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il blog di Francesco Zanfardino
Riforme palliative
post pubblicato in Diario, il 12 marzo 2010


                                                   

A proposito di riforme. La recente approvazione definitiva ed unanime della legge sulle cure palliative dimostra che non c'è bisogno di alchimie di palazzo per realizzarle, nè di cambiare l'opposizione con una meno prevenuta (!), ma semplice buonsenso e volontà di fare il bene del Paese e dei suoi cittadini. Persino in materie così delicate come il fine vita. Altrimenti, o le riforme non si fanno proprio, o sono riforme dannose. O riforme "palliative", giusto per far vedere che si fanno.

Il problema è la volontà ...

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Chiarezza morale
post pubblicato in Diario, il 9 gennaio 2010


                                                

Non mi pare che gli elettori democratici siano tra i sostenitori dell'immunità parlamentare. Anzi, a dire il vero, la stragrande maggioranza degli Italiani è contraria, a prescindere dalle fedi politiche, a qualsiasi tutela legislativa che sottragga pochi "eletti" (che poi tra l'altro non sono nemmeno eletti) dalla Giustizia che, dice la Costituzione, dovrebbe invece essere uguale per tutti. Eppure, principalmente a causa dei problemi giudiziari del Premier, in questi anni l'Italia ha visto diversi tentativi di introduzione di leggi che salvassero singole personalità o l'intera classe parlamentare e governativa. E ora, dopo la bocciatura del lodo Alfano e l'ostilità di opposizioni e magistratura alle leggi da esso derivate, proprio l'immunità parlamentare sta tornando di gran voga. E, cosa sorprendente, anche per iniziativa delle opposizioni.

Non mi riferisco solo all'Udc, che d'altronde ha anche votato per il lodo Alfano e propone il "legittimo impedimento" per salvare Berlusconi. Come, in maniera interessata, sottolinea il Foglio di Giuliano Ferrara, infatti, è anche il PD ad offrire sponde su questa materia, e non solo attraverso la legge bipartisan Chiaromonte (Pd) - Compagna (Pdl), che potrebbe essere anche ritenuta una iniziativa personale della senatrice democratica (e, comunque, in ogni caso andrebbe chiarito questo aspetto). E' proprio la nuova segreteria Bersani a non escludere la possibilità di condividire questa normativa: anzi, "il tema va assolutamente affrontato", dice il responsabile Giustizia Andrea Orlando, anche se "all'interno di una complessiva revisione dell'assetto dei poteri dello Stato".

Bè, se Bersani in campagna elettorale per le Primarie si fosse dichiarato disponibile a discutere di immunità parlamentare, e di farlo con i berluscones, non credo avrebbe avuto così tanti voti di militanti democratici. Perchè l'uguaglianza di tutti di fronte alla legge, oltre ad essere un valore costituzionale, oltre ad essere condivisa dagli Italiani, dovrebbe essere un pilastro fondamentale dei valori del PD. E, per questo, colui che è stato chiamato alla leadership di un partito deve assolutamente essere chiaro su tutto, e soprattutto su cose così importanti. Altrimenti, l'indefinitezza dell'offerta politica del PD continuerà a mietere vittime tra i suoi elettori.

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Principi intoccabili
post pubblicato in Diario, il 8 gennaio 2010


                                              

Nello spronare la politica italiana a perseguire la strada del dialogo e delle riforme, tornata in voga con l'irruzione sulla scena del "partito dell'amore", il Presidente del Senato Renato Schifani, di malcelata parzialità berlusconiana, difende la necessità di riformare la Costituzione, anche se "non nella prima parte, quella dei valori, che non è mai stata messa in discussione".

Ebbene, qualcuno ricordi a Schifani, che pure dovrebbe saperlo (visto il suo ruolo), che, a proposito di "valori" e "prima parte della Costituzione", l'articolo 3 della nostra carta dei valori dice che "tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge". Non mi pare proprio che questo principio non sia mai stato messo in discussione ... e che le cosiddette "riforme" di cui si parla ne siano estranee ...

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Il resto del discorso
post pubblicato in Diario, il 1 gennaio 2010


                                                

Alla fine, di tutto il discorso di fine anno di Napolitano è stato risaltato, e pure in maniera distorta, solo l'aspetto, pur rilevante, della necessità delle riforme istituzionali e del dialogo tra le forze politiche nell'interesse comune. D'altronde, era scontato, visto l'improvviso clima di "amore" e "dialogo" scaturito dal post-Duomo.

