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il blog di Francesco Zanfardino
Pensando a Norman
post pubblicato in Diario, il 9 dicembre 2010


Qui il testo di una lettera che ho inviato a l'Unità e che è stata pubblicata sull'edizione del 6 Ottobre:

Cara Unità,
ho visto il video di un'intervista al padre di Norman Zarcone, il giovane ricercatore siciliano in Lettere che si è suicidato lo scorso Settembre perchè si rendeva conto che i suoi sforzi nell'inseguire la cattedra erano resi vani dall'arroganza della raccomandazione e del nepotismo; ho visto, nella sua, la disperazione che doveva essere stata di Norman.
Ebbene, credo che, di fronte a storie come questa, non abbia alcun senso parlare di "riforma per il merito", quado si parla della manovra Gelmini. O elogiare i "ragazzi che restano a casa a studiare", in contrapposizione a quelli che scendono in piazza per manifestare per i propri diritti: Norman a casa c'è rimasto a studiare, e anche tanto, ma poi?
L'unica vera riforma per il "merito" è quella dei concorsi pubblici
Per esempioeliminare tutte le prove "soggettive" da questi concorsi (temi, prove orali, ecc.), che sono uno strumento formidabile nelle mani di raccomandatori e nepotisti, già sarebbe una grande rivoluzione.
E non la chiedo alla Gelmini, che non la attuerebbe mai. La chiedo soprattutto al movimento studentesco: oltre alla sacrosanta lotta contro i tagli alla formazione pubblica dobbiamo anche avanzare proposte concrete, magari coraggiose ... solo così potremo mettere in piedi una vera ondata di riscossa civile.

Francesco Zanfardino

Qualcuno vuole accogliere il mio appello? Finchè ci saranno criteri non oggettivi nei concorsi pubblici le raccomandazioni e il nepotismo ci saranno sempre, lo vogliamo capire o no?

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Scuole aperte
post pubblicato in Diario, il 22 novembre 2010


L'iniziativa di vari istituti scolastici milanesi, che saranno aperti durante le vacanze natalizie per far fronte all'esigenza delle famiglie di lavoratori che non vanno in ferie, coinvolgendo i bambini in attività didattiche, paradidattiche e ludiche, mi offre lo spunto, come al solito, per invitarvi a riflettere su una mia proposta: perchè le scuole devono svolgere il proprio ruolo sociale solo nell'orario curicculare?

Perchè, dopo la fine delle lezioni, le scuole non restano aperte, consentendo agli studenti, grandi e piccini, di vivere la scuola non solo come forzata sede di apprendimento, ma anche come libera espressione delle proprie passioni ed attitudini, potendo svolgere attività culturali, formative, sportive, associative, politiche, assistenziali, ecc. ecc. con corsi più o meno autogestiti oppure coordinate da associazioni o dai lavoratori stessi della scuola? Anzi, dico di più: vista la penuria per molti quartieri delle città Italiane, specialmente in periferia, di centri di aggregazione, perchè non far diventare le scuole un "motore sociale" per tutte le fasce d'età, compresi gli anziani che vogliono farsi una partitella a carte e socializzare al riparo dalle intemperie? Per le mamme che vogliano portare i propri figli a fare una passeggiata, che so, nell'orto botanico della scuola? Per i giovani non più studenti che vogliano una sede, seppur "part-time", per le proprie attività socio-culturali?

Costerebbe tanto? Forse. Non credo, comunque. Ma, in ogni caso, non sarebbe "tanta" anche la positiva rivoluzione sociale che ne deriverebbe?

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Di prima scelta
post pubblicato in Diario, il 30 agosto 2010


                                            

Come ogni anno, al finire di Agosto si torna a parlare di test d'ingresso per le facoltà universitarie a numero chiuso. Stavolta, però, il fronte anti-test ha la meglio nel dibattito socio-politico, con numerosi esponenti del mondo universitario e non, compresi i famosi "baroni", uniti alle diverse associazioni studentesche per chiederne chi l'abolizione, chi una profonda revisione.

Io non sono un "barone", ma la mia la provo a dire lo stesso, avendo una qualche esperienza diretta (due anni fa feci il concorso in Medicina, piazzandomi primo alla Seconda Università di Napoli). Innanzittuto cominciamo col dire che proprio i test di ingresso sono forse l'unico concorso pubblico che funziona davvero, o quantomeno l'unico che, migliorandosi nel corso degli anni, è riuscito ad ridurre quasi allo zero l'indecenza delle raccomandazioni: grazie all'estrema automatizzazione dei test e alle numerose norme di prevenzione, imbrogliare ai test è diventato davvero molto difficile; in pratica, o devi conoscere chi fa le domande (e tenete conto che le persone che fanno i test sono a conoscenza ognuno di solo una parte dei quiz) o devi avere la fortuna di avere affianco a te qualcuno che ti aiuti durante la prova,o devi riuscire ad eludere la sorveglianza in tema di palmari, telefonini & co (e riuscire a sfruttarli). E vi garantisco che si tratta di cose molto improbabili ... tant'è vero che, se vi guardate in giro, troverete tanti "figli di" che non sono riusciti ad entrare ai test nonostante "l'attivismo" dei loro "padrini" (e forse non è un caso che i vari "baroni" chiedano la revisione dei test d'ingresso ... ma qui siamo nel campo della malizia). E la differenza si vede soprattutto rispetto ad altri tipi di concorso, dove le raccomandazioni regnano incontrastrate, per l'assenza la rigidità del "modello Medicina" e soprattutto per la presenza di prove orali/scritte/pratiche che per definizione non sono oggettive. Un esempio? Proprio l'accesso alle specializzazioni di Medicina: stesso ambito, ma lì c'è anche la prova scritta ... e fatevi raccontare da chi ci ha provato, come funziona lì. E pertanto, aggiungo io: estendiamo il "modello Medicina" a tutte i concorsi pubblici, compatibilmente con le risorse a disposizione.

