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il blog di Francesco Zanfardino
La libertà di scegliere
post pubblicato in Diario, il 30 novembre 2010


Mario Monicelli si è tolto la vita a 95 anni. L'età ha sconvolto un po' tutti, tanto da far indurre molti a pensare che in realtà soffrisse di problemi mentali e quindi si sia buttato dalla finestra per errore: ma i video, recentissimi, che vengono mostrati in queste ore dimostrano che il "Maestro" era tutt'altro che pazzo, ma un analista lucidissimo della realtà contemporanea.

La sua, insomma, deve essere stata una scelta consapevole. E appena ne ho appresa la notizia ho subito pensato che fosse dovuta a qualcosa di attinente la sua salute sì, ma non quella psichiatrica. Il tumore alla prostata allo stadio terminale che gli avevano diagnosticato, evidentemente, deve averlo indotto a quel gesto: non per la paura di morire (altrimenti non si sarebbe certo ucciso), ma per la paura di morire tra immani sofferenze ... e soprattutto di non poter scegliere di dire "basta!" a queste sofferenze. Insomma, anche se questa cosa ancora deve emergere nell'analisi della sua morte, è pressochè evidente che Mario Monicelli abbia deciso di "fare da solo" quello che non gli sarebbe consentito: scegliere il proprio "fine vita".

Attualmente, di fronte ad una diagnosi terminale, si può solo scegliere di non subire terapie, ma si deve comunque attendere la morte naturale, seppur nelle "cure palliative", ovvero i trattamenti antidolore (che pure sono carenti). Eppure non c'è alcuna speranza "scientifica" di non morire: c'è solo la speranza "fideistica" (quella nei miracoli, o comunque in eventi non attualmente spiegabili dalla scienza), ma non è una speranza "oggettiva" come quella scientifica, e quindi non andrebbe imposta a tutti.

E allora, di fronte all'assenza di una speranza scientifica di non morire, perchè non dare la possibilità, a chi lo ritiene opportuno, di uscire da una vita che sia avvia comunque alla morte (scientificamente parlando), ma evitando sofferenze e patemi? Senza che si tolga nulla a chi, come me, ritiene che la vita vada vissuta fino all'ultima sofferenza? E soprattutto: perchè ogni volta dobbiamo porci le stesse domande, quando dopo lo scoppio di ogni "caso" (Welby, Eluana) si è promesso e giurato di approvare una legge sul tema?

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Ddl Calabrò, la legge inutile
post pubblicato in Diario, il 21 febbraio 2009


                                              

Oggi qualche migliaio di persone ha protestato contro la legge sul testamento biologico che la maggioranza vorrebbe approvare, il cosiddetto "ddl Calabrò". Al di là delle varie posizioni presenti in piazza, al di là dei toni più o meno condivisibili della protesta, non posso che condividere le ragioni di quella protesta.

Il ddl Calabrò è, infatti, la classica legge fatta per "cambiare per non cambiar niente". Non solo per i motivi ottimamente illustrati da Ignazio Marino, chirurgo d'eccellenza e senatore PD, nella sua intervista ad Annozero di qualche tempo fa: ovvero che, se il ddl passerà, i cittadini potranno sì fare testamento biologico, ma non potranno rinunciare con esso ad idratazione/alimentazione forzata (cosa che non esiste in nessun Paese al mondo dov'è previsto il testamento biologico), perchè "non è assimilabile a terapia, dunque non può essere tolta ad un paziente", nemmeno se espressamente la rifiuta. Una posizione incoerente con l'idea stessa di testamento biologico (mi riconosci la possibilità di morire ponendo fine alle terapie, ma poi mi costringi ad alimentarmi/idratarmi, dunque non mi fai morire), ma anche sbagliata, dato che per inserire un sondino occorre una operazione chirurgica, e devono essere assimilati dei farmaci insieme alle sostanze nutritive: e non sono queste terapie e interventi? Con questa legge, insomma una Eluana non potrebbe avere diritto alla fine delle terapie. Inoltre, il ddl Calabrò prevede l'impossibilità per una persona, una volta effettuati su di esso gli interventi che lo mantengono in vita, di rifiutare ad essi successivamente se rimane cosciente: con questa legge, dunque, un Welby, perfettamente cosciente, non potrebbe richiedere il distacco del respiratore artificiale, perchè gli è stato già inserito. Ma che assurdità!

Ma, ripeto, non solo per questi motivi. Anche per un altro motivo, davvero inconcepibile: la non obbligatorietà del testamento biologico. Ovvero, se il medico non riterrà opportuno "staccare la spina", la volontà del paziente non conterà niente. Ma allora che diavolo la si è fatta a fare questa legge? A che è servito l'estenuante e sofferto dibattito politico e nella società italiana? A che è servita la battaglia del padre di Eluana? A niente.

