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il blog di Francesco Zanfardino
Quante Eluana ancora?
post pubblicato in Diario, il 10 febbraio 2010


                                                

Non ho parlato di Eluana il giorno dell'anniversario della sua morte. E' un silenzio simbolico, da parte di chi in questi 365 giorni non ha smesso di parlare di fine vita, rispetto ad un Governo che, dopo aver tentato di strumentalizzare in maniera indecente gli ultimi giorni di Eluana, ha smesso di occuparsi con così tanta fretta e premura di testamento biologico e fine vita. Eppure di promesse ne erano state fatte.

E soprattutto di casi come Eluana ce ne sono e ce ne saranno ancora. Casi che spesso finiscono clandestinamente, perchè non tutti sono Beppino Englaro e si sentono di dover ingaggiare un'estenuante battaglia decennale per far rispettare la volontà dei propri cari nel pieno rispetto dello Stato. Non tutti sono eroi civili, e certo lo Stato non fa molto per incorraggiare ad esserlo.

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A volte ritornano
post pubblicato in Diario, il 9 febbraio 2010


                                             

Ciancimino jr mette in relazione la nascita di Forza Italia con Cosa Nostra, e si scatena il putiferio. "Fesserie" è il sunto delle repliche dei vari berluscones. Eppure, questa è roba vecchia: chi ha letto i libri dei vari Travaglio e si informa un po' su Internet sa che ci sono decine e decine di episodi e circostanze che inducono a questo legittimo sospetto.

Sospetto che verrebbe fugato se Berlusconi rispondesse a qualche domanda. Tipo quelle che la Lega Nord gli lanciò tramite "La Padania" nel 1998, quando Bossi & Co erano ai ferri corti col Cavaliere.

La Fininvest è nata da Cosa Nostra – Matteo Mauri – 27 Ottobre 1998

Parla meneghino ma è di Palermo – 22 Luglio 1998

Silvio riciclava i Soldi della Mafia – 7 Luglio 1998

C’è una legge inapplicata: Berlusconi è ineleggibile – Davide Caparini – 25 Novembre 1999

Imprenditore o politico è il momento della scelta – Chiara Garofano – 8 Novembre 1998

Fu Craxi a spingere Berlusconi in politica – 5 Maggio 1998

Un biscione di miliardi in Svizzera – Emilio Parodi – 3 Novembre 1998

Le sedici cassaforti occulte – Max Parisi – 29 Settembre 1998

Soldi sporchi nei forzieri del Berlusca – 2 Luglio 1998

Berlusconi Mafioso? 11 domande al cavaliere per negarlo. – Max Parisi – 8 Luglio 1998

Così il biscione di mise la coppola – 10 Luglio 1998

Le gesta di Lucky Berlusca – Max Parisi – 30 Agosto 1998

E non mi pare che chi ha posto quelle domande possa essere definito "comunista invidioso". Almeno loro, che diamine ...

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Serve politica industriale
post pubblicato in Diario, il 5 febbraio 2010


                                                       

La vicenda di Fiat di Termini Imerese e dell'Alcoa in Sardegna, unite a tutte le vertenze lavorative in corso in tutta Italia, offrono lo spunto di numerose e doverose riflessioni.

La prima è che la crisi c'è ancora e anzi forse proprio in questi mesi mostrerà i suoi strascichi più pesanti sull'occupazione. Sta finendo la cassaintegrazione, ma nel contempo i posti di lavoro non tornano, anzi. Se lo ricordi il Governo che voleva battere la crisi con "l'ottimismo".

La seconda è che c'è chi pensa di poter fare i "liberisti a targhe alterne", invocando l'intervento dello Stato quando c'è da acchiappare gli aiuti e le regole del mercato quando c'è da tagliare posti di lavoro, senza nemmeno avere il pudore di ammetterlo (anzi). Certo che lo Stato fa pure la figura del fesso, visto che quando dà gli aiuti non pretende nemmeno che non si facciano nel breve termine scelte aziendali contrari agli interessi della collettività, se proprio non si voleva ottenere in cambio una quota pubblica dell'azienda.

