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il blog di Francesco Zanfardino
La "legge infame", morte del diritto
post pubblicato in Diario, il 11 giugno 2009


                                             

Dopo la scorpacciata elettorale, e non a caso, mi trovo a dover parlare del decreto intercettazioni, approvato oggi dalla Camera con l'ennesimo voto di fiducia chiesto dal Governo. Non a caso, dicevo, perchè il provvedimento era uscito dall'apposita Commissione della Camera già quattro mesi fa. Se non è stato affrontato finora, dunque, è per non pagare le prevedibili e negative conseguenze elettorali di un provvedimento avversato da tutte le opposizioni (anche l'UDC, sempre dialogante sui temi della Giustizia), dall'Associazione Nazionale Magistrati, dal Consiglio Superiore della Magistratura, dal Procuratore Nazionale anti-Mafia, dall'Ordine dei Giornalisti e da chiunque abbia ancora conservato un minimo di indipendenza di giudizio in questo Paese dove la pubblica opinione è quasi morta.

Il motivo? La nuova legge straccerà due principi fondamentali di una società democratica: il diritto ad una Giustizia che funzioni e il diritto all'informazione. Basta leggere la lunga lista di modifiche alla legge vigente: le intercettazoni saranno impossibili per reati con pene previste inferiori a 5 anni, mentre saranno inutili per gli altri reati, in quanto saranno possibili solo se ci sono già "evidenti indizi di colpevolezza" (ma le intercettazioni servono proprio per accertare tali evidenze, dopo le quali scatta l'arresto: se ci sono già, perchè intercettare?). Gli unici reati esclusi da tale disciplina sono quelli di mafia e terrorismo, ma in tanti casi tali reati si scoprono indagando su altri reati. Stesso discorso per le intercettazioni ambientali: si potranno mettere le cimici solo in luoghi dove già si sa che si sta commettendo una attività criminosa (ma allora, a che diamine serviranno?). Introdotti anche dei limiti di tempo: non si potrà intercettare una stessa utenza per più di 60 giorni, compreso i reati di mafia e terrorismo. Altro assurdo è il divieto di utilizzo di un'intercettazione per un reato diverso da quello per il quale è stata chiesta, tranne che per i reati di mafia e terrorismo: ovvero, se io scopro, mentre intercetto per mafia qualcuno, che quel qualcuno sta intrattenendo una relazione pedofila, non lo si può arrestare. Ed altre norme più o meno accettabili, ma comunque tutte tese ad indebolire uno strumento così importante per la Giustizia, grazie alla quale tanti criminali sono stati arrestati.

Per quanto riguarda il diritto a conoscere dei cittadini, invece, il decreto vieta, e punisce severamente, la pubblicazione delle intercettazioni fino alla fine delle indagini preliminari. Le conseguenze di ciò sono brillantemente descritte da D'Avanzo in questo articolo di Repubblica: non verremo più a conoscenza di un bel niente, se non in fortissimo ritardo, a meno di non violare la legge.

E' una vergogna. La società italiana non può accettare un simile sopruso della giustizia, della libertà di stampa e della democrazia senza dire niente. Nemmeno gli elettori di questo Governo, imbrogliati da falsi difensori della sicurezza che con questo decreto faranno esultare di gioia criminali e malfattori. Bisogna agire con ogni mezzo, fosse anche un Referendum. Perchè, se nemmeno su questo si raggiungesse il quorum, vuol dire che in Italia siamo proprio alla frutta.

www.discutendo.ilcannocchiale.it

Cuffaro condannato a 5 anni, ma non vedo cortei per chiederne le dimissioni
post pubblicato in Diario, il 19 gennaio 2008


                        

Ieri la Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Palermo ha comunicato la sentenza del cosidetto processo per le "talpe alla Dda", nel quale era imputato anche Salvatore Cuffaro, Presidente della Regione Sicilia (centrodestra, UDC). Il processo riguardava una presunta "rete" di rapporti fra politica e mafia: in particolare, sarebbero stato infranto in molti casi il segreto d'ufficio per aiutare i boss locali.

In particolare, Totò Cuffaro era imputato per favoreggiamento aggravato a "Cosa Nostra" e violazione del segreto d'ufficio. Tra i vari episodi contestategli, quello di aver rivelato al boss Giuseppe Guttadauro (clan Brancaccio) e al più importante imprenditore siciliano, Michele Aiello (indagato per associazione mafiosa) della presenza di indagini a loro carico e della presenza di microspie nelle loro abitazioni. 
La sentenza, invece, condanna Cuffaro a 5 anni (più l'interdizione dai pubblici uffici) per favoreggiamento semplice e violazione del segreto d'ufficio. Dopo la sentenza, il presidente della Sicilia ha dichiarato: "Non sono colluso con la mafia e quindi non mi dimetto".

In realtà, come sottolineato dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, "è rimasto provato il favoreggiamento da parte di Cuffaro a singoli mafiosi come Guttadauro, Aragona, Greco, Aiello (condannato a 14 anni per associazione mafiosa nello stesso processo, ndr) e Miceli: semplicemente ciò non è stato ritenuto sufficiente a dimostrare che Cuffaro abbia agevolato Cosa Nostra nel suo complesso".
E se questo non è abbastanza per dimettersi. Per carità, ognuno è innocente fino a sentenza definitiva. Ma dichiarare di non dimettersi perchè c'è "solo" il favoreggiamento semplice.... A maggior ragione in una regione come la Sicilia, un gesto di dimissioni dopo una tale condanna sarebbe un segno di correttezza.

Ma la cosa più scandalosa è che certi leader politici siano muti di fronte a questa condanna, dopo che negli ultimi giorni hanno chiesto, per ragioni diverse e diversamente condivisibili, le dimissioni di Bassolino, della Iervolino, di Pecoraro Scanio e Prodi, organizzando anche cortei. Addirittura Casini, che certo non vuole perdere il 16% che ha in Sicilia grazie a Totò "vasa-vasa", arriva a dire: "Da sempre sappiamo che Cuffaro non è colluso con la mafia. Da oggi lo ha certificato anche un tribunale della Repubblica. Siamo sicuri che in appello cadranno le altre imputazioni". Dopo essere stato in prima fila per chiedere le dimissioni di Bassolino, che (finora) non è stato mai condannato. Ora, se è legittimo chiedere le dimissioni di Bassolino, dovrebbe essere ancora più legittimo chiedere quelle di Cuffaro, o no?

E invece no. D'altronde, non ci si può aspettare altro da chi per anni sostiene un leader come Berlusconi, che come abbiamo visto nel post precedente è stato più e più volte condannato ma mai incarcerato, grazie alle leggi su prescrizione e falso in bilancio che si è fatto nei suoi anni di governo.
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