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il blog di Francesco Zanfardino
Larghe intese
post pubblicato in Diario, il 4 agosto 2010


                                              

Oggi tutti sono in trepida attesa del nulla, ovvero della mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo, dalla quale emergerà solo la paura di andare ad elezioni, un po' da parte di tutti. Io invece voglio tornare su un episodio che, pur avendo scatenato diverse polemiche in questi giorni, è a mio parere talmente grave da dover richiedere un surplus d'attenzione. E non del tutto slegato dalla crisi di maggioranza.

Sto parlando dell'elezione dell'on. Michele Vietti alla vicepresidenza del Consiglio Superiore della Magistratura, ovvero alla massima carica del CSM dopo il Presidente, Giorgio Napolitano (che svolge un ruolo più formale che altro). Una scelta che non condivido affatto, ma che il Partito Democratico ha invece addirittura caldeggiato, col risultato che l'elezione del deputato UDC è risultata quasi unanime, eccezion fatta per due schede bianche. Una larga condivisione, insomma, che in sè è cosa buona, ma che non va cercata a tutti i costi.

Perchè è vero che si poteva andare incontro ad una spaccatura del CSM, con la candidatura di una personalità vicino al PDL, e magari si correva anche il rischio di eleggerla. Ma se per evitare ciò bisognava sostenere l'autore del "legittimo impedimento", della depenalizzazione del falso in bilancio e, cosa non trascurabile anche se non prettamente legata alle tematiche del CSM, dell'affossamento del ddl anti-omofobia, allora era meglio andare allo scontro; ammesso che ci si fosse andati davvero allo scontro, e non si fosse riusciti a trovare una soluzione alternativa. Tra l'altro, un'eventuale elezione di un candidato del centrodestra, o comunque una spaccatura, sarebbe stata anche la dimostrazione del fatto che il CSM non è affatto un organo "comunista", come Berlusconi e i suoi lacchè dicono da anni e anni, convincendone anche gli elettori. Mentre ora si è anche data l'idea del candidato "politicizzato", seppur non di sinistra (ma non è di Berlusconi, quindi potrà sempre accusarlo di "comunismo"), perchè Vietti non è proprio uno che disdegnasse l'apparire nei salotti televisivi e nelle interviste a nome del suo partito: si poteva cogliere l'occasione per presentare un candidato della "società civile", non troppo legato alle logiche di partito.

E invece no. E' prevalsa la logica delle "larghe intese", quella del "meglio uno spicchio di torta senza dignità che correre il rischio di non aver null'altro che la dignità". Quella logica che è nelle menti di tanti presunti "strateghi" e dirigenti del PD anche per le prossime elezioni. Sarò estremista, ma non è questo il PD che vorrei.

P.S. Tra l'altro, Vietti dovrà dimettersi da deputato e far posto a Deodato Scanderebech. Sì, proprio quello della "lista al centro con Scanderebech" che alle ultime elezioni regionali in Piemonte è fuoriuscita dall'UDC, che aveva deciso di allearsi coi "comunisti", e si è alleata con Cota. Sì, proprio quella lista la cui irregolarità potrebbe costare proprio a Cota. E sì, Scanderebech alla Camera farebbe parte della maggioranza di Berlusconi, non dell'opposizione come Vietti. Non c'è che dire: proprio un bel regalo, giusto in tempo.

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E mò so' cazzi
post pubblicato in Diario, il 20 dicembre 2009


                                                 

La notizia è di qualche giorno fa: dopo tanti tentennamenti, dovuti soprattutto alle guerre interne al PDL, il centrodestra ha ufficialmente candidato Renata Polverini alla guida della Regione Lazio. E per il centrosinistra laziale, ora, so' cazzi.

La Polverini, infatti, è un candidato secondo me imbattibile. Per diversi motivi: è una donna, è un'esponente della società civile, è una sindacalista, è finiana. Quattro motivi che non solo la rendono appetibile proprio all'elettorato di centrosinistra (non a caso Veltroni provò a candidarla alle Politiche), ma che hanno il non trascurabile effetto di dare agli elettori di centrodestra un candidato di cui andare orgogliosi, e non il solito nome discutibile o, al meglio, d'apparato, da dover difendere con malavoglia. In più, la Polverini è molto nota, stimata da tutti, ed ha una storia personale non indifferente che, come insegna Obama, ha la sua notevole importanza nelle campagne elettorali del nuovo millennio.

