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il blog di Francesco Zanfardino
Rivoluzione Democratica (3): Comunic-azione
post pubblicato in Diario, il 13 luglio 2009


                                            

Continuo la serie di riflessioni sul futuro del Partito Democratico, che ho voluto simbolicamente chiamare "Rivoluzione Democratica", in vista di un Congresso che sembra profilarsi come l'ennesimo riciclarsi di una classe dirigente che non solo non cambia le facce, ma che da 15 anni non cambia nemmeno modi e contenuti (pur con le dovute differenze, ovviamente). Si dovrebbe parlare di soluzioni efficaci ai tanti problemi del PD, e invece, almeno da quello che è possibile capire dalla storia delle dichiarazioni dei due candidati, o i problemi si evitano, o si affrontano con soluzioni sbagliate.

In questi post analizzerò dunque dei problemi, e proporrò possibili soluzioni. Sperando non siano delle boiate, e nell'illusione che possano arrivare a chi di dovere. Magari a qualcuno con le palle che decida di scompigliare le carte e farsi interprete di quella richiesta di (vero) rinnovamento che qualche milioncino di elettori (e soprattutto di ex-elettori) ci avanza.

Dopo aver fatto la solita copia dell'incipit dei primi due post, in cui ho poi parlato di selezione della classe dirigente e di capacità di proposta politica, oggi mi occupo della capacità comunicativa del Partito Democratico.

IL FATTO

Nell’era dei mass-media politica e comunicazione vanno ormai di pari passo: puoi avere le idee più brillanti ma, se non sai comunicarle e/o non hai mezzi per comunicarle, finirai per essere sopraffatto da chi può farlo, anche se offre contenuti peggiori. D’altronde è ovvio: non siamo certo un Paese di soli intellettuali e gente acculturata, dunque dei partiti di massa che si rispettino devono saper comunicare in maniera semplice e diretta.

Per quanto riguarda i mezzi di comunicazione, è evidente che più visibilità garantiscono, più politicamente funzionano. E così un recente rapporto del Censis, sui mezzi comunicativi utilizzati dagli Italiani per formarsi un'opinione politica alle ultime elezioni Europee, ha certificato che la TV è determinante, con il 70% degli elettori che ha utilizzato i TG in tal senso, ed un 31% che ha fatto altrettanto con le trasmissioni di approfondimento. I giornali sono fermi al 25%, i canali all-news e la radio entrambi al 6%, Internet solo al 2%. Mentre il confronto con familiari e amici resta ancora importante per l'11% degli elettori.

IL PROBLEMA

Purtroppo l’Italia da questo punto di vista è una democrazia molto imperfetta, dato che l’accessibilità ai mezzi comunicazione non è equa: Berlusconi e company controllano direttamente una larga fetta del mondo mediatico, ed indirettamente un'altra, lasciando alle altre forze politiche le briciole. E, a proposito della grande importanza dell’informazione televisiva nella formazione delle opinioni politiche, i dati Agcom confermano l’enorme squilibrio fra le varie forze politiche nei programmi di informazione.

E la cosa grave è che, quand’anche il Partito Democratico riceve degli spazi, i suoi esponenti generalmente non sono capaci di sfruttarli appieno, dimostrando un’enorme difficoltà nel farsi pienamente comprendere, di fronte invece ad altre forze politiche che a forza di slogan riescono a fare breccia nell’elettorato (slogan dietro cui non ci sono contenuti, d’accordo, però intanto ne escono vincenti).

LA SOLUZIONE

Riguardo quest’ultimo aspetto, c’è poco da fare: i rappresentanti del Partito Democratico dovrebbero tutti andare a scuola di comunicazione, imparando a filosofeggiare meno e parlare più “come se magna”, parlare come se si avesse davanti la famosa “nonna di Einstein”. Ecco, diciamo che mi accontenterei se perlomeno la zia di Einstein ci capisse, quando vogliamo comunicare qualcosa … e da questo punto di vista torna utile il discorso sulla selezione della classe dirigente: serve un criterio che premi chi vive il territorio, e quindi sappia come parlarci, e non chi considera il territorio un branco di pecore cui dare 15 euro per andare a tesserarsi, per poi richiudersi nelle stanze dei palazzi.

Per quanto riguarda il problema dell’accessibilità ai mass media, innanzitutto il Partito Democratico dovrebbe tornare a parlare, e massicciamente, di temi come il conflitto d’interessi e il pluralismo informativo. Ovviamente in maniera intelligente, utilizzando ad esempio l'obiettività dei dati Agcom e Censis per sbattere in faccia la realtà a chi dice che "con le televisioni non si manipola il consenso" (e facendo tutto il pressing possibile sulle autorità garanti affinchè facciano qualcosa, anche con proteste stile Radicali) e con coerenza, ricordandosi una volta al Governo di rispettare le promesse ... ma, nel frattempo, il PD dovrebbe rispondere cercando in tutti i modi di ampliare e sfruttare al meglio le piattaforme mediatiche di cui può disporre.

