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il blog di Francesco Zanfardino
Santoro, vattene ...
post pubblicato in Diario, il 14 ottobre 2010


Ho mandato la mia letterina a Masi, e vi invito a fare altrettanto. Sottolineando che un servizio pubblico degno di questo nome deve garantire la pluralità delle voci, non l'omologazione. Che un programma che fa costantemente il doppio degli ascolti di una media serata di RaiDue andrebbe trattato come una gallina dalle uova d'oro, anzichè ostacolato in tutti i modi. Che se c'è un problema di contradditorio non è nello studio di Santoro, ma in quelli del Tg1 di Minzolini (che tra l'altro gli ascolti li perde, lui). Insomma, che il problema della RAI, del servizio pubblico non è certo Santoro.

Il problema è una dirigenza asservita
, specialmente sotto l'egida berlusconiana. Asservita non alle logiche del mercato, e purtroppo nemmeno a quelle del servizio pubblico, ma a quelle degli uffici di propaganda del Governo. Questo non è servizio pubblico.

E forse, Santoro & Co, non è nemmeno il caso di continuare a lottare. Il vostro tentativo è lodevole, ma forse è arrivato il momento di prendersi quella milionaria liquidazione e reinvestirla. In una nuova televisione o, volando basso, perchè no, trasferendo armi, bagagli e 20% di ascolti nella La7 di Mentana, Gruber, Lerner, eccetera. Contro il duopolio, anzi contro l'omopolio (nel senso di "Raiset", intendiamoci). Si può fare, e forse ora si deve fare.

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TG Silvio
post pubblicato in Diario, il 1 settembre 2010


I dati riportati nella tabella sono relativi all'ultimo "monitoraggio del pluralismo politico/istituzionale" nei principali Tg italiani (Maggio 2010) effettuato dall'Agcom, l'autorità statale "indipendente" per le garanzie nel sistema delle comunicazioni. "Indipendente" relativamente, dato che è nominata dalla politica: d'altronde, questa agenzia ha una notevole responsabilità nell'aver lasciato passare tutte le irregolarità dell'impero mediatico di Berlusconi e dell'illegale "duopolio" nel mercato televisivo italiano.

Eppure non manca mai di effettuare i suoi "monitoraggi", dai quali emerge una realtà sconvolgente. Verificate voi stessi quale "equilibrio" ci sia tra i vari soggetti politici nei vari TG. Soprattutto in certi TG ...

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Poi dicono
post pubblicato in Diario, il 27 settembre 2009


                                               

Poi dicono che si parla sempre delle stesse cose.

Sarà, magari, anche colpa di un Governo che, spalleggiato dal non proprio imparziale presidente Schifani, si permette di scavalcare il Parlamento e le sue commissioni di garanzia pur di tentare l'ennesimo abuso del potere sulla trasmissione di Santoro, con un'istruttoria fuori da ogni norma, anche quelle di buon senso, e soprattutto fuori dalla realtà (vorrei tanto capire in cosa la puntata di Annozero abbia "sgarrato" dall'essere servizio pubblico).

Sarà, magari, anche colpa di un centrodestra e dei suoi lacchè che non trovano niente di meglio di lanciare campagne mediatiche per l'evasione del canone Rai, dal pulpito di giornali che ambiscono a rappresentare "la maggioranza degli Italiani" e di trasmissioni gossipare che però non mancano mai di fare lodi al Governo e discrediti all'opposizione. Senza ovviamente dire però che Annozero si ripaga ampiamente da solo con la pubblicità che ottiene grazie ai suoi grandi ascolti.

Ed è proprio qui il punto. La "scandalosa" puntata di Annozero ha totalizzato il 23% di ascolti, contro la media del 10% delle prime serate di Rai Due. Tutto il resto dovrebbe essere noia in un Paese normale ... ma siamo in Italia.

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Fare di conto
post pubblicato in Diario, il 4 settembre 2009


                                               

E' da qualche mese che ci stanno martellando, "a reti unificate", sul graduale ma definitivo passaggio dalla tv analogica terrestre alla tv digitale terrestre. D'altronde, entro il 2010 in tutta Italia si dovrebbe vedere la free-Tv solo con il nuovo sistema, e comunque non oltre il 2012, come previsto dalla UE. Si prospettano però molti problemi per le famiglie italiane, a cominciare dall'acquisto dei non economicissimi decoder, ma soprattutto per la qualità del segnale, per il momento non ancora adeguata in molte aree d'Italia e del tutto assente (per alcuni canali o anche per tutti) in molte altre. Problemi che riguardano soprattutto la tv pubblica (ma guarda un po'...).

Tuttavia, la tv digitale porta anche molti vantaggi. Migliore qualità dell'immagine, una certa interattività, e soprattutto più canali, più offerta televisiva. Il che dovrebbe voler dire anche più pluralismo, che poi è il motivo per il quale nel 2004 fu accelerata e forzata la trasformazione al digitale della TV italiana. Infatti, fu proprio grazie al digitale il Governo Berlusconi di allora, con la legge Gasparririuscì a salvare la posizione dominante assunta da Mediaset grazie ad anni di leggi incostituzionali e di lentissimi processi giudiziar-costituzionali, salvando Rete4, che sarebbe dovuta andare sul satellite, anche per far posto all'emittente legittimamente proprietaria delle sue frequenze (Europa7). E invece lodo Gasparri fu, ed il faccione di Emilio Fede continuiamo a ritrovarcelo tutti i giorni sugli schermi della "rete abusiva".

Ma è davvero così? Davvero col digitale c'è più pluralismo? La legge Gasparri dice che solo il 20% dei canali digitali nazionali può essere ricondotto ad un unico soggetto proprietario (il limite del 20% è quello sancito dalla Corte Costituzionale, e che non è mai stato attuato per l'analogico per i motivi prima citati). Ma chiunque di voi, scorrendo la lista dei canali del proprio decoder digitale, potrà verificare che i canali riferibili al gruppo Mediaset sono molto di più del 20%. Rete4, Canale5, ItaliaUno, Boing, Joy, Mya, Steel, Disney Channel, i vari canali di Diretta Premium, eccetera eccetera ... Tant'è vero che l'Agcom, l'Autorità Garante per le Comunicazioni (in realtà organo politico, e forte complice della situazione attuale della TV italiana), lo scorso Maggio ha finalmente deciso di aprire un'istruttoria sul caso, facendo sapere che da un primo calcolo Mediaset possiede 14 canali nazionali su 42 (il 33%), mentre la RAI 8 su 42 (il 19%). Questo perchè la legge Gasparri, con un'incoerenza tanto palese quanto non casuale, consente ai proprietari di vecchi canali nazionali analogici di ottenere automaticamente un uguale numero di "multiplex" digitali (e per ogni multiplex ci sono cinque canali, proprio perchè, con l'avvento del digitale, dove "passava" un canale analogico ora possono passarcene cinque), con l'effetto che la situazione oligopolistica del vecchio mercato televisivo sarà trasportata pari pari anche nel nuovo mercato digitale.