Ciò non significa che non abbiano bisogno di una revisione: tutto è perfettibile, figuriamoci i test d'ingresso che non sono nemmeno vicini alla perfezione. Ma l'abolizione no: è vero, esiste il "diritto allo studio", ed è molto demagogico chiederla, ma non si può concretamente pensare che il sistema universitario italiano sia in grado di reggerla. Ogni anno decine di migliaia di studenti provano le facoltà a numero chiuso (pagando e soffrendo), poche migliaia ci riescono: e se considerate che spesso, quando frequento i corsi, non riesco a sedermi per la mancanza di posti, riuscirete a capire che servirebbe decuplicare strutture, personale e servizi delle facoltà per fare fronte alla richiesta. Il tutto solo per il primo anno, o comunque i primissimi anni: perchè tanto dopo la maggior parte degli studenti abbandonerebbero, come accade in facoltà come Giurisprudenza o Ingegneria, dove l'accesso è libero e dove si iscrivono tantissimi studenti, magari spinti dalle famiglie, per poi abbandonare dopo pochi anni, se non mesi. Perdendo tempo che avrebbero potuto impiegare con miglior frutto scegliendo altri percorsi.

Una "selezione" ci vuole, dunque. Magari da estendere a tutte le facoltà universitarie più richieste, magari con una minore rigidità (e, d'altronde, la stesse attuali facoltà a numero chiuso dovrebbero aumentare i posti a disposizione, specialmente Medicina, dato che si prevede un'ondata di pensionamenti fra circa dieci anni e qualcuno dice che si dovrà addirittura assumere all'estero). Poi si può discutere su "quale" selezione, e qui mettiamoci l'anima in pace: qualsiasi modello sarebbe "ingiusto", con ciascun modello persone meritevoli potrebbero essere sopravanzate da persone meno meritevoli. Compreso quello che sto per indicare: si tratta dunque solo di cercare il modello che limiti al minimo le ingiustizie. Comincio dalla valutazione del "curriculum" scolastico, invocata da più parti in questi giorni, senza che però nessuno ricordi che questa era già stata introdotta dal governo Prodi, e poi prontamente cancellata dal nuovo governo Berlusconi: all'estero vale fino al 50% del punteggio dei test, da noi zero. E invece sarebbe molto giusto dare una mano, magari inferiore, agli studenti che hanno conseguito il diploma con profitto, specialmente nelle materie attinenti: e il "decreto 25 punti" di Mussi-Fioroni andava nella direzione giusta per diminuire la possibilità di "perdere per strada i meritevoli" . Ovviamente, ci sarebbe un problema: ovvero il fatto che, molto spesso, in certi istituti privati si "regalano" i voti (specialmente in quelli frequentati dai figli dei "baroni, e qui torniamo alla malizia di prima), e ciò potrebbe portare ad una "sleale concorrenza".

E qui ci sarebbe bisogno di un'altra grande revisione in tema di formazione, ovvero quella degli istituti privati ... ma qui sfociamo in un'altra interminabile discussione. Quantomeno, però, si potrebbe risolvere il problema dei test, eliminando il "numero di posti" e sostituendo quindi la graduatoria con un "punteggio d'ingresso" (ovvero: per entrare non devo rientrare nei primi X posti, ma superare un X punteggio, ovviamente adeguato): in questo modo si elimina la competizione (neutralizzando la sleale concorrenza causata dai pochi raccomandati, e dai 25 punti eventualmente dati "a gogò"), e si elimina anche un ulteriore problema: la diversità dei punteggi d'ingresso nell varie università italiane, con i primi esclusi di determinate università che sarebbero entrati con agilità in altre università dove l'ultimo entrato ha conseguito un punteggio ben più basso.

Ecco, in sostanza, la "revisione" che farei. Ma, ripeto, sono ben altri i concorsi pubblici che andrebbero rivisti. Di quelli, però, nessuno ne parla.

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Sotto il grembiule nulla
post pubblicato in Diario, il 9 marzo 2010


                                             

Niente da fare, la Gelmini ha fatto un'altra delle sue "marachelle". Pur di convincere l'opinione italiana delle meraviglie della sua "riforma", che avrebbe introdotto nella scuola merito e serietà, il ministro ha fornito alla gran cassa mediatica del Governo un dato falso su quello che, a suo giudizio, è un segnale di quanto detto prima (merito e serietà): l'aumento dei famigerati "cinque in condotta", che nel primo quadrimestre 2009/10 avrebbero superato del 18% quelli dell'anno precedente (da 52mila a 64mila). Non solo: anche le insufficienze in almeno una materia sarebbero aumentate del 2% (dal 74% degli studenti al 76%).

Peccato che si tratti di dati truffaldini, tesi ad esagerare alcuni aspetti e a sottacerne altri del panorama scolastico italiano. Ad esempio, come ha fatto rilevare il Partito Democratico, si sono nascosti i dati delle scuole medie che, proprio secondo il Ministero, rivelano un calo dell'1.7% degli studenti con almeno un'insufficienza e un crollo dei cinque in condotta. Inoltre, anche nelle scuole superiori si rileva che la Gelmini ha esagerato il dato dell'aumento delle insufficienze, portando al 2% quello che in realtà è un aumento del solo 0.8%; veritiero invece l'aumento dei cinque in condotta per quanto riguarda gli studenti che hanno già altre insufficienze, ma è da sottolineare che sono invece in netto calo quelli che hanno solo il cinque in condotta.