La terza, forse la peggiore, è che l'Italia manca totalmente di politica industriale. Giusto, anzi doveroso difendere i posti di lavoro, ma l'attuale sistema produttivo in Italia è insostenibile. E' ancora troppo basato sulla manifattura, e ormai in questo settore la concorrenza della Cina, della Polonia, della Serbia, della Romania, insomma dei paesi in via di sviluppo è troppo forte: non si può dire la Fiat non abbia ragione su questo. Per questo ci sarebbe bisogno di un Governo che favorisca la graduale transizione da un sistema produttivo basato sulla manifattura, sulla realizzazione delle cose, ad un altro basato sull'alta specializzazione, sull'innovazione e sull'ideazione delle cose che poi altrove verranno realizzate. Un po' come il sistema produttivo americano, dove i lavoratori della Microsoft progettano e la Cina realizza (ma i proventi restano in America). E un po' come diverse realtà italiane, specialmente nel Nordest, che sono molto più avanti dei propri Governi.

Per arrivarci ci sono diverse strade, diverse risposte, di destra, di sinistra e di centro. Ma che a questo bisogna arrivare è indiscutibile. Altrimenti, rassegnamoci al ritorno dei carrozzoni statali della Prima Repubblica o alla fuga delle aziende all'estero. E non mi pare una bella prospettiva.

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Questione di principio
post pubblicato in Diario, il 23 gennaio 2010


                                                

Perdere il lavoro per una giusta battaglia. Questa la sorte toccata a Luigi Tosti, giudice certamente coraggioso che ha rischiato tutto pur di affermare il principio costituzionale della laicità dello Stato, rifiutandosi di lavorare finchè non fossero stati rimossi i crocifissi da tutti i tribunali Italiani.

Già, perchè una legge fascista (letteralmente, visto che è del 1926) prescrive l'esposizione del crocifisso "sopra il banco dei giudici", "secondo la nostra antica tradizione", come "solenne ammonimento di verità e giustizia". E da tanto la legge è rimasta lì, intoccata e intoccabile, a causa di una Chiesa invadente e di una politica debole, che quando non è totalmente prostata si rifugia dietro un "tanto un crocefisso non ha mai fatto male a nessuno". Certo. Il crocefisso non è certo una svastica. Ma siamo sicuri che non stiamo facendo del male al crocefisso? Siamo sicuri che Gesù vorrebbe che la sua figura sia usata da uno Stato per discriminare le altre religioni? Se ricordo bene la faccenda dei mercanti del Tempio, credo di no.

Ma, al di là di questo, uno Stato che si dice laico non può allo stesso tempo identificarsi in un simbolo religioso. Punto e basta. Poco importa che il simbolo in questione sia innocuo, che anzi rappresenti valori condivisi, e che sia ben voluto dalla maggioranza dei suoi concittadini: rimane uno strappo fortissimo al principio dell'uguaglianza dei cittadini. E chiunque crede in questo principio, cristiano o non cristiano, dovrebbe condividerlo.

Ringrazio allora il giudice Tosti, eroe civile un po' come Englaro. Sì, perchè entrambi hanno cercato di condurre le loro battaglie pubblicamente, invece di ricorrere alle soluzioni più facili, ovvero rispettivamente staccare la spina clandestinamente (accade regolarmente in Italia) o rimuovere da solo il crocefisso. Tanto pochi se ne sarebbero accorti. Già, perchè tanti in Italia sembrano non poter fare a meno del crocefisso, ma poi se ne scordano fin troppo facilmente. Soprattutto i valori che rappresenta.

P.S. In onestà, comunque, il CSM non poteva fare altro. Non ha espresso un giudizio di merito, ma ha solo potuto e dovuto punire il rifiuto di tenere le udienze.

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Chi commemoro
post pubblicato in Diario, il 19 gennaio 2010


                                                

"La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità". Paolo Borsellino, magistrato del pool anti mafia di Palermo, ucciso da Cosa Nostra nel 1992, nato il 19 Gennaio 1940.