Resta da capire quanto tempo l'Agcom ci impiegherà per fare quello che chiunque di noi può fare in pochi secondi, ovvero contare i canali digitali di Mediaset sul totale dei canali disponibili, e quindi automaticamente imporre a Mediaset di chiudere alcuni dei suoi canali. Ma la storia degli ultimi trent'anni mi fa pensare che persino per fare di conto l'Agcom ci impiegherà qualche anno. E poi Berlusconi e soci troveranno sempre un cavillo per trascinare l'attuale situazione fino all'eternità. E il pluralismo? Cercatelo su Internet ...

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Intimidazioni
post pubblicato in Diario, il 14 giugno 2009


                                                

"Non date pubblicità ai media catastrofisti". Queste parole, pronunciate davanti ai Giovani di Confindustria nel solito contesto del "complottone" ordito dalla sinistra con la stampa di tutto il mondo (mi domando come faccia il PD ad essere così potente, senza tra l'altro controllare la stragrande maggioranza delle televisioni, della stampa e della pubblicità come invece fa "Qualcun" altro, e contemporaneamente essere ferma al 26%. E come facciano a crederlo gli elettori di Berlusconi. Misteri della fede...), "possono sembrare un'appello, ma in realtà sono una minaccia", come sostenuto giustamente da D'Alema nella sua intervista odierna alla Annunziata su RaiTre.

Poco importa che dopo il Premier, evidentemente resosi conto della gravità delle parole usate, abbia cercato di correggersi: "Mi riferivo a Franceschini" (seee, come no, dopo aver detto che la stampa stravolge la realtà, si riferiva a Franceschini. Logica impeccabile). Prendendosi la giusta e piccata replica di Franceschini, che lo accusa di "intimidazioni". Per poi dopo ancora aggiungere, ri-smentendosi, replicando ad un inviato di Repubblica: "Sì, mi riferivo anche a voi".

Riprendendo ancora le parole di D'Alema, infatti, le parole di Berlusconi sarebbero state uno "sgradevole appello" (intollerabile, aggiungerei io) se a pronunciarle non fosse stato il padrone di fatto di Publitalia, la principale concessionaria di pubblicità in Italia ed in Europa. Quella, per intenderci, che aveva a suo capo Dell'Utri e che di fatto ha ideato e finanziato Forza Italia. Meglio, quella che detiene una quota di mercato del 60% del mercato televisivo e del 36% di tutto il mercato mediatico italiano. Insomma, quella che può praticamente decidere la vita o la morte di un giornale, di una radio o di una TV, volendolo, o comunque condizionarle. Dire dunque "non date pubblicità ai media catastrofisti" è di enorme gravità detto da Sua Emittenza Berlusconi, per tutti i molteplici significati che comporta.

Potrebbe significare: "Attenti, non fatevi pubblicità sui media catastrofisti" da me sgraditi (già lo disse tempo fa, non ricordo quanto, a proposito di AnnoZero e altre trasmissioni della RAI). Oppure "non considerate i media catastrofisti, diffondende anche voi l'ottimismo". Oppure, rivolgendosi a se stesso e agli altri concessionari: "Non forniamo pubblicità ai media catastrofisti, così li facciamo fallire". Oppure alle imprese che vogliono farsi pubblicità: "Se date peso ai media catastrofisti, non vi faccio considerare dalla mia potente concessionaria". A voi la scelta.

P.S. Servirebbe un tetto, e anche basso, al mercato pubblicitario che una singola concessionaria di pubblicità può detenere. Oltre ad una legge sul conflitto d'interessi. Certo che sentire certe parole da D'Alema, così come tanti altri dirigenti del centrosinistra (praticamente tutti o quasi?) suona, nella migliore delle ipotesi, un tantino poco credibile. Nella peggiore, un tantino ipocrita. Putroppo.

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Par condicio?
post pubblicato in Diario, il 26 maggio 2009




I dati che leggete nella tabella sono dell'Agcom, l'autorità statale (che dovrebbe essere) garante ed indipendente per le Comunicazioni, ed appartengono al monitoraggio televisivo del pluralismo informativo che l'Agcom fa costantemente nella quasi indifferenza generale. Questi sono i dati relativi a Marzo 2009, che potete trovare insieme agli altri nel sito dell'Agcom (www.agcom.it), alla voce "par condicio", poi "monitoraggio televisivo" (cliccate qui).

Le percentuali si riferiscono allo spazio concesso ad ogni soggetto politico, inteso come "tempo di parola" (l'Agcom monitora anche il "tempo di notizia" ma, siccome si può parlare tanto di qualcosa anche parlandone male, il dato più indicativo per misurare l'imparzialità di un telegiornale è il "tempo di parola"). Ebbene, come potete vedere, nei TG nostrani c'è un evidente squilibrio a favore della maggioranza di Governo, particolarmente evidente nelle reti Mediaset: il Tg4 è il più squilibrato, avendo dedicato alla maggioranza addirittura il 93% degli spazi, contro il solo 4% dedicato alle opposizioni. Seguono il Tg5 (75% contro 19%) e Studio Aperto (75% contro 20%), per un complessivo 83% a 12% per le reti Mediaset. Ma anche la Rai non si risparmia: per il Tg2 66% contro 20%. Più equlibrati Tg1 e Tg3, rispettivamente 55%-32% e 45%-39%, per un complessivo 54% contro 32% per le reti Rai. Ma, passando ai partiti, si nota un diverso trattamento tra le reti Rai e Mediaset: queste ultime cancellano di fatto Udc, Idv e Lega, lasciando i pochi spazi destinati all'opposizione al Pd e destinando enormi percentuali al Popolo delle Libertà. Mediaset, inoltre, destina enormi spazi al solo Presidente Berlusconi, il triplo delle reti Rai.