Ma il Presidente della Repubblica, nei suoi 19 minuti di discorso, ha affrontato ben altre questioni. Innanzitutto, pur spronando alla fiducia e allo sforzo comune per rilanciare il Paese, Napolitano ha sottolineato la tragedia della crisi economica e delle sue devastanti conseguenze che ha avuto, che ha e che avrà per la società italiana, per tante famiglie e soprattutto per i giovani e il Mezzogiorno. Poi ha rimarcato aspetti quale la diffusione della povertà, l'elevata pressione fiscale, i conti pubblici da risanare, le tutele assenti per i lavoratori atipici, le difficoltà del mondo della ricerca, la xenofobia dilagante, e persino un tema molto scottante e ben poco demagogico come le pessime condizioni delle carceri italiane. Tutte tematiche che faticano ad essere cruciali nel dibattito politico italiano, pur essendo importanti come e se non di più delle "riforme", un po' per volontà del governo, un po' per incapacità delle opposizioni nel porle al centro dell'attenzione mediatica e civile nella maniera adeguata.

Ma, alla fine, questo lo sapranno solo i "ventiquattro lettori" di questo blog e chi si informa su Internet ... e chi ha prestato attenzione al discorso di Napolitano mentre si mangiavano gli antipasti del Cenone. Ah, per il nuovo anno, visto il nuovo "clima":  peace & love to everyone ...
 
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Eppur si muore
post pubblicato in Diario, il 30 dicembre 2009


                                         

"Non voglio augurare nien­te a nessuno anzi, spero che non capiti mai a nessuno quello che è ca­pitato a me. Però se un politi­co si rendesse conto della sof­ferenza che abbiamo noi qua a letto, che non possiamo ne­anche grattarci un orecchio, non lo so se tanti la pensereb­bero lo stesso nel modo in cui ne stanno discutendo in que­sti giorni. Vogliono togliere la possibilità e l’autonomia alla persona di decidere della pro­pria vita. Per questo a tutte le persone che mi conoscono e che mi vedono, chiedo di fare qualcosa. Di aiutare non tanto me, che non so quanto mi ri­marrà ancora da vivere, ma tutti quelli che verranno do­po di me". Questo è Renzo Betteti, 62, malato di SLA, giusto un mese fa. Oggi è morto, dopo aver rifiutato la tracheotomia che lo avrebbe tenuto in vita ancora per un po', in condizioni però sempre peggiori.

Lui ce l'ha fatta a vedersi realizzata la sua volontà, la sua lecita (giusta o no, dipende dalla coscienza di ognuno di noi) volontà. Ma tanti altri Italiani non possono fare altrettanto, perchè non hanno la fortuna di poter respingere questi trattamenti, perchè incoscienti. A questo servirebbe il testamento biologico, ma la politica, dopo le promesse successive all'ondata di commozione colletiva per la vicenda Eluana, in questi dieci mesi non è riuscita a fare un bel niente. Ecco, a proposito di "riforme condivise" ... cominciare da qui, anzichè dai problemi giudiziari di Berlusconi, non sarebbe male.

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Se non è inciucio, cos'è?
post pubblicato in Diario, il 21 dicembre 2009


                                                 

Sinceramente, non pensavo arrivasse a dirlo apertamente. Ma che D'Alema fosse per una linea di opposizione "bonaria", "inciucista", era risaputo a chiunque, o perlomeno a coloro che volessero avere gli occhi aperti. Perchè, in effetti, in molti continuano ancora a ritenere D'Alema un "fine intellettuale", il "migliore" dei dirigenti a sinistra, anzi, di sinistra. Lo si è visto anche alle ultime Primarie, dove il fatto che Bersani fosse, di fatto, il prestanome di D'Alema non ha spaventato molti voti d'opinione del PD che gli sono venuti, insieme ai tantissimi voti d'apparato (quelli sì, che vedono D'Alema di buon occhio), da persone che hanno ritenuto che comunque la mozione Bersani sarebbe stata "più di sinistra". E invece, quella mozione non solo era in mano a D'Alema, e ai "dalemiani", ma anche ad altre aree "inciuciste" del PD, come i "lettiani", nonchè sostenuta dai vari intellettuali "inciucisti" alla Sansonetti e alla Polito. Mancavano solo i popolari di tendenza Marini-Fioroni, ma quelli erano quasi "obbligati" a sostenere Franceschini: non potevano fare un simile sgarbo a quello che, per quanto se ne fosse sempre più distaccato, era pur sempre un esponente della loro corrente. E poi, in fondo, D'Alema è pur sempre "quello della Bicamerale", con la quale Berlusconi ci ha fatto "cornuti e mazziati" prendendosi quello che voleva (modifiche pseudo-garantiste per i suoi processi e il non contrasto all'abusivismo di Rete4).