Bettino Craxi, morto il 19 Gennaio 2000 da latitante, reo confesso intascatore di tangenti miliardarie e vertice di un sistema collusivo tra politica e malaffare.

Non so voi, ma dei due preferisco il primo.

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Rosarno, Italia
post pubblicato in Diario, il 10 gennaio 2010


                                              

Quello che è accaduto in questi giorni a Rosarno Calabro è drammatico. Il livello di violenza raggiunto, da una parte e dall'altra, è intollerabile per qualsiasi Paese civile che si rispetti. Eppure non è la prima volta che accade qualcosa del genere: ricordate Castel Volturno nel Settembre 2008? Anche allora, dopo un agguato camorristico nel quale morirono diversi africani, gli immigrati del luogo si ribellarono, chi pacificamente chi violentemente, mettendo in scacco un'intera città. Ed episodi simili si sono ripetuti in questi anni, con minore potenza, con minore visibilità.

Ogni volta, si cerca di politicizzare la questione, ed entrano in gioco le dietrologie più disparate: sono gli "italiani" ad essere strumentalizzati dalla malavita, o gli "immigrati"? O non c'entra niente la malavita? La colpa delle violenze è degli "italiani" , o degli "immigrati"? Eccetera. Il fatto è che, 'ndrangheta o non n'drangheta, la dis-integrazione sta portando a questi risultati da "banlieu" parigina. Sarà perchè l'Italia il fenomeno immigratorio si è accentuato in questi ultimi decenni, mentre altrove è iniziato prima; ma ora è arrivato il tempo di agire.

Come? Bè, per risolvere il problema bisogna prima riconoscerlo: c'è un problema legato all'immigrazione, ed è anche di sicurezza pubblica. Ha sbagliato il centrosinistra nel passato a non riconoscerlo, e sbaglia chi ancora lo fa. Ma altrettanto sbaglia il centrodestra a cercare di cavalcare populisticamente il problema, senza trovare soluzioni efficaci al problema, ma solo chiacchiere e distintivo, o scaricabadili rivolti al "buonismo" della sinistra (mentre hanno governato 7 degli ultimi 9 anni, e la legge in vigore da anni sull'immigrazione si chiama Bossi-Fini). Poi, bisogna sgombrare il campo da tutti i pregiudizi: gli immigrati, in effetti, commettono mediamente più reati degli Italiani (nemmeno molti), ma se andassimo a scorporare i dati in basi alle condizioni di vita, vedremmo molto probabilmente che le differenze non esisterebbero. Insomma, non è la provenienza, ma il disagio sociale che determinano la delinquenza: se si cresce in un campo rom, o in una periferia disagiata come Scampia, puoi essere italiano o straniero, ma hai una probabilità più alta di diventare un delinquente. Poi, è l'ora di smetterla di dire che "questa gente deve andarsene a casa loro": gli immigrati, che lo si voglia o no, forse non saranno indispensabili al Paese (niente è indispensabile), ma sono ormai un pilastro fondamentale dell'economia italiana: se sparissero tutti di un colpo, il sistema Paese impiegherebbe anni per rimpiazzarne la mancanza, se non fallisse prima. Purtroppo, però, spesso queste persone lavorano in condizioni di sfruttamento, e con la spada di Damocle del permesso di soggiorno che resta per anni e anni, anche se nel frattempo magari ci si è integrati perfettamente (nonostante tutto questo) e si contribuisce a finanziare le casse dello Stato con le tasse e le pensioni dei figli degli "italiani" che non ci sarebbero senza l'incremento di natalità portato dalla popolazione italiana.