Televisione: C'è già YouDem, un buon esperimento di televisione interattiva che però necessita di un investimento maggiore. Tenuto conto che si è scelto di non utilizzare i finanziamenti pubblici (scelta che andrebbe pubblicizzata di più), si potrebbe aprire alla pubblicità (magari solo di un certo tipo), e magari rinunciare al satellite (tanti soldi per poche centinaia di spettatori), ed utilizzare tali fondi per espandere ulteriormente la TV, diffondendola magari sulle tv locali (come faceva la Tv delle Libertà) e pubblicizzandola di più, magari anche assicurandosi firme importanti, garantendosi insomma più visibilità. Inoltre, andrebbe ripensata un po' anche la struttura per valorizzare i territori, offrendo spazi dedicati ai circoli locali.

Radio: Stesso discorso per RadioDem, per la quale però in più si potrebbe pensare di acquistare proprio delle frequenze, passando da web-radio a radio vera e propria.

Giornali: Serve un vero giornale di partito, non i tanti "giornali di aerea" che danno interpretazioni diverse e non riescono a comunicare la linea del partito, un giornale dei territori, che dedichi spazio alle realtà locali, e soprattutto un giornale di massa, non riservato alle solite elite. L'ideale sarebbe un free-press, gratuito e agile di lettura, che abbandoni la seriosità dei giornali tradizionali e strettamente legato alla linea di partito. Un giornale di propaganda, insomma, che punti alle masse. E ai territori: nella mia idea dovrebbero esserci delle pagine riservate alle varie regioni, e addirittura ai singoli circoli (sul modello delle redazioni locali dei giornali tradizionali). Io lo chiamerei "Voce Democratica"...

Internet: Tutto sommato su Internet il PD primeggia ancora, anche se i berluscones stanno recuperando il divario congenito verso la nuova tecnologia. Occorre investire ancora di più, tenendo anche conto del fatto che buona parte degli "internettiani" stanno a sinistra e quindi si può creare anche un filo diretto. Magari si potrebbero anche trovare dei sistemi per far partecipare il popolo di Internet alle attività del Partito, di ogni tipo, mettendo su Internet di tutto, a cominciare da tutti gli esponenti del PD fino all'ultimo circolo di periferia, sfruttando così la grandi opportunità di Internet per garantire maggiore interattività e accorciare la distanza fra politica e cittadini. Inutile descrivere i grandi vantaggi in comunicazione che si avrebbero.

Manifesti: In mancanza di televisioni, l'unico strumento di una certa visibilità che può usare il PD attualmente sono proprio i manifesti. Il problema è utilizzarli bene: sono piuttosto inutili manifesti generici, molto più utili invece quelli del tipo "500 milioni dai redditi alti per un fondo contro la povertà" oppure "Il Governo butta 460 milioni" che sono stati messi in campo nei mesi passati. Oppure tipo quello usato da Penati per la sua campagna a Milano, scimmiottando l'indiano della Lega "Loro non avevano un aeroporto ... adesso neanche noi". Insomma, manifesti ad effetto e/o propositivi. E molti di più rispetto ad oggi. Il resto è piuttosto inutile (vedesi quelli "noi siamo europei" o quelli degli uomini che spingevano le parole, anche se erano fantasiosi :D ), o comunque un'occasione sprecata.

CONCLUSIONI

Insomma, si faccia tutto quello che si può, ma comunicare è indispensabile. Come detto da molti nostri esponenti, la gente deve saper associare il "Partito Democratico" a "cosa vogliamo fare". Insomma, l'uomo della strada di fronte ad una bandiera del PD deve poter dire "ah sì, quelli che vogliono fare questa cosa". Altrimenti, tutti gli altri sforzi sono inutili.

www.discutendo.ilcannocchiale.it
Preferiti
post pubblicato in Diario, il 10 giugno 2009


                        

Il voto alle Europee offre importanti spunti di riflessione, sui partiti e soprattutto sui loro elettorati, molto più dalle preferenze che dai voti di lista. 

Cominciando dal Popolo delle Libertà, qui vediamo sempre la solita storia: Berlusconi, e basta. Ottenendo oltre 2.700.000 preferenze ha dimostrato che, pur in calo rispetto alle precedenti tre elezioni europee cui ha sempre partecipato da capolista in tutte le circoscrizioni (in termini percentuali sul voto complessivo al PDL è al 25%, record negativo assoluto, mentre in termini assoluti migliora rispetto al 2004), ha dimostrato che il PDL non può fare a meno di lui, in quanto il PDL, come prima Forza Italia, è lui. Dietro di lui, infatti, c'è il vuoto: a parte l'altro ineleggibile La Russa, candidato ufficiale dell'ex-Alleanza Nazionale, i nomi dei 29 eletti a Strasburgo nelle file pidielline sono associati al massimo a 130-140 mila preferenze (quota medio-bassa per un partito del 35%), ma nella maggior parte dei casi a molto meno di 100mila preferenze. Anzi, con le rinunce obbligate di Berlusconi, La Russa ed altri ineleggibili, alcuni europarlamentari berlusconiani saranno eletti con poco più di 20mila preferenze. Assurdo, ma sono le conseguenze dell'efficace strategia (in realtà sempre la stessa) di Berlusconi & Co di aggirare il sistema delle preferenze (che volevano eliminare, per poi rinunciarci per ottenere dal PD almeno lo sbarramento del 4% che gli poteva consentire di aumentare il peso in seggi del PDL fino a farlo diventare primo in Europa, obiettivo poi fallito miseramente), tramite la candidatura di "acchiappa-voti" per poi ripescare gli invotabili. Ma soprattutto sono le conseguenze di un elettorato, quello berlusconiano, che, invece di votare un "partito", un progetto, la competenza e la serietà dei candidati, vota unicamente un "personaggio", quello di Berlusconi, che per assurdo voterebbero a priori, ovunque fosse candidato. Anche a sinistra, anche alle elezioni condominali. Basta che si chiami Berlusconi. 

