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il blog di Francesco Zanfardino
Fuori i nomi
post pubblicato in Diario, il 13 ottobre 2010


"Dal lavoro dell'Antimafia sulle ultime elezioni amministrative emerge una certa disinvoltura nella formazione delle liste. Gremite di persone che non sono certe degne di rappresentare nessuno". Così Beppe Pisanu, Pdl, presidente della Commissione Antimafia, sulla composizione delle liste alle ultime amministrative.

Una dichiarazione bomba, specialmente da parte di un membro del Pdl (sì, credo nella superiorità morale del centrosinistra, nonostante tutto). E che non a caso ha generato malumori proprio in quella parte politica. Sappiamo bene, infatti, quanti problemi ha avuto soprattutto il centrodestra su questo fronte alle Regionali: soprattutto nella mia terra, in Campania, dove c'è voluto il mandato di arresto per non far candidare Cosentino, in forte odore di camorra, alla guida della Regione ... e dove è stato eletto un consigliere regionale, Roberto Conte, condannato per favori ai clan.

Ma Pisanu non può certo riferirsi solo a Conte, se parla di liste "gremite" di persone indegne. E allora tiri fuori i nomi il più presto possibile: gli elettori hanno il diritto di sapere. Se ha tirato il sasso, ora non deve certo ritirare la mano, caro Pisanu.

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Quella vocazione maggioritaria
post pubblicato in Diario, il 1 ottobre 2010


                                                

In questi giorni di "parlamercato" hanno destato molto scalpore alcuni cambi di casacca. In particolare, ha suscitato un vortice di polemiche nella base del centrosinistra l'on. Massimo Calearo, l'ex leader di Federmeccanica candidato dal PD nel 2008. L'imprenditore, infatti, dopo aver lasciato il PD nel novembre scorso, condividendo insieme a Rutelli e gli altri di "Alleanza per l'Italia" la preoccupazione per una svolta "a sinistra" del PD con l'elezione di Bersani a segretario (ma dove la vedono?). Poi, in questi giorni, lascia l'API, confessando candidamente di essere stato contattato da Berlusconi che l'avrebbe "convinto", passando incredibilmente così da PD a PDL in poco più di due anni: in realtà alla fine resta nel gruppo Misto, e non vota la fiducia a Berlusconi (si astiene).

In realtà in questi giorni, e nei mesi passati di questa legislatura, ci sono stati addii ben più clamorosi. Nel passaggio al Senato del "documento Berlusconi", l'ex senatore del PD Riccardo Villari, tristemente noto per la faccenda della poltrona della Vigilanza Rai, ha votato la fiducia a Berlusconi (nonostante Berlusconi non avesse bisogno di "nuovi arrivi" al Senato), avendo d'altronde aderito al Movimento per l'Autonomia che, pur malpancista, è ancora nella maggioranza di governo. E va notato Villari fu cacciato dal PD da quello stesso Veltroni oggi "accusato" di aver candidato Calearo, mentre proprio in quei giorni Villari veniva difeso da D'Alema e altri beniamini di questi stessi accusatori. Oppure Antonio Gaglione, anch'esso astenutosi come Calearo, ma che comunque ha aderito a Noi Sud (scissione berlusconiana del MPA) dopo essere stato cacciato dal PD per il suo enorme tasso di assenteismo (oltre l'80%, e infatti era assente anche nella seduta della Camera in cui si è discussa fiducia a Berlusconi); e Gaglione fu candidato segretario regionale in Puglia dalla Bindi, che recentemente s'è scoperta antiveltroniana di ferro.

Perchè questi riferimenti a Veltroni? Perchè credo che in realtà, dietro agli strali lanciati contro Calearo e il "lassamo stà" nei confronti di Villari e degli altri "traditori", ci sia non solo l'oggettivà "particolarità" di Calearo (molto esuberante, e quindi più mediatico), ma una certa insofferenza nei confronti dell'idea della "vocazione maggioritaria" che le candidature di Calearo ed altri volevano rappresentare, seppur nella contestabile forma delle "figurine" da esporre nelle liste per il Parlamento. Quella vocazione che in molti interpretarono come "autosufficienza" del PD in termini di alleanze, ma che in realtà voleva significare la sfida del nascente Partito Democratico, ovvero quello di voler essere finalmente un partito di centrosinistra non settario, ma che ambisca a rappresentare in sè tutti i settori della società, nelle loro parti sane ovviamente, senza pregiudizi e conservatorismi ideologici di sorta. Un Partito che si rivolgesse, insomma, non più solo alla propria "base" elettorale e sociale, ma provasse a coniugare i propri valori in una idea di Paese che riuscisse a coinvolgere settori presocchè inesplorati dal centrosinistra italiano e quegli elettori che, pur non organici all'idea del centrosinistra (perchè magari non legati ideologicamente a nessun partito), potessero raccogliere nella sfida di cambiamento del Partito Democratico elementi positivi per lo sviluppo proprio e dell'Italia. Come Achille Serra, l'ex prefetto di Roma che infatti ha lasciato il PD per l'UDC e non certo per convenienza elettorale (poteva andare da Berlusconi, visto il suo passato in Forza Italia), ma perchè evidentemente non ravvisa più nel PD quella novità che aveva riscontrato, in particolare sui temi della sicurezza "vista da sinistra".

 Anche perchè, diciamolo chiaramente, se dobbiamo rinchiuderci sempre in noi stessi, negli stessi riti, difficilmente riusciremmo a coinvolgere la maggioranza degli Italiani, dei quali solo una netta minoranza ha una mentalità "di sinistra", o centrosinistra che dir si voglia, e quindi vota il PD (o gli altri partiti di centrosinistra) "a priori". E invece chi parla di "vocazione maggioritaria" oggi è un eretico. Additato come "quello che vuole farci perdere". O, come più volte ripetuto in questi giorni di "caso Calearo", ingiuria massima per chi si ritiene "di sinistra", di essere "centrista" o "confindustriale" (come se invece nella segreteria dalemian-bersaniana-lettiana non ci si fosse piegati alle logiche dell'asse Cisl-Uil-Marchionne, quello che, per esser chiari, ha provocato i casi di Pomigliano, Melfi e l'annullamento del contratto del metalmeccanici; proprio quello che invece Calearo, dopo pur contestatissime trattative, firmo con la FIOM, rendendosi conto che con lo scontro non si arrivava da nessuna parte).

