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il blog di Francesco Zanfardino
Precari e contenti
post pubblicato in Diario, il 7 agosto 2010


                                          

In questa triste Italia della crisi capita di assistere a vere e proprie tragedie sociali. Come quelle di ricercatori che, già martoriati da decenni da una politica miope, si ritrovano addirittura a lottare tenacemente per restare precari a vita. Perchè l'alternativa sarebbe quella di finire in mezzo alla strada, o di intraprendere la ben nota via della fuga all'estero.

Succede al CNR, Consiglio Nazionale delle Ricerche, per il quale il Ministro Gelmini si appresta a promulgare il nuovo Statuto che, tra le altre cose, intende porre un limite massimo di 6 anni alla durata dei contratti "precari". Cosa che ha scatenato le immediate ed accese proteste di tutti i ricercatori, uniti come le loro sigle sindacali nel chiedere l'abolizione di questo "tetto", perchè altrimenti "dopo i 6 anni, anche se sei un ricercatore valido, e non di rado eccellente, per te non c'è futuro".

Indubbiamente, vista la totale cecità di questo Governo agli investimenti della ricerca, finiti i 6 anni di precariato per i 4000 ricercatori interessati dalla norma molto probabilmente non ci sarebbe futuro (ovvero l'assunzione a tempo indeterminato) nè all'interno del CNR, nè altrove. Ma non dobbiamo assolutamente lasciar passare il messaggio che in Italia non si possa, ma piuttosto si debba, restare precari a vita. Un tetto alla precarietà dei contratti, dopo il quale il datore di lavoro può solo assumere il lavoratore e non approfittarne a vita, come quello d'altronde posto dal governo Prodi a 36 mesi (poi abolito dal governo Berlusconi), dovrà pur esserci: negarne la necessità significa rassegnarsi, per l'appunto, alla precarietà perpetua. Tanto al datore di lavoro conviene molto di più assumere in precariato, visto che costa di meno a livello economico e a livello di tutele (e, in effetti, la prima vera riforma per passare dal dominio della precarietà a quello della flessibilità dovrebbe essere proprio quella di rendere il lavoro precario più "costoso" di quello fisso). Mettere un tetto impedisce la precarietà a vita, e non significa affatto che il precario "scaduto" sarà automaticamente sostituito con un altro precario: il rischio c'è, per carità, ma se il lavoratore è valido il datore di lavoro ha tutto l'interesse di assumerlo; al massimo ciò potrebbe non accadere nel pubblico (come nel caso del CNR), dove oltre alle logiche di mercato contano anche quelle politiche, e allora si potrebbe prevedere una legislazione diversa, più garantista verso i lavoratori.

Ma, in ogni caso, è davvero demotivamente vedere dei lavoratori lottare per avere una spada di Damocle pendente sulla propria testa tutta la vita. La politica, e soprattutto i sindacati, si muovano per trovare soluzioni alternativa per evtare questo scempio, se il "tetto" non va bene. Ma, ripeto, basta con la precarietà a vita.

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Il premio
post pubblicato in Diario, il 30 gennaio 2010


                                                    

Berlusconi ha deciso: ancora uno. Ovvero arriva l'ennesimo ministero: sarebbe il ventiquattresimo, a solo uno di distanza dai tanto vituperati  e pletorici 25 ministri di Prodi. Stavolta l'assegnatario della promozione è il Guido Bertolaso, già sottosegretario all'emergenza rifiuti, ai "grandi eventi" e alla Protezione Civile, ma soprattutto uomo-factotum del Governo Berlusconi.

Secondo il Premier, infatti, farlo ministro "è il minimo che possiamo fare dopo l'exploit straordinario che abbiamo visto in questi mesi". Bè, conoscete la mia opinione sui presunti "miracoli" di San Bertolaso, ma mi duole sottolineare ancora una volta che mentre San Silvio e San Guido si lodavano l'un l'altro a L'Aquila, secondo i dati della stessa Protezione Civile ancora 10mila sfollati su 25mila non hanno la "casetta" promessa, nonostante i trionfalismi attuali e le promesse dispensate a piene mani (e a piene televisioni) negli scorsi mesi sul "case per tutti" entro Dicembre scorso.

Evidentemente quei 10mila Aquilani non faranno parte della "gente che ama": lo fanno apposta a non prendersi le case allestite prontamente con un "exploit" dal Governo, pur di dare notizie negative ai giornali "fabbriche di odio".

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Inevitabilmente sospetto
post pubblicato in Diario, il 18 dicembre 2009


                                               

Mentre l'opposizione è in difficoltà, costretta al "volemose bene" dal clima post-statuetta, il Governo mette a segno un altro colpo a favore delle aziende del Premier. Ancora una volta nel mirino è Sky, colpevole di fare troppa concorrenza a Mediaset, e di farlo in maniera sempre più imponente, sia negli ascolti, che di conseguenza negli introiti pubblicitari.

