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il blog di Francesco Zanfardino
La vera riforma della Giustizia
post pubblicato in Diario, il 31 gennaio 2009


                                                  

In questi giorni si stanno svolgendo le cerimonie dell'apertura dell'anno giudiziario. Le celebrazioni assumono quest'anno un significato particolare, dato che nelle prossime settimane il Parlamento discuterà proprio di "riforma della Giustizia".

Effettivamente in Italia c'è un disperato bisogno di riforma del sistema giudiziario. Come ha ricordato il presidente della Cassazione, l'Italia è fra gli ultimi paesi al mondo nella classifica dell'efficienza dei sistemi giudiziari. 151° su 181 paesi, peggio di molti paesi Africani come Angola e Gabon: con tutto il rispetto per questi Paesi, ma non è proprio una bella cosa!

D'altronde, non potevamo aspettarci altro. In Italia i processi durano anni e anni, e la stagrande maggioranza delle volte si risolvono in prescrizioni, ovvero decadono a causa della lunghezza eccessiva dei processi, gettando all'aria tutto il lavoro fatto e il tempo perso precedentemente, e cancellando un diritto inviolabile come quello di avere giustizia. Quando poi invece si giunge a sentenze definitive, non vengono applicate (come nel caso Englaro), oppure vengono sconfessate da indulti, amnistie e sconti di pena concessi a volte molto allegramente. E così vanno a quel paese sicurezza, giustizia e la dignità dei cittadini e del Paese.

E allora ben venga la riforma della Giustizia. Ma il Governo non vuole "questa" riforma della Giustizia
: tutto ciò che ha fatto sinora in materia di Giustizia va contro le reali esigenze del Paese. A cominciare dalle "riforme" fatte apposta per il Presidente del Consiglio, come il "lodo Alfano" che lo preserva dai processi, ma anche il "blocca-processi", che rinviava e metteva a rischio migliaia di processi, cui fortunatamente il Governo ha rinunciato dato che non serviva più al vero scopo (ovvero rinviare il processo di Berlusconi, ma con il lodo Alfano non ce n'era più bisogno).  Poi le riforme volte ad indebolire strumenti indispensabili per l'apparato giudiziario, come i limiti posti alle intercettazioni, i tagli alle risorse della magistratura e dei tribunali. Mentre nella futura "riforma della Giustizia" ci saranno solo le "riforme" ispirate dall'insofferenza verso la Magistratura e la Costituzione, come la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura (!) e tutti gli aspetti riguardanti i rapporti fra politica e magistratura.

Al di là della legittimità o meno di queste "riforme", ma è normale che con l'efficienza della Giustizia Italiana ai minimi termini dobbiamo metterci a parlare di queste cose? E per favore, almeno risparmiateci le idiozie sul fatto che con queste pseudo-riforme migliorerà l'efficienza della Giustizia. Si possono sopportare le riforme inutili e dannose, ma le colossali prese in giro.

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L'Italia va a picco, e noi parliamo di Battisti ...
post pubblicato in Diario, il 30 gennaio 2009


                                                         

Ormai in Italia non si parla d'altro. Nei dibattiti politici, nei Tg, nei talk-show, nelle trasmissioni del pomeriggio e della mattina ... non manca mai un riferimento al "caso Battisti", sviscerato in tutti i suoi aspetti, legandolo perfino alla partita di calcio "Italia-Brasile" (che idiozia). Per carità, non che la questione in sè non sia importante: assicurare alla Giustizia un criminale condannato per omicidio è importante, anche dal punto di vista simbolico. Ma perchè tanta foga e tanto tempo dedicato a questo caso?

E dire che ci sarebbero tante cose di cui parlare. In primis la grave recessione economica. Se qualcuno ci ha fatto caso, tra un caso Battisti, un processo di Meredith e un servizio-spot per qualche reality nostrano, infatti, il PIL Italiano crolla del - 2,1%. La produzione industriale crolla del 12,3%. I cassaintegrati aumentano del 525%. 600 mila posti di lavoro a rischio (giusto per ricordare qualche dato, ma ce ne sarebbero molti altri). Di fronte a tale tragedia umana ed economica, dovremmo fare come in tutti i Paesi del mondo, dove discutono ed approvano in poco tempo (Obama, appena insediato, l'ha già fatto) seri ed imponenti piani anti-crisi, puntando su tagli agli sprechi (in primis costi della politica), efficienza, investimenti sul futuro e innovazione. E noi?

