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il blog di Francesco Zanfardino
Proposte per l'Italia (4): Taglio accise "impossibili" sulla benzina
post pubblicato in Diario, il 22 febbraio 2008


                       

Quarto appuntamento con "Proposte per l'Italia". Oggi parliamo di caro-benzina e taglio delle accise. Tutti sappiamo come, putroppo, negli ultimi tempi sia aumentato fortemente il prezzo della benzina: addirittura sopra l'1,4 € al litro (benzina verde). Questo, putroppo, dipende dal rincaro del prezzo del petrolio (giunto addirittura sopra i 100 dollari al barile). Rincaro che sta avendo conseguenze sull'intera economia mondiale.

Ciò non vuol dire, però che i governi non possano fare qualcosa. Lo scorso Governo, nella persona del ministro Bersani, aveva cercato di intervenire, con la "liberalizzazione" del sistema dei distributori, che poteva servire a qualcosa. Liberalizzazione che non è avvenuta, per la sopraggiunta crisi di governo (e conseguente blocco della "terza lenzuolata" che doveva essere approvata dal Parlamento). Comunque, i governi potrebbero intervenire anche più direttamente: ovvero, tagliando le accise sulla benzina, cioè le tasse che lo Stato fa gravare sul costo della benzina. A dire la verità, già nell'ultima Finanziaria è prevista, in caso di uno sconsiderato aumento del costo della benzina (non so quantificarvi quanto) la "sterilizzazione" dell'IVA su una parte delle accise, che comporterebbe un abbassamento di 1-2 cent sul costo al litro. Tant'è vero che si sta parlando proprio di questo, ma non si sa se un governo dimissionario possa affrontare la questione o se ci vorrà l'accordo dell'opposizione.

Ma, a mio giudizio, c'è una questione abbastanza grave sulle accise. E cioè che molte di queste, istituite per finanziare determinate "emergenze", come il terremoto dell'Irpinia o la guerra di Abissinia (!), permangano ancora e gravino ancora sul costo della benzina. Ecco l'elenco delle accise "impossibili":

2 lire per la guerra in Abissinia del 1935; (!!!!!!)
14 lire per la crisi di Suez del 1956;
10 lire per il disastro del Vajont del 1963;
10 lire per l'alluvione di Firenze del 1966;
10 lire per il terremoto del Belice del 1968;
99 lire per il terremoto del Friuli del 1976;
75 lire per il terremoto dell'Irpinia del 1980;
205 lire per la missione in Libano del 1983;
22 lire per la missione in Bosnia del 1996.

Insomma ... davvero impossibili. Che perlomeno si tolgano e si rimettano sotto un'altra forma, ma è ridicolo pagare ancora la guerra in Etiopia di 70 anni fa o i vari terromoti di 30-40 anni fa.

P.S. Mi auguro di essere smentito. Questa cosa mi sembra talmente incredibile che magari è falsa. Ma, putroppo, mi sembra che sia proprio vera.
Proposte per l'Italia (3): Sostituzione dei test d'ingresso alle Università
post pubblicato in Diario, il 20 febbraio 2008


                          

Terzo appuntamento con "Proposte per l'Italia". Oggi si parla di test d'ingresso all'Università, e del loro superamento per favorire la meritocrazia. Adesso, infatti, per alcune facoltà universitarie, cioè Architettura, Medicina e Chirurgia, Odontoiatria, Medicina Veterinaria (ma ormai la pratica dei test d'ingresso si sta allargando a macchia d'olio), l'accesso è limitato, per ovvi motivi di sovraffollamento: immaginate quanti si iscriverebbero a Medicina se non ci fossero vincoli.

Tuttavia, ciò non vuol dire che si possano trovare metodi più meritocratici per selezionare gli "universitandi". Qualcosa è già stato fatto: il Ministro Mussi ha disposto una riforma dei test, con l'introduzione della cosiddetta "dote liceale". In pratica, se prima per le graduatorie valevano solo i punti ottenuti nei test (max 80 pt), ora rientrano nei parametri anche un massimo di 25 punti derivanti dal "curriculum liceale" (medie, voto finale di maturità, ecc.... ne ho parlato già qui).

Ma si può fare ancora di più: sostituire, ad esempio, il "numero chiuso" con una "soglia d'ingresso", cioè una quota di punteggio oltre la quale si ritiene idoneo il candidato. Per esempio: se per essere ritenuto degno di frequentare Medicina devi fare almeno, per esempio, 50 pt (sui 105 disponibili), allora tutti quelli che superano questo punteggio sono ammessi. In questo modo, tutti quelli che meritano entrano. Mentre, adesso, entrano solo una parte di quelli che meritano, e magari anche "misti" ad altri "segnalati", diciamo così.
Proposte per l'Italia (1): Riduzione enti locali
post pubblicato in Diario, il 14 febbraio 2008


                        

La campagna elettorale si è aperta da qualche giorno. Alleanze e programmi sono ancora in definizione. Pertanto, mi permetto di suggerire agli aspiranti governanti dell'Italia delle proposte programmatiche (nell'illusione che qualcuno di questi visiti questo blog.....). Questo è solo il primo post di una serie di "proposte per l'Italia".

