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il blog di Francesco Zanfardino
Perchè gratis
post pubblicato in Diario, il 20 ottobre 2010


Il gesto, per carità, è lodevolissimo. Sinceramente, però, non capisco perchè gente come Benigni o Abbado debba rinunciare al compenso di una "ospitata" in TV, debba quasi sentirsi in colpa, solo perchè Qualcuno ha paura di una trasmissione e di cosa potrebbe esser detto in quella trasmissione. In una TV normale, si sarebbe ben contenti di pagare per avere questi ospiti: anche perchè, in un Paese normale, qualunque ospite importante richiederebbe il giusto compenso, perchè non tutti sono San Francesco.

Ovviamente, la RAI non è una TV normale, e l'Italia non è un Paese normale. Però è insopportabile che si utilizzi l'argomento del canone per giustificare certe azioni: innanzituttto, perchè chi paga il canone lo paga perchè il senso del canone è quello di garantire un servizio pubblico di qualità, che non si basi unicamente sulle regole del mercato, e che abbia fra le sue qualità anche quella del pluralismo dei punti di vista, non di una pappetta "politically correct" (d'altronde, anche se dovesse essere una pappetta così, non vedo come gli editoriali di Minzolini, il salotto di Vespa o quello di Paragone rientrino nel "politically correct" e, invece, le puntate di Annozero e della Dandini no).

Inoltre, se anche si volessere rinunciare al servizio pubblico, rimangono le regole del mercato, e quelle ci dicono che i programmi ostacolati dalla cricca Masi&Berlusconi sono fin troppo spesso quelli favoriti dagli ascolti e, quindi, che si ripagano ampiamente da soli con la pubblicità: anzi, spesso fanno guadagnare la RAI, come "Che tempo che fa" con Fazio, nonostante Fazio sia uno dei dipendenti RAI più pagati. E, allora, dovrebbero fare ponti d'oro ad una trasmissione diretta da una gallina dalle uova d'oro come Fazio e da uno come Saviano, famosissimo e che non compare quasi mai in TV (e quindi dall'altissimo potenziale d'audience).

Ma niente da fare. Anzi, si sbatte in faccia all'opinione pubblica, in nome della trasparenza, i compensi dei conduttori e degli ospiti, per far credere ai tele-elettori che questi "sporchi comunisti" per le "loro" trasmissioni prendano soldi dalle tasche degli Italiani. Beh, se proprio si deve usare questa modalità becera, almeno la si utilizzi fino in fondo: anzi, invito tutte le trasmissioni "incriminate" a mostrare tutto, non solo i compensi e le spese, ma anche gli introiti delle loro trasmissioni. Così da sputtanare questo squallido gioco da macchina del fango.

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Chi ha coraggio invada la politica
post pubblicato in Diario, il 6 settembre 2010


                                         

L'omicidio del sindaco di Pollica-Acciaroli, Angelo Vassallo, ha sconvolto un po' tutti noi, che pure, in stragrande maggioranza, non lo conoscevamo affatto. Ha suscitato infatti in chiunque grande emozione sentire, già a poche ore dalla sua morte, tante voci diverse convergere così tanto nel dipingere una figura di un uomo integerrimo, animato dalla passione per l'ambiente, per il suo territorio e per la politica "sana", tanto che nessuno di voi ha avuto ed ha reali dubbi sul fatto che questo barbaro assassinio è responsabilità della camorra o comunque di qualcuno di cui sindaco aveva ostacolato chissà quali losche mire.

Questo da un lato ci ha dato molta speranza, perchè l'opera di Vassallo dimostra che sì, in politica ci sono anche tante persone perbene e coraggiose, e non solo fra i semplici militanti. Dall'altro ce la toglie, la speranza, perchè ci inducano a pensare che anche queste bestie rare debbano comunque fare una brutta fine: e, infatti, è proprio questo l'obiettivo di chi ha ordinato questa barbarie.

Per questo abbiamo un disperato di persone coraggiose in politica. Sono convinto che la stragrande maggioranza degli Italiani non vuole vivere in un Paese sotto ricatto delle mafie e degli affaristi senza scrupoli; ma sono altresì convito che in questi stessi Italiani domini la sfiducia, la paura di portare avanti una battaglia che troppo spesso è una battaglia solitaria. Ed è un cane che si morde la coda, che difficilmente potrà sbloccarsi senza lo slancio generoso di persone come Salvatore Vassallo.

