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il blog di Francesco Zanfardino
Viva il nostro centrosinistra
post pubblicato in Diario, il 18 maggio 2011


Ci eravamo abituati ai "day-after" delle elezioni in cui tutti si dichiaravano vincitori, senza che nessuno, tranne qualche lodevole eccezione, traesse mai le conseguenze delle proprie sconfitte. Stavolta invece è palese chi siano vincitori e perdenti.

1 - Il perdente è ovviamente Berlusconi. Gli enormi distacchi di Torino (-30%) e Bologna (-20%), il sorprendente distacco nella "berlusconianissima" Milano (-7%), i ballottaggi nelle roccaforti del centrodestra come Trieste (-13%) e Cagliari (-1%), persino la sconfitta nella Napoli che doveva essere il simbolo del "Governo del fare" contro la "malamministrazione della sinistra" (Lettieri al 38% contro il 46% di De Magistris + Morcone). Persino il ballottagio ad Arcore (-7%). E quelle preferenze personali, a Silvio Berlusconi, dimezzate a Milano.

Un quadro inequivocabile, la cui gravità verrà molto probabilmente rafforzata tra due settimane con le sconfitte ai ballottaggi, a cominciare da Milano e persino a Napoli. E la mazzata finale potrebbe venire dal quasi sicuro trionfo dei referendum. Tre mazzate di fila che fatico a credere non portino alla fine del berlusconismo, specialmente ora che anche la Lega Nord perde rovinosamente consenso.

2 - Ma quel che coglie di sprovvista tanti "filosofi" e "politologhi" è che è altrettanto chiaro che c'è un vincitore, e questo non è una persona (Vendola? Bersani?), nè un partito (Pd?), bensì un'idea: il centrosinistra. Lo dimostrano tutte le vittorie prima elencate, raggiunte senza alleanze innaturali con il "terzo polo" oppure con  la Lega, ma con un'unica alleanza: quella con il suo popolo, quello straordinario popolo che ha cominciato a riprendere coscienza della propria forza e della propria capacità di rivoluzionare questo Paese.

E che a Napoli, premiando De Magistris, ha punito la disunità del centrosinistra. Oltre che la malamministrazione, la delusione delle grandi speranze suscitate da un altro trionfo popolare (quello di Bassolino del '93), la perdita della chiara "diversità" dagli "altri", le guerre intestine fatte non sulle idee ma sullo scontro di gruppi di potere, la perdita di ogni passionalità e solidarietà interna in tutti i suoi livelli, a volte persino in quelli giovanili, a favore delle logiche del personalismo, dell'opportunismo, del consociativismo.

3 - Ora, per i militanti del PD come me, del PD napoletano come me, è il tempo della rifondazione. A Napoli, certamente, ma anche nel resto d'Italia. Così come è impensabile che, a Napoli, una classe dirigente che ha fallito TUTTA su TUTTI i fronti (tranne le solite lodevoli eccezioni), resti al proprio posto, è altrettanto difficile da immaginare che la classe dirigente nazionale possa interpretare le richieste che la "base" ha lanciato con queste elezioni e che, immmagino, pretenderà nel post-elezioni.

E' difficile credere che chi per mesi e mesi ci ha tartassato col teorema della "indispensabilità" dell'alleanze coi centristi (arrivando persino a spingersi fino alla Lega e a Tremonti, come vagheggiò Bersani), del "non importa riuscire a goverare il Paese, con un'alleanza omogenea, basta che non governino loro", ora ci venga a dire che "abbiamo scherzato, dobbiamo governare insieme a Di Pietro e Vendola", prima giudicati come "troppo estremista, dobbiamo essere riformisti" e "troppo di sinistra, dobbiamo essere moderati".

E' difficile credere che, chi finora ha ritenuto le Primarie un'inutile rottura di scatole, ora ci venga a dire che dobbiamo essere il partito del "popolo delle primarie", quello che ci ha fatto trionfare a Torino, Milano, Bologna, Cagliari, Trieste; e anche a Napoli, dove De Magistris ha vinto le vere primarie del centrosinistra con Morcone, a discapito delle "primarie farsa" consumatesi in tutti questi anni a Napoli e provincia (e in genere al Sud), sui cui voti GONFIATI, tra l'altro, si basa solidamente tutta la classe dirigente nazionale.

