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il blog di Francesco Zanfardino
Precari e contenti
post pubblicato in Diario, il 7 agosto 2010


                                          

In questa triste Italia della crisi capita di assistere a vere e proprie tragedie sociali. Come quelle di ricercatori che, già martoriati da decenni da una politica miope, si ritrovano addirittura a lottare tenacemente per restare precari a vita. Perchè l'alternativa sarebbe quella di finire in mezzo alla strada, o di intraprendere la ben nota via della fuga all'estero.

Succede al CNR, Consiglio Nazionale delle Ricerche, per il quale il Ministro Gelmini si appresta a promulgare il nuovo Statuto che, tra le altre cose, intende porre un limite massimo di 6 anni alla durata dei contratti "precari". Cosa che ha scatenato le immediate ed accese proteste di tutti i ricercatori, uniti come le loro sigle sindacali nel chiedere l'abolizione di questo "tetto", perchè altrimenti "dopo i 6 anni, anche se sei un ricercatore valido, e non di rado eccellente, per te non c'è futuro".

Indubbiamente, vista la totale cecità di questo Governo agli investimenti della ricerca, finiti i 6 anni di precariato per i 4000 ricercatori interessati dalla norma molto probabilmente non ci sarebbe futuro (ovvero l'assunzione a tempo indeterminato) nè all'interno del CNR, nè altrove. Ma non dobbiamo assolutamente lasciar passare il messaggio che in Italia non si possa, ma piuttosto si debba, restare precari a vita. Un tetto alla precarietà dei contratti, dopo il quale il datore di lavoro può solo assumere il lavoratore e non approfittarne a vita, come quello d'altronde posto dal governo Prodi a 36 mesi (poi abolito dal governo Berlusconi), dovrà pur esserci: negarne la necessità significa rassegnarsi, per l'appunto, alla precarietà perpetua. Tanto al datore di lavoro conviene molto di più assumere in precariato, visto che costa di meno a livello economico e a livello di tutele (e, in effetti, la prima vera riforma per passare dal dominio della precarietà a quello della flessibilità dovrebbe essere proprio quella di rendere il lavoro precario più "costoso" di quello fisso). Mettere un tetto impedisce la precarietà a vita, e non significa affatto che il precario "scaduto" sarà automaticamente sostituito con un altro precario: il rischio c'è, per carità, ma se il lavoratore è valido il datore di lavoro ha tutto l'interesse di assumerlo; al massimo ciò potrebbe non accadere nel pubblico (come nel caso del CNR), dove oltre alle logiche di mercato contano anche quelle politiche, e allora si potrebbe prevedere una legislazione diversa, più garantista verso i lavoratori.

Ma, in ogni caso, è davvero demotivamente vedere dei lavoratori lottare per avere una spada di Damocle pendente sulla propria testa tutta la vita. La politica, e soprattutto i sindacati, si muovano per trovare soluzioni alternativa per evtare questo scempio, se il "tetto" non va bene. Ma, ripeto, basta con la precarietà a vita.

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Un giorno senza immigrati
post pubblicato in Diario, il 3 gennaio 2010


                                              
Quasi un anno fa, di fronte ai dati della UnionCamere che stimavano un 10% del PIL nazionale dovuto al lavoro degli immigrati, ipotizzai uno "sciopero generale degli immigrati", magari ad oltranza, per far capire agli Italiani cosa accadrebbe se queste persone andassero davvero "a casa loro". Ebbene, evidentemente non era un'idea peregrina, visto che nel frattempo è sorto su Facebook un comitato per uno sciopero degli immigrati per il 1 Marzo, con migliaia di iscritti, stranieri e non. E che sta cominciando a farsi spazio nell'Italia mediatica, almeno su Internet.

Certo, sarà difficile che l'iniziativa abbia successo, visto che molti dei lavoratori immigrati sono in condizioni tali da non poter avere la libertà di scioperare. Però, se i sindacati italiani smettessero di occuparsi solo di pensionati, e le opposizioni di balbettare sul tema, magari l'iniziativa potrebbe raggiungere l'obiettivo di far rendere conto all'opinione pubblica italiana che immigrato non vuol dire criminale, ma ricchezza.

Io aderisco, per quel che conta.

