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il blog di Francesco Zanfardino
Una buona riforma (forse), in un'altra Italia
post pubblicato in Diario, il 30 aprile 2009


                                              

Con l'appoggio del centrodestra e dell'Italia dei Valori, l'astensione del Partito Democratico e la contrarietà dell'Unione di Centro, ieri il Federalismo fiscale è diventato legge. Oddio, in realtà mancano ancora i decreti attuativi: e non è poca cosa, dato che sarà con quelli che si comincerà a comprendere la reale portata della riforma, con le sue cifre ed il suo impatto sull'economia del Paese.

Dunque, ad oggi, il Federalismo fiscale è poco più di una fumosa dichiarazione d'intenti, contornata da qualche decisione poco rilevante. Alla fine, tutto si può ridurre ad un solo passaggio: la transizione dalla "spesa storica" alla "spesa standard". Ovvero, lo Stato non pagherà più a "fondo perduto" le Regioni, ma fornirà loro solo ciò di cui hanno realmente bisogno, in base al loro numero di abitanti e alla struttura della popolazione (quanti pensionati, quante famiglie, eccetera), in modo da standardizzare i costi (cioè un Italiano deve "valere" un "tot di spesa" uguale sia che sia piemontese sia che sia calabrese). In tal modo, ogni Regione dovrebbe essere responsabilizzata, in quanto se spreca la propria parte di soldi, non potrebbe più ricorrere ai soldi altrui (come avviene attualmente, dove le Regioni più efficienti, soprattutto al Nord, ricevono dallo Stato meno di quanto dovrebbero, perchè al Sud sprecano molto).

Qualcuno potrebbe dire: embè, che problema c'è? Infatti, nessun problema, in linea di principio: il Federalismo fiscale è una buona riforma. Ma in un'altra Italia. Non in un'Italia dove il Federalismo fiscale c'è già, e funziona male. Ovvero non in un'Italia dove cinque Regioni, quelle a statuto speciale, ricevono già molto di più di quanto contribuiscono con le proprie tasse (mentre la Lega, per le "sue" Lombardia e Veneto, già si acconterebbe di un 50-60% delle proprie tasse...), eppure nella migliore ipotesi (Val d'Aosta e Trentino soprattutto) non hanno che farsene di tutti questi soldi (e quindi li sprecano in cose inutili o non prioritarie rispetto a quanto avviene nel resto d'Italia), nella peggiore, nonostante i fiumi di soldi ricevuti, fanno versare i propri cittadini in condizioni umilianti (leggasi Sicilia, e soprattutto leggasi Catania), a causa di politiche clientelari, collusioni con la mafia e con l'imprenditoria corrotta. Oppure non in un'Italia dove la Sanità è già di competenza esclusiva delle Regioni, ed in teoria anche di competenza economica, ma nonostante questo lo Stato copre gli enormi debiti di Regioni come Lazio, Campania, Sicilia e Calabria. E certo non perchè queste Regioni abbiano strutture sanitarie extra-lusso, ma per i motivi citati prima per la Sicilia.

E allora, prima di compiere un passo così importante, non sarebbe stato meglio attuare prima le vere riforme necessarie, cioè quelle per il contrasto del clientelismo, della corruzione e della collusione (a cominciare dalla qualità delle classe dirigenti), per un'informazione obiettiva e soprattutto coraggiosa (o meglio, che faccia il suo dovere, cosa coraggiosa in Italia) che con le sue inchieste aiuti il formarsi di una società civile che punisca chi fallisce clamorosamente nel gestire le spese delle Regioni (mentre attualmente, ad esempio, i Siciliani votano sempre gli stessi dirigenti, nonostante stiano nella merda, per usare un eufemismo). Altrimenti con il Federalismo fiscale la moltiplicazione dei centri di spesa diverrà la moltiplicazione dei centri di spreco, e lo Stato sarà sempre costretto a dover coprire i debiti, come oggi avviene nella federalista Sanità. E chi truffa i cittadini con i loro soldi? Verranno mandati in galera, o perlomeno le loro Regioni automaticamente commissariate? Di questo non se ne parla, no. Meglio non parlarne.

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Riporto Report: La cura
post pubblicato in Riporto Report, il 28 aprile 2009


                                              

Con un giorno di ritardo, a Discutendo si torna a parlare della puntata di Report, l'ottima trasmissione di inchieste giornalistiche condotta dalla Gabanelli: stavolta si tratta del sistema sanitario italiano. Tra pubblico e privato, sprechi ed inefficienze, tagli e false virtuosità (qui il video della puntata, qui la sua trascrizione integrale).

