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il blog di Francesco Zanfardino
Non c'è giustizia per le morti sul lavoro
post pubblicato in Diario, il 18 ottobre 2008


                                                     

Ieri non è stata certo una bella giornata riguardo le morti sul lavoro. Innanzitutto ci sono state ben otto morti sul lavoro in una sola giornata, una cifra impressionante che si va aggiungere alla lista altrettanto impressionante delle morti "bianche", che poi di bianco non hanno nulla. Una tragedia infinita che travolge uomini e donne, italiani e stranieri, giovani e meno giovani, tutti resi uguali di fronte alla tragicità e all'insensatezza di una morte che li ha colti mentre lavoravano, ovvero mentre esplicavano il loro contributo al benessere della società. E' un'assurdità, ma in Italia questo accade, e molto di più che altrove.

Ma, sconcertato ma putroppo abituato a questa sfilza di morti, quello che più mi ha colpito della giornata di ieri è un'altra cosa: ovvero la prova che per queste morti non c'è giustizia. Ieri, infatti, si è concluso il processo sulle due morti all'ILVA di Taranto nel 2003. Eccone l'esito: assoluzione per Emilio Riva, presidente del CdA, un anno e sei mesi per Luigi Capogrosso, direttore dell'ILVA, e un anno di reclusione per altri quattro dirigenti. Insomma, la vita di due operai vale pochi mesi di carcere, nel peggiore dei casi. Tuttu questo mentre nel frattempo l'ILVA di Taranto, estremamente fuorilegge per l'inquinamento e la sostenibilità ambientale, continua a mietere decine e decine di morti fra i suoi operai, senza avere giustizia.

Ma di tutto ciò c'è una responsabilità ben precisa: quella dei Governi. Governi che hanno permesso e continuano a permettere simili stillicidi, senza prevedere pene più dure e più certe per chi ammazza i propri lavoratori, o perlomeno, diamine, prevedere delle pene, che già sarebbe qualcosa. E, quando poi un Governo decide di fare qualcosina, quello successivo (l'attuale) lo cancella subito, ubbidiente alle richieste degli industriali interessati molto più al proprio ritorno economico che alla pelle dei propri lavoratori. D'altronde, come sono ormai spesso costretto a ripetere, la tolleranza zero si ferma sempre davanti ai cancelli delle fabbriche.

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Eternit, parte il processo per 2800 morti
post pubblicato in Diario, il 10 ottobre 2008


                                                     

La Procura di Torino ha iniziato il processo sulle oltre 2800 vittime dell'amianto degli stabilimenti Eternit. Sono stati infatti rinviati a giudizio il magnate svizzero Ernest Schmidheiny e il barone belga Jean De Marchienne, dirigenti della multinazionale svizzera Eternit. Questo dopo l'esame del materiale raccolto durante le indagini, raccolti in ben 200 faldoni, e soprattutto ad una trentina d'anni di distanza dalla chiusura degli stabilimenti: Casale, Cavagnolo, Bagnoli, Rubiera. Luoghi che dovevano essere di lavoro, e che invece diedero la morte a migliaia di lavoratori e loro familiari, oltre che agli abitanti nei pressi degli stabilimenti. Il tutto per la totale assenza di controlli, protezioni, accorgimenti e delle minime condizioni di sicurezza.

Speriamo bene. Speriamo che questo processo non finisca a "tarallucci e vino" e che i responsabili di questa carneficina ne scontino le giuste conseguenze. Sarebbe un bel segnale per un Paese dove si continua a morire di lavoro, dove le "morti bianche", che poi di "bianco" non hanno niente, sono mediamente 3-4 al giorno. Un segnale che arriverebbe molto in ritardo, moltissimo ... ma meglio tardi che mai.

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E no, questo no!
post pubblicato in Diario, il 6 agosto 2008


                                           

Sul tema delle morti del lavoro, si sentono le opinioni più disparate. C'è chi addossa le intere responsabilità alle imprese, e chi ai lavoratori. Ma nessuno, prima d'oggi, aveva provato a sminuire il problema.

Prima d'oggi. Perchè oggi il sottosegretario alle Infrastutture Roberto Castelli ha dichiarato: "le statistiche sulle morti sul lavoro sono fasulle". Secondo l'esponente leghista, "soltanto in Italia esiste il paradosso per cui si contano come morti sul lavoro anche quelle avvenute negli incidenti stradali capitati mentre si va o si torna dal lavoro. E' il momento di smetterla di criminalizzare gli imprenditori italiani. Se infatti estrapoliamo gli incidenti che avvengono in agricoltura e in edilizia, vedremo che in Italia la sicurezza delle aziende manifatturiere e' ai migliori livelli europei".