Insomma, la Polverini ha un fortissimo "appeal elettorale". Al centrosinistra l'arduo compito di tirar fuori il coniglio dal cilindro, ma secondo me non c'è niente da fare, soprattutto dopo lo "scandalo" Marrazzo (che, immeritatamente, ha affossato le ultime speranze di vittoria nel Lazio). Almeno, però, gli elettori di centrosinistra nel Lazio non si sveglieranno il giorno dopo le elezioni davvero così scontenti ... noi, in Campania, invece, temo di sì. Anzi, se la Polverini l'avessero candidata in Campania, di fronte all'ennesimo prestanome del bassolinismo, non escludo che l'avrei potuta votare. Penso che alla fine, in casi come questi, mi frenerebbe il pensiero di coloro che le stanno dietro ... ma, cavolo, ci dobbiamo ridurre a questo?

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Paura, non indifferenza
post pubblicato in Diario, il 29 ottobre 2009


                                        

Oggi c'è stato uno sdegno nazionale per il video diffuso dai Carabinieri di Napoli che riprende una esecuzione camorristica all'aperto, avvenuta sulle soglie di un bar, con annesso fuggi-fuggi generale ed omertoso dei tanti passanti della zona.

Ora, la fredda crudeltà dell'assassinio è fuori discussione. Così come è molto discutibile l'atteggiamento di alcuni passanti, capaci di passare e ripassare sopra il cadavere senza dir nulla, oppure delle persone presenti nei pressi del bar e che al momento dello sparo non hanno emesso nemmeno un urlo istintivo. Ma da qui a liquidare l'atteggiamento dei napoletani come quello di "complice indifferenza", "vergognosa omertà" e similari ce ne passa. Come sottolineato da Roberto Saviano nel commento al fatto, qui non si tratta di indifferenza, si tratta di paura. Nessun essere umano può restare indifferente di fronte alla morte, ancor di più ad un brutale omicidio, ma in questi casi la paura di essere visti, che la camorra dai cento occhi veda chi reagisce e punisca anche chi solo si azzardi a soccorrere i condannati a morte, è più forte e concreta della compassione per quelli che, in fondo, vengono ritenuti della stessa pasta di chi li ha uccisi. Nella mente di quelle persone, quindi, non solo in questi casi "è meglio farsi gli affari propri", ma "si uccidono anche fra di loro", ed è un ulteriore motivazione per scappare il prima possibile senza dire e fare nulla.

Questo dovrebbe pensare chi facilmente critica i napoletani e in generale di meridionali, mettendoli alla gogna perchè incapaci di ribellarsi al "sistema". Napoli e il Sud sono dei teatri di guerra, dove il rifiuto del pizzo, la denuncia di un killer mafioso, il racconto della realtà mafiosa, l'ostacolamento di un appalto pilotato o, appunto,il semplice soccorso ad una persona sparata sono motivi sufficienti per essere uccisi. E dunque, come in una guerra, il cittadino è poco portato a difendersi da sè, salvo i pochi eroi che andrebbero celebrati ogni giorno per il loro coraggio. Dovrebbe essere lo Stato, nelle sue massime espressione, ad intervenire per ripristinare la legalità: e allora, di fronte a dei segnali forti e concreti, la società civile napoletana sarebbe certamente al suo fianco. Ma lo Stato dovrebbe avere la volontà di farlo, e non colludersi con il "sistema". Dedicare a questa battaglia ogni istante delle proprie attività, perchè le mafie sono il principale freno allo sviluppo di questo Paese, il problema dal quale discendono tutti gli altri. Ma, ripeto, ci vorrebbe la volontà. E questa pare mancare. Quindi, altro che napoletani indifferenti: qui l'unica ad essere indifferente è la politica.

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Preferiti
post pubblicato in Diario, il 10 giugno 2009


                        

Il voto alle Europee offre importanti spunti di riflessione, sui partiti e soprattutto sui loro elettorati, molto più dalle preferenze che dai voti di lista. 