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Potere ai lavoratori
post pubblicato in Diario, il 12 agosto 2009


                                           
 
Alla fine i lavoratori dell'Innse ce l'hanno fatta. Magari non sarà stato solo merito loro, ma certamente la loro lotta ha contribuito a trovare un valido acquirente per una fabbrica che era tutt'altro che fallita, come forse qualche speculatore voleva furbescamente asserire, ma in piena capacità produttiva (altrimenti l'acquirente non avrebbe promesso zero tagli ed addirittura ampliamenti di mezzi e produzione), e soprattutto con tanti lavoratori disposti a sacrificare la propria quotidianità pur di lavorare. "Semplicemente" per lavorare.

L'attaccamento alla fabbrica dimostrato da quel centinaio di lavoratori milanesi deve diventare un modello per tutti i lavoratori italiani. Non solo come forma di lotta, che sarà certamente e giustamente emulata da tanti altri lavoratori in un autunno che si preannuncia caldissimo (anche se "qualcuno" si ostina ancora a dire in giro che la crisi è alle nostre spalle e che non c'è da temere per i posti di lavoro), ma come spirito di partecipazione diretta ai destini del proprio luogo di lavoro. La semplice "lotta operaia", infatti, può non bastare: i lavoratori dell'Innse, infatti, hanno creato le giuste premesse, ma ciò non toglie che l'acquirente poteva anche non uscire fuori. E così avrebbero pagato le conseguenze di una scellerata logica speculativa. E d'altronde sono sempre principalmente i lavoratori a pagare.

Non deve essere così. Per questo i lavoratori, visto che i sindacati non si muovono da anni ormai, devono chiedere nelle prossime lotte, oltre alla conservazione del proprio posto di lavoro, anche una forma di partecipazione alle decisioni che determinano il loro destino. Insomma, che sia l'azionariato operaio, o la co-decisione sul modello tedesco (dove per le grandi aziende i lavoratori hanno pari dignità decisionale rispetto alla proprietà, mentre per le piccole aziende tale potere si riduce al 33%), gli industriali devono cominciare a capire che i lavoratori non sono numeri, ma il motore delle loro aziende, e dunque devono avere il diritto di partecipare alle decisioni che li riguardano, o perlomeno di condividerne gli utili, e non solo i fallimenti. Certo, non sarebbe la soluzione di tutti i mali. Anche i lavoratori, e soprattutto i sindacati, quando ci si mettono, riescono a fare il male di se stessi. Ma lo stesso vale, e molto di più, per gli imprenditori: e allora perchè solo loro devono determinare il destino delle imprese?

Pari dignità e rispetto reciproco. Questa deve essere la nuova frontiera della lotta operaia. Ci saranno da battere probabilmente le resistenze di Confindustria, e persino probabilmente di una parte del mondo sindacale che vedrebbe nella co-decisione una collaborazione col "nemico" e una rinuncia alla "lotta di classe". Ma se persino il Ministro del Welfare di uno dei governi più "confindustriali" della storia ha osato qualche tempo fa ipotizzare un simile scenario, forse forse qualche possibilità c'è. La lotta, d'altronde, è dura ... ma non ci deve far paura, no?

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Si indaghi per bene sulla gestione di Alitalia
post pubblicato in Diario, il 17 dicembre 2008


                                                     

Mentre tutta l'Italia, mediatica soprattutto, si interroga sul ritorno della "questione morale", visti i recenti provvedimenti della magistratura contro alcune giunte di centrosinistra con coinvolgimenti anche di altri partiti, oggi vi parlerò invece di un'altra vicenda giudiziaria. Della cosidetta "nuova questione morale" ho infatti già parlato: comunque, ripeto, mi aspetto un po' più di serietà e obiettività da parte dell'informazione, che accentua determinati casi e "dimentica" altri, e spero che venga un segnale forte dal PD e dagli altri partiti che dia una bella scossa all'albero della politica togliendo le mele marce. Anche se in alcuni casi sono i rami, se non i tronchi, ad essere marciti.