Ma non si pensi che sia un fenomeno limitato a Marzo 2009: basta controllare i dati sul sito dell'Agcom per verificare che tale immane squilibrio dura da ben prima, fin dall'inizio di questa legislatura. Ora, che siamo in regime di par condicio elettorale, lo squilibrio si è attenuato: e pur abbiamo dovuto assistere a scioperi per la fame affinchè questo avvenisse (il "caso Radicali"), e comunque in ogni caso le reti Mediaset proseguono nello squilibrio, anche se meno eccessivo. Perlomeno, però, il Tg4 si è beccato una multa dall'Agcom: 180mila euro. Pochi spiccioli, che non risolvono certo il problema, anche perchè, quando non c'è par condicio elettorale, l'Agcom non può nemmeno multare, ma solo "richiamare", come fatto varie volte in questi mesi.

E' un vero schifo. Uno schiaffo alle più elementari norme democratiche, che conferma che il conflitto d'interessi e la manipolazione dell'informazione sono realtà, e non invenzioni di una "sinistra senza argomenti". Alla quale, però, va imputato il fatto di non essere riuscita, pur volendo, a cambiare realmente questo stato di cose, quand'era al Governo.

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Riporto Report: Com'è andata a finire?
post pubblicato in Riporto Report, il 25 maggio 2009


                                                        

E' Lunedì, dunque torna l'appuntamento settimanale con "Riporto Report", la rubrica di Discutendo dedicata alle inchieste di Report, l'ottima trasmissione giornalistica condotta ogni domenica sera da Milena Gabanelli su Rai Tre. Stavolta nessuna "nuova" inchiesta, nè "Goodnews" nè "Emendamenti", ma una puntata dedicata esclusivamente ad una serie di "Com'è andata a finire?", ovvero aggiornamenti di precedenti inchieste di Report.

IL PIATTO E' SERVITO (Michele Buono - Piero Riccardi, 30/11/08; qui video, qui testo)

6 mesi fa Report aveva denunciato vari problemi nel mondo dell'agricoltura, tra cui quello di una devastante moria di api che stava colpendo gli apicoltori del Nord Italia. Sotto accusa era stato messo l'utilizzo nelle colture del mais di neoticotinoidi, sostanze che in teoria dovevano servire per proteggere il mais dagli insetti ma che danneggiavano le apicolture vicine, e che secondo studi scientifici indipendenti erano anche del tutto inutili per il buon sviluppo del mais. Grazie alla denuncia di Report, ma soprattutto alle proteste degli apicoltori, il Ministro dell'Agricoltura Zaia ha disposto la sospensione dell'utilizzo di tali sostanze, evento seguito dalla ripresa della vitalità nelle apicolture e da nessun danno alle colture di mais, a dimostrazione della correttezza di quanto sostenuto dai protestanti. Ora si spera nella messa al bando definitiva dei neoticotinoidi.

MARE NOSTRUM (Sabrina Giannini, 16/11/08; qui video, qui testo)

Ancora 6 mesi fa Report aveva monitorato la situazione nel mondo della pesca, nel quale varie irregolarità compromettevano l'equilibrio naturale nel Mediterraneo e il futuro stesso dell'economia ittica nostrana. In particolare aveva denunciato l'utilizzo della "spadara", ovvero un particolare tipo di rete che cattura in quantità non consentite i pesci spada, e che quindi è stata bandita dall'Unione Europea, la quale ha costretto l'Italia ad adeguarsi alla normativa europea, dopo anni di tira e molla, e di lotte senza limiti promosse dai pescatori locali. Ebbene, un anno dopo le cose sembrano cambiare, con numeri di pescato "selvaggio" molto inferiori, grazie anche alla tolleranza zero invocata dal Ministro Zaia, anche se alcuni problemi persistono e potrebbero pregiudicare questa linea.

MODULAZIONE DI FREQUENZE (Bernardo Iovene, 22/03/09; qui video, qui testo)

La seconda puntata dell'attuale stagione di Report si era occupata dell'annoso problema della frequenze televisive, facendo la storia di quell'intreccio di assenza di regole, imprenditoria spregiudicata, politica compiacente e conflitto d'interessi che ha permesso a Silvio Berlusconi di assumere una posizione dominante nell'ambito della televisione italiana, nonostante sentenze della Corte Costituzionale e procedure d'infrazione dell'Unione Europea. Ora però sta per partire il digitale terrestre, e con l'ampliamento delle frequenze che ne deriverà si dovrebbe risolvere il problema del pluralismo televisivo, cardine di ogni democrazia che si rispetti. Ma entreranno davvero nuovi soggetti, o saranno ancora gli stessi? Ebbene, la famosa legge Gasparri, una delle tante leggi ad personam che ha permesso alle tv di Berlusconi di restare in piedi, ha tra le sue conseguenze anche il fatto che i soggetti che attualmente trasmettono in analogico hanno diritto ad avere uguale rappresentanza nel mondo digitale: ciò è in contrasto con le sentenze della Corte e dell'UE, che infatti ha aperto una nuova procedura d'infrazione. Per porre rimedio, il Governo Berlusconi ha deciso di togliere un "multiplex", ovvero il corrispettivo dei canali analogici (solo che ogni "multiplex" vale 5-6 canali digitali, meglio detti "programmi") a Rai, Mediaset e Telecom Italia (il gruppo di La7 e Mtv), e di metterlo a nuova asta insieme a due nuovi multiplex. Peccato che a due di questi cinque multiplex potranno fare offerta anche i vecchi soggetti, facendoli così rientrare dalla finestra (anzi, facendo probabilmente fuori il gruppo Telecom, l'unico indipendente dal controllo diretto o indiretto della politica). Bella roba. Non solo: la legge Gasparri poneva anche un limite del 20% sul totale dei programmi del digitale che potevano essere nelle mani dello stesso soggetto: ebbene, come chiunque può verificare, dei 47 programmi attualmente esistenti, 14, ovvero il 29.7%, sono di Mediaset. L'associazione AltroConsumo ha così fatto un esposto all'Agcom, l'Autorità Garante ed indipendente (?) per le Comunicazionmi, che però si prende mesi di tempo per fare un calcolo semplicissimo. Insomma, per il pluralismo televisivo, almeno in Italia, c'è ben poco da sperare.