Cominciando dal Popolo delle Libertà, qui vediamo sempre la solita storia: Berlusconi, e basta. Ottenendo oltre 2.700.000 preferenze ha dimostrato che, pur in calo rispetto alle precedenti tre elezioni europee cui ha sempre partecipato da capolista in tutte le circoscrizioni (in termini percentuali sul voto complessivo al PDL è al 25%, record negativo assoluto, mentre in termini assoluti migliora rispetto al 2004), ha dimostrato che il PDL non può fare a meno di lui, in quanto il PDL, come prima Forza Italia, è lui. Dietro di lui, infatti, c'è il vuoto: a parte l'altro ineleggibile La Russa, candidato ufficiale dell'ex-Alleanza Nazionale, i nomi dei 29 eletti a Strasburgo nelle file pidielline sono associati al massimo a 130-140 mila preferenze (quota medio-bassa per un partito del 35%), ma nella maggior parte dei casi a molto meno di 100mila preferenze. Anzi, con le rinunce obbligate di Berlusconi, La Russa ed altri ineleggibili, alcuni europarlamentari berlusconiani saranno eletti con poco più di 20mila preferenze. Assurdo, ma sono le conseguenze dell'efficace strategia (in realtà sempre la stessa) di Berlusconi & Co di aggirare il sistema delle preferenze (che volevano eliminare, per poi rinunciarci per ottenere dal PD almeno lo sbarramento del 4% che gli poteva consentire di aumentare il peso in seggi del PDL fino a farlo diventare primo in Europa, obiettivo poi fallito miseramente), tramite la candidatura di "acchiappa-voti" per poi ripescare gli invotabili. Ma soprattutto sono le conseguenze di un elettorato, quello berlusconiano, che, invece di votare un "partito", un progetto, la competenza e la serietà dei candidati, vota unicamente un "personaggio", quello di Berlusconi, che per assurdo voterebbero a priori, ovunque fosse candidato. Anche a sinistra, anche alle elezioni condominali. Basta che si chiami Berlusconi. 

Simili gli elettorati IDV e Lega. C'è ancora una forte personalizzazione nel partito di Di Pietro, che ha avuto il 16% delle preferenze, molto meno marcata invece nella Lega, dove Bossi ha preso solo il 10% delle preferenze. Se nell'IDV la personalizzazione del partito è più forte che nella Lega, c'è da dire però che l'elettorato IDV è più attento ai candidati della società civile, mentre quello leghista è più attento ai candidati "ultra-leghisti" (ovvero a quelli che spingono di più e con maggiore visibilità sulla xenofobia e sul nordismo): lo dimostrano da una parte l'exploit di De Magistris (giunto davanti a Di Pietro), ma anche di Sonia Alfano, dall'altra i buoni risultati di Salvini e Borghezio. 

L'elettorato UDC, invece, è difficile da giudicare. I candidati UDC, infatti, erano praticamente tutti identici: tutti politici politicanti, alla De Mita insomma, che hanno mobilitato i loro elettorati clientelari e correntizi. Dove però si sono presentati gli unici due candidati della "società civile" che hanno avuto una qualche visibilità, ovvero Magdi Allam ed Emanuele Filiberto, l'elettorato UDC li ha premiati. Fortunatamente portando in Europa il primo ... d'altronde, penso che quei 22mila che hanno votato il principino Savoia lo abbiano fatto più per scrivere qualcosa sulla scheda che non fosse un politico, che per altro.

Infine arriviamo al PD, la situazione più interessante. Se da un lato il correntismo, spesso accompagnato da clientelismo, è ancora molto forte, con la maggioranza degli eletti ascrivibili a correnti (e che sono stati sostenuti da correnti...), c'è una forte novità: come successo alle Europee 2004 con Santoro e la Gruber, molti candidati della società civile o comunque poco legati alla politica tradizionale hanno ottenuto forti exploit: la Serracchiani prima nel Nord Est con 145mila preferenze, Sassoli nel Centro con addirittura 400mila preferenze, Borsellino e Crocetta unici eletti PD nelle Isole con rispettivamente 230mila e 120mila preferenze. Se poi ci aggiungiamo anche le 200mila di Cofferati, anche se è già da 5 anni che fa politica ed è espressione indiretta di una corrente del PD, comprenderete come nell'elettorato PD c'è una forte richiesta di rinnovamento. Con un però: i candidati "nuovi" devono essere visibili. Il però si evince dal risultato di Rosaria Capacchione nella circoscrizione Sud, dove la giornalista antimafia ha raccolto "solo" 73mila preferenze: eppure sono certo che lei, unica delle (pochissime) persone della società civile presenti in lista al Sud a poter essere eletta, avrebbe tranquillamente potuto essere la prima eletta come Cofferati, Serracchiani, Sassoli e Borsellino nelle altre circoscrizioni. La differenza è che mentre questi candidati hanno potuto godere di una certa visibilità, precedente o acquisita nella campagna elettorale tramite interviste ed ospitate TV, la Capacchione non ha avuto la possibilità di "farsi vedere", se non di mattina ad Omnibus di La7. Se a ciò aggiungiamo il mancato apporto del Partito, che ha preferito sostenere i candidati di corrente, otteniamo che le 73mila preferenze della Capacchione sono perlopiù voti di opinione, frutto di elettori che si sono informati da soli o che hanno avuto la fortuna di venire a conoscenza della sua candidatura in uno degli incontri elettorali o dai manifesti fatti con una campagna elettorale realizzata praticamente senza soldi. E lo stesso ragionamento si può fare per altri candidati, come Scalfarotto al Nord-Ovest e Cioffredi al Centro. Ecco allora le indicazioni per il futuro del PD che si evincono dal voto Europeo: c'è una fortissima richiesta di rinnovamento, e questo potrà esplicarsi al Congresso di Ottobre con l'elezione di un out-sider, fuori da logiche correntizie. Ma dovrà essere un out-sider visibile. Dunque, è arrivata l'ora del Rinnovamento, quello concretamente realizzabile in maniera globale e non parziale come avvenuto invece finora, per il PD: un ticket Sassoli-Serracchiani avrebbe forti possibilità di vincere ... anche se preferirei la strada più difficile di un candidato veramente out-sider, sconosciuto, ma la cui vittoria sarebbe ancora più innovativa. In attesa di folli capaci di intraprendere questo mio sogno, però, mi accontenterei decisamente della prima opzione ...