Ma, in fondo, non è nemmeno questo il problema. Io ritengo davvero grave che, di fronte ad un presunto aumento di cinque in condotta e insufficienze, la reazione sia quella di ritenerla una buona notizia, invece di intraprendere azioni concrete per recuperare questi ragazzi! E se qualcuno ritenesse che è davvero una buona notizia, poichè pensa che in realtà non sono peggiorati i ragazzi ma, per chissà quale motivo, gli insegnanti non fanno più finta di non vedere, beh, allora vuol dire che il sistema scolastico sta davvero messo male a livello di insegnanti, e allora il Governo dovrebbe prendere provvedimenti in tal senso!

Invece non si fa nè l'una nè l'altra cosa, solo chiacchiere e propaganda. E tagli, tanti tagli.

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Comunque inferiori
post pubblicato in Diario, il 23 agosto 2009


                                               

L'estate sta finendo, e tra un po' centinaia di migliaia di ragazzi torneranno sui banchi di scuola. Chissà se torneranno le contestazioni dello scorso autunno, proprio ora che le conseguenze delle decisioni prese allora avranno il loro effetto più devastante (tagli di fondi, tagli di posti di lavoro, ritorno al passato). Tutto in nome del merito, almeno secondo la mente contorta del Ministro Gelmini (in realtà burattinata da Tremonti e dalle sue "forbici").

Uno dei tormentoni difensivi del Governo in quel periodo fu proprio l'esigenza di introdurre un sistema di valutazione del servizio scolastico, in base al quale poi assegnare meritocraticamente i fondi e premiare i dipendenti, insegnanti e non solo, migliori. Esigenza giustissima, di cui però non si trovò praticamente traccia nei provvedimenti adottati dalla Gelmini (eccezion fatta per qualche milioncino di euro redistribuito fra le Università con un sistema che di meritocratico ha ben poco). E che se si dovesse basare sull'attuale sistema di valutazione, sarebbe certamente meritevole di una rivoluzione studentesca, altro che rivolta. Almeno tra i "meridionali".

E' successo infatti che, mentre l'Italia mediatica si concentrava sulla squallida operetta del "partito del sud" o alle solite indecenti dichiarazioni estive di Bossi, è passata impunemente sotto silenzio qualcosa di ben più importante (ed offensivo) per il Sud. Ovvero la pubblicazione dei dati Invalsi sulla preparazione degli studenti italiani di terza media. E' successo che la prova nazionale, commissionata ogni anno dal Ministero dell'Istruzione, avrebbe dato, risposte alla mano, i risultati migliori agli studenti meridionali, seguiti da quelli del Centro. Ultimi i settentrionali. Invece, alla fine la graduatoria è stata capovolta: Nord, Centro, Sud. E viva la Padania. Secondo i tecnici dell'Invalsi, infatti, dai risultati emergerebbero "anomalie" che farebbero supporre comportamenti "opportunistici" da parte di studenti e prof del Sud: insomma, avrebbero copiato e/o sarebbero stati aiutati dai prof per evitare le possibili conseguenze di una "figuraccia". Così, è stato dapprima utilizzato il normale sistema di individuazione e correzione dei dati anomali, il cosiddetto hard clustering. Ma, siccome la situazione rimaneva pressochè invariata, hanno adottato il metodo fuzzy logic, che assegna ad ogni studente un "coefficiente di correzione". In pratica, agli studenti meridionali il punteggio è stato moltiplicato, che so, per 0.8, mentre ai settentrionali è stato moltiplicato per 1,2. Solo perchè lo studente è nato in un luogo anzichè in un altro. E così alla fine è stata fatta (presunta) giustizia.

Ora, a parte il fatto che se è vero come è vero che al Nord ci sono tanti prof meridionali (tant'è vero che la Lega Nord vuole mandarli via), non si capisce perchè quando stanno al Sud sono imbroglioni e quando stanno al Nord magicamente diventano campioni d'onestà. Ma la cosa scandalosa è un altra: è ammissibile che si stabilisca "per legge", per motivazioni del tutto arbitrarie, che un voto di un punteggio di uno studente del Nord valga per forza di più di un collega meridionale? Io lo trovo, oltre che razzista, illogico: che cavolo li si fanno a fare, allora, i test Invalsi? Tanto la graduatoria si stabilisce a priori! Perciò, se i problema degli imbrogli esiste, si cerchi un miglior metodo di valutazione, altrimenti meglio non buttare denaro pubblico per mettere in campo una sceneggiata inutile. E soprattutto non ci si azzardi a fare politiche del "merito" con questi squallidi sistemi.

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Fuorise...ggio
post pubblicato in Diario, il 22 maggio 2009


                                                  

Più di 250mila. Sono gli studenti "fuori-sede" in Italia, ovvero tutti quei ragazzi che per frequentano Università lontane dai luoghi di origine: quasi il 20% della popolazione universitaria italiana. Studenti che alzano la voce perchè, tra le loro tante difficoltà, c'è quella di dover tornare a casa per votare. E così esercitare il più elementare diritto della democrazia diventa un viaggio stancante, ma soprattutto dispendioso. Così che migliaia di ragazzi rinunciano a scegliere chi deve gestire il loro futuro.

