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il blog di Francesco Zanfardino
Rivoluzione Democratica (1): Selezione della classe dirigente
post pubblicato in Diario, il 11 luglio 2009


                                           

Inizio oggi una serie di riflessioni sul futuro del Partito Democratico, in vista di un Congresso che sembra profilarsi come l'ennesimo riciclarsi di una classe dirigente che non solo non cambia le facce, ma che da 15 anni non cambia nemmeno modi e contenuti (pur con le dovute differenze, ovviamente). Si dovrebbe parlare di soluzioni efficaci ai tanti problemi del PD, e invece, almeno da quello che è possibile capire dalla storia delle dichiarazioni dei due candidati, o i problemi si evitano, o si affrontano con soluzioni sbagliate.

In questi post analizzerò dunque dei problemi, e proporrò possibili soluzioni. Sperando non siano delle boiate, e nell'illusione che possano arrivare a chi di dovere. Magari a qualcuno con le palle che decida di scompigliare le carte e farsi interprete di quella richiesta di (vero) rinnovamento che qualche milioncino di elettori (e soprattutto di ex-elettori) ci avanza.

Cominciamo dalla selezione della classe dirigente, per me il "peccato originale" dal quale derivano tutti i problemi del Partito Democratico.

Il FATTO

Attualmente lo Statuto del PD, all'articolo 2 ("Soggetti fondamentali della vita del Partito"), distingue fra "iscritti" ed "elettori". Ovvero fra coloro che hanno scelto di tesserarsi e i semplici simpatizzanti. Tra le altre cose, l'articolo 2 prevede per gli elettori il diritto di "partecipare (...) all'elezione diretta dei Segretari e delle Assemblee Nazionali e Regionali, nonchè ai livelli territoriali inferiori, ove questo sia previsto dagli Statuti Regionali". Gli iscritti hanno inoltre il diritto di "partecipare all'elezione diretta dei Segretari e delle Assemblee a livelli inferiore a quello regionale".  In soldoni, i livelli nazionali e regionali del Partito sono scelti tramite primarie, aperte a chiunque voglia partecipare dietro il solo pagamento di una piccola quota (fu 1€ nel 2007, dovrebbero essere 2€ ad Ottobre), mentre quelli provinciali e comunali tramite congresso (aperto solo agli iscritti, ovvero solo a coloro che hanno deciso di tesserarsi entro una certa data, dietro pagamento di una quota, attualmente 15€), a meno che lo Statuto Regionale non preveda Primarie. In ogni caso, quando sono previste primarie, è prevista anche una fase congressuale precedente.

I numeri certi del tesseramento sono ancora oscuri, probabilmente saranno noti dopo il 21 Luglio, termine ultimo per l'iscrizione 2009. Comunque, a quanto pare, attualmente il PD avrebbe raggiunto circa 370mila tessere. Niente di male, finora, se non sapessimo che circa 80mila di queste risiedono in Campania.

IL PROBLEMA

Quasi un quarto dei tesserati totali: la Campania sarebbe, insomma, più "rossa" dell'Emilia. Eppure proprio in Campania abbiamo avuto i dati più sconfortanti, sia alle Europee che alle Provinciali ... e lo stesso dato delle Primarie Provinciali vinte da Nicolais, dove hanno votato solo 30mila persone (e in Provincia di Napoli ci sono 60mila tesserati), conferma l'evidente anomalia. Quindi due sono le cose: o migliaia di persone hanno scambiato la tessera PD per la social card (vuota come l'altra...), oppure il tesseramento è stato gonfiato. Sarà forse che sono napoletano e non offenderei mai l'intelligenza dei miei conterranei, ma io opterei per la seconda opzione. Anche perchè io ci sono stato, dietro quei banchetti del tesseramento, e la situazione che si poteva vedere era sconfortante: centinaia di persone che facevano la fila, senza nemmeno sapere che diamine stessero facendo (e magari non sapevano nemmeno che cavolo fosse il PD). E la situazione non è certo limitata solo alla Campania: i "signori delle tessere", pronti a sborsare centinaia di euro pur di accaparrarsi pacchetti di tessere, albergano anche altrove, specialmente al Sud.

Questo comporta vari problemi. Innanzitutto, in moltissimi casi il Partito Democratico è rappresentato sul territorio non dalle persone più meritevoli, più competenti, più impegnate attivamente nella vita di circolo e sul territorio stesso, bensì dalle persone sostenute dalla corrente/lobby/gruppi di potere più forte. Con le inevitabili conseguenze sulla qualità dell'azione politica sul territorio (lontananza dai problemi dei cittadini in primis); inoltre, le persone più attive sono demotivate perchè non vedono riconosciuti i propri sforzi, mentre l'elettorato si sente poco rappresentato e non crede più alla capacità di cambiamento del PD (o anche "semplicemente" alla sua capacità di trovare soluzioni giuste ed efficaci ai loro problemi). D'altronde, ovunque in Italia si hanno lamentele da parte degli elettori perchè il partito locale si impegna solo o quasi esclusivamente in occasione delle varie campagne elettorali (comprese quelle interne), e non anche per i problemi del territorio e sul territorio. Ma la cosa peggiore è la questione del tesseramento rivela una tendenza generale a sfruttare i meccanismi del partito, comprese anche le primarie interne (quelle nazionali, ma soprattutto quelle regionali, sono sfruttate  dai soliti capibastone per misurarsi alla stessa stregua del tesseramento, anche se le primarie perlomeno allargano la partecipazione e quindi danno più speranza di sparigliare i giochi), per perpretare le solite vecchie logiche correntizie e lobbystiche.

