella stessa logica con cui è divenuto antifascista. È un professionista della politica, ovvero un contenitore vuoto disponibile a riempirsi del liquido ritenuto in quel momento più potabile. (...) A lungo Fini si è immaginato come delfino» di Berlusconi, si legge, ma «è una strada chiusa: a sinistra invece c’è il caos e la strada è aperta». Chi dunque, si chiede il quotidiano, «la può rimettere in carreggiata, ridargli quell’anima sociale e solidale?». La risposta è Fini, secondo il corsivo de Il Giornale, che ricorda come il Presidente della Camera abbia proposto «il diritto di voto agli immigrati», «difeso la laicità dello Stato», criticato in modo «severo il cesarismo» e «abbia già fatto sapere che Sanremo non gli piace». Sul tema immigrazione, citato dall'articolo, il presidente della Camera tra l'altro è tornato anche venerdì definendo «odiosa associazione mentale tra criminalità e immigrazione». Neanche lo scoglio del fascismo per Il Giornale rappresenterebbe un problema: «Il Duce - scrive Stenio Solinas - all’inizio era socialista, che c’è di male a sperimentare il percorso inverso?». Per poi concludere così: «La candidatura di Fini alla guida del Pd è perfetta. Si può fare, insomma, "Yes, we can"».

Ora, diamo anche per veramente sentite le varie dichiarazioni di Fini in "conflitto" con Berlusconi e non frutto di un abile gioco delle parti fra lui e Berlusconi (scusate il sospettismo, ma non so come fidarmi di due persone che nel 2007, dopo la cosiddetta "svolta del predellino", si scambiavano frasi del tipo "Basta Fini e Casini, la Cdl era un ectoplasma" e "Il PDL? Un'iniziativa plebisciaria e confusa. Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi", e due mesi dopo erano pappa e ciccia varando proprio la nascita del PDL per le elezioni del post-Prodi ...) tanto non è questo il punto. Il punto è la relazione che "Il Giornale" ritiene evidente fra il tipo di dichiarazioni fatto da Fini e l'essere di sinistra. Ma qualcuno vuol spiegare al "Giornale" che una cosa è la destra e una cosa è Berlusconi? Che la laicità dello Stato, la democrazia interna ai partiti, che le politiche di integrazione per gli immigrati regolari , il rifiuto dell'equazione immigrato=criminale, non sono valori di sinistra, ma patrimonio di qualsiasi cultura politica moderna e non estremista e/o populista come la "politica" di Berlusconi? E che esprimere un giudizio negativo su una trasmissione popolare non vuol dire essere di sinistra (a sinistra mica sono tutti snob! e poi ce ne sono anche a destra ... anzi lo "snobbismo" dovrebbe essere più diffuso a destra ...)?

D'altronde, cosa potevamo pretendere da un Giornale che fu di Indro Montanelli, grande giornalista e pensatore di destra, ma evidentemente di pensiero non consono alla famiglia Berlusconi che lo rilevò e cacciò Montanelli per trasformarlo nel Giornale di propaganda delle "imprese" del grande Silvio? In quel giornale le idee non contano, nemmeno quelle di destra ... bisogna solo servire il Re. E screditare tutte le voci che non si uniformano al coro belante.

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Caricabatterie universali, finalmente
post pubblicato in Risparmio Ecologico, il 19 febbraio 2009


                                                        

Oggi non parlo di politica. Ma di tecnologia. Sembra, infatti, che una volta tanto le grandi aziende stiano organizzando un "cartello" non per alzare i prezzi, ma per diminuirli. E per diminuire l'impatto ambientale. Sono impazziti? No, no, tranquilli ... hanno il loro tornaconto: diminuiscono i costi di produzione, e possono vendere ad un prezzo più basso, a costo zero.

