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il blog di Francesco Zanfardino
Italia atomica
post pubblicato in Diario, il 4 marzo 2010


                                             

"Sono vietate la fabbricazione, l'importazione, l'esportazione ed il transito di armi biologiche, chimiche e nucleari". Questo recita il comma 7 dell'art. 1 della legge 185/1990, che ci ricorda come in Italia le armi nucleari, semplicemente, non possono "esistere", come d'altronde sancito anche da diversi trattati internazionali, come quello di "non proliferazione". Eppure, come denuncia l'Unità, sul suolo Italiano ospitiamo ben 90 ordigni nucleari degli U.S.A.

Ebbene, nonostante gli altri paesi europei che si trovano nella stessa condizione hanno inziato lo smantellamento di queste atomiche americane, e nonostante con la nuova gestione Obama anche gli stessi U.S.A. hanno fatto del disarmo nucleare un cardine della loro politica estera, il Governo Berlusconi rifiuta di smantellare le atomiche,  accogliendo l'invito delle opposizioni in tal senso, ripristinando la legalità e, consentintemi, anche la dignità del nostro Paese. Senza considerare i rischi, terrorristici e non solo, che derivano dalla detenzione di tali armi nel nostro Paese.

Niente da fare, questo Governo è proprio amante dell'"atomo". O è semplicemente senza palle.

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Capacità estere
post pubblicato in Diario, il 8 novembre 2009


                                               

Chi segue questo blog sa che Massimo D'Alema non mi sta proprio in simpatia, pur essendo di quella parte politica. Per tanti motivi. Tuttavia, da Ministro degli Esteri ha lavorato abbastanza bene (ha portato a casa la moratoria Onu sulla pena di morte; ha reso l'Italia primo attore nella missione in Libano, simbolo per me delle vere missioni di pace, e ne ha portato a casa il comando; ha ritirato le truppe dall'iraq; resta la pecca dell'Afghanistan, anche se più come ostinazione nell'appoggiare il Governo adesso, che nel mantenere la missione allora, quando durava ancora da pochi anni). Dunque, non potrei non essere felice se venisse eletto Ministro degli Esteri europeo, come pare possibile, anche se vorrei che si allontanasse dalla retorica militarista cui il PD e lui stesso sembrano ormai essersi piegati irrimediabilmente.

Tutavia, trovo abbastanza curioso che a sponsorizzare D'Alema ci sia Berlusconi. Non tanto per le teorie "inciuciste" che ne derivano (che, comunque, ci stanno eccome ... vedasi Bicamerale), ma per l'incoerenza di Re Silvio. Infatti, uno dei cavalli di battaglia dei berluscones in questi 15 anni è stato quello che l'incapacità in politica estera della sinistra rabbuiava l'immagine all'estero dell'Italia, mentre quando stavano loro al Governo l'immagine dell'Italia tornava trionfante e l'Italia contava qualcosa in politica internazionale. Ora, al di là del fatto che una analisi oggettiva dimostrerebbe il contrario, la domanda è questa: ma Berlusconi non si contraddice appoggiando D'Alema?

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USA, amicizia non vuol dire servilismo
post pubblicato in Diario, il 27 ottobre 2007


                                    

Ieri la terza corte d'assise di Roma ha disposto, per difetto di giurisdizione, il non luogo a procedere per Mario Lozano, l'ex soldato USA che il 4/3/2005 a Bagdad uccise Nicola Calipari e ferì la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena. Non è che l'ennesima dimostrazione del rapporto sbilanciato che esiste fra Stati Uniti e Italia, e più in generale fra Stati Uniti e Europa.

Uno sbilanciamento che nasce poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando, all'indomani di un conflitto che aveva avuto USA e Unione Sovietica fra le principali protagoniste e di fronte al pericolo di una "avanzata comunista" in Europa Occidentale, gli USA "blindarono", in cambio di aiuti economici per la ricostruzione (il famoso "Piano Marshall"), proprio i paesi occidentali, fra cui l'Italia, con la NATO. Un'organizzazione militare palesemente dominata dagli Stati Uniti: questo patto, infatti, prevede la possibilità per gli Stati Uniti di violare la sovranità dei paesi membri con la costruzioni di basi militari e navali nei loro territori (come il recente caso della base NATO di Vicenza) e, di fatto, a sessant'anni dalla fondazione, "costringe" i paesi membri a basare le loro politiche estere su quella americana, anche seguendo gli USA nelle loro missioni all'estero (vedi Afghanistan e Iraq).