Per questo, ripeto, chiedo che le persone che già si sono messe coraggiosamente in gioco contro la mafia negli altri settori della società, facciano lo stesso anche in politica, agendo più incisivamente per sconfiggerla e facendo tornare la fiducia della gente nella possibilità di distruggerle, le mafie. Specialmente quando la politica offre spazi più facilmente conquistabili: pensiamo, ad esempio, quanto sarebbe facile per una personalità come Roberto Saviano vincere le primarie e diventare il candidato sindaco del centrosinistra a Napoli. O quanto sarebbe facile, in questo momento, per personalità dell'antimafia locale chiedere di guidare Pollica dopo Vassallo.

Il punto è se lo faranno. Io me lo auguro fortemente ... forse per guidare una Città serve una "esperienza politica" forte, forse non dobbiamo doverci affidare ai Messia: ma di sicuro niente può essere peggio di una classe politica intimorita, se non volontariamente connivente, come quella di oggi. Salvo lodevoli eccezioni, come Angelo.

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Omertà
post pubblicato in Diario, il 12 maggio 2010


                                                 

"Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere."

Pronti al referendum
post pubblicato in Diario, il 9 dicembre 2009


                                                  

Roberto Saviano ringrazia i lettori di Repubblica per aver fatto arrivare in poche settimane ad oltre 500mila le firme al suo appello contro il "processo breve" e le sue conseguenze sulla giustizia italiana e lo Stato di diritto.

Un risultato "incredibile", dice Saviano, ed in effetti è così: mai una petizione on-line aveva raggiunto simili numeri in Italia. Ciò significa che, se non sulle "leggi ad personam", almeno sulle leggi che ammazzano i diritti di tutti c'è di sicuro la possibilità di una forte opposizione sociale e consapevole. D'altronde, proprio 500mila firme servono per presentare un Referendum abrogativo: e non è detto che gli Italiani, compresi quelli che li votano, gliela facciano passare liscia. Perchè, come dice Saviano, "la giustizia non è nè di destra nè di sinistra". Se lo ricordino, i berluscones.
 
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NO allo scempio del diritto
post pubblicato in Diario, il 14 novembre 2009


                                                   

Un appello breve, chiaro, diretto. E quindi non posso che condividerlo ed invitarvi a firmarlo (qui il link per farlo) e a diffonderlo il più possibile. Servirà a poco, ma intanto non possiamo far credere che l'opinione pubblica sia silente di fronte a questo scempio dello Stato di diritto e della nostra sicurezza.

SIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul "processo breve" e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l'unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E' una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.

ROBERTO SAVIANO


P.S. E, intanto, vi ricordo il gruppo Facebook (link) che chiede la candiatura di Roberto per le prossime Regionali in Campania ...

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Inopportuno a metà
post pubblicato in Diario, il 11 novembre 2009


                                           

Dopo che è finalmente arrivata la richiesta di arresto per Nicola Cosentino, relativamente ai suoi rapporti con il clan dei Casalesi denunciati da almeno cinque diversi pentiti, e secondo uno dei quali Cosentino è "un uomo a disposizione dei Casalesi", la politica italiana ha scoperto il valore della "insospettabilità".

Infatti, ora tutti dicono, compresa la maggioranza, che anche se Cosentino sarà innocente fino al giudizio definitivo, è "inopportuno" che si candidi alla Presidenza della Regione Campania. Meglio tardi che mai, visto che la richiesta di arresto era in fondo solo una formalità, di fronte ad un quadro indiziario già chiaramente emerso ... comunque, era una posizione sopportabile. Mentre candidare alle elezioni una persona che se non era parlamentare sarebbe stata arrestata per concorso esterno in associazione mafiosa non è affatto sopportabile, e sarebbe stato uno schiaffo alla decenza e alla dignità della Campania.