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RAI: "piazza pulita" sì, ma di partiti
post pubblicato in Diario, il 13 febbraio 2009


 

Un nuovo "editto bulgaro". Almeno stando alle parole di Maurizio Gasparri, noto più per le sue esternazioni al limite della decenza e per una legge sulle telecomunicazioni ben oltre questo limite, che per la sua linea politica (ha delle idee politiche???). Il presidente dei senatori del PDL, infatti, ha dichiarato: "Santoro e il presunto comico Vauro sono due volgari sciacalli che vomitano insulti con le tasche piene di soldi dei cittadini. Gente così offende la verità, alimenta odio e merita solo disprezzo totale della gente perbene. L'insulto è la loro regola. Colpa di gestori della Rai che per fortuna stanno per essere cacciati come meritano".

Insomma, parole che ricalcano molto quelle pronunciate da Fini nel 2001 ("Quando saremo noi al Governo in Rai faremo piazza pulita"), applicate poi da Berlusconi pochi mesi dopo con il famoso "editto bulgaro", con il quale Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi furano cacciati dalla RAI solo per aver parlato nei loro programmi del libro "L'odore dei soldi" di Marco Travaglio, nel quale veniva fatta luce documentata, tra le altre cose, sui rapporti tra Berlusconi e la Mafia. Da notare che poi Biagi, Santoro, Luttazzi e Travaglio hanno poi vinto tutte le battaglie giudiziarie (per quanto riguarda Travaglio, perchè non c'era diffamazione: non erano cose inventate!) costringendo RAI e Berlusconi a risarcirli (infatti, se Annozero va in onda e in prima serata è perchè la RAI è obbligata da una sentenza, non perchè lo fa per piacere).

Insomma: eliminare tutte le voci fuori dal coro. Questo è il credo di questo Governo "liberale", e soprattutto del suo Leader "liberale" che non sopporta chiunque si differenzi dai restanti pseudo-giornalisti accomodanti ed adulanti, senza indipendenza intellettuale ma piegati a 90° dinanzi al potere del Premier ... sono arrivati perfino a cacciare, prima dal Tg5 e poi da Mediaset in toto, Enrico Mentana ... "noto" stalinista ed anti-berlusconiano, vero? E soprattutto non sopporta che questo avvenga in TV, dato che è perfettamente consapevole, avendo sfruttato appieno tale principio per diventare quello che è, che "tutto ciò che non è in TV, non esiste".

Io invece voglio un'altra "piazza pulita" in Rai. Voglio una Rai libera dai partiti, amministrata da persone competenti e non da politici messi lì dai partiti per controllare la loro quota televisiva; gestita da un amministratore delegato indipendente e non da un Presidente scelto dal Premier; con un consiglio d'amministrazione formato da esponenti della società civile, dalle migliori menti del giornalismo e del sistema televisivo; con il rispetto del pluralismo e dell'obiettività dell'informazione; con un senso spiccato del "servizio pubblico", e con un offerta di qualità. Qualcuno ha già lanciato questa sfida, si è già fatto avanti con le proprie proposte: sta a Berlusconi accettare. Ma tanto si sa già come andrà a finire: mettere sempre di più le mani sull'azienda concorrente, e sul 90% del mercato televisivo dell'informazione, è un interesse molto più grande.

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Le due piazze
post pubblicato in Diario, il 27 ottobre 2008


 

L'altro ieri c'è stata la manifestazione del Pd "Salva l'Italia". Ovviamente ha dominato le cronache di questa giornata, ma quasi sempre per le polemiche sui numeri. Ben pochi hanno provato a fare dei paragoni di merito fra le due piazze. Ovvero fra quella democratica del 25 Ottobre e quella berlusconiana del 2 Dicembre 2006, quando al Governo c'era Prodi e si stava approvando la Finanziaria, quella delle "69 nuove tasse".

