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il blog di Francesco Zanfardino
Quando la vita è un lusso
post pubblicato in Diario, il 15 settembre 2010


                               

Settecentoquaranta. E probabilmente, mentre finirete di leggere questo articolo, il numero sarà già cresciuto: è il numero delle morti sul lavoro che si sono susseguite in Italia nel 2010, fino al 15 Settembre. E questo senza contare i tanti lavoratori in nero, specialmente immigrati, le cui morti finiscono nel nulla.

 

Ogni volta che al TG sento notizie come queste non riesco a non pensare allo strazio delle famiglie di questi lavoratori, che escono di casa la mattina per tornarvi distrutti la sera, ma contenti per essere riusciti a portare a casa il sostentamento quotidiano per la famiglia; e poi, improvvisamente, una sera non tornano più a casa. Morti durante l’atto forse più importante di un uomo, quello che dovrebbe “nobilitarlo”, quello sulla quale la nostra Repubblica è “fondata”, e che invece spesso uccide: il lavoro.

Una vera e propria piaga sociale, che dovrebbe attirare l’attenzione del mondo della politica e della società in generale; cosa che invece non avviene, nonostante i continui moniti del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano; anzi, specialmente in questi due anni di governo Berlusconi si sono fatti molti passi indietro. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, in estate ha addirittura definito la legge 626, quella sulla sicurezza sul lavoro, “una legge inutile, un lusso che non possiamo permetterci”. Roba da far accapponare la pelle, ma figlia di un decadimento culturale che purtroppo, complice la fortissima crisi economica, sta dilagando in tutti i settori della società, compreso i sindacati: la priorità è che ci siano i posti di lavoro, non importa in che modo: meglio tagliare lo stipendio, meglio rinunciare alla sicurezza, meglio rinunciare ai propri diritti che non lavorare. Un ricatto indecente. E il fatto grave è che si è già passati dalle parole ai fatti: ad inizio 2009 il Governo, spalleggiato da Confindustria, ha infatti rinviato al 2011 (se non ci saranno ulteriori rinvii) l’applicazione del Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro, la riforma della 626 approvata dal governo Prodi che introduceva norme più restrittive, l’estensione della legge a molte categorie di lavoratori e soprattutto introduceva la condanna penale, il carcere, per gli imprenditori che non rispettavano la legge. Nemmeno una gran cosa (un anno e mezzo di carcere), ma hanno avuto il coraggio di dire che si trattava di “sanzioni sproporzionate”.

 

Mi viene da chiedermi se il vero “lusso” che non possiamo permetterci in questo Paese è questa classe dirigente e questo tipo di imprenditori. Facile per loro parlare così, dalla loro posizione di privilegiati, che non hanno a che fare con le difficoltà e le paure che milioni di lavoratori in Italia vivono ogni giorno, se non muoiono nel frattempo. E, per piacere, non chiamamole “morti bianche”. Queste morti di bianco non hanno nulla.

 

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Truffa senza Termini
post pubblicato in Diario, il 23 dicembre 2009


                                            

A me Marchionne non mi è mai piaciuto. Sarà un ottimo industriale, ma per me non è buon industriale quello che pensa unicamente al profitto e non anche al destino dei propri lavoratori, senza i quali non farebbe nemmeno un euro. Avevo i miei sospetti già al tempo delle "mirabolanti" conquiste americane, ne ho la conferma con i fatti attuali.

Chiudere Termini Imerese, e licenziare migliaia di dipendenti anche altrove, è una scelta legittima, dal punto di vista imprenditoriale. Non dal punto di vista umano, ed io al posto di Marchionne farei ogni sforzo per evitarlo, a cominciare dal ridurre il mio stipendio e quello di tutti i miei manager, di risparmiare sui lussi aziendali, eccetera. Ma chiuderla ora, in un periodo di disoccupazione dilagante, e soprattutto dopo aver preteso ed ottenuto gli aiuti statali, mi sembra, se mi consentite, una mossa inaudita ed amorale.

Bisogna smetterla con queste aziende che predicano il liberismo quando c'è da tagliare posti, e lo statalismo quando c'è da acchiappare dalle mani dello Stato. Il Governo faccia il diavolo a quattro per impedire questo sopruso, o si dimettano Scajola e tutti quelli che si sono resi complici di questa truffa. Altrimenti, siano i lavoratori ad impedirlo, con qualsiasi azione (democratica, ovviamente). Tutta l'Italia onesta sarà con loro.

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Potere ai lavoratori
post pubblicato in Diario, il 12 agosto 2009


                                           
 
Alla fine i lavoratori dell'Innse ce l'hanno fatta. Magari non sarà stato solo merito loro, ma certamente la loro lotta ha contribuito a trovare un valido acquirente per una fabbrica che era tutt'altro che fallita, come forse qualche speculatore voleva furbescamente asserire, ma in piena capacità produttiva (altrimenti l'acquirente non avrebbe promesso zero tagli ed addirittura ampliamenti di mezzi e produzione), e soprattutto con tanti lavoratori disposti a sacrificare la propria quotidianità pur di lavorare. "Semplicemente" per lavorare.