E noi invece parliamo del caso Battisti. Il Premier, invece, quando non si occupà di Kakà e Fiorello, è impegnato nei suoi vacanze-tour elettorali in Sardegna (ma è lui il candidato?), pagati con i soldi dei contribuenti. E intanto il Paese, senza una guida capace, va a rotoli. E il mondo dell'informazione non pungola, non controlla. Dove andremo a finire?

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Nell'era di Internet che senso ha la vecchia posta?
post pubblicato in Diario, il 29 gennaio 2009


                                                  

Oggi utilizzando la posta elettronica ho pensato ad una cosa. Ma nell'era del boom di Internet e delle web-tecnologie, che senso hanno i vecchi sistemi di posta? Non sarebbe meglio cercare di sostituire il servizio tradizionale di posta con la posta elettronica? Ovvero, non sarebbe meglio sostituire la "casella di posta fissa, reale" con una "casella di posta virtuale", corrispondente all'indirizzo di casa (gestito con un programma informatico fornito dagli stessi che oggi gestiscono le poste tradizionali)?

Certo, mi si risponderà che non tutti sono pratici con questa tecnologia. Ma, allora, intanto offriamo la possibilità ai cittadini di scegliere fra il servizio tradizionale e la posta elettronica: poi, chi vorrà accettarlo, lo accetta. Mi si risponderà che ci sono problemi di privacy: forse, ma comunque ci sono pochi rischi (e poi, ripeto, l'adesione è volontaria, e di tali problemi andranno informati i cittadini che vorranno aderire). Mi si risponderà che c'è il problema della "notifica": ma esistono tanti sistemi di "firma digitale", e di "avvenuta ricezione". E magari si può matenere la "posta tradizionale" per le cose più importanti, tipo avvisi giudiziari (anche se comunque secondo me esiste la soluzione).

Vediamo poi i grandi vantaggi. Lo Stato, e quindi noi tutti, risparmierebbe tanti soldi sui servizi di posta. Noi risparmieremmo in tempo e in meno scocciature. Il Sistema Paese avrebbe a disposizione un sistema più veloce ed efficace di poste.

E' una idea tanto peregrina?

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Stupri di serie A e serie B
post pubblicato in Diario, il 28 gennaio 2009


                                                

In questi giorni abbiamo tutti potuto assistere nei TG al violento tentativo di linciaggio che un nutrito gruppo di abitanti di Guidonia ha perpretato nei confronti dei ROM protagonisti dello stupro di Guidonia" (seguito, tra l'altro, da raid contro gli stranieri della zona).  Non mi soffermo sulla legittimità di tali gesti, anche se ovviamente sono sbagliati (ma posso parzialmente comprendere l'esasperazione e la paura che stanno alla base del tentativo linciaggio: aver paura di vedere sè o i propri figli subire una simile bestialità può far perdere la testa).

Quello che voglio sottolineare, invece, è che non abbiamo avuto notizia, però, di alcun tentativo di linciaggio nei confronti dell'italiano protagonista dello "stupro di Capodanno".

Che dite, è un caso oppure non sono poi così folli le persone che sostengono che in Italia sta dilagando un forte sentimento razzista, che fa ritenere più gravi gli stupri commessi da stranieri che quelli commessi da Italiani?

P.S. Scusate se in questo periodo non rispondo spesso ai commenti, e/o non ricambio sugli altri blog ... sono un po' impegnato ...

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Io ricordo così, gli altri ...
post pubblicato in Diario, il 27 gennaio 2009


                                               

Oggi, 27 Gennaio, è il Giorno della Memoria. 64 anni fa le truppe sovietiche sfondarono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, scoprendone gli orrori e i pochi superstiti di quell'infamia. Fu così che, forse tardivamente, la Comunità Internazionale decise nel 2000 di istituire tale data come giornata mondiale in commemorazione delle vittime dell'Olocausto, del nazionalsocialismo e di tutti i fascismi. E, aggiungerei io, proprio "per non dimenticare", anche di tutte le altre pulizie etniche di questo mondo, troppo spesso dimenticate e/o occultate.