Io invece vorrei che, piuttosto che di indignarci per Calearo o snobbare a priori Veltroni magari per la sua scarsa credibilità (che gli addebito anch'io), si discutesse seriamente nel merito di queste vicende, ovvero di quale strada vogliamo far prendere al PD. Se quella della "vocazione maggioritaria", di un PD che pensi innanzituttto ad accrescere i propri consensi (e non delegarli ad altri) e all'idea di società che vuole portare avanti, o quella di un PD che ripeta il filone dei DS e dei partiti pre-PD, delegando ad altri la rappresentanza dei settori considerati "ostici" della società (cattolici, imprenditori, ecc.), per poi allearsi con loro in un'improbabile armata Brancaleone, pensando come fatto in questi due mesi unicamente ai giochi di nomenclature ed alleanze e non ai programmi per l'Italia.

Parliamone. E poi indigniamoci per Calearo (che tra l'altro, tanto per esser chiari, non ritengo rappresenti quell'imprenditoria sana che invece vorrei il PD rappresentasse, nell'ambito della "vocazione maggioritaria"). Ma parliamone, diamine.

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Quella maledetta paura di perdere
post pubblicato in Diario, il 17 settembre 2010


                                      

In queste ore tutte le attenzioni della "galassia democratica" sono rivolte al "documento Veltroni" e alle reazioni piuttosto accese che sta scatenando nel PD. Un giorno dirò sicuramente anch'io la mia, magari quando la gazzarra si sarà spenta, Veltroni & co magari avranno compiuto ulteriori passi, e quindi tutto potrà essere più comprensibile.

La faccenda sta però oscurando qualcosa che invece dovrebbe interessare, e molto, il popolo democratico. Ieri il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, alla Festa Democratica di Palermo ha annunciato che la sua nuova giunta, la quarta in due anni, sarà appoggiata da Mpa, Futuro e Libertà, Udc, Api e, udite udite, Pd. Il tutto dopo il placet di Bersani, in una riunione romana con i capibastone siciliani del PD. E non si tratta di un governo "per fare la legge elettorale" e poi dopo tre mesi si va al voto, come sarebbe ammissibile anche in ambito nazionale, ma un vero e proprio governo fino al termine della legislatura (almeno nelle intenzioni). Un ribaltone in piena regola, con il PD che si ritrova a sostenere un governatore che aveva contrastato alle elezioni regionali. E in una regione come la Sicilia, dove Lombardo, l'Udc e il loro sistema di potere clientelare, con diverse personalità importanti colluse o coinvolte in inchieste sulla mafia, hanno imperversato per anni ed anni. E risulta molto poco credibile una "svolta riformista" di Lombardo&Co.

La domanda è una sola: perchè? Perchè il PD siciliano ha deciso di fare da stampella a Lombardo, invece di fare ciò che qualunque opposizione farebbe, ovvero chiedere le elezioni e sfruttare in campagna elettorale le divisioni nell'armata brancaleone che aveva sostenuto Lombardo? Le risposte che vengono subito in mente alla maggior parte degli elettori del centrosinistra saranno sicuramente: magna-magna, spartizioni, inciucio. Io invece voglio essere buono, voglio concedere ai capetti del Pd siciliano che la loro sia soltanto paura: paura di perdere, paura degli elettori. Molto più comodo un governo sicuro oggi, anche se con chi dovrebbe essere ben poco compatibile con il PD, che correre il rischio delle elezioni. Eppure alle ultime europee il centrosinistra ha ottenuto il 34%, che può sembrare poco ma sarebbe comunque superiore sia alla coalizione di Lombardo che a quella del Pdl (ricordatevi che anche in Sicilia c'è il premio di maggioranza). E di candidati trascinatori ne avrebbe: Rita Borsellino, la più votata in Sicilia alle Europee (oltre 230mila preferenze), oppure Rosario Crocetta, altro recordman di preferenze (oltre 150mila); e si potrebbe puntare pure su Ivan Lo Bello, leader di Confindustria Sicilia, attivo anch'egli contro la mafia, e presente a molte Feste Democratiche. Per non parlare dell'elettorato siciliano: quando lo si è riuscito ad entusiasmare (leggasi "primavera siciliana") non c'è stato bisogno di grandi alleanze (anzi a Catania, ora roccaforte inespugnabile della destra e degli autonomisti, ci fu un ballottaggio a sinistra).

E invece no. La mancanza di coraggio la fa da padrone in Sicilia, ed evidentemente anche nelle stanze romane. Queste sono le questioni sulle quali la segreteria Bersani deve rispondere a Veltroni: non reagire stizziti e insofferenti alle critiche, ma rispondervi coi fatti, di fronte ai quali non c'è documento che tenga. Bersani, e tutta la dirigenza, decida una volta per tutte se la priorità per il PD è essere al governo o governare il Paese. E' semplice.

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Hasta la victoria, siempre?
post pubblicato in Diario, il 24 agosto 2010


                                                

Con la sua "lettera agli Italiani", pubblicata sul Corriere, Walter Veltroni torna a far parlare di sè. Un po' tutti, compreso qui sul web. Tuttavia, la gran parte si sono limitati a commentare la figura dell'ex segretario del PD, le sue luci e le sue ombre, tra entusiasmo, delusione e rancore.

