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il blog di Francesco Zanfardino
Il sogno
post pubblicato in Diario, il 6 luglio 2009


                                             

Questa di oggi potrebbe essere una data storica. Forse esagero, ma due Presidenti delle due potenze nucleari più forti del mondo che decidono di ridurre i propri armamenti non è proprio una cosa che accade tutti i giorni.

Forse sarà un passo decisivo verso quel "mondo senza armi nucleari", quel "nuclear free world" che fa parte dei sogni di tutti noi e anche di quello di un'Obama ancora universitario sconosciuto. O perlomeno verso un mondo dove le armi nucleari rimangano in dote alla sola ONU, per fronteggiare emergenze tipo quelle apocalittiche dei film. In ogni caso, grazie Obama per continuare ad interpretare il sogno. Di un mondo diverso.

P.S. Sarò conformista, ma a me 'sto Obama piace.

www.discutendo.ilcannocchiale.it

Il sogno è realtà
post pubblicato in Diario, il 20 gennaio 2009


                                                         

Oggi, 20 Gennaio 2008, è una giornata storica. Inutile minimizzare. L'insediamento di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti (eccone il discorso) è un evento che ricorderemo tutti, finchè vivremo. E impareranno a ricordare i nostri discendenti. Per tutta una serie di motivi, siano essi formali (età, colore della pelle, l'essere un out-sider) o programmatici (innovazione, ambiente, multilateralismo, eccetera). Ma certamente ciò che rimarrà impresso di più (anche se forse non sarà l'aspetto più importante in assoluto, ma simbolicamente sì), è che Barack Obama è la prima persona di colore a ricoprire la carica più importante al mondo, ovvero quella di Presidente degli U.S.A.

E' la realizzazione, quasi cinquant'anni dopo, del "sogno" di Martin Luther King. Mi sembra dunque giusto riportare quindi quel discorso (eccone il testo originale in inglese) ... anche per rendersi conto che i sogni, anche quelli che ora ci sembrano impossibili, si possono realizzare, con pazienza e volontà.

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

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I sogni possono diventare realtà
post pubblicato in Diario, il 5 novembre 2008


                                                           

Alla fine ce l'ha fatta. Barack Obama sarà il 44° Presidente degli Stati Uniti. Il verdetto è arrivato dopo una notte storica che, se non ci ha fatto rimanere svegli, ci ha fatto svegliare al mattino con trepidazione e con l'ansia di accendere il televisore per avere notizie. E abbiamo così scoperto che Obama ha stravinto, con il 6% in più dei voti di McCain, più del doppio dei suoi grandi elettori e tanti stati nei quali i democratici non vincevano da tanto tempo.

Inutile nascondervi la mia enorme soddisfazione. D'altronde, ho sempre sperato in Obama, ho sempre creduto che fosse la persona migliore per rappresentare i Democratici prima e gli Americani poi, anche quando lo conoscevano in pochi e la Clinton sembrava la candidata certa, certissima dei Democratici. Ma, devo dire la verità, all'inizio non ci avrei mai creduto che alla fine ce l'avrebbe davvero fatta. Perchè Obama ha davvero rappresentato una grandissima ondata di cambiamento, che poteva spaventare una società in cui dilagava la paura. Obama è davvero una grande novità: è di colore, innanzitutto; è molto giovane (46 anni) e con poca esperienza "governativa"; ha un programma davvero "innovativo", per niente mirato a soddisfare le paure degli elettori con atteggiamenti conservatori. Inoltre, Obama ha dovuto combattere contro la Clinton, ovvero contro una candidata che aveva dalla sua tutto l'establishment del Partito Democratico e tutti i finanziamenti (almeno all'inizio). Insomma, nessuno ci avrebbe scommesso un euro.

E invece Obama ce l'ha fatta, contro tutte le paure, contro tutti gli scetticismi, senza nessuno che gli stava dietro. Se non milioni di persone che è riuscito a mobilitare con la sola forza delle idee, della passione politica, della speranza di un America migliore. Insomma, Obama non ha realizzato un sogno, ma "il" sogno: ovvero ha dimostrato che è possibile fare qualsiasi cosa, basta impegnarsi e soprattutto crederci. Certo, è difficile, ma Yes, We Can. Si può fare, davvero. E vadano a quel paese tutti gli scettici, tutti quelli del "tu vivi sulla luna", "bello sognare, ma la realtà è un'altra", "tu vivi di ideali", "il mondo non funziona come vorresti tu" ...

P.S. E poi ha realizzato anche "un" sogno: quello di Martin Luther King. E scusate se è poco ...

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Ironia della sorte e facce di bronzo
post pubblicato in Diario, il 24 ottobre 2008


                                                  

A volte le coincidenze sorprendono in una maniera incredibile. Nelle ultime settimane c'è stata una fortissima "febbre dei numeri": milioni di italiani (e non) in fila alle ricevitorie per giocare la combinazione che avrebbe potuto cambiare la propria vita. Una febbre accresciuta dall'ultra milionario jackpot, certo, ma anche dai tempi di crisi, nei quali scendono tutti i consumi, tranne uno: quello delle giocate, appunto, che aumenta, invece di diminuire. Perchè quando non si sa come sbarcare il lunario, la mancanza di concreti appoggi ci fa aggrappare all'irragionevole speranza di una fortuna incredibile. In fondo che ci vuole, basta un euro e si può sognare. E lo Stato incassa: ma meglio così, con soldi dati volontariamente, che con le tasse ...

Ma anche questa febbre, prima o poi, doveva passare. La legge di Murphy è inesorabile, e alla fine il 6 è arrivato: 100 milioni di euro sono piovuti a Catania, nelle tasche di una sola persona, a quanto sembra. E così il sogno è finito ... ma adesso parte la caccia al vincitore: non si sa mai, potrebbe sempre essere un parente, un conoscente ... e qualcosa ci dovrà pur dare, no? Tanto qualche centinaio di euro in più o in meno, che cambia? Certo però il fortunato vincitore dovrà fare attenzione ad una delle richieste a lui giunte: ovvero quella del sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli, che gli ha richiesto di fare qualcosa per la città. Come a dire: visto che siamo in bancarotta, e abbiamo avuto questo colpo di fortuna, aiutaci a risolvere i nosri problemi.

E no, caro Stancanelli, lei ne ha già ricevuto uno di regalo, e bello grosso: 140 milioni dal Governo per attenuare la crisi del Comune, sommerso da 1 miliardo di euro di debiti, vie piene di monnezza peggio di Napoli, strade al buio e piene di buche, scuole in crisi e dipendenti comunali non pagati. Frutto di una gestione fallimentare e clientelare di Stancanelli e del buon Scapagnini, re della città per sette anni e fido compagno di Lombardo e Cuffaro, oltre che medico personale del Premier. E non ha nemmeno dovuto rassegnare le dimissioni e far commissariare la città, come sarebbe normale per simili disastri.

E quindi il fortunato vincitore, che certo farebbe bene a dare tantissimo in beneficenza e in opere utili (io terrei per me solo una ventina di milioni ... giusto così, per le piccole spese ...), ma, se proprio li vuole investire in opere utili per la città, lo faccia: ma prima pretenda le dimissioni del Sindaco e dalla sua fallimentare giunta. Non sono beneficenza i regali ai bancarottieri.

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