Ci sono diversi modi per "ricordare".

C'è chi
, come un Vescovo forse riabilitato con troppa superficialità dal Papa, lo fa negando l'esistenza delle camere a gas. E c'è chi, tanti, troppi, nega l'Olocausto in generale.

C'è chi, come un Presidente del Consiglio che considera il suo ruolo con fin troppa superficialità, lo fa raccontando barzellette sui lager che non fanno ridere nessuno.

C'è chi, come buona parte degli Italiani, forse la maggioranza, lo fa con molta ipocrisia, indignandosi la mattina per l'odio razziale della Germania Nazista contro gli ebrei, e pensando la sera ad altrettando razzistiche equazioni straniero = criminale = viadalmioPaese.

Poi c'è chi, come me, che non nega, prende seriamente la questione e senza ipocrisia. Personalmente, voglio ricordare così, come l'anno scorso, con l'introduzione di Primo Levi a Se questo è un uomo (uno dei migliori libri mai scritti, da leggere assolutamente almeno una volta nella vita per comprendere fin dove possa spingersi, in basso, la coscienza umana), che rispecchia fedelmente lo spirito di questa giornata.

"Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi"
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Stupidità autarchica
post pubblicato in Diario, il 26 gennaio 2009


                                                            

La stupidità non ha limiti. L'amministrazione di Lucca ha ben pensato di imitare l'autarchismo di Mussolini e vietare la cucina etnica. Nella città toscana, infatti, la giunta di centrodestra ha deciso nel nuovo regolamento comunale per bar e ristoranti che "al fine di salvaguardare la tradizione culinaria e la tipicità architettonica, strutturale, culturale, storica e di arredo non è ammessa l'attivazione di esercizi di somministrazione, la cui attività svolta sia riconducibile ad etnie diverse". Insomma, nei ristoranti di Lucca si potrà mangiare solo italiano, preferibilmente lucchese. Infatti, "è previsto che nei menù deve essere presente almeno un piatto tipico lucchese, preparato esclusivamente con prodotti comunemente riconosciuti tipici della provincia di Lucca". Per non parlare della standardizzazione imposta ai locali: gli arredi devono essere "confacenti al centro storico stesso", i locali devono fornire "sedie in legno, arredamento elegante e signorile anche nei dettagli", il personale deve essere "fornito di elegante uniforme adatta agli ambienti nei quali si svolge il servizio". Più altre norme più o meno discutibili, come il divieto di radunarsi fuori i locali o sedersi sugli scalini dei monumenti/luoghi di culto.

Insomma, in un sol colpo l'amministrazione lucchese ha stracciato la Costituzione e molti dei suoi principi: in primis la libertà di impresa (come può permettersi un rappresentante di uno Stato democratico di vietarmi di aprire un ristorante etnico? Come può permettersi di vietarmi di scegliere di arredare il mio locale con sedie di ferro o plastica? Come può permettersi di vietarmi di esse stravagante nella scelta dell'arredamento e dell'uniforme? E poi chi stabilsce e in base a cosa cos'è "elegante e signorile"?), la libertà di scelta (come può permettersi di vietarmi di mangiare un buon kebab, o un bel sushi, o dei fagioli alla messicana?), e, ultimo ma non ultimo, l'uguaglianza di fronte alla legge (come può permettersi di escludere le cucine di "etnie diverse"?).
 
Lo Stato deve intervenire e fermare tale indecenza. Queste cose l'Italia le ha viste solo nel Fascismo. Non è proprio il caso di rivederle ancora.

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Questione di poltrone
post pubblicato in Diario, il 25 gennaio 2009


                                                

Di tutta la polemica sulla possibile riforma della legge elettorale delle europee, che vede i partiti "minori" aizzarsi contro lo "strapotere" di PD e PDL, che vorrebbero creare un bipartitismo finto, antidemocratico, bla bla bla, mi ha colpito una cosa.