L'attaccamento alla fabbrica dimostrato da quel centinaio di lavoratori milanesi deve diventare un modello per tutti i lavoratori italiani. Non solo come forma di lotta, che sarà certamente e giustamente emulata da tanti altri lavoratori in un autunno che si preannuncia caldissimo (anche se "qualcuno" si ostina ancora a dire in giro che la crisi è alle nostre spalle e che non c'è da temere per i posti di lavoro), ma come spirito di partecipazione diretta ai destini del proprio luogo di lavoro. La semplice "lotta operaia", infatti, può non bastare: i lavoratori dell'Innse, infatti, hanno creato le giuste premesse, ma ciò non toglie che l'acquirente poteva anche non uscire fuori. E così avrebbero pagato le conseguenze di una scellerata logica speculativa. E d'altronde sono sempre principalmente i lavoratori a pagare.

Non deve essere così. Per questo i lavoratori, visto che i sindacati non si muovono da anni ormai, devono chiedere nelle prossime lotte, oltre alla conservazione del proprio posto di lavoro, anche una forma di partecipazione alle decisioni che determinano il loro destino. Insomma, che sia l'azionariato operaio, o la co-decisione sul modello tedesco (dove per le grandi aziende i lavoratori hanno pari dignità decisionale rispetto alla proprietà, mentre per le piccole aziende tale potere si riduce al 33%), gli industriali devono cominciare a capire che i lavoratori non sono numeri, ma il motore delle loro aziende, e dunque devono avere il diritto di partecipare alle decisioni che li riguardano, o perlomeno di condividerne gli utili, e non solo i fallimenti. Certo, non sarebbe la soluzione di tutti i mali. Anche i lavoratori, e soprattutto i sindacati, quando ci si mettono, riescono a fare il male di se stessi. Ma lo stesso vale, e molto di più, per gli imprenditori: e allora perchè solo loro devono determinare il destino delle imprese?

Pari dignità e rispetto reciproco. Questa deve essere la nuova frontiera della lotta operaia. Ci saranno da battere probabilmente le resistenze di Confindustria, e persino probabilmente di una parte del mondo sindacale che vedrebbe nella co-decisione una collaborazione col "nemico" e una rinuncia alla "lotta di classe". Ma se persino il Ministro del Welfare di uno dei governi più "confindustriali" della storia ha osato qualche tempo fa ipotizzare un simile scenario, forse forse qualche possibilità c'è. La lotta, d'altronde, è dura ... ma non ci deve far paura, no?

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Un anno e mille morti dopo
post pubblicato in Diario, il 6 dicembre 2008


                              

Un anno fa la tragedia della ThyssenKrupp. E' impossibile sottrarsi a questa abitudine mediatica degli anniversari, per la quale certi argomenti vengono affrontanti solo una volta all'anno, in queste occasioni, e poi ce ne si dimentica, a parte qualche breve comunicato sull'ennesima morte sul lavoro (ma solo quando ne muoiono più di uno al giorno, e nemmeno sempre). Su "Discutendo" invece avete potuto spesso leggere di questo argomento, e certo non solo come semplice "cronaca da bollettino".

1003 morti in un anno. Dietro questi numeri terrificanti (quasi 3 morti al giorno!) c'è tutto un mondo, fatto di lavoratori costretti a lavorare in condizioni disumane, in assenza di condizioni di sicurezza, costretti a lavorare oltre il massimo consentito, pagati a nero e male, senza tutele sindacali, senza dignità. Perchè spesso il lavoro, in Italia, non nobilita l'uomo, lo rende senza dignità (quando non l'uccide). Ma anche un mondo fatto di imprenditori disonesti che fanno profitto sulle spalle dei lavoratori. Di sindacati che con più forza dovrebbero denunciare questo scempio. Ma soprattutto un mondo fatto da Confindustriali e Governanti senza vergogna, che annullano il tema delle morti bianche dall'agenda politica del Paese, che, quando non provano a sminuire il problema (Castelli docet), cancellano quel minimo sforzo verso la legalità costiuito dal Testo Unico sul Lavoro del Governo Prodi: per loro chi specula sui propri lavoratori non deve essere punito.

Non per niente oggi a Torino non c'era nessun rappresentante di Confindustria e del Governo. Meglio farsi la campagna elettorale in Abruzzo e dire assurdità, anzichè mostrare la propria vicinanza, perlomeno con un comunicato. Vabbè, perlomeno sono coerenti.

P.S. E, diamine, smettiamola di usare quel termine ("morti bianche"). In queste morti di bianco non c'è nulla.

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