E non solo. Tra le varie "leggi speciali" nate con la NATO, anche quella della Convenzione di Londra del 1951, in base alla quale i reati compiuti da militari americani all'estero possono essere sottoposti solo alla giustizia americana. Una disposizione applicata appunto nel caso Lozano, ma anche in altre vicende, come la Strage del Cermis del 1998, quando un aereo militare statunitense partito dalla Base NATO di Aviano tranciò il cavo di una funivia in Val di Fiemme, provocando la morte di 20 persone. Anche in quel caso i militari americani coinvolti non poterono essere giudicati in Italia e furono prosciolti in America.

Sembra dunque evidente il carattere unilaterale della NATO, un'organizzazione usata dagli Stati Uniti come scusa per violare constantemente la sovranità dell'Italia e degli altri strati membri. A più di un decennio dalla caduta dell'Unione Sovietica, non si riesce ancora a capire per quale motivo continui a esistere. Niente giustifica l'esistenza della NATO, se non il servilismo dell'Europa agli americani (e non si venga a dire che serve per le missioni "di pace": per quelle c'è gia l'ONU, che ne ha ben più diritto, essendo davvero internazionale).

Perchè di servilismo si tratta: ogni rapporto che non è basato sul rispetto e sulla reciprocità è un rapporto di servilismo. Perchè l'Italia non può costruire basi in America? Perchè i soldati italiani che commettono reati in America vengono processati là?

Allora basta: l'Italia e gli altri paesi membri devono avere il coraggio di sciogliere la NATO. Non si tratta di anti-americanismo, così come difendere la parità fra uomini e donne non è anti-maschilismo. Amicizia non vuol dire servilismo, ma parità e rispetto reciproco.
Non dimentichiamoci della Birmania
post pubblicato in Diario, il 26 ottobre 2007


                       
                                 

Dopo la visibilità mediatica delle settimane scorse, il caso Birmania sembra quasi scomparso dall'attenzione internazionale
. Come se il popolo birmano vivesse in democrazia, libero dal regime militare. Come se i monaci e gli altri "ribelli" non fossero torturati e uccisi nelle carceri (proprio di oggi la pubblicazione delle foto dei massacri, pubblicate qui). Come se il premio Nobel Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia, non fosse incarcerata nella sua casa.
 
E' vero, l'inviato dell'Onu Gambari sta continuando la sua opera di diplomazia. Piccoli successi, ma niente di decisivo. A questo punto servono azioni dirette dell'Onu, dapprima con sanzioni economiche e poi, se necessario, anche un'azione militare. Attenzione: non sarebbe un nuovo Afghanistan o un nuovo Iraq. Qui, cosi come in Palestina (dove le libere elezioni hanno portato al potere i terroristi di Hamas), la politica di imposizione della democrazia di Bush & co ha fallito, per un semplice motivo: non si è tenuto conto della tradizione storica dei popoli con cui si aveva a che fare, erano paesi che non conoscevano la democrazia e che quindi non erano preparati a gestirla. Con il risultato che dopo 5 anni di occupazione militare sia in Afghanistan che soprattutto in Iraq la situazione non è cambiata granchè.

Il popolo birmano, invece, è gia pronto alla democrazia, e lo dimostra la sua volontà, la determinazione, il coraggio di ribellarsi al regime, anche a costo di una morte quasi certa. E quando un popolo è pronto alla democrazia, non c'è niente da fare: la otterrà. Si tratta solo di stabilire tempi e modalità di questo processo di democratizzazione. E' qui che deve entrare in scena l'ONU: se fosse necessario, anche un intervento militare, una forza internazionale per aiutare il popolo birmano ad ottenere la democrazia. Certo, non sarebbe una missione di pace (dove interviene l'esercito, ci sono sempre morti e sofferenze): ma qui si tratterebbe solo di affrettare i tempi e sopratutto evitare le carneficine e i massacri di massa che le rivoluzioni della storia ci insegnano.
 
Speriamo che tutto questo non sia necessario. Speriamo che le potenze "vicine" alla Birmania, come Russia, India e Cina, mettano da parte gli interessi economici e attuino la giusta pressione sulla giunta militare birmana. Sopratutto la Cina: sarebbe un bel gesto da parte di un paese che tra pochi mesi ospiterà le Olimpiadi. Se proprio il governo cinese non è disposto a salvaguardare i diritti umani nel suo paese, almeno lo faccia all'estero...



 

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