E' difficile credere che, chi finora ha inseguito "riformisticamente" la destra su quasi tutti gli argomenti (compreso il lavoro), ora ci venga a dire che porterà avanti una radicale alternativa al modello berlusconiano di società, come richiesto dalla base in queste elezioni.

Insomma, è difficile credere in questa classe dirigente. Che una sua effettiva svolta, come a chiacchiere certamente proclameranno in questi giorni, sia davvero credibile. E questo potrebbe vanificare o frenare gli effetti dell'ondata di rinnovamento che ieri tutti abbiamo finalmente avvertito, spalancando di nuovo le porte, alle prime difficoltà, alla logica dell'opportunismo politico.

Ecco perchè faccio un appello a tutta la "base" del centrosinistra: non adagiamoci sul trionfo di ieri. La svolta definitiva del centrosinistra potrà derivare solo dalla reale svolta del Partito Democratico, che resta ovunque, e di gran lunga, il principale partito del centrosinistra: quindi invadete questo partito e riprendetevelo. E potremo, quindi, riprenderci davvero anche il nostro Paese.

Scontro frontale
post pubblicato in Diario, il 8 settembre 2010


                                            

Da una parte, scene di ordinaria follia alla Festa Pd di Torino con fumogeni scagliati contro Bonanni della Cisl. Dall'altra, una Federmeccanica che rescinde unilateralmente il contratto nazionale tanto faticosamente conquistato all'inizio del 2008 dopo una difficilissima trattativa tra i sindacati e l'allora presidente di Federmeccanica Massimo Calearo (la cui successiva candidatura nel PD fu per questo molto molto contestata a sinistra).

Davanti alle violenze di questi giorni, si torna a parlare di "cattivi maestri". Io credo invece che questo tipo di violenze sono ingiustificabili, e imputarle a cattivi maestri sarebbe quasi una giustificazione per chi ha commesso la vile e soprattutto pericolosa aggressione a Bonanni. Tuttavia, se proprio dovessimo parlare di "cattivi maestri", mi domando se in questa definizione non rientrino solo coloro che soffiano sul fuoco delle contestazioni violente, ma anche coloro che fornisco il "substrato" a queste contestazioni. Come quegli industriali che ingaggiano lo scontro con i propri lavoratori, come fatto ora da Federmeccanica e qualche tempo fa da Marchionne con la decisione di tener fuori i tre operai di Melfi. Quei sindacati come la Cisl e la Uil che, se non si sono "venduti al padrone" come recitavano gli striscioni dei contestatori di Torino, si ormai da tempo troppo piegati a questa logica confindustriale e berlusconian-sacconian-brunettiana. Quei partiti politici come il PD che, in preda ad una distorta idea di "riformismo", seguono troppo spesso le orme di questi sindacati. E quesi sindacati come la Cgil che, in preda al conservatorismo più becero, non riescono a convogliare le "forse oppositive" in "forze propositive", per un cambiamento progressista e (davvero) riformista del mondo del lavoro.

Serve una nuova politica sul lavoro, insomma, cara CGIL. Ma non come la vogliono Confindustria e i berluscones, con a ruota Cisl e Uil, un modello tutto basato sulle esigenze degli imprenditori (che comunque vanno considerati anch'essi come lavoratori, e non come "padroni"). E se il PD riuscisse in questa opera di ricucitura, superando lo scontro frontale tra le due parti, riuscerebbe a dimostrare tutto il suo enorme potenziale positivo per l'Italia. Oltre che ad essere se stesso, anzichè inseguire gli altri.