LA CURA (di Alberto Nerazzini)

L'inchiesta inizia con una prima parte dedicata ai rapporti tra sanità pubblica e privata. Si incomincia brevemente con un riferimento all'intramoenia, ovvero al fatto che in Italia, con qualche differenza fra le varie Regioni (come in tutto ciò che riguarda la Sanità, dato che è materia di esclusiva competenza regionale), i medici pubblici possono svolgere anche attività in studio privato: forse però sarebbe meglio che lo Stato impedisca ciò, chiedendo un contratto in esclusiva, magari aumentando un po' gli stipendi, così che i medici rimangano in Ospedale a smaltire le enormi liste d'attesa (e magari non sottraggono agli Ospedali medicine ed attrezzature per i propri studi privati, come documentato dal servizio). 

Ma il vero protagonista di questa prima parte è il DRG, ovvero il sistema di incentivazione introdotto nel 1995 con il quale gli ospedali, pubblici e privati, vengono premiati dallo Stato in base alla loro produttività: solo che in questo caso il "prodotto" è il paziente, e la sua salute. Comprenderete quindi facilmente come, se da un lato nel pubblico ciò può avere un senso, nella sanità privata (tra l'altro equiparata in vario modo a quella pubblica in molte Regioni), dove i profitti vanno tutti ai gestori delle strutture, comporta che tali strutture sono interessate a fare quante più prestazioni possibili: e, di conseguenza, dato che i medici da loro assunti sono pagati anche in base alla produttività, anche i medici sono spinti a tale ragionamenti. Da ciò originano scandali come quello dela clinica privata "Santa Rita" di Milano, prima fiore all'occhiello della sanità lombarda ma poi ribattezzata "clinica degli orrori" dopo che si scoprì che tantissime persone avevano subito operazioni inutili (e alcune di loro sono morte per questo) solo per far intascare più soldi a medici e gestori. Ma questo accade anche al San Raffaele, e a tanti ospedali e cliniche d'Italia finite sotto le lenti della magistratura. E' evidente che questo sistema si può reggere solo con i controlli, ma i controlli costano: e dato che in Italia invece di "razionalizzare" la spesa si preferisce "razionarla" (cioè si taglia e basta, mentre bisognerebbe tagliare gli sprechi ed investire in qualità), finisce che siamo tra gli ultimi Paesi per percentuale di controlli (tra l'altro in molte Regioni ben al di sotto del 10% previsto per legge).

E, a proposito di spesa, il Governo Berlusconi ha deciso di tagliare 5 miliardi per i prossimi due anni. Tagli "orizzontali", "razionari" e non "razionali", che rischiano di compromettere i servizi essenziali in molte Regioni, e di dover comportare il pagamento di ticket da parte dei pazienti: e questo a causa degli enormi deficit nella Sanità di molte Regioni, soprattutto al Sud. Ma perchè? Report ce lo spiega con un esempio: la Calabria. Qui addirittura il deficit non riescono ancora ad identificarlo per bene (comunque 1-2 miliardi di euro di debiti). E nonostante questa enorme spesa, la Calabria è piena di ospedali fatiscenti (36 ospedali irregolari su 39). Il motivo di tale spreco? Come al solito, clientelismo e corruzione: ovvero assunzioni sopra ogni limite (alcuni ospedali hanno più dipendenti che posti letto), e dirigenti che lucrano sui mini-appalti quotidiani degli ospedali (per le forniture, chiedendo sovvenzionamenti molto superiori al necessario). E anche i centri di "eccellenza", in Calabria, in realtà sono ulteriori fonti di spreco ed inefficienza (seppur in forma molto più lieve), o comunque sede di clientelismo. Uno di questi, l'Istituto Campanella, aspira a diventare IRCCS, ovvero un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, grazie al quale riceverebbe forti finaziamenti pubblici e privati per fare ricerca. In funzione di questo obiettivo la Regione, nonostante il deficit, ha stanziato tanti milioni di euro: però di risultati scientifici nemmeno l'ombra. Verrebbe da chiedersi se non sia il caso di investire di meno sul Campanella e di più nella qualità del servizio pubblico. O perlomeno controllare gli investimenti ...