Vedremo se Cosentino davvero non verrà candidato. E vedremo chi verrà candidato al suo posto, visto che la camorra non ha certo in Cosentino l'unico suo riferimento nel centrodestra (e il centrosinistra campano certo non è immune da collusioni). Intanto, il centrodestra, e anche certi settori dell'opposizione sempre pronti a collaborare quando si tratta di salvaguardare i propri interessi, avranno il primo banco di prova alla Camera, quando si discuterà dell'autorizzazione per l'arresto di Cosentino, che è anche parlamentare. Lì vedremo se c'è davvero volontà di andare fino in fondo a questa vicenda. Resta un dubbio: se ora Cosentino non può candidarsi alla guida della Campania, perchè può invece continuare a gestire i nostri soldi come sottosegretario all'Economia?

P.S. Intanto, aderiamo in massa a "Vogliamo Roberto Saviano Governatore della Campania", gruppo nato su Facebook e che in pochi giorni ha raccolto ben oltre 3mila iscritti. Sicuramente non dovremmo doverci affidare a dei "simboli" per avere una buona amministrazione della cosa pubblica: ma, visto il livello della politica campana, forse è meglio che a guidarci ci siano scrittori coraggiosi anzichè politici di professione ma senza coraggio.

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Paura, non indifferenza
post pubblicato in Diario, il 29 ottobre 2009


                                        

Oggi c'è stato uno sdegno nazionale per il video diffuso dai Carabinieri di Napoli che riprende una esecuzione camorristica all'aperto, avvenuta sulle soglie di un bar, con annesso fuggi-fuggi generale ed omertoso dei tanti passanti della zona.

Ora, la fredda crudeltà dell'assassinio è fuori discussione. Così come è molto discutibile l'atteggiamento di alcuni passanti, capaci di passare e ripassare sopra il cadavere senza dir nulla, oppure delle persone presenti nei pressi del bar e che al momento dello sparo non hanno emesso nemmeno un urlo istintivo. Ma da qui a liquidare l'atteggiamento dei napoletani come quello di "complice indifferenza", "vergognosa omertà" e similari ce ne passa. Come sottolineato da Roberto Saviano nel commento al fatto, qui non si tratta di indifferenza, si tratta di paura. Nessun essere umano può restare indifferente di fronte alla morte, ancor di più ad un brutale omicidio, ma in questi casi la paura di essere visti, che la camorra dai cento occhi veda chi reagisce e punisca anche chi solo si azzardi a soccorrere i condannati a morte, è più forte e concreta della compassione per quelli che, in fondo, vengono ritenuti della stessa pasta di chi li ha uccisi. Nella mente di quelle persone, quindi, non solo in questi casi "è meglio farsi gli affari propri", ma "si uccidono anche fra di loro", ed è un ulteriore motivazione per scappare il prima possibile senza dire e fare nulla.

Questo dovrebbe pensare chi facilmente critica i napoletani e in generale di meridionali, mettendoli alla gogna perchè incapaci di ribellarsi al "sistema". Napoli e il Sud sono dei teatri di guerra, dove il rifiuto del pizzo, la denuncia di un killer mafioso, il racconto della realtà mafiosa, l'ostacolamento di un appalto pilotato o, appunto,il semplice soccorso ad una persona sparata sono motivi sufficienti per essere uccisi. E dunque, come in una guerra, il cittadino è poco portato a difendersi da sè, salvo i pochi eroi che andrebbero celebrati ogni giorno per il loro coraggio. Dovrebbe essere lo Stato, nelle sue massime espressione, ad intervenire per ripristinare la legalità: e allora, di fronte a dei segnali forti e concreti, la società civile napoletana sarebbe certamente al suo fianco. Ma lo Stato dovrebbe avere la volontà di farlo, e non colludersi con il "sistema". Dedicare a questa battaglia ogni istante delle proprie attività, perchè le mafie sono il principale freno allo sviluppo di questo Paese, il problema dal quale discendono tutti gli altri. Ma, ripeto, ci vorrebbe la volontà. E questa pare mancare. Quindi, altro che napoletani indifferenti: qui l'unica ad essere indifferente è la politica.

