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il blog di Francesco Zanfardino
Viva il nostro centrosinistra
post pubblicato in Diario, il 18 maggio 2011


Ci eravamo abituati ai "day-after" delle elezioni in cui tutti si dichiaravano vincitori, senza che nessuno, tranne qualche lodevole eccezione, traesse mai le conseguenze delle proprie sconfitte. Stavolta invece è palese chi siano vincitori e perdenti.

1 - Il perdente è ovviamente Berlusconi. Gli enormi distacchi di Torino (-30%) e Bologna (-20%), il sorprendente distacco nella "berlusconianissima" Milano (-7%), i ballottaggi nelle roccaforti del centrodestra come Trieste (-13%) e Cagliari (-1%), persino la sconfitta nella Napoli che doveva essere il simbolo del "Governo del fare" contro la "malamministrazione della sinistra" (Lettieri al 38% contro il 46% di De Magistris + Morcone). Persino il ballottagio ad Arcore (-7%). E quelle preferenze personali, a Silvio Berlusconi, dimezzate a Milano.

Un quadro inequivocabile, la cui gravità verrà molto probabilmente rafforzata tra due settimane con le sconfitte ai ballottaggi, a cominciare da Milano e persino a Napoli. E la mazzata finale potrebbe venire dal quasi sicuro trionfo dei referendum. Tre mazzate di fila che fatico a credere non portino alla fine del berlusconismo, specialmente ora che anche la Lega Nord perde rovinosamente consenso.

2 - Ma quel che coglie di sprovvista tanti "filosofi" e "politologhi" è che è altrettanto chiaro che c'è un vincitore, e questo non è una persona (Vendola? Bersani?), nè un partito (Pd?), bensì un'idea: il centrosinistra. Lo dimostrano tutte le vittorie prima elencate, raggiunte senza alleanze innaturali con il "terzo polo" oppure con  la Lega, ma con un'unica alleanza: quella con il suo popolo, quello straordinario popolo che ha cominciato a riprendere coscienza della propria forza e della propria capacità di rivoluzionare questo Paese.

E che a Napoli, premiando De Magistris, ha punito la disunità del centrosinistra. Oltre che la malamministrazione, la delusione delle grandi speranze suscitate da un altro trionfo popolare (quello di Bassolino del '93), la perdita della chiara "diversità" dagli "altri", le guerre intestine fatte non sulle idee ma sullo scontro di gruppi di potere, la perdita di ogni passionalità e solidarietà interna in tutti i suoi livelli, a volte persino in quelli giovanili, a favore delle logiche del personalismo, dell'opportunismo, del consociativismo.

3 - Ora, per i militanti del PD come me, del PD napoletano come me, è il tempo della rifondazione. A Napoli, certamente, ma anche nel resto d'Italia. Così come è impensabile che, a Napoli, una classe dirigente che ha fallito TUTTA su TUTTI i fronti (tranne le solite lodevoli eccezioni), resti al proprio posto, è altrettanto difficile da immaginare che la classe dirigente nazionale possa interpretare le richieste che la "base" ha lanciato con queste elezioni e che, immmagino, pretenderà nel post-elezioni.

E' difficile credere che chi per mesi e mesi ci ha tartassato col teorema della "indispensabilità" dell'alleanze coi centristi (arrivando persino a spingersi fino alla Lega e a Tremonti, come vagheggiò Bersani), del "non importa riuscire a goverare il Paese, con un'alleanza omogenea, basta che non governino loro", ora ci venga a dire che "abbiamo scherzato, dobbiamo governare insieme a Di Pietro e Vendola", prima giudicati come "troppo estremista, dobbiamo essere riformisti" e "troppo di sinistra, dobbiamo essere moderati".

E' difficile credere che, chi finora ha ritenuto le Primarie un'inutile rottura di scatole, ora ci venga a dire che dobbiamo essere il partito del "popolo delle primarie", quello che ci ha fatto trionfare a Torino, Milano, Bologna, Cagliari, Trieste; e anche a Napoli, dove De Magistris ha vinto le vere primarie del centrosinistra con Morcone, a discapito delle "primarie farsa" consumatesi in tutti questi anni a Napoli e provincia (e in genere al Sud), sui cui voti GONFIATI, tra l'altro, si basa solidamente tutta la classe dirigente nazionale.

E' difficile credere che, chi finora ha inseguito "riformisticamente" la destra su quasi tutti gli argomenti (compreso il lavoro), ora ci venga a dire che porterà avanti una radicale alternativa al modello berlusconiano di società, come richiesto dalla base in queste elezioni.

Insomma, è difficile credere in questa classe dirigente. Che una sua effettiva svolta, come a chiacchiere certamente proclameranno in questi giorni, sia davvero credibile. E questo potrebbe vanificare o frenare gli effetti dell'ondata di rinnovamento che ieri tutti abbiamo finalmente avvertito, spalancando di nuovo le porte, alle prime difficoltà, alla logica dell'opportunismo politico.

Ecco perchè faccio un appello a tutta la "base" del centrosinistra: non adagiamoci sul trionfo di ieri. La svolta definitiva del centrosinistra potrà derivare solo dalla reale svolta del Partito Democratico, che resta ovunque, e di gran lunga, il principale partito del centrosinistra: quindi invadete questo partito e riprendetevelo. E potremo, quindi, riprenderci davvero anche il nostro Paese.