Simili gli elettorati IDV e Lega. C'è ancora una forte personalizzazione nel partito di Di Pietro, che ha avuto il 16% delle preferenze, molto meno marcata invece nella Lega, dove Bossi ha preso solo il 10% delle preferenze. Se nell'IDV la personalizzazione del partito è più forte che nella Lega, c'è da dire però che l'elettorato IDV è più attento ai candidati della società civile, mentre quello leghista è più attento ai candidati "ultra-leghisti" (ovvero a quelli che spingono di più e con maggiore visibilità sulla xenofobia e sul nordismo): lo dimostrano da una parte l'exploit di De Magistris (giunto davanti a Di Pietro), ma anche di Sonia Alfano, dall'altra i buoni risultati di Salvini e Borghezio. 

L'elettorato UDC, invece, è difficile da giudicare. I candidati UDC, infatti, erano praticamente tutti identici: tutti politici politicanti, alla De Mita insomma, che hanno mobilitato i loro elettorati clientelari e correntizi. Dove però si sono presentati gli unici due candidati della "società civile" che hanno avuto una qualche visibilità, ovvero Magdi Allam ed Emanuele Filiberto, l'elettorato UDC li ha premiati. Fortunatamente portando in Europa il primo ... d'altronde, penso che quei 22mila che hanno votato il principino Savoia lo abbiano fatto più per scrivere qualcosa sulla scheda che non fosse un politico, che per altro.

Infine arriviamo al PD, la situazione più interessante. Se da un lato il correntismo, spesso accompagnato da clientelismo, è ancora molto forte, con la maggioranza degli eletti ascrivibili a correnti (e che sono stati sostenuti da correnti...), c'è una forte novità: come successo alle Europee 2004 con Santoro e la Gruber, molti candidati della società civile o comunque poco legati alla politica tradizionale hanno ottenuto forti exploit: la Serracchiani prima nel Nord Est con 145mila preferenze, Sassoli nel Centro con addirittura 400mila preferenze, Borsellino e Crocetta unici eletti PD nelle Isole con rispettivamente 230mila e 120mila preferenze. Se poi ci aggiungiamo anche le 200mila di Cofferati, anche se è già da 5 anni che fa politica ed è espressione indiretta di una corrente del PD, comprenderete come nell'elettorato PD c'è una forte richiesta di rinnovamento. Con un però: i candidati "nuovi" devono essere visibili. Il però si evince dal risultato di Rosaria Capacchione nella circoscrizione Sud, dove la giornalista antimafia ha raccolto "solo" 73mila preferenze: eppure sono certo che lei, unica delle (pochissime) persone della società civile presenti in lista al Sud a poter essere eletta, avrebbe tranquillamente potuto essere la prima eletta come Cofferati, Serracchiani, Sassoli e Borsellino nelle altre circoscrizioni. La differenza è che mentre questi candidati hanno potuto godere di una certa visibilità, precedente o acquisita nella campagna elettorale tramite interviste ed ospitate TV, la Capacchione non ha avuto la possibilità di "farsi vedere", se non di mattina ad Omnibus di La7. Se a ciò aggiungiamo il mancato apporto del Partito, che ha preferito sostenere i candidati di corrente, otteniamo che le 73mila preferenze della Capacchione sono perlopiù voti di opinione, frutto di elettori che si sono informati da soli o che hanno avuto la fortuna di venire a conoscenza della sua candidatura in uno degli incontri elettorali o dai manifesti fatti con una campagna elettorale realizzata praticamente senza soldi. E lo stesso ragionamento si può fare per altri candidati, come Scalfarotto al Nord-Ovest e Cioffredi al Centro. Ecco allora le indicazioni per il futuro del PD che si evincono dal voto Europeo: c'è una fortissima richiesta di rinnovamento, e questo potrà esplicarsi al Congresso di Ottobre con l'elezione di un out-sider, fuori da logiche correntizie. Ma dovrà essere un out-sider visibile. Dunque, è arrivata l'ora del Rinnovamento, quello concretamente realizzabile in maniera globale e non parziale come avvenuto invece finora, per il PD: un ticket Sassoli-Serracchiani avrebbe forti possibilità di vincere ... anche se preferirei la strada più difficile di un candidato veramente out-sider, sconosciuto, ma la cui vittoria sarebbe ancora più innovativa. In attesa di folli capaci di intraprendere questo mio sogno, però, mi accontenterei decisamente della prima opzione ...

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