Avrei preferito, invece, dei commenti di merito alla "lettera". Perchè Veltroni, se tralasciamo i preamboli se vogliamo un po' "retorici" sulle condizioni degli Italiani, ha essenzialmente affrontato un nodo nevralgico della discussione interna al centrosinistra, ovvero il "come" superare il berlusconismo: discussione tornata decisamente in voga nelle ultime settimane, proprio quando la fine di Berlusconi è sembrata davvero vicina. Ed ecco che Veltroni, pur sperando "che si concluda rapidamente l'era Berlusconi", spera "che finisca questo tempo non per tornare a quello passato". Il riferimento è alle logiche da Prima Repubblica, dove i governi si facevano e disfacevano in continuazione a seconda degli interessi di pochi e certo non degli Italiani. Ed ecco che Walter, come sempre, torna a rifiutare l'idea delle "alleanze col diavolo, pur di vincere": ovvero alleanze non basate su una reale convergenza programmatica e politica, "le uniche credibili". Al massimo, Veltroni ammette la possibilità di fare convergenze in Parlamento, di breve periodo, per superare l'emergenza finanziaria ed approvare una nuova legge elettorale che conduca ad "un nuovo e moderno bipolarismo", magari con collegi uninominali e primarie per legge.

Riflessioni che, personalmente, condivido. Di fronte alla crisi del berlusconismo, infatti, ho assistito con amarezza all'imporsi all'interno del PD, nei suoi vertici e purtroppo anche fra la base, di un pensiero negativo: l'inseguire "gli altri", sia che si tratti di Casini, di Fini o di Montezemolo, o comunque pensieri e idee non proprio di centrosinistra, pronti a stringere accordi con tutto e con tutti pur di vedere il nostro nemico cadere. Invece credo che dovremmo smetterla di inseguire gli altri e cominciare a dire la nostra. Vogliamo tornare alle urne, ma prima vorremmo cambiare la legge elettorale? Bè, allora invece di lasciare il campo ai "terzopolisti", che d'altronde per definizione hanno interessi opposti ai nostri, facciamo la nostra proposta di legge elettorale, di stampo bipolarista e che ripristini la facoltà per gli elettori di scegliersi i propri rappresentanti, e presentiamola al Paese. Non riusciamo ad approvarla, perchè Casini e company non la voteranno? Pazienza, vorrà dire che saranno loro ad essere accusati di aver salvato il "Porcellum": e, comunque, meglio che vendere l'anima al "diavolo". E così su tutto. Dobbiamo tornare a dettare noi l'agenda, senza aver paura. Starà a Casini, e tutti gli altri possibili partners, scegliere se è il caso o meno di condividere o meno un percorso, sulla base del sentiero programmatico che deve tracciare il PD, per poi definirlo per bene insieme a chi intenderà condividerlo. E' la famosa "vocazione maggioritaria".

Se facessimo così perderemmo? Forse. Forse perderemmo anche se ci alleassimo a prescindere con Casini e magari Fini, magari cedendo pure ad altri la leadership, pur di vincere. Ma, se anche non fosse così, se allearsi con il "terzo polo" volesse significare vittoria certa, siamo sicuri che la priorità è vincere, e non piuttosto governare bene il Paese? L'attuale presenza di Berlusconi e del berlusconsimo al potere non è forse figlia anche di una vittoria, quella di Prodi, basata su un'alleanza fatta per "vincere" ma che ci ha impedito di governare bene, anche se ovviamente meglio di Berlusconi, ma distruggendo in maniera quasi irrimediabilmente tutta la nostra credibilità? E, dimentichi di quella lezione, vorremmo addirittura proporre un'alleanza ancora più disomogenea, che potrebbe aprire quindi la strada ad una successiva vittoria di un berlusconismo ancora peggiore?

Sarò impopolare, ma io preferisco perdere, ma gettando  sul serio le basi per una nuova Italia, anzichè vincere, ma facendola sprofondare di fatto in un declino ancora peggiore. E poi non sarei affatto così sicuro che puntare tutto sul programma, anzichè sui numeri, sia una scelta perdente; in fondo, è quello che ci ha insegnato recentissimamente la terra pugliese: le "strategie di palazzo" non servono a nulla, se non si ha una "storia" da raccontare.

Bene ha fatto dunque Walter a ricordarlo. Certo che, però, bisognerebbe anche cominciare a delinearla  per bene questa "storia", Walter compreso. E non parlare sempre e solo di nomi e alleanze.

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Alemanno se scorda de li amici?
post pubblicato in Diario, il 17 agosto 2010


                                              

Secondo il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, andrebbe imposta una tassa sui cortei e sulle manifestazioni di piazza, perchè sporcano e non è accettabile che il Comune debba sorbirsi interamente i costi di un numero di manifestazioni nazionali che negli ultimi sei mesi è stato pari a 525.

Le opposizioni insorgono, ovviamente, poichè la libertà di manifestare non può essere ristretta da una tassa, magari migliardaria. Per non parlare del rischio che in realtà quella di Alemanno non sia che una trovata alquanto demagogica, che tra l'altro cavalca l'insofferenza di molti cittadini ed elettori (di centrodestra, soprattutto) stufi dei cortei che magari gli fanno fare quei cinque "insopportabili" minuti di ritardo, per lanciare l'ennesimo attacco alla libertà di essere contro questo Governo.

Ad Alemanno, tuttavia, sfugge che i cortei non sono solo una spesa per la Città. Il fatto che Roma attragga così tante manifestazioni nazionali significa anche che ogni anno milioni di persone giungono a Roma e quindi spendono a Roma, andando ad alimentare tutto il tessuto economico della Capitale.