L'INTESA (Giovanna Boursier, 12/10/08; qui video, qui testo)

Ad Ottobre scorso Report si era occupato della faccenda Alitalia, da poco sbloccatasi dopo le proteste sindacali, analizzandone tutti i lati oscuri e che hanno danneggiato lavoratori, risparmiatori, cittadini e Stato. L'aggiornamento, a 7 mesi di distanza, ci dice che i problemi in CAI, la nuova compagnia, ci sono ancora e ben forti: sono aumentati i ritardi, con la puntualità ferma al 70% contro l'85% della vecchia Alitalia; ma soprattutto sono diminuiti i passeggeri, che nei primi 4 mesi del 2009 hanno reso gli aerei pieni solo al 65%, e questo nonostante CAI abbia eliminato tutte le flotte meno utilizzate. Se procederanno così le cose, alla fine del 2009 CAI, che aveva previsto perdite di 300 milioni per il primo anno, perderà 500 milioni di euro, ovvero sarà in linea con la vecchia Alitalia: solo che la compagnia è molto più piccola, e gli effetti saranno quindi maggiori. Ma la CAI soffre anche di penuria di equipaggio: sempre più spesso gli aerei viaggiano con equipaggi al di sotto del minimo numerico prescritto dalla legge, cosa che può avvenire solo in casi di emergenza e che quindi sta attirando le attenzioni dell'ENAC. Altri problemi derivano anche dalla fusione CAI-AirOne, che non è mai stata completa, dato che le due compagnie appaiono ancora separate nei fatti, causando notevoli disservizi e difficoltà ai passeggeri. Inoltre, cominciano ad apparire anche problemi sindacali, con hostess costrette a fare turni di notte anche se in maternità, cosa contro la legge, ed altri problemi, che hanno indotto i sindacati a mettere in campo il primo sciopero contro la CAI per il mancato rispetto degli accordi. Infine, la vecchia Alitalia continua a tormentare i risparmiatori Italiani, che si ritrovano con obbligazioni diventate carta straccia o quasi, privi anche della possibilità di usufruire della class-action (che il Governo ha reso non retroattiva, ammesso che venga introdotta).

POVERI NOI! (Giovanna Boursier, 05/04/09; qui video, qui testo)

Quasi due mesi fa Report si era occupato della social card, la carta acquista per i poveri voluta dal Ministro Tremonti. Fra i tanti aspetti analizzati da quell'inchiesta, emergeva un quesito: quanto è costato l'utilizzo delle social card, al di là dei soldi in esse eventualmente contenuti? Report, chiedendo ai diretti interessati, aveva stimato un costo complessivo di circa 20 milioni di euro, tra costo delle carte, lettere inviati ai possibili destinatari della card, pubblicità, call center dedicati, sportelli CAF, eccetera. Il Ministro Tremonti all'epoca non aveva voluto fornire dati precisi; alcuni membri del Governo, interpellati dai parlamentari, hanno poi fornito alcune cifre, contrastranti tra di loro ed impossibilmente irrisorie. Chissà se un giorno forniranno dati coerenti e soprattutto verosimili.

IL RE E' NERO (Paolo Mondani, 10/05/09; qui video, qui testo)

Solo due settimane fa Report si era occupato del "paradiso fiscale italiano", cioè San Marino, e tutte le vicende oscure che riguardavano le sue attività finanziarie. Pochi aggiornamenti, ovviamente: confermati gli arresti per i dirigenti bancari locali arrestati il 3 Maggio scorso, ma soprattutto la Procura di Milano ha acquisito i materiali dell'ispezione che la Banca d'Italia fece a suo tempo sui conti sanmarinesi senza segnalarne le irregolarità.

IL BANCO VINCE SEMPRE-SPECULANDO S'IMPARA (Stefania Rimini, 14/10/07-8/04/08; qui video, qui testo)

Tempo addietro Report dedicò ben due puntate allo scandalo dei "derivati", ovvero degli strumenti finanziari che le banche vendettero, di fatto imbrogliandoli, agli enti locali italiani, grazie ad una normativa introdotta dal Ministro Tremonti nel 2001 (sì, proprio quello che dice di aver previsto la crisi e che ora lotta contro la "finanza creativa"). Il meccanismo dei derivati è complicato, ma è fatto in modo che le banche possono disporre dei soldi degli Enti come vogliono, e così stanno creando numerosi piccoli e grandi dissesti economici a vari Comuni, Province e Regioni: dissesti futuri, potenziali, che potrebbero rivelarsi con tutte le loro conseguenze alla scadenza dei contratti, ovvero tra qualche anno, ma che nel frattempo comportano comunque notevoli costi alla scadenza di ogni periodica "cedola". Il fatto è che la stragrande maggioranza degli Enti continui a pagare, nonostante in vari casi sia possibile risolvere i contratti ancora in attivo, e negli altri si potrebbe mettersi nelle mani degli avvocati, oppure smettere di pagare, asserendo di non aver capito il contratto. E il Governo, nel frattempo, rinvia l'emanazione del regolamento che dovrebbe finalmente dire cosa è lecito e cosa non è lecito fare in campo finanziario da parte degli Enti locali.

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Riporto Report: Modulazione di Frequenze
post pubblicato in Riporto Report, il 23 marzo 2009


                                                   

Secondo appuntamento con "Riporto Report", la nuova rubrica di Discutendo che ogni lunedì darà spazio alla puntata settimanale di Report, l'ottima rubrica di inchieste giornalistiche condotta da Milena Gabanelli ogni domenica sera su RaiTre (la puntata di ieri, che vi consiglio sempre di vedere, è disponibile qui; la tascrizione testuale integrale della puntata è invece disponibile qui). Stavolta si parla di televisione, e dello scandalo delle concessioni televisive, specchio di un'Italia imperversata dal conflitto d'interessi e da una politica compiacente al mantenimento delle posizioni dominanti.

MODULAZIONE DI FREQUENZE (di Bernardo Iovene)

La puntata inizia con l'intervista a Francesco Di Stefano, imprenditore televisivo e soprattuto patron di Europa7, passata ormai alla storia come "la TV che non c'è". Infatti, l'emittente di Di Stefano, pur avendo ottenuto nel 1999 l'autorizzazione a trasmettere, non ha mai potuto farlo perchè le sue frequenze erano abusivamente occupate da Rete4. Vi suona un po' strano? Allora seguite la storia.