Detto ciò, la vicenda cui mi riferivo prima è l'avvio dell'indagine sulla gestione di Alitalia degli ultimi 8 anni, avviata dalla Procura di Roma. In particolare, sono sotto inchiesta i vertici dell'azienda, Cimoli in testa, del periodo 2000-07. Il reato in questione è quello di "bancarotta". Insomma, la magistratura sta cominciando a indagare su quella commistione fra mala-dirigenza, mala-politica e mala-sindacatura che ha portato alla rovina una delle aziende migliori del Paese, tra gestione economica fallimentare, organizzazione ridicola, liquidazioni eccezionali per manager fallimentari, difesa di privilegi a volte incredibili, giochini elettoral-propagandistici sugli "aeroporti di provincia" e sulla "italianità" che hanno danneggiato scelte di mercato più giuste e convenienti.

Speriamo bene. Speriamo che questa vicenda giudiziaria non finisca a "tarallucci e vino", con sconti di pena, prescrizioni, lungaggini e tutte quelle belle cose cui siamo putroppo abituati. Siamo stanchi di veder andare in galera i poveri cristi e a piede libero i veri malfattori, quelli che rovinano le aziende, i risparmiatori, i lavoratori, insomma il Sistema Italia. Basta.

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Alitalietta
post pubblicato in Diario, il 28 novembre 2008


                                                

Ennesima puntata della telenovela Alitalia e ennesima dimostrazione della "qualità" della cosidetta soluzione Alitalia, dopo quella recente del "prestito-ponte restiuito allo Stato dallo Stato" (oltre a tutte gli altri fallimenti nella vicenda).

E' successo che il Commissario Straordinario Fantozzi ha tagliato fino al 70% dei voli interni per "tenere botta" fino al debutto di Cai. Potete facilmente immaginare gli enormi disagi dei passeggeri. Ma ciò che mi preme sottolineare è lo sbugiardamento di Fantozzi, che fino al giorno prima aveva detto che i tagli dei voli erano colpa degli scioperanti. Quando i "sindacati del no" facevano infatti questa dichiarazione il 16 Novembre, ovvero sostanzialmente che "non c'è nessuno sciopero bianco, le cancellazioni sono colpa dell'azienda, poichè sono finiti i soldi e si vuole tirare botta fino all'ingresso di Cai, facilitando inoltre questo ingresso con il rallentamento delle attività", Fantozzi rispondeva tre giorni dopo dicendo: "Per colpa dei piloti e del loro sciopero bianco, realizzato con manifestazioni di puro sciacallaggio, Alitalia taglierà cento voli al giorno, sui seicento operati quotidianamente, da qui alla fine del mese". Insomma, Fantozzi, o meglio chi lo manovra (il Governo), ha cercato di addossare agli scioperanti le proprie colpe, tanto ormai la campagna mediatica scatenata contro i lavoratori li ha resi vulnerabili a questi scaricabadili.

Ma, come se non bastasse, è arrivata recentemente un'altra notizia: ovvero che il debutto di Cai è stato rinviato per l'ennesima volta. Prima si era detto che debuttava il 1 Novembre, poi il 1 Dicembre: ora addirittura non si indica una nuova data.

Insomma, alla faccia della soluzione seria. Non infierisco con inutili richieste di dimissioni, ma, una volta finita la vicenda (se finirà), Fantozzi dovrà chiedere scusa e rinunciare al suo faraonico stipendio ricevuto per un lavoro che ha svolto in maniera pessima. Per carità, non per colpa sua, ma di un Governo che ci ha venduto in campagna elettorale una soluzione e invece ci ha solo riempito di ridiolo, di miliardi di debiti, di migliaia di licenziamenti, di centinaia di disagi e voli tagliati, di hub scomparsi, ecc. ecc.

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Angeletti, Bonanni, Berlusconi
post pubblicato in Diario, il 20 novembre 2008



       

Tre frasi, una richiesta.

- Luigi Angeletti (segretario UIL) a Ballarò: "Non ero a Palazzo Grazioli" (all'incontro segreto fra Governo, Confindustria, CISL e UIL);
- Raffaele Bonanni (segretario CISL) a La Repubblica: "Mi hanno visto da Berlusconi? Si sbagliano, ero a Porta a Porta".
- Silvio Berlusconi (Capo del Governo), telefonata a Ballarò: "L'incontro c'è stato".