Ma soprattuto Alemanno dimentica che lui ne sa qualcosa, di cortei e manifestazioni che danneggiano Roma. Fortunamente ne sa qualcosa anche la procura di Roma, che proprio ieri ha mandato in giudizio 470 tassisti che paralizzarono Roma nel Novembre del 2007 per protestare contro la decisione dell'allora sindaco, ed appena eletto segretario del PD, Walter Veltroni, che aveva deciso di liberalizzare il settore. Capofila della protesta era l'UGL della Renata Polverini, ora governatrice del Lazio, e tra i più accaniti sostenitori c'era proprio Alemanno, da sempre contrario alla liberalizzazione. D'altronde, il popolo dei "tassinari" è quello che ha contribuito in maniera decisiva a farlo diventare Sindaco, e lui non manca mai di restituire il favore: è fresco infatti l'aumento delle tariffe, al quale Alemanno non ha opposto alcuna resistenza, anzi ne ha tessuto le lodi, dato che le tariffe "erano bloccate da troppi anni" (alla faccia del "non mettiamo le tasche nelle mani degli Italiani" ... sembra quasi il "le tasse sono una cosa bellissima" di Padoa Schioppa).

E chissà se Alemanno farà schierare, come sua abitudine, il Comune come parte civile al processo ... me sa proprio de no: Alemano nun se scorda de li amici, me sa.

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Democratici col dubbio
post pubblicato in Diario, il 26 ottobre 2009


                                                 

E alla fine arrivò il 26 Ottobre, il day after del cammino congressuale del PD. Circa tre milioni di votanti, che sono sempre una buona notizia in un Paese dove la partecipazione attiva è scoraggiata e dove la democrazia interna ai partiti è ridotta al minimo. E dove si dava per spacciato un progetto nel quale, invece, molte persone continuano a credere.

Ma mi perdonerete se i commenti positivi si fermano qui e non mi unisco al coro unanime e persino un po' ipocrita che alberga in queste ore all'interno dei democrats (mmm... troppo "americano" come termine per il "nuovo corso" bersaniano?), dopo essersele giustamente date di santa ragione fino al giorno prima nel marcare le reciproche differenze. Come saprete non sono stato un sostenitore di Bersani, anzi, e quindi almeno per me con il voto di ieri si aprono molti dubbi sul futuro del Partito che ho sostenuto fin dalla sua nascita. E di certo non sono l'unico.

C'è tutta una serie di elettori del PD, infatti, che si sono avvicinati a questo progetto con entusiasmo, al momento della sua nascita e durante la campagna elettorale del 2008. Scegliendo magari per la prima volta nella vita di impegnarsi attivamente per il progetto, perchè si pensava di poter finalmente lavorare per un Partito che rappresentasse una novità rispetto ai precedenti quattordici anni di un centrosinistra e soprattutto di suoi dirigenti che con le loro scelte, non-scelte e divisioni avevano depresso il morale dei loro elettori. Cos'è successo dopo, lo sappiamo tutti, ma per questi elettori comunque le segreterie Veltroni e Franceschini, con tutti i loro difetti, hanno rappresentato qualcosa in cui rispecchiarsi almeno nelle chiacchiere, se non nei fatti (dove comunque qualcosa di innovativo è stato fatto, eccome). Ora, invece, queste persone temono di perdere anche la possibilità di poter credere nelle chiacchiere, perchè potrebbero mancare anche quelle nella segreteria Bersani.

In questo cammino congressuale, infatti, benchè ci sia stata molta più attenzione sugli schieramenti di nomi e nomenclature che sui contenuti, qualcosa è stato detto, anche dalla mozione Bersani, nonostante le sue vaghezze e contraddizioni. Nel "nuovo vecchio corso" le Primarie continueranno ad essere utilizzate nelle scelte che si sono sempre fatto al chiuso delle segreterie dei partiti, o comunque nella forma più controllabile delle tessere? Casi come quelli di Villari continueranno ad essere puniti o verranno ridimensionati in nome del dialogo istituzionale? Il pizzino di Latorre sarà uno sbaglio irripetibile o casi del genere continueranno ad essere ignorati, in nome dell'antidipietrismo? La pulizia nel partito e il contrasto al clientelismo e ai capibastone saranno una priorità oppure si sarà meno inflessibili per non fare troppo i moralisti? Il conflitto d'interessi, le vicende giudiziarie e tutti i problemi connessi al berlusconismo continueranno ad essere uno strumento di lotta politica o verranno ridimensionati in nome dell'anti-antiberlusconismo? Le alleanze fatte per vincere sostitueranno quelle per poter ben governare, poi se non si vince pazienza? Le classi dirigenti meridionali cambieranno o si continueranno a riciclare i Bassolino e i Loiero e a cercare le alleanze dei De Mita e dei Mastella perchè "portano voti"? Si cercherà di avere coraggio innovativo nella proposta politica o si continuerà ancora di più a farsi frenare dai vari poteri forti di questo Paese, siano essi grande imprenditoria, grande finanza, Vaticano o persino opinione pubblica contraria?

Come comprenderete, non sono cose di poco conto. Sono cose che fanno la differenza tra ciò che hanno sempre rappresentato i partiti di centrosinistra dal '94 in poi e ciò che negli ultimi due anni è stato prospettato (perlopiù a chiacchiere, ma comunque prospettato) dal PD. E per tanti elettori, dopo aver "assaggiato" questo tipo di PD, tornare all'antico potrebbe essere così demoralizzante da indurli a seguire quei quattro milioni di elettori che si sono già rifugiati non verso altri lidi, ma addirittura nell'astensionismo. Facendo fare al PD un po' la fine del PS francese che, dopo l'innovatorismo della Royal (Veltroni) ha avuto un ritorno all'antico della Aubry (Bersani) seguito dal disastro elettorale delle Europee (Regionali?). E, quel che è peggio, la demoralizzazione potrebbe in ogni caso portare in tanti a rinunciare alla politica attiva. Lasciando ancora più spazio a tutte le peggiori espressioni di questo partito che certo hanno temuto questa voglia di partecipare della gente, della "società civile" in questi due anni, e che se hanno in massa aderito alla mozione Bersani ci sarà un motivo.