E' nato così il comitato "Io voto fuorisede", che chiede alle istituzioni Italiane, attraverso una petizione, di prodigarsi affinchè il diritto al voto e le campagne anti-astensionismo non siano parole al vento, ma concrete azioni legislative. Prevedendo il voto per delega o per corrispondenza, ad esempio, come previsto in tantissimi paesi europei, ed a dire il vero anche dall'Italia (quello per corrispondenza), ma solo per quanto riguarda il voto estero. Con il paradosso che è più facile votare per un'italiano all'estero che per uno studente fuori sede. O anche per un lavoratore fuori sede, che affronta gli stessi problemi.

Ma la realtà è ancora più grave di quella descritta dall'articolo di Repubblica.it da cui ho tratto il contenuto di questo post. Infatti, l'autore, evidentemente per una distrazione, non si è accorto che il comitato e la sua petizione sono nate non quest'anno, ma nel 2008, a ridosso delle elezioni Politiche. E quindi, nonostante sia passato un anno, non è cambiato un bel nulla.

Per quel che conta, allora, firmo anch'io la petizione, e invito voi tutti a farlo. Secondo l'art.48 della Costituzione "votare è dovere civico", ma anche "un diritto che non può essere limitato". E' bene che i nostri governanti non se lo dimentichino quando c'invitano (giustamente) a non lasciarci prendere dall'astensionismo.

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Riporto Report: Modulazione di Frequenze
post pubblicato in Riporto Report, il 23 marzo 2009


                                                   

Secondo appuntamento con "Riporto Report", la nuova rubrica di Discutendo che ogni lunedì darà spazio alla puntata settimanale di Report, l'ottima rubrica di inchieste giornalistiche condotta da Milena Gabanelli ogni domenica sera su RaiTre (la puntata di ieri, che vi consiglio sempre di vedere, è disponibile qui; la tascrizione testuale integrale della puntata è invece disponibile qui). Stavolta si parla di televisione, e dello scandalo delle concessioni televisive, specchio di un'Italia imperversata dal conflitto d'interessi e da una politica compiacente al mantenimento delle posizioni dominanti.

MODULAZIONE DI FREQUENZE (di Bernardo Iovene)

La puntata inizia con l'intervista a Francesco Di Stefano, imprenditore televisivo e soprattuto patron di Europa7, passata ormai alla storia come "la TV che non c'è". Infatti, l'emittente di Di Stefano, pur avendo ottenuto nel 1999 l'autorizzazione a trasmettere, non ha mai potuto farlo perchè le sue frequenze erano abusivamente occupate da Rete4. Vi suona un po' strano? Allora seguite la storia.

Tutto parte dal "peccato originale", ovvero dalla sentenza della Corte Costituzionale che negli anni '70 determina la fine del monopolio televisivo della RAI, e apre l'etere televisivo alle TV private, ma solo in ambito locale. Tuttavia, ciò non si accompagna ad un piano per l'assegnazione delle frequenze, così che i primi che arrivano occupano le frequenze (che sono un bene pubblico) e ne fanno quello che ne vogliono: un vero e proprio "far west" televisivo, durato vent'anni, fra gli anni Settanta e Ottanta. E' stato anche grazie a questo "far west" che Silvio Berlusconi e la sua Finivest sono riusciti ad accaparrarsi indisturbati e senza limiti buona parte dell'etere televisivo italiano, fino ad aggirare la legge, con la creazione di fatto di tre televisioni nazionali, facendo mandare in onda delle cassette registrate contemporaneamente su tutte le loro tv locali (ricordatevi che la sentenza della Corte aveva permesso la privatizzazione solo alle tv locali). Fu così che alcune preture "oscurarono" le TV di Berlusconi: ma l'allora premier Bettino Craxi, amico di Berlusconi (fu anche testimone di una delle sue nozze), ed è il segreto di Pulcinella che fosse il suo "referente" politico (tant'è vero che discese in campo, non appena Tangentopoli spazzò via Craxi, essendo l'unico in grado di impedire l'ascesa delle sinistre al Governo), subito emanò il cosiddetto "decreto Craxi", meglio noto come "decreto Berlusconi", consentendo la prosecuzione per un anno dello status quo, in attesa della nuova disciplina sul settore televisivo. Il decreto passò grazie ad alcune politiche spartitorie sulla Rai, tenendo buoni tutti i partiti. Ma il decreto conteneva una "finezza": il decreto non era "provvisorio", ma "transitorio". E, giuridicamente, la distinzione fra questi due termini è fondamentale: un decreto provvisorio va rinnovato ogni 6 mesi, il transitorio no. E così lo status quo sarebbe rimasto "legalizzato" all'infinito.

Sarebbe, perchè, poichè ad essere in discussione è la tutela del pluralismo nell'informazione, nel frattempo la Corte Costituzionale nel 1988 chiede al Parlamento "una disciplina sull'emittenza privata contro l'insorgenza di posizioni dominanti", e la posizione di Mediaset, con le sue tre reti, è una posizione dominante. Il Governo, sempre guidato da Craxi, decise con la "legge Mammì", dal nome del Ministero delle Poste e delle Comunicazioni, di risolvere la situazione: fu deciso che solo il 25% delle reti nazionali potevano essere gestite da un solo soggetto. Così, per salvare le 3 reti Mediaset le reti nazionali dovevano essere 12 ... e infatti la legge Mammì "decide" che sono 12, anche se non esistevano tutte (solo 6 lo erano davvero). Nel frattempo però le frequenze non vengono assegnate, perchè il piano viene sequestrato dalle Procure che lo indagano, e così i soggetti che trasmettevano già continuarono a trasmettere, senza che fosse indetta una gara per l'assegnazione.