Ecco, insomma, i due binari che devono evitare la guerra sociale fra italiani e immigrati: revisione della legge sulla cittadinanza e sul permesso di soggiorno, inclusa una facilitazione per chi dimostra di integrarsi meglio (conoscenza dell'italiano, della legge italiana, scolarizzazione, lavoro regolare, domicilio regolare, eccetera), e abbreviando in ogni caso i tempi, in modo da renderle più aderenti alla realtà; lotta senza quartiere allo sfruttamento e al lavoro nero. Senza dimenticarsi, ovviamente, di far funzionare la giustizia e le forze dell'ordine per contrastare il crimine (ma questo vale ugualmente per gli italiani criminali), e di aiutare quei settori dell'economia che sono portati, anche se non costretti, dalle logiche di mercato a sfruttare, e a nero, la manodopera immigrata.

Solo così si può realmente governare il fenomeno dell'immigrazione. Il resto sono solo balle e propaganda. Altrimenti, prepariamoci ad avere una Rosarno al mese ...

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Truffa senza Termini
post pubblicato in Diario, il 23 dicembre 2009


                                            

A me Marchionne non mi è mai piaciuto. Sarà un ottimo industriale, ma per me non è buon industriale quello che pensa unicamente al profitto e non anche al destino dei propri lavoratori, senza i quali non farebbe nemmeno un euro. Avevo i miei sospetti già al tempo delle "mirabolanti" conquiste americane, ne ho la conferma con i fatti attuali.

Chiudere Termini Imerese, e licenziare migliaia di dipendenti anche altrove, è una scelta legittima, dal punto di vista imprenditoriale. Non dal punto di vista umano, ed io al posto di Marchionne farei ogni sforzo per evitarlo, a cominciare dal ridurre il mio stipendio e quello di tutti i miei manager, di risparmiare sui lussi aziendali, eccetera. Ma chiuderla ora, in un periodo di disoccupazione dilagante, e soprattutto dopo aver preteso ed ottenuto gli aiuti statali, mi sembra, se mi consentite, una mossa inaudita ed amorale.

Bisogna smetterla con queste aziende che predicano il liberismo quando c'è da tagliare posti, e lo statalismo quando c'è da acchiappare dalle mani dello Stato. Il Governo faccia il diavolo a quattro per impedire questo sopruso, o si dimettano Scajola e tutti quelli che si sono resi complici di questa truffa. Altrimenti, siano i lavoratori ad impedirlo, con qualsiasi azione (democratica, ovviamente). Tutta l'Italia onesta sarà con loro.

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PA open-source
post pubblicato in Diario, il 19 novembre 2009


                                              

Per gli appasionati di informatica, oggi è stata la giornata della presentazione di Chrome OS, il nuovo sistema operativo firmato Google e rigorosamente "open-source", ovvero gratuito. A quanto pare, con Chrome OS il settore dell'open-source, finora portato avanti dai "pinguini" di Linux, potrebbe avere la sua consacrazione definitiva, cominciando davvero a mettere paura al monopolio Windows.

In fondo, perchè pagare per avere un servizio che si potrebbe avere gratuitamente senza grandi differenze qualitative? Forse a chi utilizza Windows "abusivamente", senza pagare la licenza (è molto facile, e non solo in Italia), questo discorso non interessa, ma dovrebbe invece utilizzare chi deve per forza pagare le licenze, come ad esempio lo Stato e tutti gli uffici della sua pubblica amministrazione. Milioni e milioni di euro pagati dallo Stato ogni anno per le licenze, quando si potrebbe tranquillamente fare ricorso a Linux o, in futuro, a Chrome.

Ecco, non sarebbe male se, in tempi di tagli indiscriminati, una volta tanto si facesse qualcosa di intelligente e si adottassero per legge i software open-source nella Pubblica Amministrazione ...

