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il blog di Francesco Zanfardino
Riporto Report: Il male comune
post pubblicato in Riporto Report, il 1 giugno 2009


                                            

E' Lunedì, dunque torna la rubrica Riporto Report. Questa settimana a Report, l'ottima trasmissione di inchieste giornalistiche della domenica sera di RaiTre, si è parlato della cementificazione senza regole e della sua conseguenza sull'economia sociale e non del Paese (qui il video della puntata, qui la sua trascrizione integrale).

IL MALE COMUNE (di Michele Buono e Piero Riccardi)

In Italia, secondo i dati catastali, quindi senza nemmeno contare tutti gli edifici esistenti ma che sono in abuso, ci sono 8 milioni di abitazioni non occupate (più precisamente 32 milioni di vani). D'altronde, in Italia ogni anno scompaiono centomila ettari di terreno agricolo, pari alla metà della superficie di una media Provincia, perchè si convertono in aree edilizie; e ciò avviene in un contesto normativo molto "lasso", dato che l'ultima legge urbanistica nazionale risale al 1942 e in tantissimi Comuni Italiani i piani regolatori risalgono a decenni fa. Eppure la casa di proprietà, o anche solo un tetto in affitto, è un sogno per milioni di Italiani. E, per tanti altri, è una realtà costosissima, con costi di affitto che incidono più del 30% sul reddito familiare (una soglia oltre la quale far quadrare il bilancio domestico è sempre più difficile). Come mai? E, soprattutto, come sono connesse fra di loro tutte queste cose?

L'analisi di Report comincia da Roma, perfetto esempio di come sono andate le cose in molte città italiane. Qui l'alto costo degli affitti ha fatto sì che ci creasse una forte domanda di nuove case, che si è incontrata con il basso costo dei terreni agricoli che circondavano Roma. Così, in pochi anni l'Urbe è stata circondata da ammassi edilizi. L'assenza di un Piano Regolatore moderno ed efficiente, e la pratica tutta italiana degli "accordi di programma" tra imprese e Comuni (ovvero l'impresa presenta un progetto edilizio su un terreno agricolo al Comune, che se lo approva ottiene in cambio denaro per le casse comunali ed opere infrastrutturali, e poco conta se i terreni nel Piano Regolatore fossero destinati ad altre utilità), ha fatto sì che intorno alla Capitale si creasse un guazzabuglio disordinato di palazzine e centri commerciali, che ha di fatto cancellato i confini netti fra campagna e città cui eravamo abituati. Non solo: poichè da cosa nasce cosa, gli spazi vuoti di questa rete si stanno, sempre disordinatamente, riempendo. E la cosa straordinaria che la popolazione di Roma nel complesso è diminuita, seppur di poco, nel frattempo. Risultato: circa 100mila romani si sono spostati in periferia, a causa dell'alto costo delle case.

Ma che città ne è uscita fuori? Innanzitutto, le nuove periferie sono abitate da una sola classe sociale: quella medio-bassa che, appunto, si è spostata per i motivi già ripetuti. L'assenza di piani regolatori, inoltre, ha fatto sì che le nuove periferie diventassero dei semplici "quartieri dormitorio", senza le strutture necessarie per la vita sociale e per le evenzienze della vita di tutti i giorni, costringendo in ogni caso lavoratori e non a recarsi a Roma centro per lavorare e vivere (e creando un forte disagio sociale, anticamera della diffusione della criminalità, come dimostrano le banlieus Parigine). Ma, sempre per la crescita disordinata e sregolata, tutte queste masse di pendolari hanno generato un forte traffico per le vie d'accesso alla Città, ideate per un volume di traffico ben diverso da quello attuale; e, così, moltissimi pendolari sono costretti ad una vita d'inferno, uscendo di casa alle 5 del mattino per ritirarsi alle 10 inoltrate. Senza considerare gli innumerevoli danni ambientali che crea questa situazione: è stato calcolato che per compensare tutte le emissioni di CO2 in più, dovute ad un kilometro percorso in più al giorno per mezzo dell'espansione lineare delle città, ci vorrebbe per il solo Veneto un bosco di 60mila ettari l'anno: bosco che ovviamente non esiste. Per non parlare dei costi aggiuntivi per lo Stato, dato che realizzare e gestire una rete di servizi (elettricità, acqua, poste, eccetera) per superfici ampie e poco densamente abitate è certamente più costoso. Eppure questo non avviene in altri Paesi, dove la tutela della vivibilità delle città è più forte dei grandi interessi economici.