Tutto parte dal "peccato originale", ovvero dalla sentenza della Corte Costituzionale che negli anni '70 determina la fine del monopolio televisivo della RAI, e apre l'etere televisivo alle TV private, ma solo in ambito locale. Tuttavia, ciò non si accompagna ad un piano per l'assegnazione delle frequenze, così che i primi che arrivano occupano le frequenze (che sono un bene pubblico) e ne fanno quello che ne vogliono: un vero e proprio "far west" televisivo, durato vent'anni, fra gli anni Settanta e Ottanta. E' stato anche grazie a questo "far west" che Silvio Berlusconi e la sua Finivest sono riusciti ad accaparrarsi indisturbati e senza limiti buona parte dell'etere televisivo italiano, fino ad aggirare la legge, con la creazione di fatto di tre televisioni nazionali, facendo mandare in onda delle cassette registrate contemporaneamente su tutte le loro tv locali (ricordatevi che la sentenza della Corte aveva permesso la privatizzazione solo alle tv locali). Fu così che alcune preture "oscurarono" le TV di Berlusconi: ma l'allora premier Bettino Craxi, amico di Berlusconi (fu anche testimone di una delle sue nozze), ed è il segreto di Pulcinella che fosse il suo "referente" politico (tant'è vero che discese in campo, non appena Tangentopoli spazzò via Craxi, essendo l'unico in grado di impedire l'ascesa delle sinistre al Governo), subito emanò il cosiddetto "decreto Craxi", meglio noto come "decreto Berlusconi", consentendo la prosecuzione per un anno dello status quo, in attesa della nuova disciplina sul settore televisivo. Il decreto passò grazie ad alcune politiche spartitorie sulla Rai, tenendo buoni tutti i partiti. Ma il decreto conteneva una "finezza": il decreto non era "provvisorio", ma "transitorio". E, giuridicamente, la distinzione fra questi due termini è fondamentale: un decreto provvisorio va rinnovato ogni 6 mesi, il transitorio no. E così lo status quo sarebbe rimasto "legalizzato" all'infinito.

Sarebbe, perchè, poichè ad essere in discussione è la tutela del pluralismo nell'informazione, nel frattempo la Corte Costituzionale nel 1988 chiede al Parlamento "una disciplina sull'emittenza privata contro l'insorgenza di posizioni dominanti", e la posizione di Mediaset, con le sue tre reti, è una posizione dominante. Il Governo, sempre guidato da Craxi, decise con la "legge Mammì", dal nome del Ministero delle Poste e delle Comunicazioni, di risolvere la situazione: fu deciso che solo il 25% delle reti nazionali potevano essere gestite da un solo soggetto. Così, per salvare le 3 reti Mediaset le reti nazionali dovevano essere 12 ... e infatti la legge Mammì "decide" che sono 12, anche se non esistevano tutte (solo 6 lo erano davvero). Nel frattempo però le frequenze non vengono assegnate, perchè il piano viene sequestrato dalle Procure che lo indagano, e così i soggetti che trasmettevano già continuarono a trasmettere, senza che fosse indetta una gara per l'assegnazione.

Così la Corte Costituzionale interviene nuovamente nel 1994, decidendo che la legge Mammì era illeggittima propriò nel suo articolo più importante: quello del 25%. Il limite doveva essere del 20%, a meno che lo sviluppo delle tecnologie (si cominciava a parlare allora del satellite, che era ancora agli inizi) non avesse portato allo sviluppo del settore ed all'ampliamento delle reti disponibili. Ma, comunque, entro 2 anni andavano assegnate le frequenze. L'ampliamento delle reti non avviene, e dunque nel 1996 il Parlamento avrebbe dovuto imporre a Mediaset di cedere una delle sue reti (e alla Rai, pubblica, di togliere la pubblicità da una delle sue). Nel frattempo, però, Berlusconi era andato all'opposizione. Al Governo c'era Prodi, ma Berlusconi fece ostruzionismo, c'erano una quindicina di direttive europee da recepire, e ciò costrinse il Ministro Maccanico a cercare un accordo. D'altronde, il referendum promosso nel 1995 dal centrosinistra contro la situazione delle televisioni non ebbe il favore degli Italiani, che lo bocciò. L'accordo fu questo: l'opposizione votava le direttive, il Governo otteneva che fosse stabilito il limite del 20% e dunque otteneva lo spostamento di Rete4 sul satellite e l'eliminazione della pubblicità da RaiTre, ma l'opposizione ottenne la proroga della situazione con una legge fino al "congruo sviluppo" del mercato satellitare. E fu quel "congruo" a creare l'inghippo: qual era il numero congruo delle parabole affinchè Rete4 fosse spostata sul satellite? A stabilirlo doveva essere l'Agcom, l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, istituita proprio con la legge Maccanico: ma, essendo di nomina politica, e non essendoci un termine fisso entro quale emanare il provvedimento, l'Agcom non decise.

Ma la legge Maccanico, oltre al limite del 20%, stabiliva anche che il limite del mercato pubblicitario per un solo soggetto doveva essere del 30%. Anche qui, l'Agcom non decise, così che la prima verifica sul mercato pubblicitario avvenne solo nel 2004: Mediaset e Rai detenevano entrambe più del 30%, e questa situazione era risolvibile solo con l'allontanamento di una rete da Mediaset e l'eliminazione della pubblicità sulle reti Rai. Dunque, Rete4 non solo era fuori parametro per la "posizione dominante" di Mediaset nelle reti (3 reti invece di 2), ma anche per quella nel mercato pubblicitario. Se questo fosse avvenuto prima, e non nel 2004, la questione Rete4 non si sarebbe proprio posta.

Ma questo non avvenne, perchè nel frattempo, nel 1999, avvenne finalmente la gara di assegnazione delle frequenze. A vincere furono varie reti, tra cui Europa7, ma non Rete4. Il motivo? Il nuovo Ministro Cardinale, succeduto a Maccanico, non concesse l'autorizzazione per via della "posizione dominante" di Mediaset, come voleva la legge Maccanico; ma, sempre come voleva la legge, Rete4 era autorizzata a trasmettere "fino al congruo sviluppo" del satellite. Il satellite era ormai abbondamente sviluppato, ma il "congruo" era ambiguo e quindi campa cavallo. Di Stefano allora intraprese una battaglia legale, e così intervenne la Corte Costituzionale, che decise che in ogni caso, sviluppo congruo o no, entro il 2003 andava spenta Rete4 e accesa Europa7. Nel frattempo al Governo è tornato Berlusconi: arriva così la legge Gasparri, dal nome del nuovo Ministro delle Comunicazioni, che cerca di prorogare lo status quo: ma andando ciò contro la sentenza della Corte, Ciampi non firmò. Mancavano ormai 15 giorni allo spegnimento di Rete4, e allora ci fu un decreto: le reti che trasmettevano potevano continuare a trasmettere, tanto ormai c'era la nuova tecnologia del digitale terrestre che avrebbe garantito l'espansione dei canali. L'analogico, almeno nelle intenzioni, sarebbe stato sostituito definitivamente nel 2006 con il digitale, e così Europa7 avrebbe avuto tutto lo spazio per operare. Inoltre il Governo, per lo sviluppo del digitale, stanziò più di 200 milioni di euro per l'acquisto dei decoder (per il quale lo Stato fu poi sanzionato per 7 milioni di euro dalla UE perchè fu ritenuto un aiuto di Stato). E così il Governo riteneva di aver risolto la questione.