Ovviamente, stiamo sempre parlando di una condizione migliore di quella offerta dal resto del panorama politico italiano (il PDL non fa nemmeno le tessere), ma, per i motivi descritti finora, del tutto insufficiente per un Partito che è nato per interpretare il rinnovamento.

LA SOLUZIONE

Innanzitutto andrebbero rese obbligatorie le primarie interne anche per i livelli provinciali e comunali. Non risolverebbero affatto il problema ma perlomeno renderebbero un po' meno facili i "giochetti", come detto prima. Ovviamente in via del tutto transitoria, in attesa che un "nuovo sistema" possa entrare in funzione. Un sistema che premi la partecipazione e l'impegno nella vita di partito.

E' un po' difficile trovarlo: come "misurare" la partecipazione alle iniziative pubbliche di partito, come misurare l'ascolto dei cittadini, come misurare le competenze di ognuno, come misurare la passione  e l'interesse di ciascuno per il PD? E' ovvio che tutto questo non si può fare (o perlomeno non vedo come si possa fare). Tuttavia, una soluzione "parziale" ma importante c'è: misurare la partecipazione alla vita di partito. Come? Semplice: si preveda per Statuto che ogni Circolo deve fare tot "assemblee obbligatorie" in tot tempo (direi 26 all'anno, una ogni due settimane), assemblee aperte a chiunque voglia partecipare, in cui si discuta di tutto ciò che può animare la vita di un Circolo e il suo impegno sul territorio. Ma soprattutto si preveda che a quelle assemblee si prendano le presenze dei "registrati", ovvero coloro che ne hanno fatto richiesta. A che pro? Semplice: ogni qual volta si andrà ad elezione di una qualsiasi carica interna (segretario di circolo, provinciale, regionale, nazionale e relative assemblee), potranno partecipare all'elezione solo coloro che hanno totalizzato almeno un tot di presenze alle assemblee in un tot di mesi precedenti (direi il 20% di quelle dei 12 mesi precedenti).

E' un metodo solo apparentemente "chiuso": la partecipazione alle assemblee è infatti aperta a tutti (ovviamente, orari e date delle assemblee dovranno variare e rese compatibili con le esigenze lavorative / scolastiche). Inoltre, se per i candidati alle elezioni è giusto estendere la partecipazione ai cittadini tutti, poichè saranno poi i cittadini tutti a scegliere chi li deve amministrare, per le cariche interne di un partito questo non ha invece molto senso. E' giusto invece che chi gestisce il partito sia scelto da chi lo vive, quel partito (o perlomeno dimostra una minima partecipazione).

CONCLUSIONI

La soluzione da me proposta forse non è la migliore in assoluto. Sinceramente non riesco a trovare di meglio. So però di certo che il problema c'è, non si può negare, e comporta problemi belli grossi: dunque una soluzione, ed una soluzione efficace, va trovata. Altrimenti tutti i discorsi sul "rinnovamento", di facce modi e contenuti, sono solo parole al vento.

Alla prossima (sperando di essere più breve =)

 www.discutendo.ilcannocchiale.it

LinG8
post pubblicato in Diario, il 28 giugno 2009


                                   

Tanti sono i problemi che attanagliano il Partito Democratico. Divisioni interne, poca fermezza nelle posizioni, difficoltà a far emergere una proposta alternativa di Paese, distanza dai territori, grande debolezza nelle urne. Eppure, a pensarci bene, il vero grande problema del PD è uno solo: il metodo di selezione della classe dirigente, il peccato originale dal quale deriva tutto il resto.

Dopo estenuanti dibattiti interni, infatti, alla fine è stato scelto il tesseramento. Sempre meglio dei metodi di selezione del PDL, per carità, ma per un Partito che, almeno idealmente, ha l’innovazione nel sangue, è un metodo del tutto insoddisfacente. Perché? Per capirlo basta leggersi i numeri del tesseramento: quasi un quarto degli iscritti al PD risiede in Campania. Insomma, ho scoperto che la mia regione è più “rossa” della Toscana! Il che già fa venire qualche sospetto, viste la batoste che abbiamo preso in Campania. Sospetti confermati dal fatto che alle Primarie Provinciali di Napoli hanno partecipato solo 30mila persone, con ben 60mila iscritti in tutta la Provincia. Insomma, due sono le cose: o migliaia di persone hanno scambiato la tessera del PD per la social card … oppure il tesseramento in Campania è stato gonfiato.