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Plausibile
post pubblicato in Diario, il 4 dicembre 2009


                                                     

In fondo, nessuna rivelazione clamorosa. Non perchè in realtà la deposizione del pentito Spatuzza è "aria fritta", come cercano di derubricarla i berluscones, ma perchè semplicemente non è stato detto granchè di nuovo: un medio lettore di Travaglio, o semplicemente uno che si va a cercare le notizie su Internet, era già a conoscenza delle ombre che riguardano la nascita di Forza Italia, ed il suo legame economico-elettorale con la Mafia siciliana, attraverso l'opera di Dell'Utri ed il compiacimento del "Cavaliere". Ma ora la faccenda è finita in televisione, con la giusta ribalta mediatica che fin dall'inizio questo processo Dell'Utri meritava (soprattutto in un Paese dove si sa tutto dei vari Cogne, Garlasco e Perugia), e stavolta non si può mettere a tacere Spatuzza con un "editto bulgaro" come fu fatto con quei pochi che provarono a portare la faccenda in TV, così la pattuglia dei cortigiani di Berlusconi ha il suo bel daffare per cercare di ridimensionarne le conseguenze.

Innanzitutto, cercando di smontare la credibilità di Spatuzza, si incominciano ad attaccare le basi giuridiche di quei processi: il concorso esterno in associazione mafiosa, il ruolo dei pentiti, il 41 bis. Cose che andrebbero tutti rivisti in nome di un maggior garantismo, dimenticandosi che si tratta di legislazioni sì "speciali", ma che riguardano una situazione altrettanto speciale quale quella della presenza così decisiva della malavita organizzata in Italia che non ha alcun riscontro altrove. Inoltre, se Spatuzza non è credibile in quanto è stato un mafioso pluriomicida, o perchè parla dopo 15 anni, si abbia il coraggio di proporre che stabilisce limiti temporali per pentirsi e limiti di reati commessi per poterlo fare. E invece no, perchè poi si scopre che tanti processi si sono basati su pentiti del genere, compreso quelli condotti da Falcone e Borsellino, e compreso quelli contro i terroristi come Battisti e Sofri, sui quali invece il centrodestra non ha niente da dire. E anche il processo Andreotti, diranno quelli della maggioranza: peccato che Andreotti, a differenza di Berlusconi, si è fatto processare per anni senza troppi problemi. E, comunque, Andreotti non è stato semplicemente assolto, dato che è stato assolto solo per gli anni più recenti (mentre per gli anni 60-70 è stato prescritto).

Poi si cerca di far passare l'idea che il Governo ha avuto straordinari successi contro la mafia, e per questo la mafia vuole farlo fuori tramite i propri uomini. Per far ciò si snocciolano cifre su cifre, tutte da verificare. Ma, soprattutto, sono questi presunti successi imputabili al Governo? Cosa ha fatto il Governo finora per aiutare le forze dell'ordine e la magistratura nel proprio compito? Solo tagli su tagli, offese gratuite e strumenti giuridico-legislativi che certo non sono una mazzata nei confronti della mafia (come lo scudo fiscale), nonchè "reticenze" a sciogliere per mafie le giunte amiche (come a Fondi).
 
Infine si usano i soliti argomenti, quello dell'Italia che viene "sputtanata", dei complotti, del fatto che pur di colpire Berlusconi "osano" accusarlo di cose ridicole come di "essere un capomafia" perchè non sono capaci di batterlo sul piano delle cose concrete, eccetera. Come se un premier non potesse essere accusato solo perchè altrimenti parlano di noi all'estero, come se un premier solo perchè è tale è impossibile che abbia relazioni con la mafia (non di essere un capomafia).

Ma non è più facile farsi processare? E' ovvio che non si possono chiedere le dimissioni di un premier perchè un pentito lo chiama in causa, ma è così assurdo che possano essergli rivolte delle accuse, che andranno ovviamente accertate? Soprattutto, è così assurdo che ciò avvenga con Berlusconi? In fondo, che ci siano relazioni fra la nascita di Forza Italia e la mafia non solo è uno scenario possibile (com'è ovvio ... ogni cosa è possibile), ma anche plausibile. Avere molti esponenti minori condannati definitivi per mafia e esponenti di spicco e fondatori condannati in primo grado non rende automaticamente mafioso un partito, così come sbancare elettoralmente in Sicilia, ma non alimenta il sospetto, soprattutto rispetto ad altri partiti che non hanno tanti presunti mafiosi e contanto poco in Sicilia (a meno di voler osare di ritenere la mafia disinteressata alle elezioni)? Essere stati poco trasparenti nelle proprie attività economiche non rende automaticamente fruitori di finanziamenti mafiosi, ma non alimenta il sospetto? Avere un mafioso siciliano come stalliere a Milano non è una prova di mafiosità, ma non alimenta il sospetto? Essere intercettati mentre si dicono cose ambigue non rende mafiosi, ma non alimenta il sospetto? Insomma, le vicende di Berlusconi e Forza Italia sono così limpide da rendere illeggitimo ogni sospetto?

