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il blog di Francesco Zanfardino
Pummalola
post pubblicato in Diario, il 19 agosto 2010


                                           

100 milioni di kg di concentrato di pomodoro cinese in arrivo negli stabilimenti italiani per la produzione di conserve che poi risulteranno "made in Italy", senza alcuna traccia della loro reale provenienza. E' quanto denuncia la Coldiretti, secondo la quale il fenomeno dura in realtà da diversi anni, con un aumento del 272% dell'import di pomodoro cinese negli ultimi dieci anni. Con gli inevitabili danni da concorrenza sleale non solo ai produttori di conserve realmente "made in Italy", ma soprattutto ai coltivatori italiani.

Certo ci sarebbe proprio bisogno di un intervento del legislatore. Non per impedire l'import di merci estere, come pure qualcuno, magari col fazzoletto verde al collo, populisticamente potrebbe proporre: siamo in un regime di libero mercato, e ognuno può invadere i mercati che vuole. Bisogna rispettare le regole, però: e non c'è libero mercato senza trasparenza. Perchè i consumatori possono benissimamente scegliere il pomodoro cinese, che magari costa meno, ma deve essere una scelta consapevole, ovvero i consumatori devono avere il diritto di sapere che una determinata conserva è cinese e non italiana come la sua etichetta "made in Italy" farebbe presupporre; stesso discorso per la pasta, fabbricata con farine non di origine italiana ma ugualmente "made in Italy", se prodotta negli stabilimenti italiani. E per tutti gli altri prodotti. Insomma, vanno modificati i criteri di assegnazione del marchio del "made in Italy": non basta che siano italiani i produttori finali, lo devono essere anche gli ingredienti. O, se proprio non si può modificare l'assegnazione del marchio, si obblighi i produttori a mettere in etichetta non solo lo stabilimento di produzione, ma anche l'origine iniziale delle materie prime. E in maniera chiara, non con codici incomprensibili al 99,99% della popolazione.

www.discutendo.ilcannocchiale.it

Fuorise...ggio
post pubblicato in Diario, il 22 maggio 2009


                                                  

Più di 250mila. Sono gli studenti "fuori-sede" in Italia, ovvero tutti quei ragazzi che per frequentano Università lontane dai luoghi di origine: quasi il 20% della popolazione universitaria italiana. Studenti che alzano la voce perchè, tra le loro tante difficoltà, c'è quella di dover tornare a casa per votare. E così esercitare il più elementare diritto della democrazia diventa un viaggio stancante, ma soprattutto dispendioso. Così che migliaia di ragazzi rinunciano a scegliere chi deve gestire il loro futuro.

E' nato così il comitato "Io voto fuorisede", che chiede alle istituzioni Italiane, attraverso una petizione, di prodigarsi affinchè il diritto al voto e le campagne anti-astensionismo non siano parole al vento, ma concrete azioni legislative. Prevedendo il voto per delega o per corrispondenza, ad esempio, come previsto in tantissimi paesi europei, ed a dire il vero anche dall'Italia (quello per corrispondenza), ma solo per quanto riguarda il voto estero. Con il paradosso che è più facile votare per un'italiano all'estero che per uno studente fuori sede. O anche per un lavoratore fuori sede, che affronta gli stessi problemi.

Ma la realtà è ancora più grave di quella descritta dall'articolo di Repubblica.it da cui ho tratto il contenuto di questo post. Infatti, l'autore, evidentemente per una distrazione, non si è accorto che il comitato e la sua petizione sono nate non quest'anno, ma nel 2008, a ridosso delle elezioni Politiche. E quindi, nonostante sia passato un anno, non è cambiato un bel nulla.

Per quel che conta, allora, firmo anch'io la petizione, e invito voi tutti a farlo. Secondo l'art.48 della Costituzione "votare è dovere civico", ma anche "un diritto che non può essere limitato". E' bene che i nostri governanti non se lo dimentichino quando c'invitano (giustamente) a non lasciarci prendere dall'astensionismo.

www.discutendo.ilcannocchiale.it

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