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Don Diana
post pubblicato in Diario, il 4 agosto 2009


                                          

E' semplicemente vergognoso che si tenti di infagare la memoria di Don Peppino Diana, eroe dell'anti-camorra, guida morale per tanti giovani e faro di libertà in una terra che di vera libertà ne vede ancora poca. Ancora più vergognoso quando questo tentativo proviene da un rappresentante delle istituzioni, mettendo lo Stato allo stessa stregua dei camorristi che dopo la morte di don Diana tentarono di infangarlo con titoloni sui giornali locali, che lo accusavano di essere un camorrista o di avere relazioni amorose nascoste. E' semplicemente scandaloso, invece, quando a farlo è il Presidente della Commissione d'inchiesta sui Rifiuti in Campania, ovvero una persona dovrebbe occuparsi di eco-mafie (e proprio i Casalesi in questo settore sono il "top").

Per questo pubblico e mi unisco all'appello di Roberto Saviano per difendere la memoria di Don Diana. E, aggiungo io, per chiedere le dimissioni del poco onorevole Pecorella (PDL). Almeno da Presidente della Commissione, che diamine.

Roberto Saviano - La Repubblica: "Mi è capitato nella vita di fare pochissimi giuramenti a me stesso. Uno di questi, che non riuscirei a tradire se non vergognandomi profondamente, è difendere la memoria di chi nella mia terra è morto per combattere i clan. Ho giurato a me stesso sulla tomba di Don Peppe Diana il giorno in cui alcuni cronisti locali, alcuni politici e diversa parte di quella che qualcuno chiama opinione pubblica iniziarono un lento e subdolo tentativo di delegittimarlo.

Il venticello classico di certe parti d'Italia che calunnia ogni cosa che la smaschera; il tentativo di salvare se stessi dalla scottante domanda "perché io non ho mai detto o fatto niente?". Ho letto in questi giorni sulla rivista Antimafia Duemila che due ragazzi, Dario Parazzoli e Alessandro Didoni, hanno chiesto durante una trasmissione Tv a Gaetano Pecorella come mai, quando era presidente della commissione giustizia, difendeva al contempo il boss casalese egemone in Spagna Nunzio De Falco, poi condannato come mandante dell'omicidio di Don Peppe Diana. Mi ha colpito e ferito sentire alcune dichiarazioni dell'Onorevole Pecorella in merito all'assassinio di Don Peppe Diana. In una intervista al giornalista Nello Trocchia per il sito Articolo 21, Pecorella dichiara: "Io dico che tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Nel processo qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia, altri hanno riferito che sarebbe stato ucciso perché si volevano deviare le indagini che erano in corso su un altro gruppo criminale. E altri hanno riferito anche il fatto che conservasse le armi del clan. Nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio, visto che non c'erano precedenti per ricostruire i fatti. Se uno conosce le carte del processo, conosce che ci sono indicate da diverse fonti, diversi moventi".

Proprio leggendo le carte si evince chiaramente che non è così, Onorevole Pecorella. Perché dice questo? È vero esattamente il contrario. Dalle carte del processo emerge invece che è tutto chiaro. E pure la sentenza della Corte di Cassazione del 4 marzo 2004 conferma che Don Peppe è stato ucciso per il suo impegno antimafia e per nessun'altra ragione. Che De Falco (di cui lei, Onorevole, ha assunto la difesa) ha ordinato l'uccisione di Don Peppe per dimostrare, uccidendo un nemico in tonaca, un nemico senza armi, che il suo gruppo era più forte e coraggioso di quello di Sandokan. E anche per deviare la pressione dello Stato proprio sul clan Schiavone. Quelli che lei definisce più volte "moventi indicati" furono, come dimostrano le sentenze, delle calunnie che alcuni camorristi portarono per lungo tempo in sede processuale per discolparsi. Calunnie nate dal fatto che persino loro cercavano di lavarsi le mani, in buona o cattiva fede, del sangue innocente che avevano versato. Ne avevano vergogna. Questo è quel che dicono gli iter conclusi della giustizia italiana. Ed è per questo che la risposta che l'Onorevole Pecorella ha dato appena qualche giorno fa alla domanda se Don Diana, a suo avviso, non fosse stato ucciso per il suo impegno contro i clan lascia basiti.