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LinG8
post pubblicato in Diario, il 28 giugno 2009


                                   

Tanti sono i problemi che attanagliano il Partito Democratico. Divisioni interne, poca fermezza nelle posizioni, difficoltà a far emergere una proposta alternativa di Paese, distanza dai territori, grande debolezza nelle urne. Eppure, a pensarci bene, il vero grande problema del PD è uno solo: il metodo di selezione della classe dirigente, il peccato originale dal quale deriva tutto il resto.

Dopo estenuanti dibattiti interni, infatti, alla fine è stato scelto il tesseramento. Sempre meglio dei metodi di selezione del PDL, per carità, ma per un Partito che, almeno idealmente, ha l’innovazione nel sangue, è un metodo del tutto insoddisfacente. Perché? Per capirlo basta leggersi i numeri del tesseramento: quasi un quarto degli iscritti al PD risiede in Campania. Insomma, ho scoperto che la mia regione è più “rossa” della Toscana! Il che già fa venire qualche sospetto, viste la batoste che abbiamo preso in Campania. Sospetti confermati dal fatto che alle Primarie Provinciali di Napoli hanno partecipato solo 30mila persone, con ben 60mila iscritti in tutta la Provincia. Insomma, due sono le cose: o migliaia di persone hanno scambiato la tessera del PD per la social card … oppure il tesseramento in Campania è stato gonfiato.

Non so voi, ma io propenderei per la seconda opzione, anche perché io ci sono stato, dietro ai “banchetti” di quel tesseramento nella mia città, Afragola. Ne ho viste e sentite di tutti i colori, ma soprattutto ho visto concretizzarsi davanti ai miei occhi il peggior incubo per chi crede davvero nel Partito Democratico: folle di persone in fila, quasi duemila, ma in buona parte senza avere la minima idea di quello che stessero facendo, o comunque facce mai viste alle (poche) iniziative di partito organizzate in Città, né prima né dopo il Congresso cittadino. Evidentemente, tanto spirito di partecipazione non proveniva da un reale interessamento al Partito, che qui alle Provinciali ha preso solo il 13%, ma soprattutto dalle cooptazioni messe in atto da correnti e gruppi di potere che per cercare di accaparrarsi qualche sgangherata poltrona hanno ben pensato di “investire” qualche centinaia di euro in pacchetti di tessere. E non crediate che questo valga solo per la Campania: come molti di voi sanno, è questo un discorso che vale per tutto il Sud, ma anche nel resto d’Italia, dove forse gli strumenti sono diversi ma i giochi di potere sono ugualmente diffusi.

E’ normale, allora, che il Partito perda poi i legami con i territori, se a rappresentarli non ci sono le persone più attive sul territorio, ma solo quelle che hanno saputo “investire” di più; è normale, allora, che il Partito fa fatica a far emergere le sue proposte, se a rappresentarlo non ci sono i più preparati, ma quelli protetti dalla corrente più forte; è normale, allora, che il Partito sia attanagliato da divisioni, se il tutto si riduce ad un conflitto di poteri e non ad un’azione finalizzata al bene del Paese. Ed è normale, allora, che poi siamo costretti a ritenerci “fortunati” se prendiamo il 26% alle Elezioni.
Non possiamo far finta che il problema del tesseramento non esista. Una possibile soluzione potrebbe essere l’adozione delle Primarie anche per la selezione delle cariche interne, ma ancora una volta l’esperienza personale delle Primarie 2007, utilizzate anch’esse per una conta interna cittadina, mi impedisce di pensare che quello strumento sarebbe risolutivo del problema, anche se certamente aumenta le possibilità che il risultato rovesci o comunque indebolisca i giochetti di potere. Ma serve ben altro, una radicale innovazione: non più tessere in cambio di 15 euro, ma in cambio di partecipazione. Che so, due assemblee mensili “obbligatorie” in ogni circolo, ogni volta un appello come a scuola e, arrivati al Congresso, locale o nazionale che sia, solo chi ha partecipato ad un tot di assemblee (direi il 20%) nei 12 mesi precedenti ha diritto all’elettorato attivo e passivo.