Cari Angeletti e Bonanni, dimettetevi. O almeno ammettete i vostri errori e chiedete scusa alla CGIL, ai lavoratori e a tutti gli Italiani che avete tentato di prendere per i fondelli. I sindacati, nonostante tutto, sono una cosa seria, e prima ancora di avere le idee giuste, bisogna avere una dignità, una serietà e una correttezza che non avete per niente dimostrato di avere.

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La questione sindacale
post pubblicato in Diario, il 13 novembre 2008


                                     

E' riesplosa la "questione sindacale". Una campagna più o meno silenziosa, promossa dalla maggioranza di Governo, da giornali di parte ma anche no, da certi ambienti qualunquisti e da un'opinione pubblica che mal vede certi atteggiamenti dei sindacati, sta notevolmente abbassando la fiducia nei sindacati. Se a tutto ciò si aggiungono poi le divisioni interne al mondo sindacale, con la CGIL impegnata in un'aspra lotta di piazza e CISL e UIL impegnate al contrario in un quasi "consociativismo" con i governanti, si può ben comprendere il difficile stato di salute dei sindacati.

Certo i sindacati non è che facciano di tutto per risollevarsi. Mettiamo il caso Alitalia: la difesa che i sindacati, tutti, hanno fatto di alcuni privilegi e interessi corporativi delle categorie interessate in tutti questi anni, oppure il più recente sciopero illegale (voluto dai CUB, una sigla sindacale non riconosciuta), sono gli esempi più efficaci, in questo momento, di comportamenti più generali che i sindacati tutti, con le dovute sfumature, hanno attuato più volte in tutti i campi lavorativi. Ma da qui a dire che i sindacati sono "inutili", ce ne passa. Dove non ci sono i sindacati, non c'è democrazia. Basti pensare alla Cina: lì i sindacati non ci sono e i lavoratori sono sfruttati, sottopagati e senza diritti. E le conseguenze le paghiamo anche noi, visto che le nostre aziende subiscono la concorrenza sleale di quelle cinesi (oppure esternalizzano lì, e a pagarne le conseguenze in questo caso sono proprio i nostri lavoratori).

Passando poi alla spaccatura sindacale, vediamo errori da tutte le parti. Da una parte sembra esserci chi dice solo "no", dall'altra chi dice solo "sì". Invece un sindacato non deve nè essere bastian contrario nè consociativista con il Governo: deve unicamente tutelare i diritti dei lavoratori, abbandonando contrasti ideologici o convenienze poltronistiche. Non so se la CGIL, da una parte, e CISL e UIL, dall'altra, rientrino in queste due categorie: fatto è che non lo devono essere, e sembrano esserlo molto spesso. In questo scenario, comunque, è estremamente ridicola ed estremamente grave la decisione del Governo di eliminare la CGIL dai tavoli di discussione: la CGIL, piaccia o no, è un sindacato che rappresenta milioni di lavoratori, il primo d'Italia, e va sempre riconosciuta, a prescindere dalle sue idee e dai suoi atteggiamenti. Tra l'altro fa ridere che quelli che adesso escludono la CGIL perchè "politicizzata" e "irresponsabile" siano gli stessi che all'epoca appoggiavano la cacciata di AirFrance da parte dei sindacati o lo sciopero selvaggio dei TIR che paralizzò l'Italia per tre giorni (non uno come quello recente di Alitalia).

P.S. Certo Angeletti non ci ha fatto proprio una bella figura a Ballarò cercando di negare di essere stato con Bonanni al tavolo del Governo chiuso alla CGIL ... Dovrebbe davvero dimettersi perchè da oggi in poi non potrà non essere accusato di "consociativismo". Ha perso la faccia, e, per quanto lo stimassi, deve dimettersi. 

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Il prestito ponte sarà restituito allo Stato ... dallo Stato!
post pubblicato in Diario, il 1 novembre 2008


                                                   

Ieri si è consumata l'ennesima puntata della telenovela Alitalia, che ormai sembra voler battere in lunghezza Beautiful. Per l'ennesima volta si è detto "Alitalia è sull'orlo del baratro", "Alitalia verso il fallimento", "Sindacati irresponsabili", ecc. ecc., in una tarantella talmente ripetitiva che ormai non degno nemmeno più di una cronaca. Tanto alla fine, comunque vada, a pagare saremo sempre noi consumatori, a causa della folle decisione di trasformare una vendita in una faccenda politica. Come se non fosse bastata la dissenata gestione politica dell'Alitalia negli ultimi anni.