Insomma, c'è un popolo di "democratici col dubbio", che temono di restare senza cittadinanza politica. A Bersani l'onere di farli sentire ancora a casa propria.

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Due anni fa
post pubblicato in Diario, il 14 ottobre 2009


                                                      

Ai più sarà sfuggito, ma esattamente due anni fa, 14 Ottobre 2007, per la prima volta un segretario di partito veniva scelto attraverso le Primarie. Si trattava dell'atto fondativo del Partito Democratico, e più di tre milioni di persone si recarono ai seggi, pagando un euro e facendo la coda pur di sentirsi partecipe allo svolgersi della democrazia.

Da quel giorno tante cose sono successe. Il vincitore di quel plebiscito, Walter Veltroni, si è dimesso, e già questo la dice lunga su come in questi due anni siano state deluse le grandi aspettative suscitate da quella giornata, e soprattutto dalla straordinaria campagna elettorale del 2008 (tradotta in un 33% sì perdente, ma che attualmente sarebbe un sogno tornare a raggiungere). Questo certamente per i limiti dell'ex-segretario, poco capace di imporre una propria linea forte del consenso che inizialmente aveva, ma soprattutto colpa di una classe dirigente nel complesso incapace di farsi interprete di quella forte esigenza di rinnovamento, di modi e contenuti oltre che di facce, che l'elettorato di centrosinistra chiedeva e continua a chiedere dopo 15 anni di "stesse cose".

Incapace perchè divisa in perverse logiche correntizie capaci solo di produrre lotte intestine per il potere e non scambi di idee per il futuro del Paese. Incapace perchè cresciuta politicamente in un contesto del tutto diverso da quello berlusconiano, che rappresenta, nel bene o nel male (nel male, nel male...) un modo del tutto diverso di fare politica. In ogni caso, è tempo di cambiare. Senza retorica: cambiare non vuol dire solo fare largo ai giovani, ma soprattutto alle giovani idee. E alla capacità di dare una linea: la gente deve sapere cosa propone il PD per il loro futuro.

E' il ruolo che avrebbe dovuto svolgere questo Congresso. E invece si sarebbe ridotto ad un semplice gioco di nomi e nomenclature, se non si fosse candidato anche Ignazio Marino. Questa sgangherata mozione, tra mancanze di mezzi e visibilità, è riuscita con la sola determinazione dettata dalla passione e con la forza delle idee a riaccendere il dibattito sulle questioni centrali del PD. Il suò dire "dei SI e dei NO netti" e la sua lontananza dai giochi di corrente gli consente di porsi credibilmente come quel leader che il PD necessita per potersi proiettare nel futuro e realizzare pienamente quel progetto in cui tanti milioni di Italiani continuano a credere. Di certo in questo ha maggiore credibilità di chi sembra rivolgersi, più o meno legittimamente, al passato come Bersani, e chi rappresenta, con tutti i pregi e i difetti, il presente come Franceschini.

Ecco perchè ho scelto di impegnarmi fin dall'inizio per la sfida di rinnovamento portata avanti da Ignazio Marino. Ed ecco perchè ho deciso di accettare di interpretare questa sfida come capolista per l'Assemblea Nazionale nel mio collegio (Afragola - Arzano - Cardito - Casavatore - Casoria - Crispano - Frattaminore, in provincia di Napoli). Un studente dicianovvene senza "sponsor": in fondo, anche questa è una dimostrazione della capacità innovativa della mozione Marino ...

Ma, al di là di tutto, non perdiamo questa fondamentale occasione di democrazia partecipata. Che si preferisca Bersani, Franceschini o Marino, mai come il 25 Ottobre si deciderà il futuro del PD e quindi dell'Italia. Non pentitevi di aver lasciato ad altri questa scelta.

P.S. E a chi ci dice che tanto non vinceremo mai: se anche fosse, in fondo, basta che Bersani perda un 5% rispetto al voto degli iscritti per far sì che siano i voti di Marino a determinare il futuro del PD. Quindi ... diamoci da fare!

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Sprechi Mondiali
post pubblicato in Diario, il 27 aprile 2009


                                         

Per questioni di fretta, rinvio la puntata di "Riporto Report" a domani. Oggi video-post, nel senso che il video che vi allego, tratto dall'ultima puntata de "Le Iene", parla ampiamente da sè: si tratta dei Mondiali di Nuoto 2009, che come molti di voi sapranno si svolgeranno a fine Luglio a Roma.

Più precisamente, si tratta degli enormi sprechi nell'organizzazione di questi Mondiali. Ad ottenere l'aggiudicazione fu la giunta Veltroni nel 2005. Più in là iniziarono i lavori per le cinque aree della città interessate dagli impianti, ma nel 2008 il nuovo Governo Berlusconi dichiara lo stato d'emergenza per i lavori, nomina commissario la Protezione Civile di Bertolaso (quello che viene tanto osannato come "l'uomo dei miracoli") e stanzia ben 400 milioni di euro. Ebbene, il servizio delle Iene dimostra come, a soli tre mesi dai Mondiali, una serie innumerevole di impianti e infrastrutture sia incompleto o addirittura agli inizi, ed in ogni caso pochissime strutture saranno realizzate in tempo. Abbandonate? No, stando a sentire chi si occupa delle costruzioni: verrano realizzate, ma per il futuro. E per i Mondiali? Strutture pre-fabbricate. Persino le piscine pre-fabbricate.

Perchè si è arrivati a questo punto? Semplice: nel 2008, con il cambio di Giunta, il neosindaco Alemanno ha voluto "rivedere" gli appalti, e si è perso tempo. E, sapendo bene cosa vuol dire in Italia cosa vuol dire "rivedere gli appalti", tutto torna: forse Alemanno voleva fare qualche piacere ad imprenditori amici, forse i 400 milioni stanziati da Berlusconi servivano per questo, forse il commissario straordinario serviva per aggirare le regole "ordinarie". Forse, eh?

