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il blog di Francesco Zanfardino
Uno vale uno?
post pubblicato in Diario, il 18 giugno 2013




L'idea della politica "orizzontale" mi stuzzica molto, è probabilmente ancora troppo d'avanguardia, ma credo tra qualche decennio guarderemo con sdegnata sufficienza questi anni di sfrenato verticisimo e autorefenzialità delle classi dirigenti. Certo, il concetto di "uno vale uno", per quanto possa sembrare una lapalissiana verità democratica, tende a perdere un po' di senso quando l'opinione del militante storico di partito viene messa sullo stesso livello dell'ultimo arrivato, tesserato magari da un capobastone per garantirsi la sua quota d'azioni in quelle S.p.a. che sono spesso diventati i partiti (almeno quelli dove non c'è direttamente un padre-padrone che comanda, senza troppi fastidi "democratici" o presunti tali).

In ogni caso, il Movimento Cinque Stelle, dove si spera che le truppe cammellate e le logiche azionarie non siano ancora arrivate, ha fatto dell'"ognuno vale uno" proprio uno dei suoi principali slogan, inserito nella retorica del "non-partito", del "non-statuto" eccetera ...

Uno slogan cui ho pensato molto, nel seguire distrattamente la vicenda, un po' penosa, della guerra tra bande all'interno del M5S (che bella novità, devo dire) e del clima un po' da purghe staliniste in cui Beppe Grillo ha deciso di far precipitare il suo movimento. Se ognuno vale uno, Beppe Grillo vale come uno qualunque dei suoi iscritti. O almeno così ha sempre detto di essere, vantandosi di essere solo un "megafono" del Movimento.

Ebbene, allora per quale motivo dovrebbero essere espulse dal M5S parlamentari che hanno avuto l'unico difetto di contestare il ruolo di "uno qualunque" degli iscritti? Secondo la stessa logica, non andrebbe espulso anche Beppe Grillo? Non ha forse anche lui criticato (così duramente) l'operato di "iscritti qualunque" del Movimento?

Francesco Zanfardino - www.discutendo.ilcannocchiale.it
Beneficenza privilegiata
post pubblicato in Diario, il 22 agosto 2011


La manovra finanziaria di quest'anno si sta dimostrando, per la prima volta da tanto tempo, una grande occasione di fervido confronto e dibattito in tutto il Paese, non solo nelle sue classe dirigenti: in Parlamento, al bar, sui social-network, persino sotto l'ombrellone, ognuno prova a dire la sua su "dove trovare i soldi".

Capita così che cada uno dei grandi tabù della politica italiana, ovvero i privilegi della Chiesa. Per la prima volta le rivendicazioni del mondo "laico" non restano confinate nei forum dedicati, nei siti dedicati o in qualche dibattito o iniziativa dei Radicali ma sconfinano, seppur non a sufficienza, nel grande dibattito nazionale, costingendo la classe dirigente nazionale a rispondere a tali rivendicazioni, seppur con una levata di scudi pressochè universale e comunque trasversale, a parte poche lodevoli eccezioni. D'altronde l'Italia non è ancora matura per poter affrontare tali questioni, essendo tali argomenti conosciuti e affrontati quasi esclusivamente da due esigue minoranze estremiste, tra i difensori "in blocco" della Chiesa cattolica e coloro che vorrebbero farla fuori "in blocco", senza distinzioni, un po' come certi movimenti antipolitici. Il resto degli Italiani, la stragrande maggioranza, continua a disinteressarsi di certi argomenti, lasciandosi andare ad un pressapochismo conformista che, inevitabilmente, finisce con l'appoggiare la conservazione dello status quo; manca insomma quella presa di coscienza "di massa" che consentirebbe di affrontare finalmente certe questioni e soprattutto costringerebbe la politica ad affrontarle, e stavolta non solo per una fugace svegliata estiva.

Dubito dunque che in Parlamento verrà approvata qualcuna delle proposte avanzate da Radicali e movimentisti. Certo resta la rabbia per la mancanza di coraggio da parte di chi dovrebbe tirar fuori l'Italia dal pantano e che si appresta invece a farlo con la solita lentezza pachidermica e moderatismo sfrenato, se è vero che il Pd (insieme ovviamente al Terzo polo) si schiera apertamente contro ma soprattutto Sel e Idv, che pure dovrebbero rappresentare la parte più "radicale" delle opposizioni, tacciono senza nemmeno il coraggio di prendere una posizione, che sia in un senso o nell'altro.