L'onorevole dice: "Io non ho avvisi. Io riporto quello che è emerso nel processo e nulla più. Ci sono diversi moventi, c'è anche quello, che all'inizio non era emerso, che faceva attività anticamorra. Per la verità nel processo non è venuto fuori molto chiaro neanche questo come movente. È inutile che costruiamo delle fantasie sulle ipotesi. Quella dell'impegno anticamorra è tra le ipotesi. Ma nel processo non è emerso in modo clamoroso, non è mai venuta fuori un'attività di trascinamento, di gente in piazza. Non è che c'erano state manifestazioni pubbliche, documenti. Qualcuno ha detto anche questa ragione. Come vede ci sono tanti moventi. Certamente è stato ucciso dalla camorra. Chi viene ucciso dalla camorra è una vittima della camorra. Ora se è un martire bisogna capirlo dal movente che non è stato chiarito".

È stato chiarito. Lo Stato Italiano considera Don Peppe un martire della battaglia antimafia, migliaia di persone hanno sfilato in sua difesa. E i documenti che non ci sarebbero, ci sono eccome. Hanno non solo un nome, ma anche un titolo: "Per amore del mio popolo non tacerò". È il documento stilato da Don Peppe insieme ad altri preti della forania di Casal di Principe in cui viene annunciata una battaglia pacifica, ma priva di compromessi alle logiche dei clan, al loro predominio, alla loro mentalità, alla loro cultura, alla loro falsa aderenza alla fede cristiana. Persino Papa Giovanni Paolo II, dopo la morte di Don Peppino Diana, pronunciò nell'Angelus: "Voglia il signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro [...] produca frutti [..]di solidarietà e di pace". Per Giovanni Paolo non ci furono dubbi, fu un martire. Per Lei, Onorevole Pecorella, invece ce ne sono. Perché, mi chiedo?

Le chiedo inoltre se considera legittimo rivestire il ruolo di Presidente della Commissione Giustizia del Parlamento Italiano e portare avanti la difesa del boss Nunzio De Falco? Lei immagino mi risponderà di sì, che anche il peggiore dei presunti criminali, ne ha il diritto. Ma questo principio di garanzia vale soltanto fino al verdetto finale. Tale verdetto di colpevolezza del suo mandante è stato emesso e confermato. Quindi la prego di non diffondere falsi dubbi sulla condanna a morte di Don Diana. Chi ha ucciso Don Peppe Diana è uno dei clan più potenti e feroci d'Italia che ha ancora due latitanti, Iovine e Zagaria, liberi di investire, costruire, e portare avanti i loro affari.


Oggi, Onorevole Pecorella, lei è presidente della commissione d'inchiesta sui rifiuti, e i Casalesi, come saprà, sono i maggiori affaristi nel traffico di rifiuti tossici e legali. Loro quindi dovrebbero essere i suoi maggiori nemici anche se in passato ha difeso in sedi processuali i loro capi. La prego di avere rispetto per Don Peppe e non dare nuovamente credito a calunnie che negli anni passati killer e mandanti hanno cercato di riversare su una loro vittima innocente. Questa mia domanda non è questione di destra o di sinistra. La legalità è la premessa del dibattito politico, o almeno dovrebbe esserlo. La premessa e non il risultato. Quando iniziai a trascrivere delle parole che Don Peppe aveva detto nel Casertano ho ricevuto lettere commosse da molti lettori conservatori, da cattolici di Comunione e Liberazione sino ai ragazzi della Comunità di Sant'Egidio, dalla comunità ebraica romana e da tante altre.