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Il sogno infranto
post pubblicato in Diario, il 18 febbraio 2009


                                                 

Ieri Walter Veltroni si è dimesso da Segretario Nazionale del Partito Democratico. Inutile nascondervi che la giornata di ieri è stata per me una giornata triste. Non perchè è Veltroni ad essersi dimesso, ma perchè si è dimesso Veltroni. Mi spiego meglio.

E' ormai da qualche anno che mi interesso di politica ("qualche anno", anche perchè chi vi scrive è molto giovane). Ho sempre ritenuto, e continuo a ritenere, che la politica sia l'unico mezzo che abbiamo a disposizione per cambiare le cose. E che anche il più minuscolo contributo è un contributo importante, che può contribuire al cambiamento, anche se ci sembra di essere impotenti. Però prima della nascita del Partito Democratico non potevo identificarmi completamente in nessun partito. Avessi potuto votare, probabilmente avrei votato i DS (certamente non un partito della coalizione di Berlusconi, non solo perchè i miei valori sono di centrosinistra, ma anche perchè un leader come Berlusconi non l'avrei votato comunque, anche se fosse stato paraddosalmente il leader del centrosinistra), ma l'avrei fatto solo per l'alto valore che do' alla possibilità di votare. Solo perchè probabilmente era il partito in cui mi riconoscevo di più, o mi disconoscevo di meno, fate voi, e mai mi sarei lasciato prendere dalla logica del "ma che me ne frega, si votino loro". Ripeto, ho un'alta considerazione della politica e del voto. Ma mai mi sarei sognato di partecipare attivamente alla vita di quel partito, mai ai suoi congressi, mai alle sue iniziative (vabbè, forse qualcuna sì), mai mi sarei impegnato per quel partito. Tutto questo l'ho cominciato a fare solo con il Partito Democratico. Perchè per me il Partito Democratico è la "realizzazione di un sogno politico", come ha detto Veltroni stesso. Un partito non di "sinistra", non "ambientalista", non "centrista", non "laicista", non "democristiano", non "socialista", non "garantista", non "giustizialista", non "berlusconista", non "antiberlusconista", insomma non una "enclave ideologica" (N.B. in questo passaggio mi sono spiegato male ... lo spiego meglio nei commenti al post): un partito bensì che mettesse insieme tutte le parti migliori di queste storiche esperienze e modi di pensare, e facesse qualcosa di nuovo, che unisse i sentimenti di tutti gli elettori di centrosinistra e li indirizzasse verso una idea democratica e riformatrice di Paese. Un partito dove non contassero più, o perlomeno contassero di meno, i giochetti di potere, il correntismo, e dove invece contasse di più chi merita, chi partecipa, chi lavora. Un partito che sapesse rappresentare le aspettative degli elettori di centrosinistra, e raccogliere anche gli elettori delusi dal Berlusconismo, con un linguaggio nuovo, diverso da quello vetusto degli anni precedenti. Un partito insomma "nuovo", come s'è detto più volte, che portasse finalmente al cambiamento questo Paese che ne ha tanto bisogno.

Per un pò il Partito Democratico è stato se stesso. Lo è stato per la prima volta alle Primarie (anche se quelle Primarie hanno avuto un errore di fondo, di cui parlerò dopo), quando milioni di persone votarono inaspettatamente così massicciamente. Lo è stato durante la campagna elettorale. Lo è stato al famoso "discorso del Lingotto". Lo è stato al Circo Massimo. Lo è stato ogni qual volta si sono fatte le Primarie, e specialmente quando hanno vinto candidati inaspettati (l'ultimo, a Firenze, Matteo Renzi). Lo è stato quando il Partito Democratico, per la prima volta nella storia d'Italia per dei partiti di opposizione, ha presentato più volte le varie proposte alternative a quelle del Governo (benchè pochi ne hanno parlato).

Ma dalle elezioni di Aprile in poi, si è rotto un incantesimo. Anche se altri momenti "democratici" sono venuti dopo quella data, comunque da quelle elezioni è cominciata inesorabilmente la deriva del PD. Da un lato, degli oligarchi di partito, che hanno cominciato a logorare e sfiancare Veltroni, per meri interessi personalistici e non nell'interesse del PD. E facciamo i nomi, sono i vari Rutelli, Letta e soprattutto D'Alema, principalmente, e le loro "aree". Dall'altro lato, una buona fetta dell'elettorato, che in una logica non di legittima critica, ma di puro disfattismo, non ha creduto più in Veltroni, e ha cominciato a chiederne la testa, senza riflettere sul chi sarebbe venuto dopo e se c'erano alternative migliori. Li comprendo, certo, perchè è brutto non vedere appieno realizzate le proprie aspirazioni, le proprie aspettative, ma quando distruggiamo una persona, dobbiamo anche pensare se c'è un'alternativa migliore. Invece a sinistra non riusciamo mai a guarire da questo male storico che ci perseguita, ovvero il distruggere i nostri leader uno dopo l'altro, passando di male in peggio, in una pura logica di "capro espiatorio".

Ecco dove volevo arrivare, con quel "sono triste perchè si è dimesso Veltroni, non perchè è Veltroni che si è dimesso"Veltroni non sarà stato perfetto, ha commesso vari errori, il primo dei quali quello di non aver convocato un congresso subito dopo le elezioni, per portare allo scoperto i giochetti di potere dei dalemiani e dei rutellian-lettiani e vedere chi aveva ragione, quale linea era quella voluta dagli elettori e quindi legittimata ad essere "imposta" (mentre la leadership di Veltroni, essendo nata da un compromesso fra le varie aree del PD, era debole, non poteva imporre la propria linea). Ma certamente Veltroni era, tra tutti quelli della vecchia dirigenza, colui che aveva il progetto più simile al progetto del Partito Democratico che vi ho descritto prima. E certamente l'unico a poterlo portare avanti in maniera credibile. 