D’accordo, è una proposta che necessita di precisazioni, miglioramenti ed adattamenti alle esigenze di tutti e alle varie realtà. Ma ciò che deve importare è il succo della questione: va bene aprire a tutti la scelta dei candidati alle elezioni, ma i dirigenti del Partito devono essere scelti solo da chi quel Partito lo vive e dimostra un minimo di partecipazione. Altrimenti ci ritroveremo sempre di più guidati dai soliti capibastone, capacissimi a cooptare ma incapaci a radicare il Partito nei territori.

Voterei al Congresso chiunque si impegni a fare questo, o comunque trovi una soluzione adeguata a questo problema. E, se ciò non accadrà, vorrà dire che dobbiamo trovare coraggio e riprenderci il nostro Partito. Lo so, è un’impresa difficile: ma l’alternativa è un Paese arretrato come il nostro, con l’unico partito capace di cambiarlo, incapace di farlo. Fate voi: io non ci sto.

Questo è il contributo che ho inviato qualche giorno fa alla mail dei “Piombini Democratici”, quello straordinario gruppo di giovani e meno giovani che, in questo valzer di nomenclature e vecchi (ed inefficienti) metodi che si sta apprestando ad essere il futuro Congresso del PD, sta finalmente animando di “politica”, di buona politica questa Italia che ne ha davvero bisogno. E Sabato al Lingotto potevo forse esserci anch’io (anche se molte persone venute a portare il proprio contributo non sono riuscite a farlo, e questo dimostra la grande vivacità del gruppo), visto che due carinissime persone (che non conosco, se non tramite mail, ovvero Francesca e Grazia) hanno ritenuto che il mio contributo da diciottenne-quasi-dicannovenne addirittura fosse degno di lettura. Forse, aprendo quella mail Venerdì mattina, avrei dovuto compiere la pazzia di tentare di spiegare ai miei genitori (berlusconiani) che cavolo fossero i Piombini, convincerli soprattutto a sganciare le centinaia di euro necessarie per il viaggio, fare la valigia al volo, acchiappare gli ultimi posti disponibili in treno (da Napoli) ed arrivare di corsa al Lingotto l’indomani mattina. Sì, avrei dovuto farlo e me ne pento.

In compenso, domani forse farò una pazzia ben più enorme...

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Un anno e mille morti dopo
post pubblicato in Diario, il 6 dicembre 2008


                              

Un anno fa la tragedia della ThyssenKrupp. E' impossibile sottrarsi a questa abitudine mediatica degli anniversari, per la quale certi argomenti vengono affrontanti solo una volta all'anno, in queste occasioni, e poi ce ne si dimentica, a parte qualche breve comunicato sull'ennesima morte sul lavoro (ma solo quando ne muoiono più di uno al giorno, e nemmeno sempre). Su "Discutendo" invece avete potuto spesso leggere di questo argomento, e certo non solo come semplice "cronaca da bollettino".

1003 morti in un anno. Dietro questi numeri terrificanti (quasi 3 morti al giorno!) c'è tutto un mondo, fatto di lavoratori costretti a lavorare in condizioni disumane, in assenza di condizioni di sicurezza, costretti a lavorare oltre il massimo consentito, pagati a nero e male, senza tutele sindacali, senza dignità. Perchè spesso il lavoro, in Italia, non nobilita l'uomo, lo rende senza dignità (quando non l'uccide). Ma anche un mondo fatto di imprenditori disonesti che fanno profitto sulle spalle dei lavoratori. Di sindacati che con più forza dovrebbero denunciare questo scempio. Ma soprattutto un mondo fatto da Confindustriali e Governanti senza vergogna, che annullano il tema delle morti bianche dall'agenda politica del Paese, che, quando non provano a sminuire il problema (Castelli docet), cancellano quel minimo sforzo verso la legalità costiuito dal Testo Unico sul Lavoro del Governo Prodi: per loro chi specula sui propri lavoratori non deve essere punito.