La battaglia alle organizzazioni criminali, l'ho vista fare da persone di ogni estrazione politica e sociale. Ho visto, quando ero bambino, manifestazioni nei paesi assediati dalla camorra in cui sfilavano insieme militanti missini, democristiani, comunisti e repubblicani. L'onestà non ha colore, spesso così come non ne ha l'illegalità. Per questo, il mio non è un appello che possa essere ascritto a una parte politica. Non permetterò mai a nessuno, e come dicevo me lo sono giurato, che la memoria di Don Peppe sia oltraggiata da accuse false, demolite dai Tribunali, che ebbero il solo scopo di screditare le sue parole, emettendo nel silenzio il ronzio malefico "quello che dice non è vero". Questo non lo permetterò. Lei mi dirà che questa mia è una battaglia troppo personale. Io le ribadirei che, sì, lo è, è vero. Tutto ciò che riguarda la mia terra, ormai riguarda la mia vita stessa e quindi non può che essere personale. Difendere la memoria di Don Peppe Diana è una questione personale anche per un'altra ragione: è una questione di onore. Onore è una parola che spesso hanno abusivamente monopolizzato le cosche facendola diventare sinonimo del loro codice mafioso. Ma è il tempo di sottrarla alle loro grammatiche. Onore è il sentire violata la propria dignità umana dinanzi a un'ingiustizia grave, è il seguire dei comportamenti indipendentemente dai vantaggi e dagli svantaggi, è agire per difendere ciò che merita di essere difeso. E io l'onore, l'ho imparato qui a Sud. Per meglio spiegarmi, mi sovvengono le parole di Faulkner: "Tu non puoi capirlo dovresti esserci nato. In realtà essere del Sud è una cosa complessa. Comporta un'eredità di grandezza e di miseria, di conflitti interiori e di fatalità, è un privilegio e una maledizione. Vi è il senso aristocratico dell'onore e dell'orgoglio". Mi piacerebbe poter mettere una parola definitiva su questo. Su quanto accaduto a don Peppe. Permettere di farlo riposare in pace. Riposare in pace significa non chiamarlo in causa laddove non può difendersi. A volte, come accade a molti miei compaesani per cui conserva il suo valore, mi viene di rivolgermi a lui. Don Peppe se è vero che tu hai visto la fine della guerra, perché, come dice Platone, solo i morti hanno visto la fine della guerra, sta a noi vivi il compito di continuare a combatterla. E non ci daremo pace".

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A testa alta
post pubblicato in Diario, il 21 marzo 2009


                                       

Gli inaspettati successi della "marcia contro le mafie" organizzata stamattina a Napoli dall'associazione Libera di Don Ciotti (circa 150mila presenti), e delle celebrazioni tenutesi l'altro ieri a Casal di Principe in memoria di Don Peppino Diana, il prete anti-camorra ucciso dai Casalesi 15 anni fa (circa 40mila presenti), dimostrano come in Campania non siamo tutti mafiosi o complici, più o meno diretti, della malavita, ma che anche in questa terra martoriata, dove cambiare le cose sembra, se non impossibile, un'impresa, c'è una pubblica opinione capace di distinguersi e non arrendersi, rendendosi disponibile a mettere in gioco le proprie forze per sradicare questo cancro che, con tutte le sue metastasi presenti in tutti i campi della società, impedisce alla Campania e al Sud di svilupparsi in modo adeguato, e ai cittadini del Mezzogiorno di vivere liberi da qualsiasi oppressione.

Centinaia di migliaia di persone a testa alta, dunque, che però non possono fare a meno di uno Stato a testa alta. Non può bastare l'attivismo isolato del fronte anfi-mafia, i veri eroi del nostro Paese, di tutti coloro che mettono a rischio la propria vita pur di non sottostare al giogo mafioso e che così facendo contribuiscono a risollevare le coscienze, ma certo non hanno i mezzi decisivi per poter sradicare la mafia. E non può bastare nemmeno uno Stato che si limita a più o meno frequenti arresti di boss, sequestri di beni mafiosi, che pur contribuiscono a combattere la mafia, ma non possono certamente sconfiggerla.

Per sconfiggere le mafie c'è bisogno allora di una rivoluzione dellla coscienze, ma soprattutto di forza, coraggio e volontà nelle scelte dello Stato. C'è bisogno di uno Stato che dia il buon esempio, cacciando i mafiosi, e chi collabora con la mafia, dalle proprie istituzioni. C'è bisogno di uno Stato che rompa i legami tra mafia e politica, imponendo stretti controlli sull'attività delle amministrazioni locali e degli enti locali, e impedendo con leggi e controlli severi che l'intreccio politico-mafioso possa determinare la vita economica e sociale, con politiche clientelari, appalti, nomine e assunzioni oscure. C'è bisogno di uno Stato che porti la legalità e la speranza nelle tante aree devastate e di disagio sociale nel nostro Paese, con tutte le forze a propria disposizione (scuola, forze dell'ordine, lavoro), offrendo un'alternativa di vita a tutti quei giovani che lo Stato non l'hanno mai visto e si rifugiano nell'anti-Stato nella speranza (vana) di una vita migliore. C'è bisogno di uno Stato che sconfigga i grandi interessi economici mossi e gestiti dalle mafie, avendo magari il corraggio di esporsi a critiche forti (di chi non vuole aprire gli occhi e preferisce illudersi che certi fenomeni non esistano) scegliendo, ad esempio, di legalizzare e porre sotto il controllo statale la vendita di droghe leggere e la prostituzione, sottraendo enormi volumi di denaro all'attività mafiosa (da destinare ad una lotta più efficace alle mafie) e migliorando probabilmente le condizioni sociali. 