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Aule, non camerette
post pubblicato in Diario, il 4 novembre 2009


                                                   

Ritorna, per l'ennesima volta, il conflitto fra laici e credenti. Dicotomia impropria, dato che laicità e fede non sono affatto in conflitto, ed il vero cristiano è anche laico, ma così ormai vengono derubricate faccende che in realtà andrebbero interpretate piuttosto come conflitti fra laici e fondamentalisti. E' infatti bastato che una sentenza della Corte Europea imponesse all'Italia di togliere il crocefisso dai luoghi pubblici per scatenare un putiferio. Grida di giubilo dagli anti-clericali, soddisfazione da parte del mondo laico, contrapposti ai fastidi di molti credenti e non, fino ad arrivare ai veri e propri improperi da parte di uomini di Chiesa e politici "teocon" (come la vergognose parole di La Russa che ho avuto la sfortuna di ascoltare in diretta su RaiUno). Chiariamolo subito: io sto dalla parte della Corte. Con quella sentenza è stata finalmente fatto rispettare il principio di uguaglianza che è alla base della nostra Costituzione e di qualunque società che si dica civile.

Qualcuno dirà: "e che paroloni, per un crocefisso appeso in un'aula"! E, in effetti, quelle del tipo "è un falso problema", "che male farà mai un crocefisso", "con tutti i problemi che ci sono ci occupiamo dei crocefissi" sono tra le argomentazioni più usate dai difensori del "crocefisso pubblico" e anche persino da parte di chi tradisce le promesse di laicità, di decisionismo e di forte identità da dare al proprio partito pur di non infastidirsi i poteri forti (incominciamo male, caro Bersani). Indubbiamente ci sono "ben altri problemi", indubbiamente esistono tante altre questioni più decisive per il futuro del Paese (e la sua laicità). Ma questa filosofia del "benaltrismo", del c'è ben altro da fare, è stata la scusa più usata dalla classe dirigente per non cambiar nulla in questo Paese. Sarà anche una piccola cosa, ma se è giusta va fatta: questo dovrebbero dire tutti, ed ancor di più i leader progressisti.

Entrando poi nel merito della questione, qualcuno per il quale provo una profonda ammirazione si domanda: "in fondo, cosa ci guadagna l'Italia da questa sentenza"? Ebbene, ci guadagna in laicità e in credibilità della sua terzietà. Infatti, quando una persona, cattolica o non, entra in un luogo pubblico dove c'è un crocefisso, e mai simboli di altre religioni, riceve, volente o nolente, il messaggio che in Italia una religione è privilegiata rispetto alle altre, nonostante l'art.3 della Costituzione dica ben altro. Cosa che è poi la drammatica realtà, visto che il Concordato, incoerentemente inserito nella stessa Costituzione, garantisce alla Chiesa Cattolica tutta una serie di privilegi, tra i quali, restando nell'ambito scolastico, l'insegnamento della religione cattolica e non della "storia delle religioni", come fortunatamente alcuni illuminati professori di religione fanno, nonostante siano nominati dalla Curia (altra anomalia). Perchè non dimentichiamoci che il crocefisso è un simbolo "fazioso", ovvero espressione di una parte, di una sola delle credenze religiose che animano il nostro Paese, e come tale non può essere esposto da un istituto pubblico, tra l'altro in maniera esclusiva. Qualcuno addirittura osa dire che il crocefisso non è un simbolo prettamente religioso: evidentemente finge di ignorare che la croce è il simbolo per eccellenza della cristianità, quello con il quale si sono identificati e si identificano tutti i militanti della cristianità (per scopi positivi e negativi, ma questa è un'altra storia). Qualcun altro sostiene, giustamente, che il crocefisso sia espressione di valori che vanno al di là delle credenze personali e che rappresentano la Costituzione: ma allora anche una sciarpa della Juve o il simbolo del PD rappresentano valori simili (sportivi e politici questi, religiosi quelli) che però nessuno si sognerebbe di mettere affissi in un aula pubblica (e se lo facessero, soprattutto nel secondo caso, ci sarebbe uno scandalo a reti unificate) perchè, giustamente, non si tratta della propria cameretta.