Al di là del merito della questione dello "sbarramento", che tra l'altro mi vede piuttosto concorde con le istanze dei "partitini" (dato che per le elezioni europee non si eleggono governi e quindi non c'è bisogno di favorire maggioranze solide e minore frammentazione; dunque, piuttosto che uno sbarramento al 4%, bisognerebbe agire sui rimborsi elettorali, evitando che vadano dispensati soldi in quel modo, tra l'altro anche ai partitini dello zerovirgola), infatti, ciò che è davvero antidemocratico è l'ennesima restrizione per la libertà di scelta dei cittadini: ovvero la volontà del PDL di abolire delle preferenze.

Oddio, non che l'attuale sistema fosse perfetto: invece di tre preferenze, potevano ridurle a due, magari di doppio genere (una maschile ed una femminile), e, in linea ideale, secondo me andrebbe lasciato un 10-20% di liste bloccate, per dare spazio a quelle energie della società civile che faticherebbero ad esprimersi in una competizione muscolare basata sul semplice numero elettorale (ovviamente, ripeto, in "linea ideale", perchè sappiamo benissimo i partiti, soprattutto certi partiti, cosa ci farebbero con quel 10-20% ... sistemare avvocati personali e soubrette, condannati e impresentabili). Ma certo dare il 100% delle scelte ai vertici di partito è uno schifo.

E allora, quando coloro che in nome della "democrazia" battagliano e strepitano quando si parlano di sbarramento, ma se ne fregano delle preferenze, mi vien da pensare solo una cosa: che in realtà a costoro della democrazia freghi ben poco, e pensino piuttosto alla pagnotta.

Come si dice: a pensar male, spesso ci si azzecca. Ma se non ci avessi "azzeccato", allora voglio una prova: se passerà la legge, cari "partitini", fate le primarie per scegliere i candidati. Viva la democrazia, no?

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Chi di paura ferisce, di paura perisce
post pubblicato in Diario, il 24 gennaio 2009


                                              

Lo chiamano "effetto boomerang". Ovvero un argomento che ti fa vincere nell'immediato, ma ti si ritorce contro alla prova dei fatti. Così è successo per la "questione sicurezza", scatenata demagogicamente da questa destra per scopi elettorali, e che adesso, alla luce degli avvenimenti degli ultimi giorni, sta mettendo in seria difficoltà, finalmente, la credibilità del Governo davanti a quegli stessi elettori che entusiasticamente lo hanno sostenuto alle ultime elezioni.

E' stato facile, per la destra, creare una finta emergenza sicurezza, quando al Governo c'era Prodi. E' stato facile ribaltare i dati reali, che da metà 2007 hanno visto un forte calo dei reati, di tutti i reati, grazie ai "patti per la sicurezza" del Ministro Amato. Compresi quelli che più sensibilmente colpiscono l'opinione pubblica, ovvero gli stupri, specialmente se commessi da stranieri. E' stato facile giocare sul sensazionalismo dei media, sulla loro naturale predisposizione a "fare notizia" e non a "dare notizie", ponendo in prima fila sempre e solo i casi di cronaca nera, alternati al massimo dalle liti di Governo. E' stato facile insistere e strumentalizzare sui casi isolati, e non comunicare i veri dati sulla sicurezza nazionale. E' stato facile, dunque, passare dalla "constatazione" alla "percezione" di sicurezza. Percezione negativa, ovviamente. E' stato facile per la destra fare tutto questo, soprattutto se aveva a disposizione il controllo diretto di buona parte dell'informazione nostrana e indiretto di quasi tutto il resto.