C'è bisogno di uno Stato, insomma, a testa alta
. E allora forse, un giorno, potremo finalmente tutti gridare davvero: "Liberi dalle mafie!".

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Arrestato il boss Setola: ottimo, ma serve molto di più
post pubblicato in Diario, il 14 gennaio 2009


                                             

Alla fine ce l'hanno fatta. Dopo mesi di inteso lavoro ed indagini, e dopo un tentativo di cattura fallito rocambolescamente due giorni fa (il boss era fuggito dalle fogne), i carabinieri sono riusciti ad arrestare il super-latitante Giuseppe Setola, uno dei maggiori boss dei Casalesi, il clan camorristico, le cui squallide gesta sono state portate all'onore delle cronache da Roberto Saviano e dal suo "Gomorra", che domina territorialmente il Casertano ma economicamente si espande in tutta Europa. Arresto che è stato preceduto stamattina da un maxi-sequestro di 10 milioni di euro di beni del boss. Si tratta dunque di "un colpo durissimo inferto alla camorra", come dichiarato dal Ministro degli Interni Maroni, della "risposta che gli Italiani si aspettavano dopo la strage di Castelvolturno", ricorda il ministro-ombra del PD Marco Minniti.

E' davvero un'ottima notizia. Però non dobbiamo assolutamente ritenerci soddisfatti. Innanzitutto perchè, nel caso specifico, "ancora mancano all'appello i due grandi latitanti dei Casalesi, i boss Iovine e Zagaria", come ricordato dal senatore anti-mafia del PD Beppe Lumia. Ma, in generale, qualche rondine qua e là, per quanto grosse, non fanno primavera: e questo vale sia per gli arresti dei boss, che per i sequestri economici (cosa da sottolineare, visto che c'è una scuola di pensiero che ritiene i sequestri di beni camorristici più importanti dell'arresto dei boss). Questo perchè, finchè continueranno ad esistere gli stretti intrecci fra potere mafioso, politico ed economico, arresti e sequestri danneggeranno sì i clan, ma solo momentaneamente, con una durata che dipende dall'insistenza con la quale lo Stato di volta in volta attaca le mafie.

Per indebolire le mafie allora occorre quindi molto di più: rompere questi intrecci, innanzitutto tra mafia e potere politico, con l'esclusione dalle cariche pubbliche, di qualsiasi tipo, per i condannati, anche di primo grado, e magari anche per chi è semplicemente rinviato a giudizio, per reati di mafia e reati ad essa connessi; controlli maggiori su chi gestisce la cosa pubblica o interessi economici rilevanti, specialmente in territori ad alta "densità mafiosa", senza limitazioni di alcun tipo; procedure molto più trasparenti e controllate per gli appalti , con provvedimenti tipo la "stazione unica appaltante" (che renderebbe più facile individuare anomalie negli appalti). Senza escludere la possibilità di "legalizzare", in via limitata e sperimentale, alcune attività su cui si basa il potere economico della mafia, come prostituzione e traffico di droga (tenuto conto anche del fatto che la legalizzazione della prostituzione controllata e delle droghe leggere avrebbe numerosi altri benefici, al di là della semplice sottrazione di profitti alle mafie a beneficio delle casse statali). Il tutto ovviamente connesso a ciò che già c'è, come il supporto ai "pentiti" e a chi denuncia, le attività di arresto e sequestro, che pure comunque andrebbero rafforzati.