Così, arriva una bella leggina che porta entro il 2012, seppur gradualmente, dall'attuale 18% al 12% della programmazione oraria il tetto massimo per gli spot delle pay-tv. Tutte, quindi anche quelle di Mediaset, ma tanto quelle non ci arrivano nemmeno al 12% di pubblicità, mentre Sky è molto più sviluppata in questo senso. E quindi, inevitabilmente, ciò provocherà un ulteriore vantaggio per il gruppo Mediaset in generale che già adesso raccoglie ben il 63.8% del mercato pubblicitario televisivo. La scusa? "Recepire una direttiva europea", dicono in coro i berluscones. Peccato che quella direttiva ("Tv senza frontiere") invita sì i Paesi membri a fissare un tetto massimo, ma non solo per le pay-tv, e comunque fino ad un massimo del 20% (non il 12%). E, infatti, per la free-tv il tetto resta il 20%, mentre per le pay-tv il 18%, che già rispettava fin troppo la direttiva, viene abbassato al 12%.

Insomma, il Governo recepisce le direttive europee quando gli pare e piace (quante "direttive europee" sono state aggirate per salvare Rete4, ed in generale gli interessi di Mediaset, e quante vengono invece recepite senza fiatare, guarda caso sempre quando danneggiano la concorrenza), e nel modo che gli pare e piace. L'ennesima riprova del conflitto d'interessi e di quanto questo possa far male alla società italiana nel complesso, economicamente e non solo politicamente.

Ma, tornando alla vicenda Sky, qualcuno dirà: in fondo, al di là di tutto, è giusto che chi paga un abbonamento abbia il diritto di vedersi meno pubblicità che sulle tv private. Probabilmente è così: ma non bastava quel 2% di differenza tra 20% e 18%? Qualcuno dirà di no: ma può un Governo come quello guidato da Berlusconi, ovvero il proprietario del principale concorrente di Sky, decidere quanta pubblicità può raccogliere al massimo Sky, senza che ci sia il più che fondato sospetto che questa decisione venga presa per interessi propri e non per il bene comune? La risposta è ovviamente no, ed è il motivo per il quale serve una nuova seria legge sul conflitto d'interessi. Un "blind trust" all'americana, per esempio: l'obbligo di cedere ad un fiduciario, che non sia un parente stretto o un socio stretto, la totalità delle proprie aziende in "conflitto d'interessi", per poi riaverle a fine mandato. Una legge di una culla della democrazia come gli USA, e nemmeno così restrittiva ... e che non esclude comunque al 100% la tendenziosità dell'azione di un Governo guidato da personaggi come Berlusconi: ma allora che ci vuole a metterla in campo?

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Un nuovo Superenalotto
post pubblicato in Diario, il 24 agosto 2009


                                              

Da Sabato sera la vita di una persona è stata sconvolta. E quelle di qualche centinaio finiranno di continuare a farlo. Infatti ogni volta che, preso dall'euforia generale, giocavo la schedina con i magici "sei numeri" (bilancio tutto sommato in attivo, visto che una volta ho centrato un tre), riflettevo su cosa diavolo me ne sarei fatto di tutti quei soldi. Perchè per gente come noi, che fanno parte del 95% degli Italiani non ricchi, di quelli che sono cresciuti con la paghetta di 10 mila lire prima e di 10 euro dopo (tirchi i miei genitori, eh? Concordo!), e non con la carta di credito (reale o non, ovvero formato genitore-che-fa-il-bancomat) tipica dei figli di papà, quel montepremi che cresceva al ritmo di 3 milioni ogni 2 giorni era una somma che anche decuplicando il proprio stile di vita non si sarebbe riusciti a spendere. Forse nemmeno ce l'avrebbero fatta i discendenti. In compenso, ci si sarebbe ritrovati a dover infilare una serie di messinscene per nascondere la vincita e le sue conseguenze a chi ti ha sempre conosciuto con la Fiat Punto e con la scarpa da 100 euro a fare le vacanze in Calabria e non con la Ferrari e il guardaroba di Armani in giro per Dubai. A meno di non voler rivelare a tutti la tua straordinaria fortuna, e quindi ritrovarti assalito da orde di parenti, amici e organizzazioni di tutti i tipi, comprese quelle malavitose (e chi abita dalle mie parti lo sa bene), tutti in cerca di quei milioni che, tra l'altro, praticamente hai "rubato", in quanto non hai fatto niente di meritevole se non azzeccare dei numeri: ma questo è il problema minore, perchè in giro ci sono persone che "rubano" molto di più, e sono pure persone schifose.