Non per niente oggi a Torino non c'era nessun rappresentante di Confindustria e del Governo. Meglio farsi la campagna elettorale in Abruzzo e dire assurdità, anzichè mostrare la propria vicinanza, perlomeno con un comunicato. Vabbè, perlomeno sono coerenti.

P.S. E, diamine, smettiamola di usare quel termine ("morti bianche"). In queste morti di bianco non c'è nulla.

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A Torino apre il primo negozio che compra rifiuti
post pubblicato in Diario, il 20 maggio 2008


                                        

Napoli, piena come non mai di rifiuti, attende il premier Berlusconi e il suo Cdm
, che dovrebbe approntare le misure per risolvere definitivamente la questione rifiuti. Dovrebbe, non solo perchè la cosa non è così semplice, ma anche perchè lo stesso Ministro per l'Attuazione del Programma (!), il campano Gianfranco Rotondi, ha detto che il CdM non si occuperà di questo. Verrebbe da chiedersi che diavolo ci siano venuti a fare a Napoli allora, ma credo che Rotondi abbia semplicemente preso un abbaglio. Perchè altrimenti sarebbe grave e ridicolo.

Intanto, a Torino si muove qualcosa nella gestione dei rifiuti: nasce infatti il primo negozio che compra rifiuti in Italia. Sito in via Santa Croce e gestito dall'azienda "Recoplastica", sarà attivo da Agosto e acquisterà alcune tipologie di rifiuti (lattine, plastica e carta opportunamente separati), pagando un contributo ai clienti secondo le quotazioni di mercato.

Certo, per Napoli ci vuole ben altro. Ma comunque potrebbe essere un buon metodo per incentivare la cultura della raccolta differenziata (anche nel resto d'Italia, a dire la verità), che, dopo il superamento della fase strettamente emergenziale (anche con le putroppo necessarie discariche e inceneritori), deve diventare la parola d'ordine per il definitivo superamento della questione rifiuti.

Incredibile inciviltà
post pubblicato in Diario, il 5 maggio 2008


                        

L'altra notte si è verificato un grave episodio di inciviltà a Torino. Nella centralissima Piazza Vittorio, un gruppo di duecento persone ha accerchiato e aggredito tre vigili urbani, "rei" di aver multato per divieto di sosta alcuni di loro.

E' un episodio che si commenta da sè. Un vera e propria manifestazione di inciviltà e non rispetto delle regole. E, se si può stabilire una gerarchia di gravità, trovo gravissimo il comportamento di quelle persone che, non multate, invece di aiutare i vigili da quegli imbecilli di aggressori, hanno "solidarizzato" con i picchiatori.

Non c'è che dire. Bell'esempio che diamo di cultura delle regole. E del rispetto per gli altri.
Il rispetto bruciato
post pubblicato in Diario, il 2 maggio 2008


                      

Ieri, alle celebrazioni per il Primo Maggio a Torino, si è svolto l'ennesimo episodio di barbarie e di indecenza. Un gruppo di contestatori dei centri sociali e dell'associazione "Free Palestine" ha bruciato le bandiere di Israele e Usa. L'episodio è coinciso con il passaggio in piazza del leader uscente della Sinistra Arcobaleno, Fausto Bertinotti, insultato al grido di "venduto, venduto" per la sua presenza alla Festa del Libro che si svolgerà a Torino la settimana prossima, il cui ospite d'onore sarà Israele.

Secondo i manifestanti, non si può invitare come ospite d'onore i rappresentanti di un popolo che opprime l'esistenza di un altro popolo (quello palestinese). Bè, che molto spesso i governanti israeliani non si siano mossi in direzione di una pacifica convivenza con i palestinesi è vero. Ma è altrettanto vero il contrario. Inoltre, anche i manifestanti, bruciando la bandiera d'Israele, opprimo l'esistenza di un altro popolo (gli israeliani). E tentando di boicottare la Festa, non fanno altro che boicottare la cultura, il dialogo e il confronto che sono le uniche "armi" efficaci per risolvere la questione palestinese.

Lavorare per la pacifica convivenza fra israeliani e palestinesi. Voluta dalla maggioranza degli appartenenti a questi due popoli. Questo deve essere lo sforzo di tutti.