Non so a quanto possa servire un referendum abrogativo. Perchè tanto abrogherebbe il nulla. Ma se servirà a risvegliare le coscienze degli Italiani, e a spingere per una legge seria sul testamento biologico, si faccia tutti i referendum possibili e immaginabili. Siamo abituati alla propaganda e agli spot del Governo, privi di concretezza, ma qui stiamo parlando dei diritti delle persone, e non servono le leggi inutili.

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Oggi commemoro Piergiorgio
post pubblicato in Diario, il 2 novembre 2008


                                                  

Oggi è il 2 Novembre, giorno dedicato alla commemorazione dei defunti. In questo giorno, in cui tutti noi dedichiamo almeno un pensiero ai nostri cari, m sento di dedicare il post ad una persona che mi è cara per ciò che ha rappresentato, ovvero la dignità, la tenacia e il coraggio di porre finalmente in primo piano la questione del "fine vita". Sto parlando ovviamente di Piergiorgio Welby.

Lo ringrazio perchè con la sua storia e con la sua passione civica ci ha dimostrato come si possano smuovere le coscienze anche paralizzati da un letto. Lo ringrazio perchè ci ha fatto riflettere e magari fatto cambiare opinione su un argomento così delicato. Lo ringrazio perchè ha rimosso quel velo di indifferenza colpevolmente messo da chi non voleva affrontare la questione e perchè ci ha posti davanti ad una scelta: condividere o no la sua battaglia. Grazie a lui, non possiamo far finta di non sapere.

Mi dispiace solo di non poter dire altrettanto per i nostri governanti che, invece, ora come allora, continuano, in sostanza, a far finta di niente.

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Diritto alla vita. E diritto alla morte
post pubblicato in Diario, il 3 febbraio 2008


                  

"La vita deve essere tutelata e servita sempre, ancora più quando essa è fragile e bisognosa di attenzioni e cure, sia prima della nascita che nella sua fase terminale". Lo ha dichiarato Benedetto XVI nell'occasione della Giornata della Vita, promossa dalla Cei.

Le parole del Papa, tuttavia, arrivano in coincidenza con la diffusione del documento degli ospedali di 4 atenei romani, nel quale si dichiara che "un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio e assistito adeguatamente". Insomma il neonatologo deve rianimarlo, "anche se la madre è contraria, perchè prevale l'interesse del neonato". "Tuttavia, se ci si rendesse conto dell'inutilità degli sforzi terapeutici, bisogna evitare ad ogni costo che le cure intensive possano trasformarsi in accanimento terapeutico".

Bene. Peccato che i cattedratici romani non pongano nessuna nuova questione: il codice deontologico, infatti, impone già ai medici di intervenire quando il neonato abortito è vitale. Quindi, un documento superfluo. Semmai, visti i progressi della medicina che permettono la sopravvivenza del feto anche prima dei 6 mesi previsti per l'aborto (in casi di malattie tipo sindrome di Down, negli altri casi il limite è di 3 mesi), si potrebbe abbassare il "tetto d'aborto" alla 22°settimana (ovvero 5 mesi), per evitare una vita d'inferno ai feti rianimati che dovessero sopravvivere . Ma questo assolutamente senza mettere in discussione i principi e la struttura della legge 194 sull'aborto
Papa Ratzinger ha dichiarato che "la misura della civiltà si vede dalla difesa della vita". Beh, si vede anche dal diritto all'autodeterminazione della donna. L'aborto è un diritto della donna, e non va toccato.

Ma l'appello del Papa, l'ennesimo, affronta anche un altro tema: quello della difesa della vita fino al suo "naturale tramonto". Ovvero, niente eutanasia. Quello della "dolce morte" è un tema alquanto controverso. Ma l'eutanasia non va assolutamente confuso con il "diritto al suicidio". Non si può concedere un simile diritto, quando il "suicidante" ha tutte le possibilità di vivere e soprattutto potrebbe non essere in possesso pieno delle proprie facoltà (nel senso che, superata la crisi, potrebbe pensare: meno male che non mi sono ucciso). Ma quando il "suicidante" è in pieno possesso delle proprie facoltà e non ha nessuna possibiità di tornare ad una vita dignitosa (o comunque una vita) e vive solo grazie alle macchine (e già questo farebbe pensare rispetto al "naturale tramonto"), perchè non dargli il diritto di togliersi la vita, se non può farlo?
Il riferimento, ovvio, è al caso Welby. Ecco, io non mi scandalizzerei se si desse il "diritto alla morte" alle persone nelle stesse condizioni di Welby.

La civiltà è anche riconoscere questi diritti.  

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