La dimostrazione la abbiamo adesso, con un D'Alema che si sente in piena libertà di dire che "certi inciuci sono stati molto importanti per costruire la convivenza in Italia", che in contrapposizione c"c'è una cultura azionista radicale che non ha mai fatto bene al Paese", e che di fronte alle polemiche suscitate ad queste dichiarazioni, ha ribadito che "ciò che viene chiamato inciucio, a volte, è un compromesso che può essere utile al Paese". Ebbene, a cosa si riferisce D'Alema, se non alle offerte di "dialogo" da parte dei berluscones su leggi ad personam, riforma della giustizia e premierato forte? E che, in ogni caso, pongono come base di ogni "dialogo" il salvacondotto al premier? D'altronde lo ha poi detto chiaramente Nicola Latorre, fido secondo di D'Alema: "Riteniamo (plurare maiestatis?) che Berlusconi, avendo vinto le elezioni, deve governare questo Paese fino alla fine della legislatura. Non sono le vicende giudiziarie che possono delegittimare o meno la possibilità di Berlusconi di governare".

Insomma
, "diamoglielo 'sto legittimo impedimento al Premier: tanto, comunque la scampa sempre, almeno non facciamogli rovinare del tutto la Giustizia. E poi, diciamola tutta, 'sti giudici rompono un po' le scatole, credono di poter giudicare i politici come dei normali cittadini. Basta giustizialismo, basta Di Pietro, andiamo con l'Udc, facciamo i "riformisti" e strafottiamocene dei "populisti" e del "popolino" di sinistra che non capisce nulla e sa solo odiare Berlusconi: quello è un grande! E' riuscito a fare quello che non è riuscito a noi, ammettiamolo!". Questo è il retropensiero della cultura dalemiana, che purtroppo domina nell'attuale maggioranza PD (eccezion fatta per la Bindi, e pochi altri), e non solo (di nuovo, Marini e Fioroni). A Bersani il compito di smentire tutto ciò, e dimostrare che la vera essenza del PD è diversa sia dall'antiberlusconismo senza alternativa di Di Pietro che dall'inciucismo (anche qui senza alternativa) dell'Udc, bensì basata sul confronto in Parlamento, tra le proprie proposte e quelle degli altri (non solo quelle degli altri: insomma, come avvenuto per il federalismo in Senato), senza accettare mai ricatti, anche in nome del "male minore", e soprattutto senza mai venir meno alla propria dignità accettando leggi in apertissimo contrasto con i propri valori, anche in cambio di altre sulle quali si può essere d'accordo. Senza far finta che non si tratti di questo, perchè ogni volta che il centrosinistra ha accettato il "dialogo", si è sempre ritrovato davanti solo simili richieste, tra processi e televisioni. Nessun compromesso, insomma, perchè un partito con le palle non ne ha bisogno. E il PD è nato per esserlo.

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Una buona riforma (forse), in un'altra Italia
post pubblicato in Diario, il 30 aprile 2009


                                              

Con l'appoggio del centrodestra e dell'Italia dei Valori, l'astensione del Partito Democratico e la contrarietà dell'Unione di Centro, ieri il Federalismo fiscale è diventato legge. Oddio, in realtà mancano ancora i decreti attuativi: e non è poca cosa, dato che sarà con quelli che si comincerà a comprendere la reale portata della riforma, con le sue cifre ed il suo impatto sull'economia del Paese.