Così la Corte Costituzionale interviene nuovamente nel 1994, decidendo che la legge Mammì era illeggittima propriò nel suo articolo più importante: quello del 25%. Il limite doveva essere del 20%, a meno che lo sviluppo delle tecnologie (si cominciava a parlare allora del satellite, che era ancora agli inizi) non avesse portato allo sviluppo del settore ed all'ampliamento delle reti disponibili. Ma, comunque, entro 2 anni andavano assegnate le frequenze. L'ampliamento delle reti non avviene, e dunque nel 1996 il Parlamento avrebbe dovuto imporre a Mediaset di cedere una delle sue reti (e alla Rai, pubblica, di togliere la pubblicità da una delle sue). Nel frattempo, però, Berlusconi era andato all'opposizione. Al Governo c'era Prodi, ma Berlusconi fece ostruzionismo, c'erano una quindicina di direttive europee da recepire, e ciò costrinse il Ministro Maccanico a cercare un accordo. D'altronde, il referendum promosso nel 1995 dal centrosinistra contro la situazione delle televisioni non ebbe il favore degli Italiani, che lo bocciò. L'accordo fu questo: l'opposizione votava le direttive, il Governo otteneva che fosse stabilito il limite del 20% e dunque otteneva lo spostamento di Rete4 sul satellite e l'eliminazione della pubblicità da RaiTre, ma l'opposizione ottenne la proroga della situazione con una legge fino al "congruo sviluppo" del mercato satellitare. E fu quel "congruo" a creare l'inghippo: qual era il numero congruo delle parabole affinchè Rete4 fosse spostata sul satellite? A stabilirlo doveva essere l'Agcom, l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, istituita proprio con la legge Maccanico: ma, essendo di nomina politica, e non essendoci un termine fisso entro quale emanare il provvedimento, l'Agcom non decise.

Ma la legge Maccanico, oltre al limite del 20%, stabiliva anche che il limite del mercato pubblicitario per un solo soggetto doveva essere del 30%. Anche qui, l'Agcom non decise, così che la prima verifica sul mercato pubblicitario avvenne solo nel 2004: Mediaset e Rai detenevano entrambe più del 30%, e questa situazione era risolvibile solo con l'allontanamento di una rete da Mediaset e l'eliminazione della pubblicità sulle reti Rai. Dunque, Rete4 non solo era fuori parametro per la "posizione dominante" di Mediaset nelle reti (3 reti invece di 2), ma anche per quella nel mercato pubblicitario. Se questo fosse avvenuto prima, e non nel 2004, la questione Rete4 non si sarebbe proprio posta.

Ma questo non avvenne, perchè nel frattempo, nel 1999, avvenne finalmente la gara di assegnazione delle frequenze. A vincere furono varie reti, tra cui Europa7, ma non Rete4. Il motivo? Il nuovo Ministro Cardinale, succeduto a Maccanico, non concesse l'autorizzazione per via della "posizione dominante" di Mediaset, come voleva la legge Maccanico; ma, sempre come voleva la legge, Rete4 era autorizzata a trasmettere "fino al congruo sviluppo" del satellite. Il satellite era ormai abbondamente sviluppato, ma il "congruo" era ambiguo e quindi campa cavallo. Di Stefano allora intraprese una battaglia legale, e così intervenne la Corte Costituzionale, che decise che in ogni caso, sviluppo congruo o no, entro il 2003 andava spenta Rete4 e accesa Europa7. Nel frattempo al Governo è tornato Berlusconi: arriva così la legge Gasparri, dal nome del nuovo Ministro delle Comunicazioni, che cerca di prorogare lo status quo: ma andando ciò contro la sentenza della Corte, Ciampi non firmò. Mancavano ormai 15 giorni allo spegnimento di Rete4, e allora ci fu un decreto: le reti che trasmettevano potevano continuare a trasmettere, tanto ormai c'era la nuova tecnologia del digitale terrestre che avrebbe garantito l'espansione dei canali. L'analogico, almeno nelle intenzioni, sarebbe stato sostituito definitivamente nel 2006 con il digitale, e così Europa7 avrebbe avuto tutto lo spazio per operare. Inoltre il Governo, per lo sviluppo del digitale, stanziò più di 200 milioni di euro per l'acquisto dei decoder (per il quale lo Stato fu poi sanzionato per 7 milioni di euro dalla UE perchè fu ritenuto un aiuto di Stato). E così il Governo riteneva di aver risolto la questione.

Ma la battaglia di Di Stefano proseguì. Anche l'associazione AltroConsumo intervenne, denunciando come, anche con il digitale, le frequenze rimanevano nelle mani degli stessi soggetti: non solo chi trasmetteva già sull'analogico, aveva diritto a trasmettere anche sul digitale, ma continueranno a conservare le frequenze che attualmente hanno, dunque non si aprirà nessun nuovo spazio per Europa7 e gli altri. L'Europa così intervenne, aprendo una procedura d'infrazione. Torna al Governo Prodi, e il nuovo Ministro Gentiloni decide di recepire la direttiva Europea promettendo un ddl sulla materia, quando invece l'Europa aveva detto che bastava disapplicare la legge e togliere le frequenze a Rete4, senza alcun ddl. Ma non arrivarono nè ddl nè disapplicazioni, dato che, come ammesso da Gentiloni, non si potè far niente per via dell'Udeur di Mastella, che evidentemente si preparava ad andare con Berlusconi e minacciava la caduta del Governo (cosa che poi avvenne, per questo ma soprattutto per tanti altri motivi).