Ma questo nella "migliore" delle ipotesi ... La grande espansione edilizia di questi anni, infatti, non è dovuta solo al meccanismo della domanda-offerta, ma anche a quello della speculazione edilizia. Ancora una volta l'assenza di un Piano Regolatore ha fatto sì che tante imprese, con gli accordi di programma, costruissero palazzine su terreni a basso costo ... poi, se le vendevano, benissimo, se non le vendevano, bene lo stesso, tanto comunque il valore immobiliare c'è e lo si può far fruttare tramite le banche. Insomma, quando va male, campano di rendita. E' uno dei tanti meccanismi speculativi, sganciati dalle reali esigenze della comunità, che sono alla base dell'attuale crisi finanziaria.

E la cosa paradossale è che centinaia di migliaia di famiglie non hanno ancora una casa, o perlomeno un tetto dignitoso in affitto. Queste famiglie infatti non possono nemmeno permettersi una casa delle nuove "campagne-città": a loro dovrebbe provvedere lo Stato. Che, però, anche per gli effetti del sistema edilizio che, come detto prima, in fin dei conti non si regge in piedi (per lo Stato, mentre per i palazzinari sì, eccome), non investe più, perchè non ha soldi, in edilizia popolare. Arrivando addirittura a strappare le case alla povera gente, come accaduto nel 2001 con le "cartolarizzazioni" volute dal Ministro Tremonti. Mentre nel resto d'Europa si creano ogni anno migliaia e migliaia di nuove abitazioni popolari, e in Stati come la Germania si garantisce a tutti i cittadini un contributo sociale per l'affitto.

IL MIO COMMENTO: Che dire ... questa puntata di Report è la dimostrazione di come, nell'edilizia così come in ogni campo della società, l'assenza di regole e di una visione globale, sociale e di prospettiva futura impedisca lo sviluppo del Paese. Occorrerebbe immediatamente un Piano Regolatore Nazionale, da far rispettare uniformemente nel Paese e soprattutto immodificabile o quasi da accordi di programma sempre più spesso scellerati. Ma soprattutto una nuova cultura della gestione della cosa pubblica che anteponga l'interesse delle nuove generazioni a quello dell'immediato interesse di pochi.

Altre rubriche: "L'emendamento" questa settimana ha esaminato tre provvedimenti del Governo, che hanno cancellato altrettanti provvedimenti virtuosi del Governo Prodi in materia di risparmio energetico (no video, ma qui testo); la "Goodnews" della settimana parla invece di velocizzazione e risparmio nella macchina giudiziaria, tramite la digitalizzazione degli archivi (no video, ma qui testo).

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Come risparmiare qualche watt con Google Nero
post pubblicato in Risparmio Ecologico, il 16 agosto 2008


                                                           

Quinto appuntamento con "Risparmio Ecologico", la nuova rubrica di "Discutendo" dedicata alle iniziative che consentono di conciliare ecologia ed economia, con benefici per l'ambiente e le nostre tasche. L'appuntamento di oggi è dedicato al risparmio energetico, attraverso l'utilizzo di pagine web a sfondo nero.

Tutto è partito da un certo Mark Ontkush, che si è messo a calcolare quanta energia elettrica si potesse risparmiare se solo Google fosse in nero anzichè in bianco. Ebbene, secondo Ontkush una visualizzazione in bianco costa 74 watt, contro i 59 watt in nero; moltiplicato per le 200 milioni di query che Google riceve al giorno, e considerando un tempo di visualizzazione di 10 secondi ciascuna, arriveremmo ad un risparmio di circa 3000 Megawatt/ora all'anno. Inoltre, leggere bianco su nero è molto meno stressante per gli occhi.

Ci sono però varie critiche. Infatti, secondo i detrattori, il calcolo di Ontkush è basato sugli schermi a tubo catodico, mentre per gli schermi LCD il bianco o il nero è indifferente. E, siccome gli schermi LCD sono ormai nella maggioranza dei PC, il calcolo di Ontkush andrebbe rivisto. Su questo punto, bisogna dire che effettivamente per gli schermi LCD c'è meno differenza, ma comunque c'è: Invece di 15 watt, c'è un risparmio di 3 watt. E, comunque, di schermi a tubo catodico c'è ne è ancora in giro, eccome.

Per chi volesse usare Google in nero, basta scegliere uno dei tanti siti che offrono questo servizio ... potete andare su www.neroo.it, www.nerogoogle.it, ma io vi consiglio www.goog7e.com, che vi consente anche di visualizzare watt risparmiati grazie a questo motore di ricerca, esprimendo i risultati sia in tubo catodico che in LCD. Mettiamolo tutti come pagina iniziale. Magari impostando anche screen-saver e sfondi neri. Certo, si tratta di un "risparmio spicciolo" ... ma ogni lungo viaggio inizia con un piccolo passo. E poi non costa niente farlo ...