Dunque, ad oggi, il Federalismo fiscale è poco più di una fumosa dichiarazione d'intenti, contornata da qualche decisione poco rilevante. Alla fine, tutto si può ridurre ad un solo passaggio: la transizione dalla "spesa storica" alla "spesa standard". Ovvero, lo Stato non pagherà più a "fondo perduto" le Regioni, ma fornirà loro solo ciò di cui hanno realmente bisogno, in base al loro numero di abitanti e alla struttura della popolazione (quanti pensionati, quante famiglie, eccetera), in modo da standardizzare i costi (cioè un Italiano deve "valere" un "tot di spesa" uguale sia che sia piemontese sia che sia calabrese). In tal modo, ogni Regione dovrebbe essere responsabilizzata, in quanto se spreca la propria parte di soldi, non potrebbe più ricorrere ai soldi altrui (come avviene attualmente, dove le Regioni più efficienti, soprattutto al Nord, ricevono dallo Stato meno di quanto dovrebbero, perchè al Sud sprecano molto).

Qualcuno potrebbe dire: embè, che problema c'è? Infatti, nessun problema, in linea di principio: il Federalismo fiscale è una buona riforma. Ma in un'altra Italia. Non in un'Italia dove il Federalismo fiscale c'è già, e funziona male. Ovvero non in un'Italia dove cinque Regioni, quelle a statuto speciale, ricevono già molto di più di quanto contribuiscono con le proprie tasse (mentre la Lega, per le "sue" Lombardia e Veneto, già si acconterebbe di un 50-60% delle proprie tasse...), eppure nella migliore ipotesi (Val d'Aosta e Trentino soprattutto) non hanno che farsene di tutti questi soldi (e quindi li sprecano in cose inutili o non prioritarie rispetto a quanto avviene nel resto d'Italia), nella peggiore, nonostante i fiumi di soldi ricevuti, fanno versare i propri cittadini in condizioni umilianti (leggasi Sicilia, e soprattutto leggasi Catania), a causa di politiche clientelari, collusioni con la mafia e con l'imprenditoria corrotta. Oppure non in un'Italia dove la Sanità è già di competenza esclusiva delle Regioni, ed in teoria anche di competenza economica, ma nonostante questo lo Stato copre gli enormi debiti di Regioni come Lazio, Campania, Sicilia e Calabria. E certo non perchè queste Regioni abbiano strutture sanitarie extra-lusso, ma per i motivi citati prima per la Sicilia.

E allora, prima di compiere un passo così importante, non sarebbe stato meglio attuare prima le vere riforme necessarie, cioè quelle per il contrasto del clientelismo, della corruzione e della collusione (a cominciare dalla qualità delle classe dirigenti), per un'informazione obiettiva e soprattutto coraggiosa (o meglio, che faccia il suo dovere, cosa coraggiosa in Italia) che con le sue inchieste aiuti il formarsi di una società civile che punisca chi fallisce clamorosamente nel gestire le spese delle Regioni (mentre attualmente, ad esempio, i Siciliani votano sempre gli stessi dirigenti, nonostante stiano nella merda, per usare un eufemismo). Altrimenti con il Federalismo fiscale la moltiplicazione dei centri di spesa diverrà la moltiplicazione dei centri di spreco, e lo Stato sarà sempre costretto a dover coprire i debiti, come oggi avviene nella federalista Sanità. E chi truffa i cittadini con i loro soldi? Verranno mandati in galera, o perlomeno le loro Regioni automaticamente commissariate? Di questo non se ne parla, no. Meglio non parlarne.

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Napolitano rompe gli indugi, incarico "esplorativo" a Marini
post pubblicato in Diario, il 30 gennaio 2008


                      

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che aveva terminato ieri le consultazioni, ha terminato la sua "pausa di riflessione", assegnando un incarico "esplorativo" a Franco Marini, Presidente del Senato. Incarico esplorativo, dunque, e non un pieno incarico come si era prospettato in queste ore: la differenza è che Marini non dovrà formare un nuovo governo, ma presentarsi alle Camere per verificare la disponibilità a sostenerlo. In caso contrario, dunque, sarebbe il governo dimissionario di Romano Prodi a gestire le elezioni. Più che di "esplorativo", comunque, bisognerebbe parlare di incarico "finalizzato", ovvero con uno scopo ben preciso: verificare la possibilità di creare una maggioranza su una nuova legge elettorale e sulle riforme annesse.
Ma vediamo come Napolitano ha "giustificato", come aveva annunciato ieri, la sua decisione:

«La crisi della maggioranza di governo è intervenuta dopo che in Parlamento si erano aperte spiragli di dialogo tra le forze politiche per una modifica della legge elettorale vigente e di alcune, importanti norme della costituzione. La preoccupazione che senza tali modifiche non si possa realizzare la necessaria stabilità politica ed efficenza istituzionale si è espressa negli ultimi tempi, e ancora in questi giorni, nel modo più imparziale, in seno all'opinione pubblica e a significative rappresentanze del mondo economico e della società civile. Una modifica della legge elettorale è stata, d'altronde sollecitata attraverso una richiesta di referendum dichiarata ammissibile dalla Corte costituzionale. Ho perciò prospettato, a tutti i partiti e i gruppi politici da me consultati, l'esigenza di una soluzione della crisi di governo che in tempi brevi dia almeno avvio agli indispensabili processi di riforma e a credibili impegni di più costruttivo e fruttuoso dialogo tra gli opposti schieramenti: dialogo da me constantemente auspicato e obbiettivamente necessario qualunque sia il risultato di nuove elezioni. Peraltro questa soluzione è stata considerata impraticabile da quelle forze politiche che hanno indicato nello scioglimento delle Camere e nella convocazione delle elezioni sulla base della legge vigente il solo sbocco dell'attuale crisi politica. Nel ribadire attenzione e rispetto per tutte le posizioni illustratemi, ricordo tuttavia che sciogliere anticipatamente le Camere ha sempre rappresentato la decisione più impegnativa e grave affidata dalla Costituzione al presidente della Repubblica. E questa volta la decisione dovrebbe essere assunta a meno di due anni dalle ultime elezioni. Considero perciò mio dovere riservarmi un'adeguata ponderazione e valutazione conclusiva; il che non può essere da nessuna parte inteso come scelta rituale o dilatoria. Ecco perchè ho chiesto al presidente del Senato, facendo appello al suo senso di responsabilità istituzionale, di verificare le possibilità di consenso su un preciso progetto di riforma della legge elettorale e di sostegno ad un governo funzionale all'approvazione di quel progetto e all'assunzione delle decisioni più urgenti in alcuni campi».

Dopo Napolitano è intervenuto lo stesso Marini, dichiarando:

«Ringrazio il presidente della Repubblica per la fiducia che, con questa decisione, ha voluto accordarmi. So bene che si tratta di un impegno non semplice, anzi gravoso, perché so che nelle attese dei nostri cittadini c'è un'attenzione forte alla modifica della legge elettorale. Il mio impegno cercherà di stare in tempi i più brevi possibili perché capisco, come ci ha ricordato il Presidente della Repubblica, che i tempi sono stretti. Ma essendo impegno gravoso è necessario farlo seriamente. Metterò in questo compito tutta la mia determinazione».

Insomma, entrambi hanno rimarcato la necessità di una nuova legge elettorale e soprattutto la richiesta a realizzarla proveniente dalla società civile (il riferimento è a Confindustria, sindacati, Confcommercio, nonchè la maggior parte dei cittadini).
Necessità, per entrambi gli schieramenti, che ho dimostrato nel post precedente.
Tuttavia, sono convinto che Marini non ce la farà. Perchè se Lega, An, FI, UDC, La Destra, DC, Udeur, Diniani, eccetera, dovessero confermare le loro dichiarazioni, sarebbe difficile che Marini ce la faccia. E se anche ce la dovesse fare, Marini la spunterebbe per uno-due voti (ovvero di nuovo la stessa maggioranza uscita dalle elezioni, e quindi solo Prodi sarebbe legittimato a guidarla).
Beh, perlomeno il Cavaliere è sincero
post pubblicato in Diario, il 23 novembre 2007


 
                   

Come sono lontani i tempi delle "tre punte". Del centrodestra unito e del centrosinistra allo sfascio. Invece, anche oggi non mancano le schermaglie all'interno del centrodestra. La novità, per modo di dire, del giorno è una nota congiunta Fini-Casini, in cui i due leaders di AN e UDC accusano il Cavaliere di propaganda, populismo e mancanza di un progetto politico reale, capace di risolvere i problemi del paese. Ecco l'intera nota: «La gravità della situazione italiana - scrivono i due leader del centrodestra - impone di elaborare progetti che nulla hanno a che fare con l'improvvisazione propagandistica nè con estemporanee sortite populistiche. Il rispetto per il popolo del centro e della destra - spiegano- rappresentati in Parlamento dall'Udc e da An, ci obbliga al dovere della verità e della serietà: abbiamo idee diverse sulla riforma della legge elettorale ma comune consapevolezza che solo partendo dai problemi degli italiani (sicurezza, giustizia sociale, modernizzazione del paese, fisco, energia) sarà possibile creare un'alternativa credibile al fallimentare governo della sinistra».