E questo è l'aspetto migliore della vicenda. Perchè, in fondo, è pur sempre meglio avere 147 milioni in più che 147 milioni in meno. Decisamente. Il vero guaio sono quelle tante persone che in queste settimane hanno gettato nel vento non qualche decina di euro, giusto per giocare, ma somme talmente considerevoli che in molti casi si è ricorso agli usurai pur di segnare i numeri su quei pezzi di carta. Se ci aggiungiamo il fatto che, in questo come in tutti gli altri giochi, "il banco vince sempre", ovvero chi vince davvero è lo Stato che incassa milioni su milioni (nel 2009, che deve ancora finire, si è già giunt a quasi un miliardo di euro), si comprende facilmente come le associazioni dei consumatori e buona parte della società civile abbia chiesto più volte in questi giorni di mettere fine ai "jackpot d'oro", fissando un tetto massimo per il montepremi.

Io non sono d'accordo. Perlomeno, non sono d'accordo con chi chiede di mettere il "tetto" perchè altrimenti lo Stato si fa troppi soldi sulle spalle degli Italiani: infatti, lo Stato non impone mica di giocare. In fondo, è la più bella forma di "auto-tassazione", e non ci vedo niente di male se uno mette a disposizione del bene comune qualche euro ed è pure contento di farlo (vabbè, possiamo discutere su come i nostri politici gestiscano questi soldi, ma questo è un altro discorso: in linea generale, è comunque una cosa positiva). L'unico vero problema, quindi, è quello delle persone che "si lasciano prendere la mano", in virtù di quei montepremi troppo alti e della consapevolezza troppo bassa per rendersi conto che ci sia una possibilità su centinaia di milioni di prenderli.

Ed ecco qui la mia idea: cancellare le vincite singole, sostituendole con "vincite di gruppo". Ovvero, ogni schedina giocata viene abbinata automaticamente (e a caso) con un tot di altre schedine giocate da altre persone, ed i premi eventualmente vinti vengono divisi con le altre schedine appartenenti allo stesso "gruppo". In pratica, se poniamo che il "gruppo" viene stabilito di 100 schedine, ogni volta che giochi una schedina è come se ne giocassi 100 ma, se vinci qualcosa con quelle 100 schedine, ricevi solo 1/100 della vincita (per controllare le vincite delle altre schedine, si potrebbe fornire nella ricevuta un codice del "gruppo" con il quale controllare su Internet). In questo modo si eviterebbe lo sconvolgimento della vita dei vincenti, e si eviterebbe il fenomeno delle persone che si indebitano per giocare (difficile che lo facciano per vincere, nel migliore dei casi, 1-2 milioni di euro). E, in compenso, i Monopoli continuerebbero a fare affari, dato che le minori giocate dovute al venir meno dell'effetto "super-jackpot" sarebbero compensate dalle maggiori giocate dovute all'aumentare delle possibilità di vincita.

Che ne dite?

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Bene la trasparenza, ma la decenza?
post pubblicato in Diario, il 3 luglio 2009


                                           

Il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, ha appena reso noto l'elenco dei trattamenti economici di ventimila amministratori di società pubbliche e partecipate italiane (qui l'elenco dei primi cento). Si tratta più o meno di un centinaio di milioni di euro che ogni anno spendiamo per foraggiare questi "manager pubblici", che spesso tra l'altro si dimostrano pessimi gestori (vedi Alitalia, e non solo).

Non c'è che dire, Brunetta ha fatto una cosa giusta: è nostro diritto sapere i nostri soldi dove e in che misura vanno a finire, dunque ogni cosa che va in questa direzione è più che legittima. Il problema è che se si rende trasparente una cosa, poi bisogna prenderne atto. E Brunetta, insieme al suo Governo, dovrebbero prendere atto di aver fatto una cazzata ad abolire il tetto sugli stipendi dei manager pubblici voluto dal Governo Prodi. Perchè è inaccettabile che che delle persone possano prendere stipendi milionari (i primi cinque da soli ci costano 15 milioni l'anno) dallo Stato e magari non solo non producono un profitto allo Stato tale da giustificare tale spesa, ma addiritura arrecano danno economico per cattiva gestione.

Insomma, bene la trasparenza, ma si agisca di conseguenza. Altrimenti, cavolo, un po' di decenza, meglio tenerli nascosti, 'sti dati.