Di che stiamo parlando? Della nascita di una "grande alleanza" fra le case produttrici di telefonini per giungere ad un caricabatterie universale. Si, proprio quegli aggeggi con i quali carichiamo i nostri amati telefonini, e che buttiamo ad ogni acquisto di nuovo cellulare: si calcola che ne buttiamo complessivamente circa 50 milioni l'anno. Uno spreco immane. Così quasi tutte le aziende produttrici, tranne Apple e Blackberry, sembrano si stiano mettendo d'accordo su unico tipo di "porta", basata sulla tecnologia micro-usb, da installare sui telefoni di tutte le marche, dove inserire gli "spinotti" dei caricabatterie. E, di conseguenza, ci sarà un unico tipo di caricabatterie. Evitando quello spreco immane, riducendo l'impatto ambientale, risparmiando sulla produzione e facendo risparmiare ai consumatori.

Insomma, propria la filosofia giusta per questi tempi di crisi. Da applicare ovunque.

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Il sogno infranto
post pubblicato in Diario, il 18 febbraio 2009


                                                 

Ieri Walter Veltroni si è dimesso da Segretario Nazionale del Partito Democratico. Inutile nascondervi che la giornata di ieri è stata per me una giornata triste. Non perchè è Veltroni ad essersi dimesso, ma perchè si è dimesso Veltroni. Mi spiego meglio.

E' ormai da qualche anno che mi interesso di politica ("qualche anno", anche perchè chi vi scrive è molto giovane). Ho sempre ritenuto, e continuo a ritenere, che la politica sia l'unico mezzo che abbiamo a disposizione per cambiare le cose. E che anche il più minuscolo contributo è un contributo importante, che può contribuire al cambiamento, anche se ci sembra di essere impotenti. Però prima della nascita del Partito Democratico non potevo identificarmi completamente in nessun partito. Avessi potuto votare, probabilmente avrei votato i DS (certamente non un partito della coalizione di Berlusconi, non solo perchè i miei valori sono di centrosinistra, ma anche perchè un leader come Berlusconi non l'avrei votato comunque, anche se fosse stato paraddosalmente il leader del centrosinistra), ma l'avrei fatto solo per l'alto valore che do' alla possibilità di votare. Solo perchè probabilmente era il partito in cui mi riconoscevo di più, o mi disconoscevo di meno, fate voi, e mai mi sarei lasciato prendere dalla logica del "ma che me ne frega, si votino loro". Ripeto, ho un'alta considerazione della politica e del voto. Ma mai mi sarei sognato di partecipare attivamente alla vita di quel partito, mai ai suoi congressi, mai alle sue iniziative (vabbè, forse qualcuna sì), mai mi sarei impegnato per quel partito. Tutto questo l'ho cominciato a fare solo con il Partito Democratico. Perchè per me il Partito Democratico è la "realizzazione di un sogno politico", come ha detto Veltroni stesso. Un partito non di "sinistra", non "ambientalista", non "centrista", non "laicista", non "democristiano", non "socialista", non "garantista", non "giustizialista", non "berlusconista", non "antiberlusconista", insomma non una "enclave ideologica" (N.B. in questo passaggio mi sono spiegato male ... lo spiego meglio nei commenti al post): un partito bensì che mettesse insieme tutte le parti migliori di queste storiche esperienze e modi di pensare, e facesse qualcosa di nuovo, che unisse i sentimenti di tutti gli elettori di centrosinistra e li indirizzasse verso una idea democratica e riformatrice di Paese. Un partito dove non contassero più, o perlomeno contassero di meno, i giochetti di potere, il correntismo, e dove invece contasse di più chi merita, chi partecipa, chi lavora. Un partito che sapesse rappresentare le aspettative degli elettori di centrosinistra, e raccogliere anche gli elettori delusi dal Berlusconismo, con un linguaggio nuovo, diverso da quello vetusto degli anni precedenti. Un partito insomma "nuovo", come s'è detto più volte, che portasse finalmente al cambiamento questo Paese che ne ha tanto bisogno.

Per un pò il Partito Democratico è stato se stesso. Lo è stato per la prima volta alle Primarie (anche se quelle Primarie hanno avuto un errore di fondo, di cui parlerò dopo), quando milioni di persone votarono inaspettatamente così massicciamente. Lo è stato durante la campagna elettorale. Lo è stato al famoso "discorso del Lingotto". Lo è stato al Circo Massimo. Lo è stato ogni qual volta si sono fatte le Primarie, e specialmente quando hanno vinto candidati inaspettati (l'ultimo, a Firenze, Matteo Renzi). Lo è stato quando il Partito Democratico, per la prima volta nella storia d'Italia per dei partiti di opposizione, ha presentato più volte le varie proposte alternative a quelle del Governo (benchè pochi ne hanno parlato).