E dunque, non mi dispiace solo per Veltroni. Nessuno è insostituibile. Ma il problema è che mancano i sostituti: o, perlomeno, sostituti che sappiano rispettare meglio di lui, o perlomeno come lui, il progetto del Partito Democratico. Non possono farlo nè Bersani nè Letta, perchè non posso portare avanti il progetto del PD persone che in questi 16 mesi non hanno fatto nient'altro che gli interessi propri, e non del PD (magari non proprio loro in prima persona, voglio essere buono, ma certamente le loro aree di riferimento, di cui sono diretta espressione e dalle quali si fanno palesemente sostenere). Ma non solo per questo aspetto "formale", per quanto fondamentale, ma anche per motivi sostanziali: Bersani vorrebbe un partito di sinistra e basta, Letta un partito di centro e basta. Il PD invece è un partito di centrosinistra, ed una leadership dell'uno o dell'altro significherebbe, molto probabilmente, la morte del PD. O comunque del suo progetto: magari continuerebbe a chiamarsi "Partito Democratico", ma non sarebbe più "il" Partito Democratico.

Direte voi: ma si candiderà qualcun altro, no? Certo: magari la Bindi, oppure la Finocchiaro, Soru ... ma nessuno di questi saprà probabilmente fare meglio di Veltroni, se anche riuscisse a battere Bersani. Nessuno della vecchia dirigenza potrà farlo. A meno che lo stesso Veltroni non si ricandidi, cosa che io mi auguro, in effetti. Non sarebbe facile per lui riguadagnare il consenso della base (anche se io non sarei così pessimista), ma certamente se battesse chi lo ha logorato in questi 16 mesi, avrebbe tutti i mezzi per fare quello che doveva e voleva fare e non è riuscito a fare appieno. Ma putroppo lo escludo, ha un raro senso della dignità, una rara statura morale: un "signore", appunto. E ieri abbiamo dimostrato per l'ennesima volta che l'Italia non è un paese per signori.

E allora l'unica speranza è una "ribellione" del popolo democratico. Se c'è una cosa che Veltroni ci ha lasciato, è la possibilità di esprimerci tramite il voto per cambiare la dirigenza. Non dobbiamo arrenderci, dobbiamo prendere coscienza della nostra forza, mandare a casa tutta la nomenclatura ed affidare il partito a persone "nuove", o anche a dirigenti "vecchi" ma come Veltroni (e magari anche migliori, più decisioniste), che pensino unicamente al bene del Partito Democratico e a perseguire il suo progetto originario, e non alla propria sete di potere. Ci credo poco, sinceramente: ma dobbiamo farlo. Altrimenti, io e tante persone come me torneranno alla situazione di prima della nascita del PD: continueremo a votare, magari, ma non ci identificheremo più in un partito. Non lotteremo più per un partito. E facendo così, inevitabilmente questi populisti che attualmente ci governano, governeranno per anni ed anni. Pensiamoci.

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Il corruttore c'è, si sa ma non si può punire
post pubblicato in Diario, il 17 febbraio 2009


                                                   

Oggi sono successi almeno due avvenimenti importanti: le dimissioni di Veltroni da leader del PD, e la sentenza sul caso-Mills. Delle dimissioni di Veltroni parlerò domani, anche perchè domani diffonderà le sue motivazioni. Passiamo dunque al processo Mills. Copierò un passaggio da Corriere.it:

L’avvocato inglese David Mills è stato condannato a 4 anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dai giudici del Tribunale di Milano. I giudici lo hanno riconosciuto colpevole ritenendo valido l’impianto dell’accusa secondo cui Mills fu corrotto «con almeno 600mila dollari» da Silvio Berlusconi per testimoniare il falso in due processi al fondatore della Fininvest. Il legale è stato inoltre interdetto per 5 anni dall'esercizio dei pubblici uffici e dovrà risarcire 250 mila euro alla presidenza del consiglio, costituita parte civile.

Ovvero: la sentenza stabilisce che Mills è stato corrotto da Berlusconi. Ma Mills è condannato, Berlusconi no. Perchè? Semplice: Berlusconi s'è fatto il lodo Alfano, e dunque non è più processabile/condannabile.

Dunque ci ritroviamo con un Presidente del Consiglio che sappiamo sarebbe stato condannato per corruzione, se non si fosse fatto una legge ad personam per evitare ciò. In un Paese normale, in una democrazia normale, il Premier si sarebbe dimesso (anzi, di solito si dimettono per molto meno). Oppure il popolo sarebbe sceso in piazza finchè non si fosse dimesso. L'Italia invece subisce passivamente. E l'informazione addirittura declassa questa notizia nelle ultime dei TG, oppure non la dice proprio.

Meno male che Berlusconi non ha interesse a trasformare l'Italia in una dittatura (perchè tanto riesce ampiamente già così a realizzare gli interessi propri e dei poteri che lo sostengono, perchè correre questo rischio?). Ma ci rendiamo conto che se al posto di Berlusconi ci fosse una "capa spostata", un folle, l'Italia accetterebbe passivamente e magari con gioia di essere sottoposta ad una dittatura? E ci rendiamo conto di quanto sia "facile" essere nelle posizioni di Berlusconi? Che ci vuole, bastano tre cose: essere un "personaggio", cioè avere un'immagine vincente e piacente; controllare l'informazione (e questo accade in varie parti del mondo, anche se solo in Italia chi controlla è direttamente capo del Governo); saper fare bene propaganda, nascondendo le negatività ed esaltanto le poche positività delle proprie azioni di Goveerno. E farsi sostenere dai poteri forti, dimenticavo, ma tanto i poteri forti sostengono chiunque sia in grado di fare i loro interessi.