Ma la battaglia di Di Stefano proseguì. Anche l'associazione AltroConsumo intervenne, denunciando come, anche con il digitale, le frequenze rimanevano nelle mani degli stessi soggetti: non solo chi trasmetteva già sull'analogico, aveva diritto a trasmettere anche sul digitale, ma continueranno a conservare le frequenze che attualmente hanno, dunque non si aprirà nessun nuovo spazio per Europa7 e gli altri. L'Europa così intervenne, aprendo una procedura d'infrazione. Torna al Governo Prodi, e il nuovo Ministro Gentiloni decide di recepire la direttiva Europea promettendo un ddl sulla materia, quando invece l'Europa aveva detto che bastava disapplicare la legge e togliere le frequenze a Rete4, senza alcun ddl. Ma non arrivarono nè ddl nè disapplicazioni, dato che, come ammesso da Gentiloni, non si potè far niente per via dell'Udeur di Mastella, che evidentemente si preparava ad andare con Berlusconi e minacciava la caduta del Governo (cosa che poi avvenne, per questo ma soprattutto per tanti altri motivi).

Arriva così il Governo Berlusconi, e di fronte alle sentenze dell'Europa, della Corte, ecc. ecc. risponde con uno stratagemma: costringe la Rai a rimodulare le frequenze, facendo così saltar fuori una frequenza da assegnare ad Europa7, assieme ad un risarcimento danni (minimo). La situazione sembra risolta, anche se non è detta l'ultima parola, perchè la frequenza data ad Europa7 probabilmente non consentirà di coprire l'80% del territorio nazionale, come dovrebbe essere, e quindi forse potrebbero esserci nuovi ricorsi. Ma nel frattempo il digitale sta avanzando, in varie regioni l'analogico è stato già spento ... e quindi giustizia probabilmente non sarà mai fatta, grazie a decenni di "far west", compiacenze fra politica e imprenditori, conflitti d'interesse ed incapacità decisionale della politica.

IL MIO COMMENTO: La faccenda è talmente scandalosa che mi vergogno a vivere in un Paese dove possano accadere queste cose. Se le cose fossero state regolate per bene, oggi non ci ritroveremmo con un duopolio delle televisioni, cosa pericolossima per la democrazia in ogni caso, specialmente quando uno dei duopolisti è un politico, e ancor di più quando è Presidente del Consiglio (che controlla, quindi, indirettamente anche l'altra parte del duopolio, la RAI). Sappiamo bene come le televisioni possano influenzare il voto degli Italiani e di chiunque nel mondo, e come una situazione come quella attuale sia contro ogni principio di pluralismo e di equilibrio dell'informazione e non solo. Sarebbe necessaria, al di là della questione Rete4-Europa7, una legge anti-trust che vieti davvero concentrazioni di potere nel mondo dei media, vietando ai singoli privati di possedere da soli più del 25% del mercato pubblicitario, e più del 25% di giornali e TV (proprio in termini di vendite e audience, non di reti possedute o giornali posseduti). Magari si può discutere sulle percentuali, ma è assolutamente necessario un limite per garantire il pluralismo e la concorrenza.

P.S. A proposito di pluralismo e concorrenza nell'informazione, Report ha ricevuto una querela, con richiesta di risarcimento milionaria, da Mario Ciancio, l'editore de "La Sicilia" e proprietario di varie tv locali, che, come denunciato da Report domenica scorsa, gestisce in maniera monopolistica l'informazione a Catania e dintorni, detenendo dunque un potere di influenza sull'opinione delle masse fortissimo (e che sfrutta, ricambiato, a favore del centrodestra locale e nazionale). Comunque Report è abituato a ricevere querele, che puntualmente vince, a dimostrazione della qualità del suo giornalismo e del fatto che in Italia certa gente non è abituata a persone che sappiano la verità e provino a diffonderla.

P.P.S. Anche stavolta accenno alle altre due rubriche di Report. Ne "L'emendamento" è stata denunciata l'assenza di una norma sull'auto-riciclaggio: in Italia, ad esempio, chi vende droga e poi "ricicla" il denaro "sporco" può essere punito per traffico di stupefacenti, ma non per aver riciclato i proventi illeciti. E questo nonostante l'opposizione abbia presentato un emendamento in proposito, stralciato e rimandato dal Governo a data da destinarsi. Nella "Goodnews" di questa settimana, invece, si parla dell'iniziativa di alcuni ragazzi de "L'Onda", il movimento studentesco nato dalle proteste contro la Gelmini, che hanno deciso di proseguire la lotta in una maniera molto costruttiva, ovvero aiutando i ragazzi in difficoltà con lo studio organizzando dei corsi di recupero gratuiti dove tali corsi, che dovrebbero essere organizzati dalle scuole, non sono concessi a causa dei tagli ai fondi delle scuole.

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L'affaire Sky e le mezze verità
post pubblicato in Diario, il 3 dicembre 2008


                                                  
"La sinistra e la stampa vadano a casa". Così il premier Berlusconi ha liquidato la questione Iva-Sky. Peccato che le cose non stiano proprio così. Procediamo per gradi (N.B. non sarò breve, però, se andate di fretta, leggete solo la parte in neretto, che potrebbe anche bastare).

Innanzitutto la giornata di ieri. Dapprima Berlusconi, in visita in Albania, dichiara: "C'è un'Iva al 20% per tutti e Sky aveva il 10%. Se la sinistra chiede, difendendo i ricchi e i consumi non necessari pur di andare contro di noi tirando addirittura in ballo il conflitto di interessi, io non ho nulla in contrario. Quando Tremonti avrà chiarito le ragioni del suo agire la sinistra ancora una volta perderà completamente la faccia di fronte agli italiani". Dopodichè Tremonti dichiara, a margine di una conferenza: "La norma che rialza l'Iva per i servizi Sky serve per evitare l'apertura di una procedura di infrazione Ue, il cui termine scadeva in questi giorni. Il governo Prodi si era impegnato con la Commissione europea ad allineare le aliquote". Quindi di nuovo Berlusconi, trionfante: "Questa sinistra non ha alcun ritegno e non tiene vergogna. Io di questa cosa non sapevo niente, chi parla di conflitto d'interesse è senza vergogna. A promettere l'adeguamento dell'Iva sulle pay tv fu Romano Prodi.  Se io fossi nei loro panni, me ne andrei a casa. Politici e direttori di giornali come La Stampa e il Corriere dovrebbero tutti cambiare mestiere, andarsene a casa". Infine le dichiarazioni di oggi, che rimarcano una presunta "figuraccia" della stampa e del PD, dopo che la UE aveva confermato il problema e lo aveva dichiarato "chiuso" dopo il provvedimento del Governo.