Ma dalle elezioni di Aprile in poi, si è rotto un incantesimo. Anche se altri momenti "democratici" sono venuti dopo quella data, comunque da quelle elezioni è cominciata inesorabilmente la deriva del PD. Da un lato, degli oligarchi di partito, che hanno cominciato a logorare e sfiancare Veltroni, per meri interessi personalistici e non nell'interesse del PD. E facciamo i nomi, sono i vari Rutelli, Letta e soprattutto D'Alema, principalmente, e le loro "aree". Dall'altro lato, una buona fetta dell'elettorato, che in una logica non di legittima critica, ma di puro disfattismo, non ha creduto più in Veltroni, e ha cominciato a chiederne la testa, senza riflettere sul chi sarebbe venuto dopo e se c'erano alternative migliori. Li comprendo, certo, perchè è brutto non vedere appieno realizzate le proprie aspirazioni, le proprie aspettative, ma quando distruggiamo una persona, dobbiamo anche pensare se c'è un'alternativa migliore. Invece a sinistra non riusciamo mai a guarire da questo male storico che ci perseguita, ovvero il distruggere i nostri leader uno dopo l'altro, passando di male in peggio, in una pura logica di "capro espiatorio".

Ecco dove volevo arrivare, con quel "sono triste perchè si è dimesso Veltroni, non perchè è Veltroni che si è dimesso"Veltroni non sarà stato perfetto, ha commesso vari errori, il primo dei quali quello di non aver convocato un congresso subito dopo le elezioni, per portare allo scoperto i giochetti di potere dei dalemiani e dei rutellian-lettiani e vedere chi aveva ragione, quale linea era quella voluta dagli elettori e quindi legittimata ad essere "imposta" (mentre la leadership di Veltroni, essendo nata da un compromesso fra le varie aree del PD, era debole, non poteva imporre la propria linea). Ma certamente Veltroni era, tra tutti quelli della vecchia dirigenza, colui che aveva il progetto più simile al progetto del Partito Democratico che vi ho descritto prima. E certamente l'unico a poterlo portare avanti in maniera credibile. 

E dunque, non mi dispiace solo per Veltroni. Nessuno è insostituibile. Ma il problema è che mancano i sostituti: o, perlomeno, sostituti che sappiano rispettare meglio di lui, o perlomeno come lui, il progetto del Partito Democratico. Non possono farlo nè Bersani nè Letta, perchè non posso portare avanti il progetto del PD persone che in questi 16 mesi non hanno fatto nient'altro che gli interessi propri, e non del PD (magari non proprio loro in prima persona, voglio essere buono, ma certamente le loro aree di riferimento, di cui sono diretta espressione e dalle quali si fanno palesemente sostenere). Ma non solo per questo aspetto "formale", per quanto fondamentale, ma anche per motivi sostanziali: Bersani vorrebbe un partito di sinistra e basta, Letta un partito di centro e basta. Il PD invece è un partito di centrosinistra, ed una leadership dell'uno o dell'altro significherebbe, molto probabilmente, la morte del PD. O comunque del suo progetto: magari continuerebbe a chiamarsi "Partito Democratico", ma non sarebbe più "il" Partito Democratico.

Direte voi: ma si candiderà qualcun altro, no? Certo: magari la Bindi, oppure la Finocchiaro, Soru ... ma nessuno di questi saprà probabilmente fare meglio di Veltroni, se anche riuscisse a battere Bersani. Nessuno della vecchia dirigenza potrà farlo. A meno che lo stesso Veltroni non si ricandidi, cosa che io mi auguro, in effetti. Non sarebbe facile per lui riguadagnare il consenso della base (anche se io non sarei così pessimista), ma certamente se battesse chi lo ha logorato in questi 16 mesi, avrebbe tutti i mezzi per fare quello che doveva e voleva fare e non è riuscito a fare appieno. Ma putroppo lo escludo, ha un raro senso della dignità, una rara statura morale: un "signore", appunto. E ieri abbiamo dimostrato per l'ennesima volta che l'Italia non è un paese per signori.