Bruciare le bandiere vuol solo dire bruciare il rispetto, la dignità di un popolo. Che è proprio quello che devono evitare i palestinesi se vogliono fare i propri interessi, e gli israeliani altrettanto.

P.S. E poi che c'entra la questione palestinese con il Primo Maggio?
E' troppo facile prendersela con gli operai e i medici
post pubblicato in Diario, il 9 dicembre 2007


    

L'Italia negli ultimi giorni è stata sconvolta da molti lutti
. Come sempre. Purtroppo questa è la vita. Ma certi lutti rimangono impressi nella mente per ciò che rappresentano.

Torino. Acciaierie TyssenKrupp. Quattro operai sono morti letteralmente bruciati da un incendio scoppiato nella fabbrica dove lavoravano, probabilmente a causa della rottura di una tubatura ad olio. Una moglie di uno degli operai morti ha dichiarato: "Me l'hanno ammazzato". 
Già nel 2003 era scoppiato un incendio nella fabbrica. Inoltre, stando a quanto dichiarato dagli operai sopravvissuti, gli estintori non funzionavano o erano vuoti. La fabbrica era in crisi da molto tempo, tanto che era già stata decisa la sua dismissione, e si tirava avanti a campare, a discapito della sicurezza (sempre secondo quanto dichiarato dagli operai, gli estintori, quando erano usati, erano usati a metà, per risparmiare: ma così facendo la qualità del materiale si annullava) e dei diritti dei suoi lavoratori (gli operai hanno dichiarato che dovevano fare straordinari lunghissimi, altrimenti perdevano il lavoro).
Oggi, la Tyssenkrupp ha dichiarato che "le cause dell'incendio sono tuttora in accertamento e, al momento, non c'è alcuna conferma che alla base ci sia la violazione degli standar di sicurezza".

Vibo Valentia. Ospedale cittadino. Una sedicenne, Eva Ruscio, muore dopo essere stata ricoverata per un ascesso alle tonsille. Un anno fa, stesso ospedale, stessa sala operatoria, un'altra sedicenne, Federica Monteleone, morì dopo un coma causato da un black-out durante l'interventoUn ospedale, quello di Vibo, gestito male, e in cui i fondi erano gestiti a livello clientelare (sembra in mano ad UDC e Opus Dei, ma poteva essere chiunque).
In questi giorni, molti studenti, amici delle ragazze morte, hanno messo su della manifestazioni, in cui spesso si è puntato il dito contro i medici, quasi bollandoli come "assassini".

Di fronte ai fatti di Torino, il premier Prodi ha fatto le solite dichiarazioni di rito. E d'altronde lo Stato non può far altro che augurarsi che i giudici facciano il loro lavoro, "accertando tutta la verità", e che gli ispettori facciano anch'essi il loro lavoro, con serietà e non con accondiscendenza verso le imprese. Ma certo lo Stato può mettere in evidenza ciò che deve essere messo in evidenza, come ha fatto il premier dichiarando come spesso la responsabilità sia delle imprese, e come ha fatto la ministro della salute Turco, dichiarando che in Calabria i fondi per costruire i 4 nuovi ospedali non saranno controllati dalla Regione ma dallo Stato (ovviamente, tutto da vedere).

Queste vicende, così lontane, sia come luoghi che come contesti, sembrano essere accomunate solo dalla tragicità della morte. In realtà, entrambe queste vicende sono accomunate dall'attacco contro gli operai e i medici, nel primo caso dalle aziende, nel secondo dalla gente. Non si può dare la colpa dell'incendio agli errori degli operai, perchè senza estintori funzionanti, senza mezzi di sicurezza non si può lavorare. Non si può dare la colpa ai medici, primo perchè compiono un lavoro delicatissimo e la paura di essere cacciati e criminalizzati per un solo umano errore può far sbagliare chi magari non sbaglierebbe, secondo perchè la responsabilità, come nelle fabbriche è spesso dei dirigenti, è spesso di chi dirige gli ospedali e non fa rispettare le norme. In tutto questo, una severa critica va fatta agli organi di ispettorato, che non devono in alcun modo transigere sulla sicurezza.

E' troppo facile prendersela con operai e medici. Troppo.
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