Eppure si tratta di cose di buon senso. Non si capisce perchè la Chiesa dovrebbe godere di particolari privilegi fiscali, tutto qui. Specialmente quando, nel frattempo, si tagliano agevolazioni fiscali a famiglie e imprese. Soprattutto quando, in tempi di crisi, quei 1-2 miliardi annui che deriverebbero da Ici, Ires e 8xMille farebbero comodo per alleggerire il carico della manovra finanziaria sulle fasce più deboli. E' vero, la Chiesa fa tante opere di carità e di sostegno agli afflitti, ai poveri, ai diseredati, e di queste agevolazioni fiscali ne beneficiano proprio tanti di questi enti cattolici caritatevoli: questo è indubitabile. Anche se magari ci aspetteremmo ancora di più in termini di carità dalla Chiesa cattolica, ma queste sono discussioni che non competono a chi deve governare un Paese, al massimo competono ai fedeli della Chiesa.

A chi governa un Paese in maniera democratica interessa solo che non ci siano privilegi e discriminazioni tra i soggetti privati, nemmeno tra chi fa beneficenza: ma allora, anche ammesso che tutte queste agevolazioni vengano sfruttate a fini caritatevoli (e non anche per speculazioni commerciali e immobiliari, come diverse inchieste hanno dimostrato e i vari scandali sorti intorno a "Propaganda Fide" hanno confermato), perchè la Chiesa dovrebbe essere fiscalmente favorita nel fare beneficenza? Nulla vieta alle organizzazioni cattoliche di partecipare agli stessi contributi e agevolazioni che ricevono tutte le altre organizzazioni senza scopo di lucro, mentre a queste ultime è negato di avere le stesse agevolazioni che ha la Chiesa: perchè questa differenza? Qualcuno è in grado di spiegarmelo?

Credo di no. Allora è più che di buon senso chiedere che cadano tutte le agevolazioni fiscali (Ici, Ires, ecc.) concesse in modo esclusivo alla Chiesa (o la loro estensione a tutte le onlus e le associazioni caritatevoli!), così come chiedere l'abolizione dell'8xmille alle confessioni religiose (tra l'altro molte delle quali, tra cui l'Islam, sono escluse; per non parlare dello scandalo dell'8xmille non espresso che finisce in gran parte in mano alla Chiesa, e gli altri piccoli scandali sull'8xmille che meriterebbero un post a parte), dato che tra l'altro esiste già un 5xmille, che magari potrebbe essere ampliato e cui possono già accedere in maniera paritaria tutte le onlus e le attività socialmente rilevanti, tra le quali potrebbero quindi rientrarvi anche le opere caritatevoli della Chiesa e delle altre istituzioni religiose.

Mi sembrano cose logiche, ripeto. Ma non mi stupisco certo che divengano demagogiche e populistiche in Italia, un Paese dove si accetta persino come cosa "ovvia e naturale" che dei crocifissi, ovvero dei simboli religiosi (dunque faziosi, alla stessa stregua di simboli politici), vengano esposti per legge negli istituti pubblici di uno Stato che, sulla carta, dovrebbe essere democratico e dunque laico. Magari difesi dagli stessi che poi nelle proprie azioni politiche, nonchè nelle proprie vite private, fanno carta straccia dei Vangeli e di qualsiasi messaggio cristiano.

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Una democrazia debole
post pubblicato in Diario, il 30 luglio 2011


Strano, per quella che è ritenuta la madre delle moderne democrazie occidentali; strano, per la nazione che è ancora ritenuta l'unica superpotenza mondiale. Però penso proprio che quella degli Stati Uniti sia una democrazia debole.

La prima volta che l'ho pensato è stato nel 2006: elezioni di mid-term, Bush perde la maggioranza alla Camera e al Senato. Poi di nuovo nel 2010, sempre elezioni di mid-term, Obama perde la maggioranza alla Camera. Insomma, dopo due anni di mandato il Presidente in carica perde la maggioranza, persino quando si chiama Obama e ha stravinto le elezioni due anni prima, e quindi è costretto alla ricerca dell'eterno compromesso con l'opposizione. Quando quest'ultima è disponibile, chiaramente: e non ritengo certo un crimine che l'opposizione si opponga (per l'appunto) ad un Presidente in cui non si riconosce e a delle politiche che con condivide.