Non so voi, ma io propenderei per la seconda opzione, anche perché io ci sono stato, dietro ai “banchetti” di quel tesseramento nella mia città, Afragola. Ne ho viste e sentite di tutti i colori, ma soprattutto ho visto concretizzarsi davanti ai miei occhi il peggior incubo per chi crede davvero nel Partito Democratico: folle di persone in fila, quasi duemila, ma in buona parte senza avere la minima idea di quello che stessero facendo, o comunque facce mai viste alle (poche) iniziative di partito organizzate in Città, né prima né dopo il Congresso cittadino. Evidentemente, tanto spirito di partecipazione non proveniva da un reale interessamento al Partito, che qui alle Provinciali ha preso solo il 13%, ma soprattutto dalle cooptazioni messe in atto da correnti e gruppi di potere che per cercare di accaparrarsi qualche sgangherata poltrona hanno ben pensato di “investire” qualche centinaia di euro in pacchetti di tessere. E non crediate che questo valga solo per la Campania: come molti di voi sanno, è questo un discorso che vale per tutto il Sud, ma anche nel resto d’Italia, dove forse gli strumenti sono diversi ma i giochi di potere sono ugualmente diffusi.

E’ normale, allora, che il Partito perda poi i legami con i territori, se a rappresentarli non ci sono le persone più attive sul territorio, ma solo quelle che hanno saputo “investire” di più; è normale, allora, che il Partito fa fatica a far emergere le sue proposte, se a rappresentarlo non ci sono i più preparati, ma quelli protetti dalla corrente più forte; è normale, allora, che il Partito sia attanagliato da divisioni, se il tutto si riduce ad un conflitto di poteri e non ad un’azione finalizzata al bene del Paese. Ed è normale, allora, che poi siamo costretti a ritenerci “fortunati” se prendiamo il 26% alle Elezioni.
Non possiamo far finta che il problema del tesseramento non esista. Una possibile soluzione potrebbe essere l’adozione delle Primarie anche per la selezione delle cariche interne, ma ancora una volta l’esperienza personale delle Primarie 2007, utilizzate anch’esse per una conta interna cittadina, mi impedisce di pensare che quello strumento sarebbe risolutivo del problema, anche se certamente aumenta le possibilità che il risultato rovesci o comunque indebolisca i giochetti di potere. Ma serve ben altro, una radicale innovazione: non più tessere in cambio di 15 euro, ma in cambio di partecipazione. Che so, due assemblee mensili “obbligatorie” in ogni circolo, ogni volta un appello come a scuola e, arrivati al Congresso, locale o nazionale che sia, solo chi ha partecipato ad un tot di assemblee (direi il 20%) nei 12 mesi precedenti ha diritto all’elettorato attivo e passivo.

D’accordo, è una proposta che necessita di precisazioni, miglioramenti ed adattamenti alle esigenze di tutti e alle varie realtà. Ma ciò che deve importare è il succo della questione: va bene aprire a tutti la scelta dei candidati alle elezioni, ma i dirigenti del Partito devono essere scelti solo da chi quel Partito lo vive e dimostra un minimo di partecipazione. Altrimenti ci ritroveremo sempre di più guidati dai soliti capibastone, capacissimi a cooptare ma incapaci a radicare il Partito nei territori.

Voterei al Congresso chiunque si impegni a fare questo, o comunque trovi una soluzione adeguata a questo problema. E, se ciò non accadrà, vorrà dire che dobbiamo trovare coraggio e riprenderci il nostro Partito. Lo so, è un’impresa difficile: ma l’alternativa è un Paese arretrato come il nostro, con l’unico partito capace di cambiarlo, incapace di farlo. Fate voi: io non ci sto.

Questo è il contributo che ho inviato qualche giorno fa alla mail dei “Piombini Democratici”, quello straordinario gruppo di giovani e meno giovani che, in questo valzer di nomenclature e vecchi (ed inefficienti) metodi che si sta apprestando ad essere il futuro Congresso del PD, sta finalmente animando di “politica”, di buona politica questa Italia che ne ha davvero bisogno. E Sabato al Lingotto potevo forse esserci anch’io (anche se molte persone venute a portare il proprio contributo non sono riuscite a farlo, e questo dimostra la grande vivacità del gruppo), visto che due carinissime persone (che non conosco, se non tramite mail, ovvero Francesca e Grazia) hanno ritenuto che il mio contributo da diciottenne-quasi-dicannovenne addirittura fosse degno di lettura. Forse, aprendo quella mail Venerdì mattina, avrei dovuto compiere la pazzia di tentare di spiegare ai miei genitori (berlusconiani) che cavolo fossero i Piombini, convincerli soprattutto a sganciare le centinaia di euro necessarie per il viaggio, fare la valigia al volo, acchiappare gli ultimi posti disponibili in treno (da Napoli) ed arrivare di corsa al Lingotto l’indomani mattina. Sì, avrei dovuto farlo e me ne pento.

In compenso, domani forse farò una pazzia ben più enorme...

www.discutendo.ilcannocchiale.it

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