Ora, un po' di storia. L'IVA agevolata fu inizialmente decisa nel 1991 (governo Andreotti), addirittura al 4%, per far sviluppare un settore allora inesistente. Poi nel 1995 il governo Dini, forse un po' in anticipo (il settore non si era granchè sviluppato), decise di riallineare l'IVA al 20%, ma le proteste di Tele+ e Stream, la TV satellitare dominata proprio dalla Mediaset di Berlusconi, fecero sì che Dini optasse per un compromesso (il famoso 10%) votato dal centrodestra e dalla Rifondazione Comunista di Bertinotti, che si attirò le critiche del centrosinistra proprio perchè favoriva il dominio mediatico di Berlusconi. Poi nel 2003 (governo Berlusconi) Murdoch rilevò Stream e Tele+, creando un gigante monopolista (Sky, appunto) grazie al Governo e all'immobilismo di Antitrust e UE. Gigante che però sviluppò tantissimo il settore, aumentando il pluralismo e posti di lavoro. Quindi, come si vede, a mettere il "privilegio" e a far diventare Sky un monopolista con IVA agevolata non fu la sinistra "amica di Sky e dei ricchi", come dichiarato da Berlusconi, ma il governo Dini (oggi sen. del PDL) e il governo Berlusconi II.

Ora veniamo ai giorni nostri. La questione dell'IVA agevolata rimase irrisolta fino al Gennaio 2008, quando la UE chiesa all'Italia di uniformare l'aliquota, in quanto il mercato si era ormai sviluppato e non poteva esserci più la differenza fra i vari servizi a pagamento (cioè fra i canali tematici, ovvero tutta l'offerta televisiva di Sky e una minima parte di quella di Mediaset Premium, e gli altri servizi pay-per-view, come molti dei servizi Mediaset Premium). Prodi, che era già caduto, comunicò all'UE che l'Italia avrebbe riallineato le aliquote, ma non disse come, lasciando la patata bollente al futuro Governo. Il quale a sua volta rimanda la questione, fino al decreto cosiddetto "anti-crisi" di Dicembre, nel quale decide di soppiatto di allineare le aliquote e di allinearle al 20% (l'alternativa era annilearle tutte al 10%, o comunque ad un altra soglia, bastava che fosse uguale per tutti). Dunque, è vero che la UE richiedeva aliquote uniformi e che Prodi promise di farlo, ma Prodi, già caduto, non disse se riallinearle al 10% o al 20% fissato poi da Tremonti, tra l'altro dopo aver tralasciato la cosa per mesi, senza pensare a soluzioni meno drastiche. E poi Prodi non era in conflitto d'interesse.

Ora gli aspetti economici. Riallineare le aliquote al 20% danneggiava fortemente Sky, che si vedeva raddoppiare l'IVA praticamente su tutti gli abbonamenti, con decine di euro in più di tasse per ogni abbonato (se è vero, come dice il governo, che si ricavano 220 milioni e gli abbonati SKY sono 4,6 milioni, sono mediamente 48 euro per abbonato), mentre Mediaset Premium e gli altri servizi simili avrebbero avuto danni molto minori, dando dunque un enorme vantaggio a Mediaset (e le altre TV), che vedeva fortemente danneggiato un suo concorrente (che avrebbe probabilmente perso molti abbonamenti e quindi pubblico a favore delle altre televisioni). Riallinearle al 10% (come tra l'altro suggeriva la UE in una lettera al Governo in Aprile), cambiava niente per Sky e favoriva abbastanza Mediaset Premium e gli altri servizi pay-per-view, ma non quanto "l'affossamento", perchè così si può definire, di Sky. Con la differenza, però, che con il 20% lo Stato avrebbe avuto circa 220 milioni di euro di tasse in più, mentre con il 10% lo Stato avrebbe dovuto sborsare qualche decina di milioni. Insomma, riallineare le aliquote al 20% danneggia fortemente Sky e quindi favorisce fortemente Mediaset, ma dà circa 200 milioni allo Stato, mentre il 10% favorisce molto di meno Mediaset, ma sottrae allo Stato qualche decina di milioni, però era stato suggerito dalla UE.

E ora veniamo alla questione politica. E' ovvio che, con queste premesse e con questa crisi, si poteva discutere se era meglio incassare 200 milioni tassando gli abbonati o spendere 20-30 milioni, risparmiando tasse a tutti, considerando però che gli abbonamenti pay-per-view non sono un consumo necessario (ma nemmeno da ricchi, dato che molte famiglie non agiate fanno l'abbonamento perchè tifosissimi di calcio). Si poteva e si doveva discutere, invece che mettere la norma di soppiatto. Però, se inseriamo la questione all'interno del sistema mediatico italiano, dove i Governi Berlusconi hanno aggirato procedure di infrazioni Ue, sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia Europea, per salvare il duopolio Mediaset-Rai (legge Gasparri) e le frequenze di Rete 4 dalle giustissime richieste di Europa 7 (decreto SalvaRete4), e dove il pluralismo è quantomeno problematico (come si evince dal duopolio, dalla questione Rete 4, dai dati dell'AgCom e della Demos sulle variazioni rispettivamente degli spazi dedicati ai vari partiti e del sensazionalismo sulla sicurezza a seconda dei Governi in carica, oltre che dalla quotidiana esperienza di chi guardi la TV con un po' di onestà intellettuale e spirito critico), il Governo, se coerente, doveva fare lo stesso anche con la norma Sky, aggirando la direttiva Europea. Oppure tornare sui propri passi abrogando la legge Gasparri e mandando Rete4 sul satellite. Perchè le regole vanno rispettate sempre, e non aggirate o applicate rigidamente a seconda delle convenienze. Dunque, bene hanno fatto le opposizioni e parte della stampa a criticare il Governo, perchè la scelta fra il 10% e il 20% non era così ovvia e andava discussa; perchè, in ogni caso, il raddoppio IVA doveva essere graduale; perchè non si possono aggirare procedure di infrazione, sanzioni e sentenze delle Corti Italiane e Europee solo quando vanno contro i propri interessi, e invece intervenire duramente ai minimi dubbi della UE quando vanno contro gli interessi degli avversari; perchè, infine, non si può far ciò in conflitto d'interessi e con un pluralismo mediatico ai minimi termini.