Controllo che le ha consentito, dopo le elezioni di ri-ribaltare la realtà. Ovvero tornare alla realtà vera, dopo averla ribaltata in realtà virtuale, cancellando la percezione di insicurezza. E, ovviamente, per cancellare la "percezione", non servono strumenti reali, ma psicologici. Ecco allora la motivazione di tutti quelle decisioni demagogiche, approvate o anche solo annunciate, inutili sul piano della concretezza ma utilissime sul piano della percezione: reato di immigrazione clandestina, tassa sui permessi di soggiorno, classi separate per gli immigrati, impronte ai Rom, finte facilitazioni per lo sgombero dei campi rom irregolari, finte facilitazioni per l'espulsione dei clandestini, 5 miliardi di euro regalati a Gheddafi per un finto stop agli sbarchi, 3mila militari per le strade, ecc. ecc. Insomma, tutti quei provvedimenti compresi nel "pacchetto sicurezza" e dintorni che avrebbero dovuto essere la panacea di tutti i mali di questo Paese. Per un po' il giochetto ha tenuto, grazie alla complicità dei media compiacenti. Quegli stessi media che qualche mese prima enfatizzavano qualsiasi caso di cronaca nera, magari dedicandogli speciali, ora sembravano essersene dimenticati, o al massimo relegavano i casi più eclatanti nelle notizie marginali ... quando proprio andava bene, ottenevano la "copertina" per una sola edizione. E così la "percezione di insicurezza" sembrava aver lasciato, certo non spontaneamente, il posto alla ragionevolezza. L'elettorato sembrava accontentarsi della "sicurezza reale", che però riteneva merito del Governo Berlusconi, e non merito dello svanimento di una "percezione di insicurezza" creata ad arte da Berlusconi stesso e dai suoi media sulla vera sicurezza.

Ma il giochetto non poteva tenere per sempre. Prima o poi sarebbe successo che in un breve lasso di tempo più eventi eclatanti si sarebbero susseguiti l'uno dietro l'altro, prima o poi la cortina di fumo mediatica avrebbe squarciato. E così è stato nelle ultime settimane: dapprima gli sbarchi massicci a Natale (2000 persone sbarcate a Lampedusa nel freddo natalizio, una cosa mai vista prima). Proprio quella Lampedusa simbolo della "sinistra buonista che fa venire in massa i clandestini", in cui la destra è riuscita a far diventare vicesindaco una leghista, nel profondo, profondissimo Sud d'Italia. Poi i tre stupri di Roma, uno a Capodanno, e due negli ultimi due giorni. Proprio quella Roma in cui due stupri, quello della signora Reggiani e della studentessa della stazione La Storta, hanno regalato la vittoria alla destra di Alemanno ed alla sua "città sicura". E poi la ciliegina sulla torta: la ribellione degli immigrati a Lampedusa, in comune con i lampedusani e il loro sindaco di centrodestra esasperati dalla gestione fallimentare del Governo. E forse, nonostante tutto, il giochetto terrà ancora botta. E' stato messo in seria difficoltà, certo, dato il mirabolante ed insensato annuncio dei "30mila militari" (probabilmente Berlusconi avrà letto qualche sondaggio fresco fresco) ma forse la cortina di fumo mediatica sarà in grado di tenere ancora tranquilla la popolazione.

Ma un giorno non troppo lontano, speriamo prima di questi 4 anni, ci sarà uno squarcio irreparabile. E allora non basteranno gli ulteriori annunci di Berlusconi, che magari dai 30mila militari promessi, oggi passerà a 300mila, magari chiedendo l'aiuto dei caschi blu dell'ONU o alle forze della NATO. Non gli basterà nemmeno dare tante conferenze stampa  e tanti servizi televisivi di primo piano in cui spargerà a gran voce la diminuzione dei reati (ovviamente dimenticandosi di dire che è una tendenza che dura da più di un decennio, accentuata dai patti per la sicurezza del precedente Governo, e che speriamo non venga invertita da quest'altro): il virus della "percezione della sicurezza" può essere sopito, ma quando si risveglia, ci vuole tanto, tantissimo per sopirlo nuovamente.

Chi di paura ferisce, di paura perisce, Berlusconi. 

P.S. Ovviamente quando parlo di "vera sicurezza" non intendo dire che va tutto bene, anzi, ma parlo della realtà delle cose e non di quelle esagerazioni proposte ad arte. E pretendo che il problema della sicurezza venga affontato con serietà, con soluzioni reali e non con la propaganda.