Arriva così il Governo Berlusconi, e di fronte alle sentenze dell'Europa, della Corte, ecc. ecc. risponde con uno stratagemma: costringe la Rai a rimodulare le frequenze, facendo così saltar fuori una frequenza da assegnare ad Europa7, assieme ad un risarcimento danni (minimo). La situazione sembra risolta, anche se non è detta l'ultima parola, perchè la frequenza data ad Europa7 probabilmente non consentirà di coprire l'80% del territorio nazionale, come dovrebbe essere, e quindi forse potrebbero esserci nuovi ricorsi. Ma nel frattempo il digitale sta avanzando, in varie regioni l'analogico è stato già spento ... e quindi giustizia probabilmente non sarà mai fatta, grazie a decenni di "far west", compiacenze fra politica e imprenditori, conflitti d'interesse ed incapacità decisionale della politica.

IL MIO COMMENTO: La faccenda è talmente scandalosa che mi vergogno a vivere in un Paese dove possano accadere queste cose. Se le cose fossero state regolate per bene, oggi non ci ritroveremmo con un duopolio delle televisioni, cosa pericolossima per la democrazia in ogni caso, specialmente quando uno dei duopolisti è un politico, e ancor di più quando è Presidente del Consiglio (che controlla, quindi, indirettamente anche l'altra parte del duopolio, la RAI). Sappiamo bene come le televisioni possano influenzare il voto degli Italiani e di chiunque nel mondo, e come una situazione come quella attuale sia contro ogni principio di pluralismo e di equilibrio dell'informazione e non solo. Sarebbe necessaria, al di là della questione Rete4-Europa7, una legge anti-trust che vieti davvero concentrazioni di potere nel mondo dei media, vietando ai singoli privati di possedere da soli più del 25% del mercato pubblicitario, e più del 25% di giornali e TV (proprio in termini di vendite e audience, non di reti possedute o giornali posseduti). Magari si può discutere sulle percentuali, ma è assolutamente necessario un limite per garantire il pluralismo e la concorrenza.

P.S. A proposito di pluralismo e concorrenza nell'informazione, Report ha ricevuto una querela, con richiesta di risarcimento milionaria, da Mario Ciancio, l'editore de "La Sicilia" e proprietario di varie tv locali, che, come denunciato da Report domenica scorsa, gestisce in maniera monopolistica l'informazione a Catania e dintorni, detenendo dunque un potere di influenza sull'opinione delle masse fortissimo (e che sfrutta, ricambiato, a favore del centrodestra locale e nazionale). Comunque Report è abituato a ricevere querele, che puntualmente vince, a dimostrazione della qualità del suo giornalismo e del fatto che in Italia certa gente non è abituata a persone che sappiano la verità e provino a diffonderla.

P.P.S. Anche stavolta accenno alle altre due rubriche di Report. Ne "L'emendamento" è stata denunciata l'assenza di una norma sull'auto-riciclaggio: in Italia, ad esempio, chi vende droga e poi "ricicla" il denaro "sporco" può essere punito per traffico di stupefacenti, ma non per aver riciclato i proventi illeciti. E questo nonostante l'opposizione abbia presentato un emendamento in proposito, stralciato e rimandato dal Governo a data da destinarsi. Nella "Goodnews" di questa settimana, invece, si parla dell'iniziativa di alcuni ragazzi de "L'Onda", il movimento studentesco nato dalle proteste contro la Gelmini, che hanno deciso di proseguire la lotta in una maniera molto costruttiva, ovvero aiutando i ragazzi in difficoltà con lo studio organizzando dei corsi di recupero gratuiti dove tali corsi, che dovrebbero essere organizzati dalle scuole, non sono concessi a causa dei tagli ai fondi delle scuole.

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E ora la Gelmini si dimetta
post pubblicato in Diario, il 11 dicembre 2008


                                                

Incredibile. Dopo aver osannato e sostenuto per mesi la bontà della sua pseudo-riforma, il ritorno al maestro unico, dopo aver detto che il tempo pieno non era a rischio ma che anzi veniva aumentato, e tutte le miriadi di balle raccontante in questi mesi e spacciate per verità, il Governo fa una quasi totale marcia indietro sulla riforma Gelmini. Via il maestro unico, via l'obbligo di riduzione a 24 ore dell'orario scolastico delle elementari, ripristino delle 30 ore alle medie, via l'aumento dell'affollamento delle classi e rinviata al 2010 l'applicazione del riordino degli istituti superiori. Praticamente rimangono solo il grembiulino e l'educazione civica ... 
 
Che è successo, tutto ad un tratto la Gelmini & Co si è accorta che studenti, opposizioni e sindacati avevano ragione? Che avevano ragione sul fatto che il maestro unico si sarebbe ripercosso negativamente sulla qualità dell'insegnamento e sul tempo pieno? Che avevano ragione che ci sarebbe stato il sovraffollamento delle classi? Che avevano ragione sulla riduzione dell'orario di lezione? Insomma, che avevano ragione a bocciare la riforma Gelmini?  Ok: ben fatto. Ora però ne tragga le conseguenze: si dimetta. Non si può fare una marcia indietro su tutta la linea, dopo averla difesa a spada tratta tacciando di "irresponsabilità", "strumentalizzazione", "demagogia", "cecità", "assenza di proposte" chiunque le si opponesse.