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Intimidazioni
post pubblicato in Diario, il 14 giugno 2009


                                                

"Non date pubblicità ai media catastrofisti". Queste parole, pronunciate davanti ai Giovani di Confindustria nel solito contesto del "complottone" ordito dalla sinistra con la stampa di tutto il mondo (mi domando come faccia il PD ad essere così potente, senza tra l'altro controllare la stragrande maggioranza delle televisioni, della stampa e della pubblicità come invece fa "Qualcun" altro, e contemporaneamente essere ferma al 26%. E come facciano a crederlo gli elettori di Berlusconi. Misteri della fede...), "possono sembrare un'appello, ma in realtà sono una minaccia", come sostenuto giustamente da D'Alema nella sua intervista odierna alla Annunziata su RaiTre.

Poco importa che dopo il Premier, evidentemente resosi conto della gravità delle parole usate, abbia cercato di correggersi: "Mi riferivo a Franceschini" (seee, come no, dopo aver detto che la stampa stravolge la realtà, si riferiva a Franceschini. Logica impeccabile). Prendendosi la giusta e piccata replica di Franceschini, che lo accusa di "intimidazioni". Per poi dopo ancora aggiungere, ri-smentendosi, replicando ad un inviato di Repubblica: "Sì, mi riferivo anche a voi".

Riprendendo ancora le parole di D'Alema, infatti, le parole di Berlusconi sarebbero state uno "sgradevole appello" (intollerabile, aggiungerei io) se a pronunciarle non fosse stato il padrone di fatto di Publitalia, la principale concessionaria di pubblicità in Italia ed in Europa. Quella, per intenderci, che aveva a suo capo Dell'Utri e che di fatto ha ideato e finanziato Forza Italia. Meglio, quella che detiene una quota di mercato del 60% del mercato televisivo e del 36% di tutto il mercato mediatico italiano. Insomma, quella che può praticamente decidere la vita o la morte di un giornale, di una radio o di una TV, volendolo, o comunque condizionarle. Dire dunque "non date pubblicità ai media catastrofisti" è di enorme gravità detto da Sua Emittenza Berlusconi, per tutti i molteplici significati che comporta.

Potrebbe significare: "Attenti, non fatevi pubblicità sui media catastrofisti" da me sgraditi (già lo disse tempo fa, non ricordo quanto, a proposito di AnnoZero e altre trasmissioni della RAI). Oppure "non considerate i media catastrofisti, diffondende anche voi l'ottimismo". Oppure, rivolgendosi a se stesso e agli altri concessionari: "Non forniamo pubblicità ai media catastrofisti, così li facciamo fallire". Oppure alle imprese che vogliono farsi pubblicità: "Se date peso ai media catastrofisti, non vi faccio considerare dalla mia potente concessionaria". A voi la scelta.

P.S. Servirebbe un tetto, e anche basso, al mercato pubblicitario che una singola concessionaria di pubblicità può detenere. Oltre ad una legge sul conflitto d'interessi. Certo che sentire certe parole da D'Alema, così come tanti altri dirigenti del centrosinistra (praticamente tutti o quasi?) suona, nella migliore delle ipotesi, un tantino poco credibile. Nella peggiore, un tantino ipocrita. Putroppo.

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Amnesie padane
post pubblicato in Diario, il 17 marzo 2009


                                                               

Leggevo su Corriere.it quest'articolo di Sergio Rizzo, uno degli autori de "La Casta", dell'emendamento proposto dalla Lega Nord per mettere un tetto agli stipendi dei manager pubblici: se l'emendamento passasse, la loro retribuzione sarà al massimo uguale a quella dei parlamentari (circa 350mila euro). Già, sembra assurdo, ma in Italia queste persone guadagnano anche il doppio o il triplo di un parlamentare (che già non sta affatto messo male...), e spesso senza nemmeno assolvere bene il proprio ruolo (anzi).

Bene, molto bene. Peccato che il "tetto" c'era già: era stato introdotto dal Governo Prodi. Ricordate l'ultima Finanziaria, quella approvata a fine 2008? Uno dei punti "critici" era stata l'approvazione dell'emendamento dei senatori Salvi e Villone (Sinistra Democratica), che aveva causato qualche malumore a Mastella (probabilmente una solidarietà fra "poltronari" ...), e grazie al quale fu fissato il tetto di tali "manager" uguale allo stipendio del primo presidente della Cassazione (274mila euro).

Ebbene, non solo la Lega all'epoca votò contro, ma poi una volta andata al Governo con Berlusconi, con il decreto del Giugno 2008 accetta di eliminare tale tetto. Tra l'altro, proprio quando il Governo contemporaneamente tagliava miliardi e miliardi a infrastrutture, scuola, forze dell'ordine con la Finanziaria "dei tagli", con la scusa della "razionalizzazione".

Poi, le idee possono sempre cambiare ... per carità. E bisognerà sempre vedere se la Lega andrà fino in fondo, facendo approvare questo emendamento, o sarà solo un fuoco di paglia. Ma nel frattempo è passato un anno e qualche milioncino di euro poteva risparmiarlo già, cari leghisti.

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