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Più carceri? Speriamo bene
post pubblicato in Diario, il 23 gennaio 2009


                                                 

Sono sempre stato d'accordo sulla necessità di costrutire più carceri in Italia. Mene resi conto quando, negli anni recenti, ad ogni estate si moltiplicavano gli appelli indignati per l'elevato sovraffollamento delle carceri, con tutte le sue conseguenze per le condizioni sanitarie, aggravate dalle alte temperature (per questo ogni estate si moltiplicavano gli appelli) e per il rispetto dei più elementari diritti umani. Tanto che lo stesso papa Giovanni Paolo II, nella sua visita al Parlamento Italiano del 2002, chiese accorato un provvedimento di indulto: "senza compromettere la necessaria tutela della sicurezza dei cittadini, merita attenzione la situazione delle carceri, nelle quali i detenuti vivono spesso in condizioni di penoso sovraffollamento. Un segno di clemenza verso di loro mediante una riduzione della pena costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità, che non mancherebbe di stimolarne l'impegno di personale ricupero in vista di un positivo reinserimento nella società".

Appello che fu accolto parzialmente nel 2003, maggioranza di centrodestra, con il cosidetto "indultino", che scontava per alcuni reati due anni di pena a chi aveva già scontato metà della pena, che però non basto. Il problema si ripresentò subito, e nel 2006, maggioranza di centrosinistra (ma con i voti determinanti di Forza Italia e Udc, occorre ricordarlo) fu necessario un vero e proprio "indulto", stavolta di 3 anni, a prescindere dagli anni di pena già scontati. Dunque negli ultimi centrosinistra e centrodestra, di fronte al problema delle carceri sovraffollate, hanno scelto sempre una sola strada: l'indulto. Con tutte le conseguenze per la certezza della pena, per la sicurezza dei cittadini, ecc. ecc. Mentre la strada più ovvia è un altra: costruire nuove carceri.

Dunque vedo con molto favore la volontà del Ministro della Giustizia, Alfano, di attuare un "piano carceri". Un piano che dovrebbe aumentare la capienza totale delle carceri italiane del 40% (da 43mila a 60mila). Certo, ci sono molte perplessità. Per esempio la scelta di "differenziare" i detenuti per reati minori dal resto degli altri, ponendoli in "carcerine" (non vorrei che le "nuove carceri" in realtà siano strutture riadattate allo scopo, senza i relativi standard di sicurezza). Così come l'insufficienza di tali numeri, dato che già adesso ci sono 58mila carcerati (con una capienza "regolare" di 43mila, dunque un sovraffollamento enerome). Così come l'istituzione dell'ennesimo commissario straordinario (l'Italia è il paese dei commissari, ormai), sperando almeno che la struttura commissariale faccia il proprio dovere e non si riveli un costo in più, come spessissimo accade in Italia. Ma soprattutto desta molte perplessità la decisione di prelevare finanziare parte del piano con i soldi per il reinserimento sociale dei detenuti, e quella di costruire le nuove strutture con finaziamenti privati, preludio di una privatizzazione delle carceri cui sono fermamente contrario. E poi io avrei fatto in maniera diversa: ovvero facendo funzionare tutte quelle carceri nuove di zecca ma mai andate in funzione (ricorderete, no, tutti quei servizi di Striscia la Notizia?), evitando di sperperare altri soldi delle nostre tasse. Ma comunque meglio di niente.

Certo, rimane il problema fondamentale dell'Italia: che non è la certezza della pena, ma la certezza della condanna. Tra prescrizioni, amnistie, sconti di pena dati "allegramente", insufficienza di fondi e mezzi per forze dell'ordine e magistrati, limitazioni alle intercettazioni, tagli ai fondi, eccetera (tra l'altro la responsabilità del centrodestra per queste cose è altissima), corriamo il serio rischio un giorno di avere le carceri, ma non i delinquenti. Capito Alfano?

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Chiacchiere e distintivo
post pubblicato in Diario, il 22 gennaio 2009


                                                      

Ancora uno stupro. Ancora Roma. Ancora una via buia. Ancora la fermata dei mezzi pubblici. Solo che stavolta il Sindaco è Alemanno, e allora bisogna minimizzare. Nessuno speciale televisivo, nessun tram-tram mediatico, nessuna strumentalizzazione da parte della destra, nessun attaco universale contro la sinistra che ignora il problema della sicurezza. D'altronde può capitare una violenza sessuale, no? Mica è colpa del Sindaco!