P.S. Ma studenti ed opposizioni non demordano: la mazzata più pesante, la legge 133 (la Finanziaria) è ancora in piedi, e con essa gli 8 miliardi di tagli a scuola, università e ricerca. Propongano il taglio degli sprechi della politica, degli enti locali inutili, ecc. ecc., e chiedano il ripristino, almeno parziale, dei fondi. Ci sono riusciti a fermare la Gelmini, possono farcela anche con Tremonti. 

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Non date appigli a chi non li merita
post pubblicato in Diario, il 8 dicembre 2008


                                                 

Chi legge "Discutendo" sa come io sostenga i motivi e le ragioni della protesta studentesca. Però non riesco proprio a capire a cosa e a chi giovino gesti come quelli degli studenti di Siena contro il sottosegretario Gianni Letta, tra l'altro una delle persone più stimabili di questo centrodestra. Ne tantomeno posso comprendere le parole che qualche giorno fa Camilleri ha riservato alla Gelmini.

Questi gesti, oltre ad essere scellerati e ingiusti, non giovano certo alla causa. Anzi, fanno passare dalla parte del torto, e danno appigli a chi non li merita.

Idioti.

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Eppure tutti dovremmo avere un cuore, da qualche parte
post pubblicato in Diario, il 9 novembre 2008


                                                   

Oggi avrei voluto parlare della grave esternazione di Cossiga sui "consigli" alle forze dell'ordine per "tenere a bada" gli studenti ("servirebbe un morto, per poi intervenire massicciamente e pesantemente"), che mi fa venire sempre più dubbi sul fatto che sia consapevole di ciò che dica, ma poi ho letto quest'altra notizia che mi ha talmente sconvolto che non posso fare a meno di parlarne.

Ovvero che in Nigeria è stata scoperta una "fabbrica di bambini", ovvero una clinica dove una ventina di donne erano ripetutamente violentate e forzate alla gravidanza, e i cui figli venivano poi venduti al traffico internazionale di bambini per 2-3mila euro. Come se non fosse già abbastanza, questa pratica, sconosciuta fino al 2006, è già molto diffusa in Nigeria: secondo l'Unicef, almeno 10 bambini al giorno vengono venduti in Nigeria per sfruttarli come schiavi da manodopera o da prostituzione.

Insomma, l'ennesima dimostrazione che davvero non c'è limite alla bassezza umana. Evidentemente non bastano un cuore ed un cervello per preservare certi esseri umani (?) dal commettere simili crudeltà e fare miseri profitti sui corpi di donne e bambini.

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Questa protesta andrebbe ascoltata
post pubblicato in Diario, il 30 ottobre 2008


                                                              Roma invasa: "Siamo un milione" E i ragazzi circondano il ministero   

Oggi è stato il giorno del grande sciopero generale contro i decreti Gelmini-Tremonti. Secondo gli organizzatori, ovvero Cgil, Cisl e Uil, a Roma hanno manifestato un milione di persone, più varie centinaia di migliaia in tutta Italia. Molte di meno, ovviamente, per Governo e detrattori. Ma ciò che conta è che questa protesta sta unendo studenti, insegnanti, genitori, ricercatori, sindacati e studenti anche di destra, giornali come Famiglia Cristiana, in proporzioni enormi sia come numero di partecipanti che come giorni di protesta. Insomma, qualcosa che non si vedeva da molto tempo.

E d'altronde non poteva che essere così, con dei decreti che tagliano 7.8 miliardi alla scuola, 1.4 miliardi alle Università, manda in strada più di 130mila persone tra insegnanti precari e personale ATA, ripristina il maestro unico (inadeguato per questi tempi), riduce le ore, mette a rischio il tempo pieno (almeno come comunemente inteso), sottrae fondi alla ricerca e rende impossibile un vero ricambio generazionale. Il tutto senza un minimo accenno reale al taglio degli sprechi, addotto come "giustificazione" ma che viene annunciato senza però in concreto predisporre gli strumenti per farlo. E soprattutto con una marea di bugie per "giustificarsi": si mettono in mezzo i dati OCSE, che in realtà provano come in Italia la spesa pubblica per l'istruzione sia inferiore alla media europea ed OCSE, per non parlare poi di quella per la ricerca, che ci vede ultimi nell'OCSE. Si dice che la protesta è strumentalizzata dai partiti, mentre fino ad adesso non si sono viste bandiere nei cortei degli studenti, e sfilano (ed occupano) anche associazioni di destra come Lotta Studentesca e Blocco Studentesca. Si è detto che chi si oppone non fa proposte, mentre almeno qualcuno le ha già fatte.

Il tutto condito da un atteggiamento arrogante da parte del Governo che ha tirato dritto senza nemeno ascoltare una delle critiche fatte, mettendo pure la fiducia sui provvedimenti. Mentre al Governo sarebbe convenuto aprire un tavolo di confronto: se davvero sono proteste strumentali, sarebbe stato facile dimostrarlo invitandoli a fare delle proposte che non avrebbero fatto e quindi convinto gli Italiani della strumentalità di queste proposte. Evidentemente non è così. E così alla fine chi ci ha perso è l'Italia. Perchè sì è persa l'occasione per una vera riforma della scuola, che aumentasse davvero l'efficienza della scuola e della sua spesa, che investisse i risparmi nella ricerca e nell'innovazione e che ridasse dignità al merito. O perchè, più semplicemente, si sono creati disagi a tante persone e si è alimentato un clima di scontro.