Ovviamente, se cambiasse la mentalità, le mafie sarebbero sconfitte definitivamente. Non dobbiamo dimenticarci che, così come "lo Stato siamo noi", e certi comportamenti dei nostri rappresentanti rappresentano, appunto, il malcostume più o meno diffuso nella popolazione, lo stesso vale per l'anti-Stato, ovvero "la camorra siamo noi". Perchè la mafia non è solo ciò che fanno i boss, ma anche ciò che facciamo noi nel nostro piccolo, o semplicemente ciò che noi non facciamo per cambiare le cose. Ma questo non deve e non può essere una scusa per lo Stato per continuare a non cambiare le cose: il cambiamento deve sì avvenire nella mentalità, ma mettetevi nei panni di chi subisce la mafia ... come si può sperare in un cambiamento di massa se lo Stato non dà il buon esempio?

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Le bende sugli occhi non servono
post pubblicato in Diario, il 6 gennaio 2009


                                                

"Gomorra è da Oscar, però non giova all'immagine dell'Italia". Questo, estremamente riassunto, è l'opinione di Fabio Cannavaro, capitano della Nazionale di Calcio, sul film di Garrone candidato all'Oscar tratto dall'omonimo best-seller di Roberto Saviano.

Forse Cannavaro si è espresso male, lasciamogli il beneficio del dubbio. Tuttavia, questo ragionamento non è per niente condivisibile. Certo all'estero ci sono molti pregiudizi sull'Italia e sugli Italiani, così come in Italia ci sono molti pregiudizi sui napoletani, sui siciliani, sui polentoni e compagna bella. Però i pregiudizi non possono comportare l'oscuramento dei nostri mali. Dovremmo andare orgogliosi di chi denuncia, di chi racconta la mafia, il malgoverno, la corruzione, la povertà, gli scandali del nostro Paese. Innanzitutto perchè queste bende sugli occhi, questo far finta di non vedere, questo voler mettere la polvere sotto il tappeto non risolve i problemi, ma li lascia crescere indisturbati. Inoltre, non tutti sono a conoscenza di tutti i mali dell'Italia, e lasciare la popolazione nell'ignoranza è il principale terreno di coltura per le malattie del Paese. Infine, almeno in Italia, abbiamo fin troppe poche persone che hanno il coraggio di denunciare le schifezze del nostro Paese, e fin troppe persone dedite invece a dare agli Italiani un finto mondo fatto di lustrini e pailettes, mentre nella realtà il Paese va a rotoli.

E se all'estero qualcuno mette più in risalto i nostri lati negativi che quelli positivi ... bè, forse "qualche" colpa ce l'abbiamo pure noi, no?

P.S. Intanto la petizione "Saviano Governatore" che lancia tempo fa ha raggiunto 85 firme. Pochine, ma d'altronde posso dedicarmici poco ... se qualcuno vuole offrire il suo aiuto, è più che ben accetto.

Per firmare: www.firmiamo.it/savianogovernatore
Blog della petizione: www.savianogovernatore.ilcannocchiale.it
Gruppo Facebook: http://www.facebook.com/home.php#/group.php?gid=35824884451

www.discutendo.ilcannocchiale.it

SD e Camorra, bella campagna
post pubblicato in Diario, il 3 novembre 2008


                                                                     La camorra è una montagna di merda

Questo blog ha le sue idee politiche, ma non ha "insegne" politiche". Però ogni tanto capita di segnalare le buone iniziative dei partiti. In questo caso segnalo la campagna contro la camorra avviata da Sinistra Democratica, il piccolo movimento che fa capo a Fabio Mussi e Claudio Fava (cioè la corrente di Mussi all'epoca dei DS).

La campagna consiste in tre manifesti, affissi di recente in Campania, recanti tre scritte: "La camorra è una montagna di merda" (frase di Peppino Impastato), "Saviano è amico mio" (ovvio riferimento alla recente situazione dello scrittore giornalista campano) e "Facciamo neri i cammorristi (il riferimento è alla strage degli immigrati di Castelvolturno). La campagna avrà il suo culmine il 6 Novembre, quando proprio a Castelvolturno si terrà un'iniziativa promossa da SD proprio sul tema della camorra, cui particeperanno personalità come Moni Ovadia.

Si tratta proprio di una bella iniziativa. Ovviamente la lotta alla camorra deve andare ben al di là di qualche semplice slogan, ma se un partito dice chiaro e tondo cosa pensa della camorra è sempre un fatto positivo.

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