Già, eppure ricordo ancora delle frasi di Alemanno di un anno fa, tipo questa: "L'aggressione alla ragazza alla stazione ferroviaria La Storta, così drammaticamente simile a quella che ha visto vittima la signora Reggiani a Tor di Quinto, riporta in primo piano il problema della sicurezza a Roma, ignorato dall'amministrazione di centrosinistra. Veltroni e Rutelli farebbero bene a interrogarsi sulle loro responsabilità in merito" (Alemanno, 19 Aprile, durante la campagna elettorale contro Rutelli per il Comune di Roma, dopo l'aggressione subita da una studentessa in quei giorni a Roma).

Salvo poi "redimersi" pochi mesi dopo, da Sindaco. Due turisti olandesi aggrediti da rumeni a Roma? Mica è colpa sua, sono stati "imprudenti": "La sinistra non speculi, non dovevano stare lì" (Alemanno, 24 Agosto 2008). Una ragazza subisce una violenza di gruppo durante la festa di Capodanno organizzata dal Comune di Roma? "Solidarietà, ci costituiremo parte civile" (e tirittitì, Alemà!). E ora, una ragazza viene violentata in una situazione identica a quella del tanto clamoroso caso Reggiani? "Faremo provvedimenti straordinari" (e perchè, fino ad adesso che cosa avete detto di aver fatto sulla sicurezza?).

Così Alemanno e la destra in generale, con la complicità dei media,  fregano i cittadini sulla sicurezza. Alimentano paure, strumentalizzano casi isolati, quando sono all'opposizione. Sotterrano le paure con provvedimenti "spot" e sminuiscono i casi isolati. Povera Italia.

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L'Abruzzo s'è fatto fregare ... e la Sardegna?
post pubblicato in Diario, il 21 gennaio 2009


                                     

Continua senza sosta la "campagna elettorale permanente" del premier Berlusconi. Prima l'Abruzzo, ora è la volta della Sardegna, le cui elezioni regionali si terranno il 15 e il 16 Febbraio. Viene da chiedersi se è normale, anzi legale, che un Presidente del Consiglio tralasci gli impegni di governo per i quali è pagato dai cittadini per farsi le campagne elettorali locali, ovviamente a spese nostre (con quali soldi volete siano pagate i trasferimenti, le forze di sicurezza, eccetera?), con una palese svantaggio per gli avversari. Tra l'altro violando quel "principio non scritto" della, se non imparzialità, perlomeno "non invasività" nelle campagne elettorali da parte di figure presidenziali. Vabbè, ma siamo in Italia, tutto è concesso ...

Ma andiamo al dunque. Dopo la pesante sconfitta elettorale in Trentino, nelle cui elezioni il democratico Dellai ha stracciato il leghista Divina, Berlusconi ha capito che non bastava campare del vento delle elezioni che lo hanno visto trionfatore su un centrosinistra in palese difficoltà, ma bisognava cambiare strategia. O meglio, ha capito che bisognava tornare alla vecchia strategia: "sostituirsi" de facto ai candidati locali nelle campagne elettorali (persino nei simboli elettorali: quello del PDL e della lista del candidato presidente non riportano la scritta "Tizio Presidente", come vorrebbe la prassi e la logica, ma "Berlusconi" a caratteri cubitali ... "presidente" no perchè sarebbe un affronto troppo grosso), sfruttare al massimo l'onda mediatica che "spontaneamente" gli viene offerta da TV e giornali e agganciare Governo ed elezioni locali per fare promesse da marinaio puntualmente disattese.