Un altro argomento usato dai difensori del crocefisso è quello della tradizione e della sua difesa. Sostengono che non dobbiamo dimenticarci delle nostre "radici cristiane", che queste sono le nostre tradizioni e nessuno ce le deve togliere, che di passo in passo gli stranieri imporranno le loro credenze, eccetera. Ebbene, non c'è tradizione che tenga se la tradizione vuole cose sbagliate ed incostituzionali. E' tradizione pure che i gay non abbiano diritti, è tradizione pure che il testamento biologico non esista, è tradizione pure che i poveri siano sempre sfruttati, è tradizione pure la raccomandazione, è tradizione pure che i politici facciano spesso i propri interessi alle nostre spalle ... insomma, se tutto è tradizione, allora la società non andrebbe mai avanti. Ed è il trionfo del conservatorismo (e questo lo dico ai tanti amici cattolici e progressisti che però difendono queste tesi).

Altra argomento è quello della non-reciprocità. Si sostiene che è assurdo fare questo in Italia quando "al loro Paese" non abbiamo nemmeno il diritto di costruire una Chiesa. Bè, innanzittutto non si tratta solo di rispettare gli stranieri, ma anche milioni di italiani di altre religioni o atei. Poi, è un po' un'esagerazione: non sono tanti i Paesi dove questo effettivamente accade, almeno nella quantità e nella modalità in cui si pensa. E dove ciò accade si tratta sempre di Paesi teocratici o dove c'è una religione di Stato: e noi non vogliamo certo essere così, no? E poi, comunque, se altrove fanno cose sbagliate (penso anche alle varie forme di discriminazione), non è una valida giustificazione per farle anche da noi.

E poi, infine, l'argomento più stupido e al tempo stesso più insopportabile: non dobbiamo farci comandare in casa nostra dall'Europa. L'ipocrisia massima di tanti politici e non che si dicono europeisti quando gli conviene e poi delegittimano persino la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, non contestando le sue sentenze ma addirittura la loro stessa legittimità ad intervenire. Ipocrisia che, d'altronde, si vede in tante politici che si fanno paladini della cristianità e poi magari in privato sono divorziati, vanno a prostitute/trans, e in pubblico promuovono provvedimenti che disumani è dir poco. Insomma, una massa di "eurofurb" e "teofurb" di cui l'Italia non ha alcun bisogno.

Viva la Corte Europea, viva lo Stato laico. E lo dice un credente ...

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Paura, non indifferenza
post pubblicato in Diario, il 29 ottobre 2009


                                        

Oggi c'è stato uno sdegno nazionale per il video diffuso dai Carabinieri di Napoli che riprende una esecuzione camorristica all'aperto, avvenuta sulle soglie di un bar, con annesso fuggi-fuggi generale ed omertoso dei tanti passanti della zona.

Ora, la fredda crudeltà dell'assassinio è fuori discussione. Così come è molto discutibile l'atteggiamento di alcuni passanti, capaci di passare e ripassare sopra il cadavere senza dir nulla, oppure delle persone presenti nei pressi del bar e che al momento dello sparo non hanno emesso nemmeno un urlo istintivo. Ma da qui a liquidare l'atteggiamento dei napoletani come quello di "complice indifferenza", "vergognosa omertà" e similari ce ne passa. Come sottolineato da Roberto Saviano nel commento al fatto, qui non si tratta di indifferenza, si tratta di paura. Nessun essere umano può restare indifferente di fronte alla morte, ancor di più ad un brutale omicidio, ma in questi casi la paura di essere visti, che la camorra dai cento occhi veda chi reagisce e punisca anche chi solo si azzardi a soccorrere i condannati a morte, è più forte e concreta della compassione per quelli che, in fondo, vengono ritenuti della stessa pasta di chi li ha uccisi. Nella mente di quelle persone, quindi, non solo in questi casi "è meglio farsi gli affari propri", ma "si uccidono anche fra di loro", ed è un ulteriore motivazione per scappare il prima possibile senza dire e fare nulla.