Innanzitutto il palco, che è significativo. Sul palco del centrodestra c'era scritto: "Contro il regime, per la libertà". Su quello del Pd c'era scritto "Pensare agli altri oltre che a se stessi, al futuro oltre che al presente", ovvero le parole di Vittorio Foa, padre nobile della sinistra scomparso recentemente. Il che è tutto dire sul carattere di entrambe le manifestazioni: e il bello è che il premier, evidentemente dimentico delle sue esternazioni di appena due anni prima, ha detto che è impossibile dialogare con chi scende in piazza e parla di regime. E, tra l'altro, Veltroni non si è certo risparmiato nei confronti di Berlusconi, ma non ha certo parlato di regime e di brogli come fece Berlusconi da quel palco.

Poi il discorso dei due: quello di Berlusconi, e quello di Veltroni. In fondo non così dissimili: in entrambi c'è stata una forte indicazioni sui valori e sul percorso delle proprie parti politiche. In entrambi c'è stata una forte connotazione demagogica, ed entrambi sono stati discorsi in attacco, e non in difesa. Tuttavia una cosa distingue la manifestazione del 25: nella manifestazione del centrodestra non ci fu uno straccio di proposta, a differenza di quella del Pd, dove Veltroni nel suo discorso ha inserito alcune proposte (due su tutte: l'intervento sulla tredicesima e l'aumento del 50% della spesa in università e ricerca sul modello Sarkozy), che vanno ad integrare le tante proposte che da tempo sono presenti sul sito del Pd e nelle Camere, e diffuse attraverso volantini alla manifestazione. Cosa che all'epoca manco per sogno.

Poi la piazza. Bè, nessuna differenza di "merito", nel senso che in entrambe le piazze la gioia era mista al dubbio, le offese miste alle ironie, i sorrisi misti alle grida. Semmai una differenza di "appartenenza": il 2 Dicembre la piazza era piena di tante bandiere diverse, il 25 Ottobre la piazza era un'unica distesa rossobiancoverde. Certo, avevano aderito anche Verdi ed Idv (e i Socialisti erano lì per raccogliere le firme), ma erano poche sparute bandiere in quel "mare". Insomma, un popolo unito, o meglio almeno sotto la stessa bandiera.

Poi i protagonisti. Il 2 Dicembre i protagonisti furono Fini, Bossi e Berlusconi, oratori in senso classico, ovvero politici che parlavano dal palco. Il 25 Ottobre l'unico protagonista politico era Veltroni, gli altri oratori erano esponenti della società civile: e tutti parlavano da un palchetto "immerso" nella piazza, distante dal palco vero e proprio dov'erano tutti i principali esponenti del Pd. Certo, tutta scena: però l'idea è carina, dai. E poi c'è una simbologia dietro importante (ovvero Veltroni ha voluto marcare la sua distanza dalle polemiche interne e da chi scatena queste polemiche, quasi "zittendoli", affermando la propria leadership, e insistendo sul fatto che il partito deve essere fatto dalla gente e tra la gente), ma questo è un altro discorso.

Infine, i numeri. Infine, e non principalmente. In nessuno dei due casi si è perso il brutto vizio di sparare boiate sui numeri: vero che Veltroni ha la "scusante" che Berlusconi all'epoca disse due milioni, e quindi non poteva dire la verità (altrimenti già mi sarei immaginato Bonaiuti a dire: "persino loro stessi dicono che erano poche centinaia di migliaia"), ma comunque è una cosa ridicola. Le cifre sono diverse, ma al di là dei numeri effettivi, basta pensare una cosa: Berlusconi riempì Piazza San Giovanni, Veltroni ha riempito il Circo Massimo. E questo nonostante all'epoca il dissenso verso il Governo Prodi era già elevatissimo, mentre oggi è solo agli inizi, e nonostante la piazza del 25 sia stata organizzata da un solo partito. Ma, in fin dei conti, quello che importa non è la quantità.

Fine. Potete immaginare quale delle due piazze preferisco. Ma, certamente, preferenze a parte, l'importante è andare oltre le piazze: le piazze sono bellissime, e bellissimo è parteciparvi; possono servire, e in entrambi i casi sono servite, per riaffermare le leadership e iniziare la riscossa. Ma limitarsi a questo certo non fa ritornare al Governo, nè rende meritevoli di ritornarci. Bisogna dimostrare di essere un alternativa: la piazza da sola non basta.

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