La perversità di questo meccanismo la vediamo in questi giorni dove, di fronte ad una crisi mondiale e all'umiliante possibilità che l'unica "superpotenza" mondiale vada incontro ad un vergognoso fallimento economico, Democratici e Repubblicani non si mettono d'accordo, avendo giustamente due diverse ricette per uscirne: la tassazione su ricchi e speculatori per i Democratici, il taglio delle spese sociali per i Repubblicani. Alla fine, credo, si giungerà ad un compromesso, sbilanciato verso i Repubblicani, e gli Stati Uniti si salveranno dalla catastrofe. Ma è giusto che sia così? O meglio, è opportuno per un paese "forte" come gli USA avere un sistema elettorale che non garantisce una maggioranza al suo Presidente, esponendo il paese intero all'ingovernabilità?

Da questo punto di vista non abbiamo nulla da invidiare agli Americani: da noi, non appena il Governo perde la maggioranza in una delle Camere, si va ad elezioni. Perchè è lapalissiano che un Governo senza maggioranza non ha la capacità di governare il paese secondo il mandato degli elettori. E dunque è altrettanto lapalissiano che una democrazia forte è quella in cui vige un sistema elettorale che garantistica o comunque tenda a garantire una maggioranza a chi vince le elezioni, in modo tale da consentirgli, nei limiti del possibile e della salvaguardia della democrazia, di portare avanti sino in fondo il suo programma elettorale.

Certo, a meno che non si immagini una democrazia improntata all'eterna ricerca del compromesso, che poi si traduce sostanzialmente nell'eterna salvaguardia dell'esistente, con limitatissimi spazi di manovra verso il futuro (o il passato). E' quello che vogliono tutti i "neocentristi", che aborrono il "bipolarismo" che è la naturale conseguenza dei ragionamenti di cui sopra. Volontà legittima, sia chiaro: ma non vengano certo a spacciarcela come un sistema politico "forte" e capace di innovazione.

P.S. Spero proprio che vicende come quella americana facciano riflettere i più su come argomenti come quelli della legge elettorale magari non siano il massimo della passionalità ma sono certamente cruciali per il destino delle nostre democrazie. Anche, anzi soprattutto la nostra.

Aboliamo davvero il Porcellum
post pubblicato in Diario, il 20 giugno 2011


A pochi giorni dalla vittoria dei Sì ai referendum del 12 e 13 Giugno, ecco una nuova richiesta di referendum, stavolta proposta dall'ex senatore dei Ds Stefano Passigli assieme ad un comitato promotore che vede tra i suoi membri molti esponenti della società civile, tra cui il politilogo Giovanni Sartori. Stavolta il tema dei tre quesiti proposti è l'abrogazione dei punti principali della legge elettorale vigente, il famoso "Porcellum" di Calderoli.

La notizia, rilanciata (e talvolta condivisa, più o meno esplicitamente) dai principali siti d'informazione e "opinion leaders" del Web, ha inizialmente suscitato un'ondata di entusiasmo nel popolo della Rete (oltre 20.000 condivisioni su Facebook, giusto per citare un dato), a testimonianza di quanto sia alta la voglia di partecipazione diretta alle scelte del Paese e quanto sia alta la voglia di eliminare la "porcata" simbolo e causa aggravante della distanza fra gli eletti e gli elettori. Poi l'entusiasmo s'è frenato: sempre citando Facebook, la "pagina" dei comitati s'è fermata ben al di sotto dei 1000 aderenti, dopo l'iniziale "boom" di contatti.

La motivazione? Probabilmente la Rete ha cominciato ad andare "oltre" le apparenze: i referendum di Passigli, infatti, non hanno davvero l'obiettivo che professano ("riprendiamoci il nostro voto" è lo slogan della campagna). Perchè, se è vero che uno dei quesiti propone l'abolizione delle liste bloccate, gli altri due comportano l'abolizione di altri passaggi del Porcellum: l'indicazione obbligatoria del candidato premier, la soglia di sbarramento "agevolata" al 2% per le liste coalizzate (verrebbe alzata per tutte le liste al 4%), il premio di maggioranza del 55% dei seggi alla lista o coalizione vincitrice.