Ma il "fenomeno IRCCS" riguarda tutta Italia. A partire dal 2003, tali centri si sono moltiplicati, ma solo grazie ad un alleggerimento della norma che ne prevede i criteri per l'attribuzione. Così abbiamo tanti istituti che meritevolmente ricevono finanziamenti pubblici, e tanti altri no. E' il solito discorso: va bene l'incentivo, ma servono i controlli. Altrimenti, si fanno più danni che prima. Il problema però è questo: c'è la volonta (da parte di chi comanda) di fare questo? Oppure a loro conviene così perchè sono l'espressione diretta di questo sistema?

IL MIO COMMENTO: Che dire ... come Report giustamente sostiene, occore razionalizzare, e non razionare, la spesa in Sanità. Altrimenti il nostro sistema sanitario, invidiato (almeno una volta) da tutto il mondo perchè totalmente aperto a tutti (a differenza, ad esempio, da quello americano, dove i costi ricadono direttamente sui pazienti, e per essere curati bisogna pagare), finirà peggio di tutti: una formidabile fornace di sprechi, clientelismo, corruzione ed incapace di garantire servizio pubblico. Dunque si elimini l'intramoenia, si riveda (o abolisca) il DRG nel privato, si preveda il sistema unico per gli appalti nella Sanità, si mandi in galera chi gestisce in maniera indecente il denaro pubblico della Sanità (e si commissarino le Regioni inadempienti). E questo avvenga in tutti i settori della spesa pubblica. Altrimenti, che parliamo a fare di Federalismo: la Sanità è già un modello federalista (la competenza è esclusiva delle Regioni), e vediamo bene come funziona ...

Altre rubriche
: Anche "L'emendamento" della settimana parla di sanità, ma in relazione ai cosiddetti "medici-spia" che il Governo vorrebbe introdurre, e mette in evidenza come la denuncia sia obbligatoria, e non facoltativa (qui video, qui testo). Invece la Goodnews della settimana parla di ambiente, ed in particolare della "riconversione ecologica" dei supermercati avviata in Germania e che sta prendendo piede anche da noi (qui video, qui testo).

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Tagli per tutti, non per i 18 miliardi delle auto-blu
post pubblicato in Diario, il 29 dicembre 2008


                                             

In questi ultimi mesi abbiamo assistito a tagli per tutti i settori del servizio pubblico. Giusto per ricordare i più significativi: 8 miliardi tagliati a Scuola, Università e Ricerca; 3 miliardi tagliati alla Sanità; 9 miliardi tagliati agli Enti Locali. Con tutte le conseguenze sulla qualità dell'istruzione, sugli investimenti per lo sviluppo del Paese, sulla salute pubblica e sulle tasse locali.

Eppure, in questa furia sforbiciatoria, il Governo si è dimenticato di partire dagli sprechi maggiori: ovvero dai costi della politica. A cominciare dalle auto-blu, privilegio ultra-abusato e ultra-costoso. Infatti, da quanto emerge da un'indagine di Contribuenti.it, autorevole associazione i cui dati vengono più volte ripresi dai mezzi d'informazione, l'Italia è prima nel mondo per numero di auto-blu, con ben 607.918 unità, notevolmente superiore a quello degli altri Paesi. Circa una ogni 100 abitanti, contro l'una ogni 4.000 abitanti degli Stati Uniti. Un vero e proprio scandalo, se si pensa che un simile parco macchine pesa sui contribuenti Italiani per un costo complessivo di ben 18 miliardi l'anno. Tutto questo nonostante la legge che nel 1991 ne limitava l'utilizzo ai soli membri del Governo e ad alcuni Direttori Generali. Legge scavalcata da varie leggine e regolamenti che ne hanno esteso l'utilizzo anche a Regioni, Province, Comuni, Comunità Montane, Asl, Enti Pubblici d'ogni tipo, perfino Società misto pubblico-private o a partecipazione pubblica.

Una cifra enorme. Ovviamente, trattandosi di un'indagine privata, pur se autorevole, i dati vanno valutati con il beneficio del dubbio. Certo, però, i dati reali non si discosteranno di molto. E allora, se anche fossero "solo" 300.000 auto-blu, e ci costassero "solo" 9 miliardi l'anno, il Governo provveda subito a tagliare le auto-blu, riservandole solo per le cariche più importanti e per una spesa comunque non superiore ai 200-300 milioni di euro. E con i miliardi risparmiati riveda i propri tagli indiscriminati Servizi pubblici, oppure agisca concretamente contro la crisi detassando e aiutando l'economia reale. Il resto sono solo chiacchiere e propaganda.