La risposta di Berlusconi? «Se continuano così a noi va benissimo: noi ci teniamo gli elettori loro si tengono il progetto...».

Certo la sincerità di Berlusconi è da apprezzare. Ha finalmente ammesso che il suo partito (Forza Italia o Popolo delle libertà, è la stessa cosa) ha due assi portanti: la propaganda e il populismo. Al Cavaliere, invece, non interessa avere un progetto politico serio: l'importante è prendersi gli elettori con la demagogia. Complimenti, Cavaliere: lei sì che sa come si va avanti in politica.
Piace vincere facile? Berlusconi e il PPL
post pubblicato in Diario, il 18 novembre 2007


                       (Infophoto)
      
Oggi il Cavaliere ha escogitato l'ennesimo colpo di scena, di quelli grazie ai quali è il dominatore indiscusso della scena politica italiana da quindici anni. Ha fatto un vero e proprio Silvio-show a Milano, a conclusione della tre giorni di raccolta firme contro il governo Prodi. <<Abbiamo raccolto 7 milioni di firme contro Prodi: e la metà di queste non vengono da elettori del centrodestra. Oggi nasce un nuovo partito: il Partito del Popolo delle Libertà, in cui si scioglierà Forza Italia. Basta con i parrucconi della politica>>. Analizziamo un pò questo discorso.

"7 milioni di firme, di cui metà non da elettori del centrodestra". Bum. Come sia riuscito a capire se chi firmava era di CD o CS, non si sa. Forse Berlusconi voleva dire che "metà delle firme non vengono da elettori", poi gli è scappato "del centrodestra".

"Basta con i parrucconi della politica". Ha proprio ragione. Che si facciano avanti i giovani. Piccolo dettaglio: Silvio Berlusconi ha "soli" 72 anni.

"Nasce un nuovo partito: il Partito del Popolo delle Libertà". Che bello, finalmente il centrodestra segue la scia del rinnovamento del Partito Democratico. Anche qui un piccolo dettaglio: il PD è nato con un preciso programma politico, coinvolgendo i suoi elettori nel determinare le cariche politiche (potendo anche scegliere fra diversi candidati, e nuovi), dalla più bassa alla più alta, aprendosi ai sedicenni, garantendo la parità fra sessi, unendo forze politiche diverse e quindi riducendo la frammentazione. Il PPL, il "nuovo" partito di Berlusconi, ha coinvolto i suoi elettori su un'unico programma: mandare a casa Prodi (piace vincere facile? direbbe qualcuno). Nessuna proposta, tant'è vero che Berlusconi non ha nessuna intenzione di partecipare al dialogo sulle riforme (forse perchè non ha nessuna proposta da fare). Nessun coinvolgimento nello scegliere le cariche di partito: d'altronde, Forza Italia è probabilmente l'unico partito italiano in cui le cariche sono decise dall'alto, in cui gli iscritti non contano niente. Infine, il PPL non riduce la frammentazione: sia Udc che Lega e AN hanno rifiutato l'ingresso nella nuova formazione. Che, a questo punto, rischia di diventare la copia di Forza Italia, con lo stesso presidente, con la stessa forma organizzativa, con lo stesso verticismo. Alla faccia della novità.

E, intanto, i suoi alleati (?) Fini, Casini e perfino il fido Bossi lo criticano fortemente per il suo rifiuto a partecipare al dialogo sulle riforme. Si sono finalmente resi conto che con la strategia della spallata non si va da nessuna parte. E invece Berlusconi, dopo la figuraccia fatta in Finanziaria ("10 senatori passeranno con noi", non se ne è visto nemmeno uno), continua imperterrito nella sua non-politica. Forse Berlusconi con la demagogia riuscirà a fare meglio dei suoi alleati: ma il bene del Paese? Quello non fa voti.
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