In pratica, se vincessero i referendari, ci ritroveremmo una legge elettorale proporzionale pura con sbarramento al 4%, un po' come in Germania. Il che comporterebbe l'archiviazione della Seconda Repubblica, segnata dal bipolarismo, dai candidati premier, dall'alternanza destra-sinistra, con il ritorno alla Prima Repubblica, con le ammucchiate al centro e i governi (e le maggioranze) scelti dopo le elezioni. Non è immaginabile, infatti, che una coalizione di centrosinistra o di centrodestra possa da sola giungere al 50% dei voti e quindi una legge elettorale di questo genere darebbe un'enorme potere al Terzo Polo, che col suo 10-15% dei voti avrebbe in mano il Paese. Conseguenza paradossale, visto che i promotori, almeno a chiacchiere, vogliono togliere il premio di maggioranza per evitare "l'antidemocratica" possibilità che una coalizione col 35% (35%, non 10%) dei voti possa avere il 55% dei seggi.

Difficile aspettarsi, quindi, che il popolo della Rete e dei referendum, che è lo stesso che ha portato al successo e al Governo (col premio di maggioranza) candidati di centrosinistra come Pisapia e De Magistris, che pretende e dimostra la partecipazione ai referendum e alle primarie, accetti di sostenere dei referendum che, tentando di fregarli con lo specchietto per le allodole dell'abolizione delle liste bloccate, vorrebbero toglierli ogni capacità di determinare il Governo del proprio Paese, riprecipitandoli ai tempi della Dc. La Rete non si fa fregare, almeno mi auguro.

P.S. Se davvero l'intento è quello di restituire la parola ai cittadini, perchè non si presenta un singolo referendum, semplice semplice, che propone l'abrogazione TOTALE del Porcellum? Così si tornerebbe alla legge precedente, il Mattarellum, maggioritaria, tendenzialmente bipolarista, con una quota proporzionale, con i collegi uninominali e quindi il rapporto diretto eletto-territorio. Non scontenterebbe nessuno, insomma ... eccetto chi vuole riprecipitarci alla Prima Repubblica.

P.P.S. La pagina Facebook che ho creato in proposito: http://www.facebook.com/pages/NON-FARTI-FREGARE-Aboliamo-DAVVERO-il-Porcellum/132464113500340?sk=wall

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Meno male che la Cassazione c'è
post pubblicato in Diario, il 1 giugno 2011


Perchè se non c'era, la Cassazione, una consultazione referendaria sarrebbe stata cancellata a ormai 10 giorni dal suo svolgimento e solo perchè un Governo truffaldino voleva evitare che il popolo lo bocciasse.

La mia domanda è: ma se non fosse andata così? Se mi perdonate il gioco di parole, com'è possibile che un simile abominio fosse possibile? Molti sostengono che l'istituto referendario va riformato. Beh, sarebbe il caso di cominciare a renderli intoccabili i referendum, una volta avviati.

Oltre che a renderli sempre validi, senza dover raggiungere quorum di partecipazione. Perchè in democrazia dovrebbe contare chi decide di voler contare, o no?

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L'esportazione della pena capitale
post pubblicato in Diario, il 27 ottobre 2010


La Corte Suprema irachena ha deciso la condanna a morte di Tareq Aziz, l'ex numero due del regime di Saddam Hussein, che già ha subito la stessa sorte quattro anni fa, sempre per impiccagione.

Mi domando se anche questa voglia del "nuovo corso" iracheno di vendicarsi del passato con la stessa insensata crudeltà usata da Hussein faccia parte del progetto di "esportazione della democrazia" che fu lanciato da Bush e soci nel 2001. Poi penso che proprio negli USA è ancora in vigore la pena d morte ... e c'è quindi da riconoscere una certa coerenza.

Viva la "democrazia" ...

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Referendum e volontà popolare
post pubblicato in Diario, il 6 ottobre 2010


                                             

Prendo spunto dalla questione del rinvio alla Corte Costituzionale della legge 40 senza affrontarla, ma unicamente per porre l'accento su una frase utilizzata dal sottosegretario Eugenia Roccella per commentare, con la "cordialità" solita dei berluscones, la decisione del Tribunale civile di Firenze: "Ancora una volta certi magistrati giacobini hanno dimostrato la volontà di ribaltare la volontà popolare".