E' successo così in Abruzzo. Berlusconi ha candidato un "prestanome", Gianni Chiodi, messo lì giusto perchè c'era bisogno di candidare qualcuno che non desse "fastidio" politico e non, dopodichè si è presentato più e più volte in Abruzzo per fare comizi, ovviamente ripresi sempre "spontaneamente" da tutti i circuiti mediatici a differenza di quelli degli avversari, in cui ha dispensato promesse di tutti i tipi, promettendo fondi stanziati dal Governo per l'Abruzzo se avesse vinto Chiodi (perchè giustamente, se vinceva la sinistra, gli Abruzzesi andavano puniti, no?). Lo stesso sta accadendo in Sardegna, dove per sconfiggere Soru Berlusconi ha candidato un perfetto sconosciuto, Cappellacci, di cui tra l'altro ancora non c'è traccia di programmi nè di suoi discorsi concreti, al di là di una sfilza di chiacchiere e tanti "sorrisi" distribuiti a mani larghe e sul suo slogan elettorale ("La Sardegna torna a sorridere"). E ora si sta presentando più volte nell'isola, con comizi che, come potete notare in questi giorni, sono puntualmente ripresi in tutti i TG (quelli di Soru no, però), dispensando altre promesse, chiedendo ai Sardi di votare Cappellacci perchè così ci sarà più "sintonia" fra regione e Governo. Una sintonia che porterebbe ad un "piano Marshall per la Sardegna", come definito da Berlusconi, ovvero tanti soldi che pioverebbero sull'isola da un capitolo apposito del federalismo fiscale. 

Ma che fine fanno queste promesse? Ce lo spiega molto incisivamente Claudio Messora, gestore del noto video-blog www.byoblu.com, in uno dei suoi post, chiamato significativamente "La grande balla di Berlusconi", dove Messora smaschera la principale promessa fatta da Berlusconi, ovvero miliardi di euro stanziati per le infrastutture dell'Abruzzo. Ecco il testo integrale di una delle tante affermazioni fatte in proposito da Berlusconi in un comizio in Abruzzo:

"Il programma per l'Abruzzo lo conoscete. Il Governo sarà vicino a Gianni e alla sua squadra di governo della Regione. E qui, noi garantiamo anche che nel rilancio delle infrastutture, a cui daremo vita dal giorno 18 prossimo, in cui approveremo, nel Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, il CIPE, 16 miliardi e 600 milioni di euro destinati tutti alla realizzazione di infrastutture, e fra queste le infrastutture di cui avete bisogno, le opere manutentive di cui avete bisogno, ci sarà la velocizzazione della Pescara-Roma con il raddoppio di alcune situazioni di questa linea"
(Silvio Berlusconi, Chieti, 12 Dicembre 2008)

Arriva il 15 Dicembre, e Chiodi vince le elezioni. Appena tre giorni dopo, il 18 Dicembre, il CIPE si riunisce davvero: eccone il verbale di seduta. Ma, da una attenta lettura, ci accorgiamo non solo che i milardi stanziati sono 7.4 e non 16.6, ma che per la Pescara-Roma, e l'Abruzzo in generale, non c'è un solo euro. Ovviamente i circuti mediatici, prima così "spontaneamente" interessati alla politica abruzzese, non hanno sentito la necessità di riportare la notizia. 

Insomma, gli Abruzzesi si sono fatti fregare. Anche i Sardi? Speriamo di no. Renato Soru sembra essere più forte della propaganda di Berlusconi.

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Il sogno è realtà
post pubblicato in Diario, il 20 gennaio 2009


                                                         

Oggi, 20 Gennaio 2008, è una giornata storica. Inutile minimizzare. L'insediamento di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti (eccone il discorso) è un evento che ricorderemo tutti, finchè vivremo. E impareranno a ricordare i nostri discendenti. Per tutta una serie di motivi, siano essi formali (età, colore della pelle, l'essere un out-sider) o programmatici (innovazione, ambiente, multilateralismo, eccetera). Ma certamente ciò che rimarrà impresso di più (anche se forse non sarà l'aspetto più importante in assoluto, ma simbolicamente sì), è che Barack Obama è la prima persona di colore a ricoprire la carica più importante al mondo, ovvero quella di Presidente degli U.S.A.

E' la realizzazione, quasi cinquant'anni dopo, del "sogno" di Martin Luther King. Mi sembra dunque giusto riportare quindi quel discorso (eccone il testo originale in inglese) ... anche per rendersi conto che i sogni, anche quelli che ora ci sembrano impossibili, si possono realizzare, con pazienza e volontà.

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

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