E poi perchè le contro-risposte sono, per forza di cosa, radicali. Magari si occuperanno stazioni, strade e scuole (in misura maggiore di adesso, e per più tempo). O più semplicemente si farà il refendum abrogativo proposto da Veltroni e una sua vittoria, seppur auspicabile, non sarebbe tutto bene: infatti il danno più pesante è quello della legge 133 (che contiene i tagli dei fondi), che però non può essere abrogata per referendum perchè è legge di bilancio, e quindi il referendum sarà per il decreto Gelmini, che è quello meno dannoso. Certo, dato che il decreto Gelmini in sostanza è la reintroduzione del maestro unico, è quindi sempre meglio abrogarlo, ma così si perderanno pure quei provvedimenti accessori, quei provvedimenti usati come il "miele che indora la pillola" che però sono positivi, come i 5 anni per le nuove edizioni dei libri, il ripristino del voto in condotta (che però per me dovrebbe fare media come tutti gli altri voti, non essere decisivo come vuole la Gelmini), il ritorno ufficiale dell'Educazione Civica (non il grembiulino, che io vedo negativamente), e anche l'abolizione delle compresenze. Provvedimenti che sarebbero invece rimasti se si fosse fatta una vera riforma condivisa con le parti sociali.

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No alla contro-riforma Gelmini ...
post pubblicato in Diario, il 11 ottobre 2008


                                                                    

La protesta è iniziata con l'apertura dell'anno scolastico, con le prime occupazioni a Roma, le prime proteste, lutti al braccio e slogan creativi. Poi si è andata via via organizzandosi, fino a giungere ai primi veri scioperi: tra questi quello degli studenti, che ieri ha portato 300mila studenti in piazza in tutta Italia. In attesa di quello dei Cobas Scuola, del 17 Ottobre, e soprattutto dello sciopero generale del 30 Ottobre, che vedrà uniti Cgil, Cisl e Uil. Insomma, un clima crescente di protesta che sta unendo studenti, famiglie, insegnanti e tutto il mondo della pubblica istruzione. Il motivo? La contestatissima "riforma" Gelmini, o meglio di quell'insieme di decreti che sta stravolgendo l'istruzione pubblica.

Dietro a provvedimenti di facciata (ritorno del grembiulino, voto in decimali anche alle elementari, voto in condotta decisivo, insegnamento di "cittadinanza e costituzione"), però molto graditi all'opinione pubblica, in alcuni casi anche giustamente, si nasconde un vero e proprio affossamento della scuola pubblica. In sostanza, non è una riforma, ma un piano di tagli: tanto che si può dire che il vero autore della contro-riforma è il Ministro Tremonti. Vediamolo in dettaglio.

Innanzituto il piano Gelmini-Tremonti prevede 87mila insegnanti e 40mila personale ATA in meno. Posti in meno rivendicati con orgoglio dalla Gelmini, all'insegna di una presunta "efficienza" e "contenimento dei costi della scuola", divenuto uno "stipendificio". Insomma, una banda di fannulloni, come direbbe Brunetta, da tagliare subito. Sarà, ma questi tagli sono tagli senza un criterio, nè di merito nè di altro: semplicemente saranno tagliati 127 mila posti di lavoro, a casaccio, bloccando l'inserimento di nuovi insegnanti e di precari, che dopo anni di precariato si vedranno sbattuta definitivamente la porta in faccia; mentre magari i veri "fannulloni" resteranno al lavoro, vista l'assenza di un sistema che valuti il merito degli insegnanti. Si formeranno classi super affollate e con orario ridotto. Per non parlare poi della scuola elementare, che la stessa OCSE, i cui giudizi negativi sulla scuola pubblica sono richiamati dalla Gelmini per giustificare il suo intervento, salva e che anzi ritiene un modello da imitare, e dove invece si abbatte con maggior forza la scure di Gelmini-Tremonti. Ovvero la reintroduzione del maestro unico, con il venir meno dell'esenzialità, in un mondo così cambiato verso tutto ciò che è "multi-", di più figure di riferimento, con il venir meno delle competenze specifiche (un solo insegnante farà un po' di tutto), dunque con un offerta formativa peggiore, con il trascuramento delle materie minori. E poi con il dilemma del tempo pieno, indispensabile per molte famiglie: secondo calcoli astrusi per la Gelmini aumenterà del 50%; ma, secondo la logica, di fronte a decine di migliaia di insegnanti in meno e con il maestro unico, potrebbe aumentare solo se il maestro unico lavorasse 6-7 ore al giorno (quindi 40 ore alla settimana): e questo non è certo possibile. Infine, con l'accorpamento degli istituti con meno di 500 studenti, spariranno 4000 scuole, con evidenti difficoltà per chi abita in piccoli comuni di montagna o nelle isole. Il disastro si conclude con l'Università, con tagli per 1 miliardo e mezzo in 5 anni, turnover bloccato al 20% e apertura alla trasformazione in fondazioni di diritto privato. Il tutto senza un minimo di confronto con le parti sociali, con le opposizioni (si è ricorsi alla fiducia) e sopratuttto con i diretti interessati, ovvero studenti, insegnanti e famiglie.

E allora NO alla contro-riforma a Gelmini, contro un Governo che considera la scuola come una spesa inutile da tagliare e non invece come il principale investimento per il futuro dell'Italia. Sì invece ad una scuola davvero efficiente, fondata sul merito, partecipativa e punto di riferimento per la società. Ma di questo ne parleremo nel post di domani.

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