Mi verrebbe da dire che la clausola della "volontà popolare" dalla parte della Roccella la utilizzano ovunque tranne quando si tratta delle liste bloccate, ma questo è un altro discorso. Il riferimento in quella frase era certamente al referendum del 2005, promosso dai Radicali e da vari altri partiti ed associazioni e che fallì nelle urne. Peccato che, per quel referendum come per tutti i referendum abrogativi da una ventina d'anni a questa parte, parlare di volontà popolare è decisamente una forzatura. Quel referendum fallì, infatti, non perchè i NO batterono i SI', anzi (i consensi furono pari all'87.7%, ovvero circa 10.800.000 "sì" ontro circa 1.400.000 "no"), ma perchè a votare andò solo il 25.9% degli aventi diritto, e come in tutti i referendum abrogativi c'era bisogno del 50% di affluenza per rendere valida la consultazione. Per parlare di "volontà popolare" nel salvare la legge 40, dunque, la Roccella dovrebbe garantirci che oltre 9.400.000 si siano astenute strategicamente, per far fallire il quorum, e non perchè semplicemente non volevano andare a votare. Garanzia che non può certo dare.

La Roccella farebbe quindi bene ad usare ben altri argomenti. E, magari, impegnarsi insieme a tutti i suoi colleghi, di destra e di sinistra, per riformare la legge sui referendum. Rendendo magari più difficile convocarli (che so, raddoppiando le firme richieste da 500.000 a 1.000.000), ma eliminando questo diavolo di quorum che non ha alcun senso (in democrazia solo chi vota deve contare, non chi si astiene) e che si presta a facilissime strumentalizzazioni dal parte del fronte "conservatore" dell'esistente. Soprattutto perchè i referendum sono l'unica arma che i cittadini possiedono per affermare la propria "volontà popolare", al di fuori del meccanismo partitico-parlamentare.

Queste sono le riforme "istituzionali" di cui il Paese avrebbe bisogno.

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Democrazia e Facebook
post pubblicato in Diario, il 30 settembre 2010


                                            

Le divisioni interne al "Popolo Viola", il movimento di elettori di centrosinistra costituitosi poco meno di un anno fa in occasione del primo "No B Day" autoconvocato via Facebook per il 5 Dicembre 2009, offrono uno spunto di riflessione importante sul futuro della democrazia nell'era della Rete.

Internet sta infatti incidendo sempre di più nel mondo politico: basti pensare alla campagna elettorale di Obama, che ha visto in Internet una fondamentale arma di comunicazione e coinvolgimento degli elettori, oltre che una miniera di finanziamenti per la campagna. Ma anche nella retrograda Italia il mezzo Internet è diventato sempre più irrinunciabile per i partiti, persino per quei leader che non saprebbero nemmeno accendere un PC (basti pensare ai continui videomessaggi postati dallo staff di Berlusconi sul sito dei "Promotori della Libertà"). Ma l'evento clou è stato certamente l'avvento dei social-network come Facebook, che hanno fornito la possibilità di condividere con le masse informazioni, pensieri, idee, propaganda, facilitando l'emersione "dal basso" di movimenti d'opinione, se non veri e proprie forze politiche.

E' appunto il caso del "Popolo Viola", ma anche del "Movimento Cinque Stelle" di Grillo. Entrambi coagulano consensi provenienti da quella massa di elettori che vogliono stare al di fuori dei partiti ma non vogliono rinunciare alla partecipazione civica; anzi, soprattutto i grillini disprezzano i partiti, ritenuti "morti" e incapaci di fornire una svolta al Paese. Ma non è così, e lo dimostrano proprio divisioni interne al Popolo Viola, con gli organizzatori del secondo NoBDay disconosciuti da molti esponenti di spicco e coordinamenti locali del "movimento": i partiti sono malati, non morti, e se anche lo fossero sarebbe morta con loro anche la democrazia. Senza una struttura organizzata, una democrazia interna basata su aderenti (iscritti, con congressi, oppure simpatizzanti, con "primarie" reali o virtuali) e organismi decisionali che li rappresentano, i "movimenti" o sono basati su una leadership incontestabile, oppure finiscono nell'anarchia, perchè nessuno riconosce autorità ad altri e viceversa (come sta succedendo al "Popolo Viola"). Qualcuno risponderà che almeno il Movimento 5 Stelle, a differenza dei "viola", sembrebbe che stia intraprendendo l'altra strada, quella della strutturazione più solida: ma allora abbandonino l'ipocrisia, perchè stanno diventando loro stessi un "partito"; che poi si chiamino "movimento", "alleanza", "lista civica", "unione", "federazione" o "partito" poco importa, perchè la strutturazione è quella partitica.