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Fare come a Varallo: incentivare chi dimagrisce
post pubblicato in Diario, il 27 settembre 2008


                                                        

Premi in denaro per i chili persi. La geniale idea viene dalla Valsesia, precisamente da Varallo (Vercelli), dove il Sindaco Gianluca Buonanno, per diminuire il "peso" dell'obesità, che grava sia sulla salute dei cittadini ma anche sulle casse della Sanità pubblica (e quindi di tutti i cittadini), invece di promulgare leggi restrittive e discriminatorie come spesso fanno all'estero, ha istituito una sorta di "incentivo" a dimagrire.

Funziona così: chi vuole accedere all'incentivo deve pesarsi in una delle farmacie cittadine e presentare lo scontrino al Comune per iscriversi, scegliendo la durata preferita (un mese o due mesi). Gli iscritti al progetto mensile riceveranno 50€ se al termine presenteranno un altro scontrino, con un dimagrimento di almeno 3 kg; inoltre, ne riceveranno altri 100€ se dopo altri 5 mesi rimarranno dello stesso peso, ed altri 500€ dopo un anno (sempre se manterranno il peso). Gli iscritti al progetto bimensile otterranno 50€ se perderanno 6kg in un mese; dopodichè, se dopo 5 mesi rimarranno dello stesso peso, otterranno 200€, dopo un anno 500€ (per più precise informazioni cliccare qui).

Che dire: sarebbe proprio il caso che l'iniziativa fosse copiata dai Sindaci di tutta Italia. O magari istituita per legge.

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4000 medici in meno l'anno. Modificare il numero chiuso no, eh?
post pubblicato in Diario, il 30 giugno 2008


                                          

Tra 16 anni in Italia ci saranno 70mila medici in meno (circa 4mila l'anno) sui 280mila attuali (ovvero un calo del 25%). Almeno stando alle dichiarazioni del Presidente dell'Ordine dei Medici, Amedeo Bianco, riportate in questo articolo de "La Stampa".

Il numero deriva dalla relazione di Maurizio Benato, vicepresidente Fnomceo, la federazione che riunisce tutti gli OdM d'Italia. "Basta fare la somma di tutti i medici che presumibilmente andranno in pensione dal 2011 al 2025. Ogni anno si iscrivono 7400 studenti alle facoltà di medicina di tutta Italia. All'incirca il 20% lasciano prima e quindi vengono immessi ogni anno 6250 medici. E' stato così nel 2005, nel 2006 e nel 2007. Li sommiamo per 15 anni fino al 2025, sottraiamo chi va in pensione, ed abbiamo un totale di 190 mila medici, e quindi un buco di 90 mila unità. O, forse, qualcuno di meno, visto che non tutti andranno in pensione a 65 anni, anche perché la previdenza ora non favorisce chi vorrebbe lasciare la professione prima, anzi c'è la tendenza a restare. Diciamo che saranno almeno 70 mila medici in meno". La crisi inizierà proprio quest'anno: "per la prima volta si registra quasi un pareggio tra il fabbisogno regionale di medici chirurgo  e laureati. Nei prossimi anni i chirurghi inizieranno a scarseggiare. Questa carenza può diventare un dramma se ci si arriva con questa società. Non lo sarebbe se invece vi fosse una ridefinizione del ruolo dei medici e del loro lavoro. Abbiamo i grandi ed enfatici ospedali, ma mancano del tutto le strutture intermedie, a bassa tecnologia, dove convogliare la gran parte di quelli che ora sono i ricoveri ospedalieri: i malati cronici, le lunghe degenze, gli anziani in gran parte. La nostra popolazione invecchia rapidamente. Oggi gli ultrasessantacinquenni rappresentano il 18% della popolazione, nel 2015 saranno il 22-23%. In termini di malattie e carico sulla sanità rappresentano un peso di non poco conto: alleggerire i medici di questo tipo di assistenza sarebbe un grande aiuto".

Quindi, più efficienza ed una migliore distribuzione del personale, ovviamente. Ma da sola non basta. Deve aumentare anche la "base". Ma non sarebbe forse l'ora anche di rivedere il numero chiuso, aumentando magari il numero programmato di iscritti? E' lo stesso preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia de "La Sapienza" ad avanzare questa proposta, proponendo un aumento del 10%. E facciamolo, su!

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