Questo dovrebbe pensare chi facilmente critica i napoletani e in generale di meridionali, mettendoli alla gogna perchè incapaci di ribellarsi al "sistema". Napoli e il Sud sono dei teatri di guerra, dove il rifiuto del pizzo, la denuncia di un killer mafioso, il racconto della realtà mafiosa, l'ostacolamento di un appalto pilotato o, appunto,il semplice soccorso ad una persona sparata sono motivi sufficienti per essere uccisi. E dunque, come in una guerra, il cittadino è poco portato a difendersi da sè, salvo i pochi eroi che andrebbero celebrati ogni giorno per il loro coraggio. Dovrebbe essere lo Stato, nelle sue massime espressione, ad intervenire per ripristinare la legalità: e allora, di fronte a dei segnali forti e concreti, la società civile napoletana sarebbe certamente al suo fianco. Ma lo Stato dovrebbe avere la volontà di farlo, e non colludersi con il "sistema". Dedicare a questa battaglia ogni istante delle proprie attività, perchè le mafie sono il principale freno allo sviluppo di questo Paese, il problema dal quale discendono tutti gli altri. Ma, ripeto, ci vorrebbe la volontà. E questa pare mancare. Quindi, altro che napoletani indifferenti: qui l'unica ad essere indifferente è la politica.

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Non chiamateli eroi
post pubblicato in Diario, il 21 settembre 2009


                                                

Oggi è solo il momento del dolore, dunque terrò a freno le polemiche (d'altronde ho già detto la mia giovedì). Solo una cosa, però: non chiamateli eroi. Quei sei militari caduti in Afghanistan sono vittime, non eroi.

Chiamarli eroi vorrebbe dire delegare la responsabilità della loro morte a loro stessi. Morire da eroi significa morire mentre si fa qualcosa di eroico, che nessuno ti ha chiesto di fare, nemmeno lo Stato. Quei sei militari, invece, non hanno fatto alcunchè di eroico, a meno di non voler definire tale un giro di pattuglia in carrarmato. Sono invece vittime di un vile attentato, e della colpevole ipocrisia di uno Stato e di una classe politica (tutta, ormai) che manda in guerra persone equipaggiate per la pace.

Basta retorica, dunque. Chiamiamo le cose con il loro nome. E non nascondiamo le responsabilità.

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S-concordato
post pubblicato in Diario, il 26 agosto 2009


                                                

La polemica suscitata oggi da un articolo della Padania, il qutodiano della Lega, con la minaccia di rivedere il Concordato se la Chiesa non starà buona e zitta sulle politiche dell'immigrazione del Governo, si è sì poi spento in fuoco di paglia, con i dirigenti della Lega pronti a smentire quello che definiscono "un articolo di un editorialista esterno, che non riflette la linea della Lega", ma ha perlomeno riportato per qualche istante all'attenzione generale un tema sepolto purtroppo da anni.

Non solo il Concordato andrebbe rivisto, infatti, ma andrebbe proprio abolito, o perlomeno esteso a tutte le confessioni. Certo non per zittire la Chiesa, che ha tutto il diritto e dire il dovere civico di esprimere la propria idea su qualsiasi argomento, sull'immigrazione così come sui temi etici (e mi dissocio dai tanti che in nome della "laicità" vorrebbero che la Chiesa si facesse gli affari propri quando è contraria alle proprie idee, e poi plaudono quando fa il contrario); ovviamente non di effettuare vere e proprie ingerenze, e putroppo la Chiesa non ne fa mancare esempi, più o meno manifesti (complice una politica troppo spesso debole e compiacente). Ma andrebbe abolito perchè rappresenta una palese violazione della parità dei diritti, ovvero di un privilegio dato ad una confessione rispetto a tutte le altre. Teoricamente sarebbe anche una palese incostituzionalità, dato che l'art.8 della Costituzione dice chiaramente che "tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge", che poi non è altro che l'estensione dell'art.3 ("Tutti i cittadini ... sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, .... di religione"), ma i Padri Costituenti, chissà con quale logica e coerenza, decisero di dedicare l'art.7 della stessa all'inglobamento dei "Patti Lateranensi" sanciti da Mussolini e dalla Chiesa durante il regime fascista. Poi si arrivò ad una parziale revisione, all'epoca del Governo Craxi, ma la sostanza del Concordato non cambiò: la religione cattolica, o meglio l'istituzione Chiesa, gode di privilegi che le altre confessioni, oltre che i normali cittadini, non hanno.