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Si è sempre "meridionali" di qualcuno
post pubblicato in Diario, il 28 settembre 2010


                                            

"Ho appreso con estremo stupore e con grande disappunto di questa campagna pubblicitaria che è odiosa, ha impronta razzista e fortemente demagogica. Rifiuto di pensare che i problemi del Canton Ticino siano i lavoratori frontalieri. A maggior ragione mi rifiuto di pensare che un Paese come la Svizzera che ha oltre 500 anni di democrazia possa accettare simili espressioni". Queste le parole con cui Marco Zacchera, onorevole PDL e sindaco di Verbania, ha commentato la campagna anonima "bala i ratt" con cui nel Canton Ticino, la Svizzera italiana, si sta puntando il dito, con manifesti e un sito internet , contro i lavoratori frontalieri, ovvero quei circa 50.000 persone residenti in Italia ma che ogni giorno attraversano la frontiera per andare a lavorare in Svizzera. 

All'on. Zacchera vorrei ricordare che tra poche ore darà la fiducia ad un Governo che ha l'appoggio decisivo di un partito, la Lega Nord, che usa contro gli immigrati nostrani gli stessi argomenti usati contro i frontalieri italiani  ("l'invasione", "ci tolgono il lavoro", "commettono più reati", eccetera). Argomenti d'altronde diffusi nel suo stesso partito, il PDL. E, se è sindaco a Verbania, lo deve proprio all'appoggio della Lega.

Quindi il paladino degli Italiani lo lasci fare ad altri. A chi è davvero espressione di quella democrazia che, le ricordo, dovrebbe essere il carattere distintivo anche dell'Italia, e se vogliamo anche da più di "500 anni". E ricordi ai suoi compagni della Lega che si è sempre meridionali di qualcuno. Che se si vuole nazionalizzare il Paese bisogna anche accettare che lo facciano gli altri. Che già c'è stata nella nostra storia una chiamata "all'autarchia", e si è visto come è andata miseramente a finire.

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Contro tutti gli stati assassini
post pubblicato in Diario, il 24 settembre 2010


                                           

Accusare gli altri delle stesse cose che ti accusano nei tuoi confronti non ti discolpa. Ecco perchè non riesco a dare ragione ad Ahmadinejad quando indica in Teresa Lewis, giustiziata ieri per aver pianificato l'assassinio del marito e del figlio adottivo di lui, e con un bassissimo quoziente intellettivo (72, appena al di sopra della soglia dei 70 al di sotto della quale non si può subire una pena capitale), la "Sakineh americana" nei confronti della quale nessuno si mobilita.

Ciò non toglie che è inaccettabile che nel paese dei diritti e delle libertà, che vorrebbe insegnare esportare la democrazia del mondo, sia ancora ammessa le pena di morte, una crudeltà inutile, come ci insegnava già oltre duecento anni fa Cesare Beccaria nel suo "Dei delitti e delle pene". E qualche mobiltiazione internazionale potente anche in questi casi non guasterebbe affatto. Perchè, purtroppo, non c'è solo Sakineh. E non esistono condanne a morte più gravi di altre.

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Il parlamercato e il mandato del "ppopolo"
post pubblicato in Diario, il 14 settembre 2010


                                           

A quanto pare, il gruppo dei deputati "salva-Berlusconi" (ora abbiamo anche il gruppo parlamentare "ad personam"!) sta miseramente naufragando, com'era prevedibile. E forse è persino un bene per Berlusconi, perchè pensare di governare bene dovendo di volta in volta trattare con grupetti di due-tre parlamentari sarebbe stata una mossa suicida, o quantomeno estremamente logorante (e quindi, alla lunga, avrebbe fortemente favorito le opposizioni). Qualcuno potrebbe replicare dicendo che a Berlusconi non interessa governare bene, ma unicamente salvarsi il culo, ed in effetti non avrebbe tutti i torti.