Temo per l'Italia. Temo per una Nazione che dimentica se stessa, di una Nazione che "se ne frega", di una Nazione che rinuncia alla lotta politica, che rinuncia ad informarsi, che rinuncia a farsi domande. Di una Nazione che chiede le dimissioni di chi non si dovrebbe dimettere, e mai di chi dovrebbe farlo.

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RAI: "piazza pulita" sì, ma di partiti
post pubblicato in Diario, il 13 febbraio 2009


 

Un nuovo "editto bulgaro". Almeno stando alle parole di Maurizio Gasparri, noto più per le sue esternazioni al limite della decenza e per una legge sulle telecomunicazioni ben oltre questo limite, che per la sua linea politica (ha delle idee politiche???). Il presidente dei senatori del PDL, infatti, ha dichiarato: "Santoro e il presunto comico Vauro sono due volgari sciacalli che vomitano insulti con le tasche piene di soldi dei cittadini. Gente così offende la verità, alimenta odio e merita solo disprezzo totale della gente perbene. L'insulto è la loro regola. Colpa di gestori della Rai che per fortuna stanno per essere cacciati come meritano".

Insomma, parole che ricalcano molto quelle pronunciate da Fini nel 2001 ("Quando saremo noi al Governo in Rai faremo piazza pulita"), applicate poi da Berlusconi pochi mesi dopo con il famoso "editto bulgaro", con il quale Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi furano cacciati dalla RAI solo per aver parlato nei loro programmi del libro "L'odore dei soldi" di Marco Travaglio, nel quale veniva fatta luce documentata, tra le altre cose, sui rapporti tra Berlusconi e la Mafia. Da notare che poi Biagi, Santoro, Luttazzi e Travaglio hanno poi vinto tutte le battaglie giudiziarie (per quanto riguarda Travaglio, perchè non c'era diffamazione: non erano cose inventate!) costringendo RAI e Berlusconi a risarcirli (infatti, se Annozero va in onda e in prima serata è perchè la RAI è obbligata da una sentenza, non perchè lo fa per piacere).

Insomma: eliminare tutte le voci fuori dal coro. Questo è il credo di questo Governo "liberale", e soprattutto del suo Leader "liberale" che non sopporta chiunque si differenzi dai restanti pseudo-giornalisti accomodanti ed adulanti, senza indipendenza intellettuale ma piegati a 90° dinanzi al potere del Premier ... sono arrivati perfino a cacciare, prima dal Tg5 e poi da Mediaset in toto, Enrico Mentana ... "noto" stalinista ed anti-berlusconiano, vero? E soprattutto non sopporta che questo avvenga in TV, dato che è perfettamente consapevole, avendo sfruttato appieno tale principio per diventare quello che è, che "tutto ciò che non è in TV, non esiste".

Io invece voglio un'altra "piazza pulita" in Rai. Voglio una Rai libera dai partiti, amministrata da persone competenti e non da politici messi lì dai partiti per controllare la loro quota televisiva; gestita da un amministratore delegato indipendente e non da un Presidente scelto dal Premier; con un consiglio d'amministrazione formato da esponenti della società civile, dalle migliori menti del giornalismo e del sistema televisivo; con il rispetto del pluralismo e dell'obiettività dell'informazione; con un senso spiccato del "servizio pubblico", e con un offerta di qualità. Qualcuno ha già lanciato questa sfida, si è già fatto avanti con le proprie proposte: sta a Berlusconi accettare. Ma tanto si sa già come andrà a finire: mettere sempre di più le mani sull'azienda concorrente, e sul 90% del mercato televisivo dell'informazione, è un interesse molto più grande.

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Questione di poltrone
post pubblicato in Diario, il 25 gennaio 2009


                                                

Di tutta la polemica sulla possibile riforma della legge elettorale delle europee, che vede i partiti "minori" aizzarsi contro lo "strapotere" di PD e PDL, che vorrebbero creare un bipartitismo finto, antidemocratico, bla bla bla, mi ha colpito una cosa.

Al di là del merito della questione dello "sbarramento", che tra l'altro mi vede piuttosto concorde con le istanze dei "partitini" (dato che per le elezioni europee non si eleggono governi e quindi non c'è bisogno di favorire maggioranze solide e minore frammentazione; dunque, piuttosto che uno sbarramento al 4%, bisognerebbe agire sui rimborsi elettorali, evitando che vadano dispensati soldi in quel modo, tra l'altro anche ai partitini dello zerovirgola), infatti, ciò che è davvero antidemocratico è l'ennesima restrizione per la libertà di scelta dei cittadini: ovvero la volontà del PDL di abolire delle preferenze.

Oddio, non che l'attuale sistema fosse perfetto: invece di tre preferenze, potevano ridurle a due, magari di doppio genere (una maschile ed una femminile), e, in linea ideale, secondo me andrebbe lasciato un 10-20% di liste bloccate, per dare spazio a quelle energie della società civile che faticherebbero ad esprimersi in una competizione muscolare basata sul semplice numero elettorale (ovviamente, ripeto, in "linea ideale", perchè sappiamo benissimo i partiti, soprattutto certi partiti, cosa ci farebbero con quel 10-20% ... sistemare avvocati personali e soubrette, condannati e impresentabili). Ma certo dare il 100% delle scelte ai vertici di partito è uno schifo.

E allora, quando coloro che in nome della "democrazia" battagliano e strepitano quando si parlano di sbarramento, ma se ne fregano delle preferenze, mi vien da pensare solo una cosa: che in realtà a costoro della democrazia freghi ben poco, e pensino piuttosto alla pagnotta.

Come si dice: a pensar male, spesso ci si azzecca. Ma se non ci avessi "azzeccato", allora voglio una prova: se passerà la legge, cari "partitini", fate le primarie per scegliere i candidati. Viva la democrazia, no?

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