Però una cosa non mi va giù della faccenda di ieri: ovvero che la Cai ha subordinato l'offerta alla non restituzione del prestito-ponte. Ovvero i 300 milioni di euro, che Prodi concesse sotto richiesta del già eletto premier Berlusconi e che quest'ultimo trasformò in conto capitale dell'azienda, cosa per la quale la UE l'ha dichiarato "illeggittimo" e da restituire, dovrà essere restiuito dalla "bad company", ovvero la vecchia Alitalia. La quale, quindi, oltre ad accordarsi i debiti miliardari e le migliaia di esuberi da ammortizzare, dovrà anche pagare i 300 milioni di euro. Tutto sulle spalle dei contribuenti, dato che il proprietario della bad company è lo Stato.

E l'imparzialissimo Commissario UE ai Trasporti, Antonio Tajani del PDL, sì è subito affrettato a dire: "Chiederò che il prestito ponte ricada sulla bad company". Insomma, Tajani ci dice: "Il prestito ponte è illegale, quindi va restituito allo Stato, e a restituirlo sarà lo Stato". Una vera e propria partita di giro dove sono i contribuenti a tenere il cerino in mano.

P.S. Che poi una compagnia "solida", fatta di 20 imprenditori "tra i più importanti d'Italia", con il petrolio tornato sotto 70 dollari dai 120 di qualche mese fa, non riesca nemmeno a mettere insieme 300 milioni di euro,  è indicativo di come sarà con molte, molte turbolenze il decollo della nuova "Alitalietta". Nella migliore delle ipotesi.

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Questa protesta andrebbe ascoltata
post pubblicato in Diario, il 30 ottobre 2008


                                                              Roma invasa: "Siamo un milione" E i ragazzi circondano il ministero   

Oggi è stato il giorno del grande sciopero generale contro i decreti Gelmini-Tremonti. Secondo gli organizzatori, ovvero Cgil, Cisl e Uil, a Roma hanno manifestato un milione di persone, più varie centinaia di migliaia in tutta Italia. Molte di meno, ovviamente, per Governo e detrattori. Ma ciò che conta è che questa protesta sta unendo studenti, insegnanti, genitori, ricercatori, sindacati e studenti anche di destra, giornali come Famiglia Cristiana, in proporzioni enormi sia come numero di partecipanti che come giorni di protesta. Insomma, qualcosa che non si vedeva da molto tempo.

E d'altronde non poteva che essere così, con dei decreti che tagliano 7.8 miliardi alla scuola, 1.4 miliardi alle Università, manda in strada più di 130mila persone tra insegnanti precari e personale ATA, ripristina il maestro unico (inadeguato per questi tempi), riduce le ore, mette a rischio il tempo pieno (almeno come comunemente inteso), sottrae fondi alla ricerca e rende impossibile un vero ricambio generazionale. Il tutto senza un minimo accenno reale al taglio degli sprechi, addotto come "giustificazione" ma che viene annunciato senza però in concreto predisporre gli strumenti per farlo. E soprattutto con una marea di bugie per "giustificarsi": si mettono in mezzo i dati OCSE, che in realtà provano come in Italia la spesa pubblica per l'istruzione sia inferiore alla media europea ed OCSE, per non parlare poi di quella per la ricerca, che ci vede ultimi nell'OCSE. Si dice che la protesta è strumentalizzata dai partiti, mentre fino ad adesso non si sono viste bandiere nei cortei degli studenti, e sfilano (ed occupano) anche associazioni di destra come Lotta Studentesca e Blocco Studentesca. Si è detto che chi si oppone non fa proposte, mentre almeno qualcuno le ha già fatte.