Comunque, questo indegno mercato delle vacche, un "parlamercato" insomma, mi ha fatto ripensare a tutta la retorica utilizzata da Berlusconi e dai suoi lacchè per attaccare i finiani: in particolare, al fatto che bisognasse "rispettare il mandato popolare", che "i finiani sono stati eletti nel simbolo del PDL, dove c'era scritto Berlusconi presidente", "che se i finiani sfiduciassero Berlusconi sarebbero dei traditori del popolo", eccetera eccetera. Poi gli stessi non dicono un'acca quando Berlusconi incarica Nucara di trovare nuovi adepti per la maggioranza: non sarebbero forse i deputati "siciliani" dell'UDC, i sudtirolesi dell'SVP o i transfughi del PD dei traditori del "mandato popolare"? O la volontà popolare è proprietà di Berlusconi?

E poi, diciamocela tutta: ma di quale mandato popolare stiamo parlando, se il "ppopolo" non ha nemmeno il diritto di sceglierseli, 'sti parlamentari?

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Fischi e democrazia
post pubblicato in Diario, il 5 settembre 2010


                                             

Comincio a dirlo subito: io a Torino non avrei fischiato. O quantomeno non così: non è nel mio stile fischiare a prescindere, preferisco farlo sui contenuti, su quello che dice una persona (e comunque proprio quando le spara grosse). Quelli a Schifani, alla festa nazionale del PD, erano però qualcosa di più di un fischio: erano una vera e propria contestazione con lo scopo di impedire di parlare a Schifani.

Ed è quei il principale errrore commesso dai contestatori di piazza Castello. Non siamo in un regime, e Schifani non è un mafioso: è "solo" una personalità con delle forti ombre sul suo passato di avvocato, in cui potrebbe aver stretto delle relazioni con alcuni mafiosi. Non è certo a livello di Dell'Utri, e quindi non aveva alcun senso impedirgli di parlare: avrei compreso, e forse qualcosa di più, una contestazione anche ancora più forte, ancora più rumorosa e creativa, il sufficiente per fare notizia ed accendere i riflettori su questi aspetti oscuri. Ma poi bisognava smetterla e lasciar procedere il democratico dibattito.

Così non è stato, ed è stato un vero peccato. Perchè nell'esagerare i contestatori non hanno guadagnato nulla in più, se non le giuste critiche bipartisan e persino il richiamo del Presidente Napolitano. Anche se certe critiche sono esagerate: non si è trattato certo di "squadrismo", una parola che evoca violenza fisica e non verbale (e il paragone con Fini è quantomeno inopportuno perchè in quel caso le contestazioni sarebbero state organizzate all'interno del suo stesso partito), ed è sempre meglio un urlo scorretto che un silenzio complice.

E al tal proposito le sue colpe ce l'ha anche il Partito Democratico. Non solo perchè, a mio modesto parere, non avrebbe dovuto invitare Schifani: va bene invitare le persone dell'altro schieramento, ma Schifani non aveva nulla di interessante da dire per il popolo democratico, e infatti non l'ha detto, essendo uno dei pappagalli del berlusconismo, e quindi se ne poteva decisamente fare a meno, soprattutto dopo l'emergere delle "ombre mafiose". Ma il PD ha le sue colpe anche perchè sulla vicende di Schifani non ha detto praticamente nulla, proprio quando sulla sua controparte Fini continuava un'aggressiva campagna mediatica su vicende molto, ma molto minori. E i silenzi del PD si sono sentiti anche su altre vicende simili, in nome di un "garantismo istituzionale" che molto facilmente può essere interpretato come una sorta di connivenza. Ed alimenta così lo scontento in persone che potrebbe tranquillamente raggiungere e coinvolgere e che invece induce allo scontro, "perchè se loro non dico nulla, l'unico modo che ho per farmi sentire è questo". Insomma, ci vuole una classe dirigente del PD che di fronte ai fenomeni "viola" e "grillini" sappia coinvolgerli, e non respingerli affibbiandogli la qualifica di "antipolitica" e basta. Senza perdere l'identità riformista, sia chiaro.

E quanto ai "contestatori", se cominciassero a combatterlo sul serio il sistema, anzichè solo contestarlo, il compito sarebbe più facile per tutti. Fischiare può essere democrazia, ma fischiare e basta non è politica ... e senza politica non si cambia questo Paese.

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