Si tratta di un ignobile tentativo di sminuire di una tragedia quotidiana. Innanzitutto, le statistiche dell'Inail, e Castelli dovrebbe saperlo, vengono pubblicati a mesi e mesi di distanza, proprio per dare un consuntivo più veritiero del problema. Passando poi ai "migliori livelli europei", ricordo a Castelli lo studio del Censis diffuso ieri e che ha fatto tanto scalpore, in quanto provocatoriamente invertiva le ormai consuete percezioni di sicurezza degli Italiani (e dell'azione di Governo), invitando a "mandare i militari nei posti di lavoro, e non sulle strade". Gli omicidi in Italia sono in continuo calo (nel 2006 erano 663, nel 2007 sono diminuiti ancora di più) e l'Italia è di fatto il paese più sicuro d'Europa per quanto riguarda gli omicidi. Le morti sul lavoro, invece, nel 2005 sono state 918, e stavolta l'Italia è sì ai primi posti, ma come numero di morti. E, tra l'altro, se anche fosse vero che le morti nelle manifatture sono poche rispetto alla media europea, allora vuol dire che in agricoltura e in edilizia (che non sono certo gli ultimi settori dell'economia) le morti sono ancora più elevate rispetto alla media europea. La matematica non è un opinione.

Per questo non bisogna sminuire il problema, ma risolverlo. Magari la strada non è quella dei militari, che comunque era una provocazione, ma certo una maggiore attenzione del Governo non guasterebbe. La ricetta è una sola: controlli, sanzioni, informazione. E invece il Governo, quando non sminuisce il problema, punta esclusivamente sull'informazione, addossando l'intera colpa ai lavoratori, "che non indossano le protezioni e non sono informati". Un'idea malsana e sbagliata, come quella di chi vuole solo sanzioni. E invece ci vuole non solo l'informazione, ma anche adeguate sanzioni (non è accettabile che si dia l'aggravante agli extracomunitari e invece si prevedano zero sanzioni per le imprese: la tolleranza zero non può non valere anche per le imprese che sbagliano) e più controlli.

E, magari, se non è uno sforzo troppo grande, anche meno idiozie.

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La tolleranza zero non vale per le imprese...
post pubblicato in Diario, il 26 luglio 2008


                                                       
 
Le imprese, anche in caso di irregolarità, non saranno più obbligate a stabilizzare i precari, ma dovranno pagare solo una sanzione amministrativa. E' questo, in sostanza, l'effetto di un emendamento, subito ribattezzato "norma anti-precari", approvato dalla Commissione Bilancio della Camera e recepito dal maxi-emendamento del Governo; tuttavia, come precisa il Governo, rispetto all'emendamento iniziale, la norma non varrà per il futuro ma solo per i contenziosi ancora aperti.

Subito insorgono i sindacati e l'opposizione. D'altronde, si tratta di una vera e propria "sanatoria" per le imprese, che calpesta i diritti dei lavoratori. In sostanza si dice: "hai sfruttato indebitamente i tuoi lavoratori? Non fa niente, ora arriviamo noi e ti salviamo dai guai". L'unico commento positivo viene da Confindustria, per gli ovvi motivi: "Un poco di semplificazione e minore rigidità è quello che serve al mercato del lavoro. In questo caso, come in altri, non è di sanzioni che abbiamo bisogno, ma di norme praticabili che abbiano un senso logico rispetto alla reale situazione". Il Governo cerca di smarcarsi, dicendo: "la norma non l'ha voluta nè il Governo nè Sacconi". Se anche fosse vero, allora perchè recepirla nel maxi-emendamento?

La risposta è semplice: l'emergenza nazionale, la tolleranza zero, la faccia feroce valgono solo per i clandestini, mentre alle imprese si danno i "buffettini". Che si tratti di morti sul lavoro o di contratti precari illegali, la parola d'ordine è sempre la stessa: "niente sanzioni". Alla faccia del Governo "di sinistra", come ha detto ieri Berlusconi ...

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Morti sul lavoro, ombre e luci di una tragedia infinita
post pubblicato in Diario, il 15 luglio 2008


                                                   

Oggi l'Inail ha diffuso il suo rapporto annuale sulle morti sul lavoro. Ebbene, nel 2007 le morti sul lavoro sono calate del 9.8% rispetto al 2006. Ma non c'è da stare allegri: le "morti bianche", che poi di bianco non hanno nulla, sono state 1210, ovvero una media di 3-4 morti sul lavoro al giorno. Inoltre, invece di diminuire aumentano gli infortuni per lavoratori atipici (+5.7%) e stranieri (+13.6%). Ovviamente senza considerare gli infortuni e le morti non denunciate, visto il largo impiego di lavoratori clandestini. Ma la cosa più scandalosa è che, nonostante queste diminuzioni, l'Italia detiene il triste primato UE delle morti sul lavoro, come emerge dalla relazione dell'Anmil (febbraio 2008).

E' indecente. Un Paese civile non può definirsi tale con tutte queste morti sul lavoro. Morire di lavoro, ovvero morire mentre si sta contribuendo con i propri sforzi al benessere della propria famiglia e della società, non è tollerabile. Punto. E se qualcuno pensa che per contrastare questo fenomeno non servano adeguate sanzioni, bè, lasciatemelo dire, non è tollerabile nemmeno lui. La tolleranza zero, lo ripeto anche in questo post, non può fermarsi davanti ai cancelli delle fabbriche.

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