Qualche esempio? Le forze dell'ordine non possono entrare negli edifici di culto senza preavvisare l'autorità ecclesiastica. Gli enti della Chiesa sono fuori dalla giurisdizione italiana (vedasi caso IOR). Dal punto di vista fiscale, le attività della Chiesa sono equiparate agli enti di beneficenza. La Chiesa ha inoltre diritto ad accedere all'8xmille, ove i cittadini lo scelgano (anche se buona parte dell'8xmille della Chiesa non deriva dalle esplicite dichiarazioni dei cittadini, ma anche dalla ripartizione delle quote non destinate ad alcun ente, ovvero quelle dei cittadini che hanno lasciato casella bianca). Le scuole cattoliche, anche se con programmi diversi, sono equiparate a quelle pubbliche. Le nomine dei docenti della Cattolica di Roma sono sottratte allo Stato. Fino a giungere alla madre di tutte le polemiche, l'insegnamento della religione cattolica che fino al concordato craxiano era addirittura obbligatorio. E che prevede addirittura che i professori siano nominati dalla Curia, non dallo Stato, anche se poi vengono pagati dallo Stato (!). Questione tornata in auge dopo la sentenza del TAR che ha finalmente abolito la partecipazione degli insegnanti di religione agli scrutini, voluta dall'allora Ministro Fioroni. Anche se i vescovi e i fari politici genuflessi hanno definito la sentenza come "pretestuosa" e figlia di un "bieco illuminismo", i giudici del TAR hanno semplicemente applicato la Costituzione, eliminando la clamorosa discriminazione fra coloro che hanno scelto o no di seguire il corso di religione. Corso che prevede, per legge, l'insegnamento della reglione CATTOLICA, ricordiamolo, (anche se professori illuminati parlano anche delle altre religioni), e che quindi non viene seguito da alunni di altre credenze. Alunni che però si vedevano discriminati negli scrutini, poichè non avevano accesso al credito ottenuto da chi aveva frequentato il corso. Si dirà: ma allora i prof di religione a che servono? Giusto. Se un prof non può partecipare ai giudizi, allora è meglio che non ci sia proprio. Sinceramente non so se sia giusto o no che ci siano. Tuttavia, se devono esserci, allora devono partecipare agli scrutini, e quindi non deve esserci la possibilità di scegliere o meno l'insegnamento, onde evitare discriminazioni. Ma per fare ciò occorre o garantire corsi di insegnamento per ciascuna religione, oppure più intelligentemente sostituirla con un corso di storia delle religioni. E, aggiungo, i professori devono essere scelti mediante concorso dallo Stato: altrimenti se li paghino le Chiese!

Ma l'insegnamento della religione cattolica è solo il simbolo di tutte le discriminazioni di cui è causa il Concordato. Che, per carità, prevede anche tante cose giuste, alcune che derivano dai normali diritti costituzionali, altre no (come l'esenzione dal servizio militare per i religiosi, o il riconoscimento del "segreto professionale" dei confessori"). Così come possono essere definiti "giusti" (io non sono mica tanto d'accordo, almeno su molti aspetti) i particolari regimi fiscali previsti per la Chiesa. Ma allora lo Stato deve garantire tali diritti ugualmente a tutte le confessioni religiose. Ed eliminare le palesi incostituzionalità contenute nel resto. Ma per fare questo andrebbe rivisto il Concordato ... e per farlo non si può nemmeno effettuare un Referendum, visto che è nella Costituzione. Solo una difficile legge di revisione costituzionale, o un impossibile mutuo accordo tra Stato e Chiesa, possono modificarlo. E quindi dovremo tenerci il Concordato, mi sa, per molti anni, almeno fino a quando la politica ritroverà la dignità e il coraggio di non aver paura di inimicarsi qualche gerarchia ecclesiastica ben poco illuminata e cristiana. Mi sa che forse il Giudizio Universale arriverà prima ...

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