Infine, alcune considerazioni al di là della questione più propiamente tecnica. Anche se Berlusconi avesse avuto davvero ragione, non può certo dire che è la dimostrazione che il conflitto d'interessi non esiste, perchè la sola storia del mercato televisivo italiano (legge Gasparri, decreto SalvaRete4, ecc. ecc.), oltre che quella giudiziaria (leggi ad personam varie), dimostra l'esatto contrario. E soprattutto non può emanare editti, tra l'altro diretti, contro le opposizioni e direttori di giornali (dall'editto bulgaro si è passati all'editto albanese), solo perchè esprimono opinioni diverse dalle sue. La democrazia è anche questo. Poi, certo, anche loro hanno commesso errori, in quanto avrebbero dovuto informarsi meglio: ma d'altronde lo stesso vale per il suo schieramento e per i giornali suoi vicini, dato che lui stesso e molti suoi colleghi di partito avevano prospettato la possibilità di "tornare indietro", e direttori come il fido Ferrara avevano persino aderito alla campagna di Sky. E, a tal proposito, anche io ritengo un po' inopportuna la campagna mediatica di Sky: ma d'altronde anche Mediaset ha più volte usato questo strumento, e in maniera più politica (come quando lo stesso Berlusconi lesse un comunicato in onda su Mediaset contro "la sinistra illiberale che vuole limitare la nostra libertà di comunicare", visibile parzialmente su questo video al minuto 1:40).  E, infine, Berlusconi non può far finta di non sapere niente, come fa sempre quando viene colto in fallo sul conflitto d'interesse: anche perchè altrimenti sarebbe grave che il Premier firmi cose che non conosce.

Questo è tutto. Ho perso un bel po' di tempo a scrivere questo lunghissimo post, come non ho mai fatto sinora, e so che è fatica sprecata. Perchè tanto, invece di spiegare per bene la situazione, i media vicini a Berlusconi ridurranno tutto a poche battute, tutte a favore del Governo e a danno della verità. Spero che almeno sia stato utile a qualcuno di voi

P.S. Infine, torno a fare la mia proposta provocatoria: se proprio servivano soldi, e in periodi di crisi bisogna chiedere sacrifici "a tutto il sistema televisivo", come detto da qualcuno a nome del Governo, perchè non ricavarli da tasse sulle televisioni private, che tra l'altro non danneggerebbero in nessun modo i contribuenti, a differenza del raddoppio IVA su Sky?

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Tg schierati? Ecco i numeri
post pubblicato in Diario, il 21 ottobre 2008


                                                       

Il problema del pluralismo politico nel mondo dell'informazione è un problema che dura ormai da anni. Quello che dovrebbe essere un problema evidente viene però smentito, e spesso riescono anche a farlo credere ai più. Questo nonostante si continuino a vedere determinati telegiornali e determinate trasmissioni che farebbero letteralmente rivoltare lo stomaco a chiunque dall'estero ci guardasse senza sapere niente di come funzionano le cose in Italia e il perchè di tutto ciò. E questo nonostante che periodicamente dati su dati testimoniano questo problema, anche da autorità terze come l'AgCom, che ogni tanto lancia i suoi allarmi, sottolineando i vari squilibri, più o meno pesanti, verso una parte politica che tutti sapete qual'è; ma l'AgCom non può fare nient'altro che annunciare, e così dopo anni e anni ci ritroviamo sempre con gli stessi problemi che non finiscono mai.

L'ultimo allarme è venuto proprio recentemente, con l'AgCom che ha sottolineato l'eccessivo spazio dato al Governo nei Tg nostrani, non solo Mediaset, ma anche Rai. Forse ne avrete sentito parlare, ma anche no, (altrimenti avremmo un informazione buona!). Ma sicuramente vi avranno detto qualche cifra confusa, che non rende bene il quadro deprimente della situazione. Così vi ho preparato una bella tabella semplificata, basata proprio sui dati dell'AgCom. Sono i dati su tutte le edizioni dei Tg Rai, Mediaset e La7 del Settembre 2008, che riportano il "tempo di antenna" (ovvero la somma del tempo di parola e di notizia) riservato dai Tg alle varie espressioni del mondo politico, divise in partiti di maggioranza, membri del governo, premier (sommati a loro volta insieme), partiti di opposizione, altre istituzioni (ovvero Presidenti Repubblica, Camera, Senato e membri della UE). Ecco la tabella (in basso).

Come potete notare, c'è un generale squilibrio a favore della maggioranza di governo. Campioni dello squilibrio sono Tg4, Studio Aperto e TgCom, che vi dedicano oltre l'80% dei propri spazi, contro un circa 10% riservato alle opposizioni. Poi ci sono Tg5, Tg2 e RaiNews24, che vi dedicano circa il 65% degli spazi, contro il 20-22% dato alle opposizioni. Più equilibrati Tg1 e TgLa7, che non si discostano granche dalla "regola non scritta" del riservare alla maggioranza di governo il doppio degli spazi dell'opposizione (per quanto possa essere equilibrata questa regola). Non ha problemi invece il Tg3, anzi forse leggermente squilibrato verso le opposizioni (nel senso che dà "solo" il 50% degli spazi a Governo e maggioranza).

Che dire. Possibile che i TG, fondamentali per la formazione dell'opinione pubblica, debbano essere in mano ad una parte politica? Dobbiamo continuare a negare l'evidenza? Cosa aspettiamo a multare pesantemente i Tg scoretti e premiare quelli equilibrati? E' una richiesta assurda?

Sì. E' una richiesta assurda in un Paese che non si pone nemmeno il dubbio sul conflitto d'interesse. Figuriamoci sui Tg.

Monitor Politico TG - Tempo di antenna - SETTEMBRE 2008

 

Maggioranza

Governo

Premier

Tot.area Governo

Opposizioni

Altre Istituzioni

Tg1

12%

32%

14%

58%

28,50%

13,50%

Tg2

11,50%

38%

16%

65,50%

20,50%

14%

Tg3

11%

16%

23%

50%

37%

13%

RaiNews24

13%

37,50%

15%

65%

23%

12%

TG RAI

12%

32%

15%

59%

28%

13%

Tg4

7,50%

28,50%

44,50%

80,50%

12%

7,50%

Tg5

9%

36%

21%

66%

22,50%

11,50%

StudioAperto

8%

42%

35%

85%

9,50%

5,50%

TgCom

6%

46,50%

26%

79%

7%

14,50%

TG MEDIASET

8,50%

35%

28,50%

72,00%

18%

10%

Tg La7

9%

33,50%

18%

61%

29%

10,50%


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