Oggi ci occupiamo di enti locali. In questa campagna elettorale, come in tutte le campagne elettorali della storia italiana e non solo, si parla di riduzione delle tasse. Sappiamo che poi in realtà nessuno le abbassa. Persino durante il governo Berlusconi, per il quale quella della riduzione delle tasse doveva essere il punto principale, la pressione fiscale è aumentata dell'1,1% (periodo 2001-06), nonostante le entrate straordinarie dei condoni. Ma questo non perchè i governi non vogliano farlo, ma perchè non lo sanno fare o hanno altri obiettivi (tipo il risanamento dei conti): infatti, anche quando le condizioni sono favorevoli, come quando i conti "sono a posto", si preferisce redistribuire i "surplus" (i famosi "tesoretti"; per carità, già è qualcosa) anzichè intervenire con riforme strutturali, che darebbero sostenibilità ad un sistema fiscale meno pesante.

Riforme strutturali come appunto la riduzione degli enti locali. A dire la verità, qualcosa già è stato fatto: nell'ultima Finanziaria è previsto il taglio del 60% dei costi delle circoscrizioni comunali (con passaggio da 616 a 251 circoscrizioni), del 40% dei costi delle comunità montane (che passano da 355 a 250), cancellazione della Legge Mancia istituita nel 2005, nonchè la riduzione dei membri delle giunte comunali e provinciali, degli amministratori di bonifica, delle retribuzione per gli incarichi pubblici, dei costi delle società pubbliche, dei costi della P.A, per un totale di 890 milioni di euro di tagli dei costi. Un buon risultato, ma ovviamente si può fare di più, completando il percorso e agendo su Comuni e Province.

Qualcosa in tal senso è già arrivato. Fra gli 11 punti del suo programma, l'Italia dei Valori di Di Pietro propone l'abolizione totale delle Province e l'accorpamento di tutti i Comuni sotto i 5mila abitanti. Ora che si è alleato con il PD di Veltroni, vedremo se queste proposte permarranno. Comunque, se sull'accorpamento dei comuni sotto i 5mila sono completamente d'accordo (il 72% dei comuni italiani è sotto i 5.000 abitanti), sulle province ho delle riserve. Cioè, non mi strapperei i capelli se questo accadesse, anzi, ma comunque credo che l'abolizione di tutte le province sia una misura un po' troppo radicale, visto che comunque le province sono un modo utile di coordinare l'attività dei comuni, e le Regioni difficilmente potrebbero assolvere a questo compito con tutti i suoi comuni.

Proporrei invece una "moratoria" della costituzione di nuove province, nonchè l'accorpamento almeno di quelle al di sotto dei 200mila abitanti. Esse sono infatti 19 (su un totale di 109, il 17%). Alcune delle quali sono addirittura al di sotto dei 100mila. Suggerei queste modalità di accorpamento:

- ritorno delle province di Vibo Valentia (170.746 abitanti) e Crotone (173.122) in quella di Catanzaro;
- ritorno della provincia di Fermo (171.745), istituita nel 2004, nella provincia di Ascoli Piceno (197.626);
- accorpamento della provincia di Lodi (197.672) a quella di Cremona;
- scioglimento delle province di Isernia (89.852) e Campobasso a favore della Regione Molise (che dunque assolverebbe, come in Val d'Aosta, i compiti delle province);
- accorpamento della provincia di Gorizia (136.491) a quella di Trieste;
- accorpamento della provincia di Vercelli (176.829) a quella di Biella (187.249) (magari con doppio capoluogo);
- ritorno della provincia di Verbania (159.040) in quella di Novara;
- accorpamento della provincia di Enna (177.200) a quela di Caltanissetta (magari con doppio capoluogo);
- accorpamento della provincia di Rieti (147.410) a quella di Roma;
- ripristino della situazione in Sardegna precedente al 2005, ovvero con il ritorno della provincia di Olbia-Tempio (138.334) in quella di Sassari, della provincia dell'Ogliastra (58.389) in quella di Nuoro (164.620) e della provincia di Carbonia-Iglesias (131.890) in quella di Cagliari. L'unico cambiamento sarebbe l'accorpamento della provincia del Medio Campidano (105.400) a quella di Oristano (167.971), e non il suo ritorno a Cagliari.

Infine, rientra nel caso anche la provincia di Sondrio (176.856), per la quale però c'è una storia lunga, nonchè una difficoltà a sistemarla in altre province. Comunque, la sistemazione più adatta è nella provincia di Bergamo.
In totale, 29 province diventerebbero 13 province (e una regione-provincia, il Molise).
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