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Mai più batterie con la torcia di Faraday
post pubblicato in Risparmio Ecologico, il 11 agosto 2008


                                                   

Quarto appuntamento con "Risparmio Ecologico", la nuova rubrica di "Discutendo" dedicata alle iniziative che consentono di conciliare ecologia ed economia, con benefici per l'ambiente e le nostre tasche. L'appuntamento di oggi è dedicato al risparmio energetico e alla diminuzione della produzione di batterie, attraverso l'utilizzo delle torce elettriche di Faraday.

Si tratta di torce elettriche (a mano) che sfruttano appunto il principio dell'induzione elettromagnetica del fisico inglese Faraday. Il segreto: basta semplicemente agitare! Infatti, agitando la torcia, un piccolo magnete scorre lungo un tubo inserito nel manico della torcia, passando così avanti e indietro all'interno di una spira metallica: in tal modo, grazie all'induzione elettromagnetica, si genera energia elettica. Agitando la torcia per 1 minuto si ottiene una durata di 30 minuti. Inoltre, la torcia sfrutta la tecnologia LED (le cui qualità abbiamo già elogiato nel post sui semafori a LED), quindi la luce emessa è di qualità migliore e visibile a grandi distanze (circa 1 Km). Ma il vantaggio principale rispetto alle torce tradizionali è che funziona senza batterie, quindi non si è mai a rischio di "batterie esaurite" e si risparmia sul costo delle pile. Inoltre, è sempre bene diminuire il consumo di batterie, tossiche per l'ambiente (e per noi).

Insomma, non comprate più torce elettriche a batteria (tra l'altro, a seconda dei vari tipi, possono costare anche di meno). Ma, in tal senso, sarebbe davvero utile uno stop alla produzione di torce a batteria, o perlomeno una forte disincentivazione del loro consumo (attraverso una tassazione ad hoc, o altro).

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Risparmio energetico, lo Stato dia il buon esempio con i semafori a LED
post pubblicato in Risparmio Ecologico, il 10 luglio 2008


                                                       


Secondo appuntamento con "Risparmio Ecologico", la nuova rubrica di "Discutendo" dedicata alle iniziative che consentono di conciliare ecologia ed economia, con benefici per l'ambiente e le nostre tasche. L'appuntamento di oggi è dedicato al risparmio di energia elettrica, con particolare riferimento all'utilizzo dei "semafori a LED".

Rispetto alle normali lampade semaforiche ad incandescenza, infatti, le lampade semaforiche a LED, di più recente invenzione, consentono numerosi vantaggi:
- risparmio dell'80% di energia elettrica a parità di luce emessa;
- durata media 10 volte superiore (100mila ore contro 10mila ore);
- costi di manutenzione praticamente azzerati (basta un intervento all'anno per la pulizia esterna);
- guasti ridotti a zero (essendo formata da più "LED", anche se si bruciano molti dei LED la qualità della luce non cambia granchè; inoltre, in caso di guasto la lampada si può riparare, a differenza di quelle ad incandescenza);
- qualità della luce emessa migliore (la luce dei LED è monocromatica, a differenza di quelle ad incandescenza, e quindi non subisce gli effetti deteriorativi del vetro colorato; il disco su cui sono posizionati i LED è nero e copre l'intera superficie riflettente della parabola semaforica, e quindi evita il cosidetto "effetto phantom");
- funzionamento anche a bassissima tensione (e quindi può sfruttare anche pannelli solari);
- impossibilità di fulminarsi (e quindi più sicurezza, perchè mantiene sempre "vivo" il segnale");
- zero costi di applicazione (l'attacco è quello E27 normalmente usato dalle lampade semaforiche ad incandescenza).

L'unico problema è che tali lampade semaforiche a LED costano molto. Comunque, come dimostrato da questo studio dell'ing.Michele Tarolli (andato tra l'altro in onda a Report su RaiTre molto tempo fa), il costo delle lampade si "ammortizza" in 3-4 anni grazie al risparmio ottenuto. E lo studio dell'ing.Tarolli risale al 2004, quindi è probabile che i tempi di ammortizzamento oggi siano ancora più brevi, visti i vertiginosi aumenti del costo dell'energia elettrica, nonchè gli ulteriori miglioramenti della tecnologia a LED e la diminuzione dei suoi costi.

Insomma, quello dei "semafori a LED" è un ottimo investimento. Non solo per il futuro, ma anche per il presente. Per questo lo Stato deve dare il buon esempio sul "risparmio energetico", ordinandone l'applicazione a tutti i semafori d'Italia. Se a Bressanone, città di 20mila abitanti, si sarebbero risparmiati 61000 KwH l'anno, provate ad immaginare cosa si risparmierebbe in tutta Italia, che conta quasi 60milioni di abitanti.

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