Il tutto condito da un atteggiamento arrogante da parte del Governo che ha tirato dritto senza nemeno ascoltare una delle critiche fatte, mettendo pure la fiducia sui provvedimenti. Mentre al Governo sarebbe convenuto aprire un tavolo di confronto: se davvero sono proteste strumentali, sarebbe stato facile dimostrarlo invitandoli a fare delle proposte che non avrebbero fatto e quindi convinto gli Italiani della strumentalità di queste proposte. Evidentemente non è così. E così alla fine chi ci ha perso è l'Italia. Perchè sì è persa l'occasione per una vera riforma della scuola, che aumentasse davvero l'efficienza della scuola e della sua spesa, che investisse i risparmi nella ricerca e nell'innovazione e che ridasse dignità al merito. O perchè, più semplicemente, si sono creati disagi a tante persone e si è alimentato un clima di scontro.

E poi perchè le contro-risposte sono, per forza di cosa, radicali. Magari si occuperanno stazioni, strade e scuole (in misura maggiore di adesso, e per più tempo). O più semplicemente si farà il refendum abrogativo proposto da Veltroni e una sua vittoria, seppur auspicabile, non sarebbe tutto bene: infatti il danno più pesante è quello della legge 133 (che contiene i tagli dei fondi), che però non può essere abrogata per referendum perchè è legge di bilancio, e quindi il referendum sarà per il decreto Gelmini, che è quello meno dannoso. Certo, dato che il decreto Gelmini in sostanza è la reintroduzione del maestro unico, è quindi sempre meglio abrogarlo, ma così si perderanno pure quei provvedimenti accessori, quei provvedimenti usati come il "miele che indora la pillola" che però sono positivi, come i 5 anni per le nuove edizioni dei libri, il ripristino del voto in condotta (che però per me dovrebbe fare media come tutti gli altri voti, non essere decisivo come vuole la Gelmini), il ritorno ufficiale dell'Educazione Civica (non il grembiulino, che io vedo negativamente), e anche l'abolizione delle compresenze. Provvedimenti che sarebbero invece rimasti se si fosse fatta una vera riforma condivisa con le parti sociali.

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Perchè il caso Alitalia è stata una sconfitta del Governo
post pubblicato in Diario, il 19 ottobre 2008


                  
                    
                                         

Non parlo di Alitalia da mesi. Avrei dovuto parlarne a fine Agosto, visto che ad ogni fine mese facevo il resoconto sulla vicenda, ma proprio in quel periodo era iniziata la vicenda Cai. Ho quindi aspettato per tutto Settembre, ed ora, ad Ottobre, a vicenda chiusa (forse), ho atteso la prima puntata di Report, diretto dalla bravissima Milena Gabanelli (probabilmente la migliore giornalista italiana), che ha parlato proprio della vicenda Alitalia. Vi invito dunque a vedere l'intera puntata su YouTube, per chi non l'abbia già visto, in modo da rendervi conto di come la gestione della vendita Alitalia è stata una pessima figura per il Governo, anche se i media provano a farcela passare come la migliore possibile. Vediamo perchè:

- 5 mesi per presentare la cordata e 6 mesi per concludere la vicenda, mentre Berlusconi in Marzo aveva promesso una cordata "in pochi giorni";
- stravolgimento di ogni regola di mercato, con conseguenze possibili a livello europeo;
- miliardi di euro pagati dallo Stato (ovvero da noi): 300 milioni di prestito-ponte che il Governo ha trasformato in capitale di Alitalia (e quindi non ci tornerà indietro), 1 miliardo e passa di debiti di Alitalia e AirOne che lo Stato ha scorporato dalla "parte buona" di Alitalia, 7 anni di cassa integrazione per circa 7500 dipendenti di Alitalia e AirOne che pagherà lo Stato, ovviamente; altri 300 milioni di euro di perdite di questi cinque mesi di attesa, che avremmo invece potuto risparmiare affidandoci ad AirFrance; tutti soldi che avremmo risparmiato con AirFrance, che si accollava tutti i debiti (e dava allo Stato 2 miliardi e mezzo di €);
- migliaia di esuberi, circa il triplo di quelli di AirFrance, visto che verranno assunti 12500 dipendenti, ma quelli di Alitalia e AirOne complessivamente erano 20000;
- imprenditori poco esperti e solidi, visto che ognuno partecipa con una "fiche", senza un progetto industriale davvero solido e senza un minimo di esperienza, e infatti si affideranno al partner straniero; tra l'altro nella cordata c'è AirOne, altra compagnia in bancarotta, più vari imprenditori in conflitto d'interesse (e quindi potremmo pagarne qualche conseguenza, a partire dalle Autostrade di Benetton);
- falsa vittoria dell'Italianità, visto che abbiamo avuto condizioni molto, ma molto peggiori di quelle di AirFrance, con la quale avremmo ancora potuto concludere (ora, sull'orlo del fallimento, AF vuole il 20%, figuriamoci prima), ma invece il Governo si è ostinato sull'italianità perdendo tempo, soldi e condizioni migliori. Inoltre, ci sarà una quota straniera tra il 20 e il 40% (a seconda se andrà ad AF o Lufthansa), col forte rischio che tra non molto gli stranieri avranno la maggioranza; inoltre, vista la forte riduzione dei voli internazionali (molto peggiore di quella AirFrance), che ci darà una compagnia "regionale" (italiana in tutti i sensi!), alla fine avranno loro in mano i voli da e per l'estero; infine, fu fatto tanto casino per la cancellazione dell'Hub di Malpensa ("vogliono male al Nord!") e del settore cargo ("vogliono rubarci il commercio!") e invece ora sia l'Hub di Malpensa che quello di Roma verranno cancellati e sparirà il settore cargo, da subito (e non dopo come faceva AirFrance).