Alla fine ha prevalso la ragionevolezza
post pubblicato in Diario, il 27 novembre 2007


                            

La lunga "tarantella" sul Welfare si è conclusa. Il Governo ha varato la cosidetta "terza via", cioè un nuovo testo che ricalca quasi fedelmente il protocollo di Luglio, tranne qualche modifica concordata in Commissione Lavoro. Anzi, praticamente le uniche differenze rispetto al protocollo concordato con le parti sociali (e approvato da 4 milioni di lavoratori) sono il ripristino del lavoro a chiamata per i lavori stagionali (abolito per gli altri) e l'abolizione dello staff leasing, il "contentino" per la sinistra radicale. 

Ma certo la sinistra radicale non è soddisfatta. Tant'è vero che Rifondazione, il partito più "arrabiato" (un eufemismo), ha dato l'assenso alla fiducia solo "per senso di responsabilità", ma " a Gennaio serve una verifica". E questo perchè? Perchè secondo la sinistra comunista bisognava stravolgere un testo sul quale, una volta tanto nella politica italiana, sia i sindacati, che Confidustria che i lavoratori (l'81% che ha approvato il testo nel Referendum sul protocollo). In nome di che? Del bene dei lavoratori (che invece hanno approvato il protocollo).

Vabbè, l'importante che alla fine ha vinto la ragionevolezza. Anche se sarebbero da evitare certi trionfalismi, come quelli di Dini ("Grossa sconfitta per la sinistra radicale"). Vabbè, la ragionevolezza non alberga da quelle parti.
Le tarantelle sul Welfare
post pubblicato in Diario, il 26 novembre 2007


 
                                
In questi giorni la Camera sta discutendo sul cosidetto "Protocollo Welfare", cioè un pacchetto di provvedimenti su pensioni, precariato e lavoro. Ma il lavoro principale non si svolge alla Camera. E' fuori dal Parlamento, infatti, che si cerca una mediazione fra le varie parti in causa, sempre le stesse: Rifondazione & Company da una parte, Diniani e "centristi" dall'altra. Questi ultimi, supportati dalle parti sociali, vogliono l'approvazione, senza modifiche, del cosiddetto "Protocollo di Luglio", cioè quello concordato appunto a Luglio tra governo e parti sociali (sindacati e Confindustria) e successivamente votato da 5 milioni di lavoratori (con l'81% di consensi). La sinistra "radicale", invece, invoca cambiamenti in nome dei lavoratori ("non si possono far vincere i poteri forti contro la grande maggioranza dei lavoratori", ha dichiarato Rizzo dei Comunisti Italiani).

Ora, una domanda sorge spontanea. Qual'è il popolo dei lavoratori da difendere, quello della maggioranza dei lavoratori (l'81%) o la minoranza? Inutile dire che è il primo. Perchè non si possono chiedere modifiche sostanziali ad una proposta che una volta tanto è condivisa sia da Governo, sindacati, Confidustria e accettata dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. Non ha senso. Nemmeno per la sinistra "estrema". Semmai, qualche piccola modifica per venire incontro anche alle esigenze di chi ha votato in massa no (come i metalmeccanici), ma che non deve intaccare i principi del Protocollo.

E, se fiducia sarà (e in questo contesto è scontato che ci sarà la fiducia), che sia posta sul protocollo di Luglio (salvo quelle piccole modifiche). E se la fiducia non verrà accettata, pazienza. Inutile continuare a governare con gente ottusa che pensa diversamente persino della sua "base elettorale".
Welfare, la sinistra contro il "suo popolo"
post pubblicato in Diario, il 22 novembre 2007


                                 

Dopo l'approvazione con fiducia del decreto fiscale (per le informazioni dettagliate sulle cifre di DL e Finanziaria 2008 si veda nei post precedenti), alla Camera prosegue l'esame del protocollo sul Welfare. Proprio oggi la Commissione Lavoro ha approvato il protocollo, con forti proteste della sinistra "radicale", in particolare Rifondazione. Motivo del contendere gli emendamenti proposti dalla sinistra, respinti, e due emendamenti della CDL, sui quali l'Unione (ovviamente tranne la sinistra estrema) ha dato il suo appoggio. In particolare, se il protocollo prevedeva l'abolizione totale del lavoro a chiamata, questi due emendamenti lo ripristino per il settore turistico e dello spettacolo. 

"E' una lesione dell'equilibrio del protocollo", attaccano Rifondazione, PdCI, Verdi e Sinistra Democratica. Hanno ragione, ma il pulpito non è per niente qualificato, visto che loro hanno presentato emendamenti che laceravano questo equilibrio. La questione è un altra: a Luglio, quando fu approvato il protocollo, c'era l'accordo dei sindacati. Non solo: è stato indetto un referendum fra i lavoratori, e su 5 milioni di votanti l'81% ha votato sì al protocollo. E, siccome il popolo votante era quello dei lavoratori, la base dei partiti della sinistra "radicale", quale scusa hanno trovato? I metalmeccanici hanno votato in maggioranza per il no.

Ok, bisogna ascoltare tutti. E' giusto modificare il protocollo Welfare per venire incontro a queste esigenze, però dov'è possibile: non è ammissibile modificarlo nella sostanza per questi interessi così minoritari. Certa sinistra deve smetterla con una certa idea della politica, basata sul dialogo ad oltanza, in cui gli interessi della minimissima parte devono avere più peso della stragrande maggioranza.
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