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il blog di Francesco Zanfardino
Senza l'Italia ... e l'Italia senza
post pubblicato in Diario, il 25 ottobre 2010


Riascoltando le parole di Marchionne a "Che tempo che fa" ho pensato: ma invece di chiederci cosa sarebbe questa Fiat senza l'Italia, vogliamo domandarci come sarebbe l'Italia senza questa Fiat?

Ci stiamo dilaniando infatti da mesi sulla sfida che, proprio Marchionne, ha lanciato all'Italia: il dibattito, però, ha dato fin troppa importanza alla Fiat, ritenendola quasi un fattore indispensabile al nostro Paese, come un qualcosa che "detta la linea" e alla quale l'Italia deve trovare il modo di adeguarsi. Non è così, e sarebbe ben grave se così fosse.

Per carità: non sono uscito improvvisamente pazzo. Mi rendo benissimamente conto che attualmente la Fiat è una delle colonne del sistema produttivo-lavorativo italiano, costituendo una fetta non trascurabile del PIL e dell'occupazione italiana; e che se la FIAT, di punto in bianco, scomparisse dall'Italia sarebbe un colpo durissimo, da cui sarebbe difficile riprendersi. Quel che voglio dire, però, è che questo non è vero in senso assoluto: l'Italia, insomma, può anche fare a meno della FIAT.

Anzi: probabilmente, e fra non molto, dovrà farne a meno. Marchionne non mi sta simpatico (e soprattutto mi stanno ancora più sui cosiddetti tutte le sovrastrutture politico-sindacali che ne sfruttano le decisioni per impostare un nuovo modello di produzione), ma credo abbia ragione quando sostiene, in sostanza, che le produzioni FIAT ormai siano diventate sempre meno compatibili con il sistema produttivo italiano, troppo incompetitivo su questo fronte (e su altri fronti di produzione strettamente "operaia") rispetto ad altri sistemi produttivi quali quello polacco, rumeno, serbo.

Il problema è che le sovrastrutture politico-sindacali di cui sopra (Governo, Confindustria, Cisl e Uil, centrodestra e anche settori del centrosinistra e della stessa Cgil, nonchè buona parte della cosiddetta "società civile"), di fronte a questo oggettivo problema di competitività, rispondono con la diminuzione dei diritti e della qualità del lavoro in generale. Per carità (2): l'accordo di Pomigliano non è l'introduzione del regime lavorativo cinese. Ma, piccoli o grandi passi che siano, verso quale modello di produzione vogliamo portare l'Italia? Verso quello polacco, serbo, rumeno, cinese? O verso un nuovo modello di produzione, che preservi e anzi migliori la qualità del lavoro in Italia, e gradualmente sostituisca le produzioni "operaie" (cioè quelle basate soprattutto sulla forza-lavoro) con quelle specialistiche, di eccellenza, di valorizzazione dei "cervelli", cioè quelle produzioni basate soprattutto sulla "qualità", sulle quali la concorrenza dei polacchi o dei cinesi è pressochè nulla. Nonchè "nuove" produzioni, che rispondano alle esigenze dei "nuovi" mercati che si stanno aprendo in Italia, come quelli che riguardano le energie rinnovabili, ad esempio.

Ecco cosa vorrei, insomma: una politica, un sindacato che non pensi soltanto alle sfide dell'oggi, ma soprattutto alle sfide del futuro. Che non stia appresso a Marchionne, a chi vuole stare senza l'Italia, ma ai giovani che si stanno affacciando al mondo del lavoro e che in Italia vogliono starci, persino in quest'Italia sempre più senza futuro.

www.discutendo.ilcannocchiale.it

Una domanda, Sarkozy
post pubblicato in Diario, il 22 agosto 2010


                                             

Ammettiamo pure che i rimpatri dei rom in Francia siano davvero conformi alla libera circolazione delle persone, perchè "volontari" (per quanto possano davvero essere volontari e non "indotti"). Facciamo pure finta che i rom in questione non possano tornare in Francia (perchè possono benissimamente farlo, anzi hanno avuto anche i soldi per farlo). Facciamo finta anche che questa non sia un'operazione per rilanciarsi elettoralmente dopo aver straperso alle ultime elezioni Regionali. E tralasciamo pure la Lega Nord che come al solito non perde occasione per cavalcare elettoralmente le paure degli Italiani.

Ma una domanda la voglio fare, Monsieur Sarkozyper quale motivo questo tipo di operazione è rivolto solo ai rom? Ovvero, per quale motivo non dare un incentivo per il rimpatrio anche ad Italiani, Tedeschi, Spagnoli, Americani, eccetera? Forse perchè la popolazione rom è da considerare di per sè pericolosa? Perche se fosse così, caro Sarkozy, questo sarebbe razzismo. Anzi, ricorderebbe nemmeno tanto vagamente un'operazione di pulizia etnica.

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