E allora l'unica speranza è una "ribellione" del popolo democratico. Se c'è una cosa che Veltroni ci ha lasciato, è la possibilità di esprimerci tramite il voto per cambiare la dirigenza. Non dobbiamo arrenderci, dobbiamo prendere coscienza della nostra forza, mandare a casa tutta la nomenclatura ed affidare il partito a persone "nuove", o anche a dirigenti "vecchi" ma come Veltroni (e magari anche migliori, più decisioniste), che pensino unicamente al bene del Partito Democratico e a perseguire il suo progetto originario, e non alla propria sete di potere. Ci credo poco, sinceramente: ma dobbiamo farlo. Altrimenti, io e tante persone come me torneranno alla situazione di prima della nascita del PD: continueremo a votare, magari, ma non ci identificheremo più in un partito. Non lotteremo più per un partito. E facendo così, inevitabilmente questi populisti che attualmente ci governano, governeranno per anni ed anni. Pensiamoci.

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Il corruttore c'è, si sa ma non si può punire
post pubblicato in Diario, il 17 febbraio 2009


                                                   

Oggi sono successi almeno due avvenimenti importanti: le dimissioni di Veltroni da leader del PD, e la sentenza sul caso-Mills. Delle dimissioni di Veltroni parlerò domani, anche perchè domani diffonderà le sue motivazioni. Passiamo dunque al processo Mills. Copierò un passaggio da Corriere.it:

L’avvocato inglese David Mills è stato condannato a 4 anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dai giudici del Tribunale di Milano. I giudici lo hanno riconosciuto colpevole ritenendo valido l’impianto dell’accusa secondo cui Mills fu corrotto «con almeno 600mila dollari» da Silvio Berlusconi per testimoniare il falso in due processi al fondatore della Fininvest. Il legale è stato inoltre interdetto per 5 anni dall'esercizio dei pubblici uffici e dovrà risarcire 250 mila euro alla presidenza del consiglio, costituita parte civile.

Ovvero: la sentenza stabilisce che Mills è stato corrotto da Berlusconi. Ma Mills è condannato, Berlusconi no. Perchè? Semplice: Berlusconi s'è fatto il lodo Alfano, e dunque non è più processabile/condannabile.

Dunque ci ritroviamo con un Presidente del Consiglio che sappiamo sarebbe stato condannato per corruzione, se non si fosse fatto una legge ad personam per evitare ciò. In un Paese normale, in una democrazia normale, il Premier si sarebbe dimesso (anzi, di solito si dimettono per molto meno). Oppure il popolo sarebbe sceso in piazza finchè non si fosse dimesso. L'Italia invece subisce passivamente. E l'informazione addirittura declassa questa notizia nelle ultime dei TG, oppure non la dice proprio.

Meno male che Berlusconi non ha interesse a trasformare l'Italia in una dittatura (perchè tanto riesce ampiamente già così a realizzare gli interessi propri e dei poteri che lo sostengono, perchè correre questo rischio?). Ma ci rendiamo conto che se al posto di Berlusconi ci fosse una "capa spostata", un folle, l'Italia accetterebbe passivamente e magari con gioia di essere sottoposta ad una dittatura? E ci rendiamo conto di quanto sia "facile" essere nelle posizioni di Berlusconi? Che ci vuole, bastano tre cose: essere un "personaggio", cioè avere un'immagine vincente e piacente; controllare l'informazione (e questo accade in varie parti del mondo, anche se solo in Italia chi controlla è direttamente capo del Governo); saper fare bene propaganda, nascondendo le negatività ed esaltanto le poche positività delle proprie azioni di Goveerno. E farsi sostenere dai poteri forti, dimenticavo, ma tanto i poteri forti sostengono chiunque sia in grado di fare i loro interessi.

Temo per l'Italia. Temo per una Nazione che dimentica se stessa, di una Nazione che "se ne frega", di una Nazione che rinuncia alla lotta politica, che rinuncia ad informarsi, che rinuncia a farsi domande. Di una Nazione che chiede le dimissioni di chi non si dovrebbe dimettere, e mai di chi dovrebbe farlo.

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