Tutto questo mentre si accusava sindacati e opposizione di essere irresponsabili, quando invece Cgil e sindacati autonomi grazie alla loro battaglia hanno strappato qualcosa in più (e comunque alla fine hanno firmato), e Veltroni ha aiutato la risoluzione della trattativa mentre Berlusconi stava da Messeguè a farsi i massaggi (come riconosciuto da Epifani e Colaninno), e Prodi all'epoca concesse il prestito-ponte. Semmai i veri irresponsabili sono stati i precedenti gestori di Alitalia, che hanno mandato in bancarotta Alitalia scappando con liquidazioni miliardarie (un nome su tutti: Cimoli, legato a doppio filo al centrodestra, che infatti voleva salvare con l'emendamento "salva-bancarottieri", e chissà se non lo faranno lo stesso).

Dunque buona visione di Report (che vi invito a seguire anche stasera: parlerà di crisi e finanza), e, come fanno sempre a Report, chiudiamo con una "buona notizia": almeno Alitalia non peserà più sulle nostre tasche. Forse.

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La tolleranza zero non vale per le imprese...
post pubblicato in Diario, il 26 luglio 2008


                                                       
 
Le imprese, anche in caso di irregolarità, non saranno più obbligate a stabilizzare i precari, ma dovranno pagare solo una sanzione amministrativa. E' questo, in sostanza, l'effetto di un emendamento, subito ribattezzato "norma anti-precari", approvato dalla Commissione Bilancio della Camera e recepito dal maxi-emendamento del Governo; tuttavia, come precisa il Governo, rispetto all'emendamento iniziale, la norma non varrà per il futuro ma solo per i contenziosi ancora aperti.

Subito insorgono i sindacati e l'opposizione. D'altronde, si tratta di una vera e propria "sanatoria" per le imprese, che calpesta i diritti dei lavoratori. In sostanza si dice: "hai sfruttato indebitamente i tuoi lavoratori? Non fa niente, ora arriviamo noi e ti salviamo dai guai". L'unico commento positivo viene da Confindustria, per gli ovvi motivi: "Un poco di semplificazione e minore rigidità è quello che serve al mercato del lavoro. In questo caso, come in altri, non è di sanzioni che abbiamo bisogno, ma di norme praticabili che abbiano un senso logico rispetto alla reale situazione". Il Governo cerca di smarcarsi, dicendo: "la norma non l'ha voluta nè il Governo nè Sacconi". Se anche fosse vero, allora perchè recepirla nel maxi-emendamento?

La risposta è semplice: l'emergenza nazionale, la tolleranza zero, la faccia feroce valgono solo per i clandestini, mentre alle imprese si danno i "buffettini". Che si tratti di morti sul lavoro o di contratti precari illegali, la parola d'ordine è sempre la stessa: "niente sanzioni". Alla faccia del Governo "di sinistra", come ha detto ieri Berlusconi ...

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