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il blog di Francesco Zanfardino
Il resto del discorso
post pubblicato in Diario, il 1 gennaio 2010


                                                

Alla fine, di tutto il discorso di fine anno di Napolitano è stato risaltato, e pure in maniera distorta, solo l'aspetto, pur rilevante, della necessità delle riforme istituzionali e del dialogo tra le forze politiche nell'interesse comune. D'altronde, era scontato, visto l'improvviso clima di "amore" e "dialogo" scaturito dal post-Duomo.

Ma il Presidente della Repubblica, nei suoi 19 minuti di discorso, ha affrontato ben altre questioni. Innanzitutto, pur spronando alla fiducia e allo sforzo comune per rilanciare il Paese, Napolitano ha sottolineato la tragedia della crisi economica e delle sue devastanti conseguenze che ha avuto, che ha e che avrà per la società italiana, per tante famiglie e soprattutto per i giovani e il Mezzogiorno. Poi ha rimarcato aspetti quale la diffusione della povertà, l'elevata pressione fiscale, i conti pubblici da risanare, le tutele assenti per i lavoratori atipici, le difficoltà del mondo della ricerca, la xenofobia dilagante, e persino un tema molto scottante e ben poco demagogico come le pessime condizioni delle carceri italiane. Tutte tematiche che faticano ad essere cruciali nel dibattito politico italiano, pur essendo importanti come e se non di più delle "riforme", un po' per volontà del governo, un po' per incapacità delle opposizioni nel porle al centro dell'attenzione mediatica e civile nella maniera adeguata.

Ma, alla fine, questo lo sapranno solo i "ventiquattro lettori" di questo blog e chi si informa su Internet ... e chi ha prestato attenzione al discorso di Napolitano mentre si mangiavano gli antipasti del Cenone. Ah, per il nuovo anno, visto il nuovo "clima":  peace & love to everyone ...
 
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Mezzogiorno di fuoco
post pubblicato in Diario, il 27 luglio 2009


                            

Ogni estate ha la sua boutade politica. Nemmeno tanto "boutade", visto che se due estati fa la registrazione dal notaio di nome e logo del PDL da parte di Michela Vittoria Brambilla fu seguita pochi mesi dopo dall'effettiva nascita di quel partito, c'è da (temere?) aspettarsi che le manovre politiche in atto in Sicilia e non solo intorno alla nascita del "Partito del Sud" si concretizzino a breve in forma più consolidata.

D'altronde, l'interesse di tanti "capibastone" del Sud, dall'infuriato Lombardo al suo ex nemico Miccichè, da Dell'Utri alla Poli Bortone, da Loiero a Bassolino (che di recente ha fondato l'ennesima "fondazione" di area PD, un fantasioso "Sudd"), e persino l'interessamento di personalità come Vendola, unito alle tante dimostrazioni di insofferenza dimostrate dall'MPA e dai parlamentari siciliani della maggioranza nelle votazioni in Parlamento, sono molto più che la spia di qualche malessere. Sono un vero e proprio segnale a Berlusconi & company che non si può più andare avanti con le scelte effettuate dal Governo finora, altrimenti qualche scossone potrebbe accadere. E un movimento come "Forza Sud", come denominato da Miccichè, potrebbe strappare voti preziosi, e molti, proprio nella roccaforte dei berlusconiani, il Sud. E, cosa ancora più grave, potrebbe minare la stabilità dello stesso Governo, trasformando la netta maggioranza in Camera e Senato in maggioranze di tipo "prodiano", se non peggio.

In effetti, le politiche del Governo finora sono state fin troppo "nordiste". La "golden share" della Lega Nord si è fatta sentire, in mancanza di un solido contrappositore di forze "sudiste", e ogni provvedimento del Governo Berlusconi è stato indirizzato quasi sempre a favore del Nord. Sia quando si trattava di tematiche vicine all'elettorato padano, sia quando si tratta di veri e propri finanziamenti. Il simbolo di tutto ciò è il cosiddetto "scippo dei Fondi Fas", ovvero quegli stanziamenti che l'Unione Europea destina per lo sviluppo delle aree disagiate, e che dovrebbe andare per l'85% al Mezzogiorno e per il 15% alle restanti zone d'Italia. Dovrebbe, poichè, come ci racconta un buon servizio del Tg3 nella sua seconda parte, le decine di miliardi di euro contenuti nei Fas sono stati prevalentamente usati invece dal Governo per realizzare tutt'altro. Una sorte di "pozzo delle meraviglie" da cui attingere per coprire ogni falla di bilancio. Manca un miliardo per il taglio dell'ICI? Presi dai fondi Fas. Servono 18 miliardi per l'occupazione, per le infrastrutture, per la Finanziaria? Ancora i fondi Fas. Servono soldi per la ricostruzione a L'Aquila? Sempre fondi Fas. Serve un miliardo per salvare i sindaci amici di Roma e Catania? Preso dai fondi Fas. Servono soldi per realizzare le inutilizzate opere per il G8 in Sardegna? Usati i fondi Fas. Servono soldi per abolire il ticket sanitario? I fondi Fas, naturalmente. E così allo sviluppo del Sud è rimasto ben poco. Ma lo stesso andazzo del "federalismo fiscale", strutturato così come, rischia di danneggiare pesantemente il Mezzogiorno.

La domanda è: questo "Partito del Sud" può essere un credibile portabandiera degli interessi del Meridione? La risposta è un netto no. Questo "PDS" non è altro che l'organizzazione di numerosi apparati clientelari e personalistici intorno alla difesa di denari che vengono sottratti al Sud, ma unicamente per metterci le mani e non per destinarli ad un reale sviluppo del Sud. Insomma, gli autori del disastro del Mezzogiorno intendono solo perpetuarlo, in base a logiche localistiche, clientelari e collusiviste con mondi della facile impresa e della malavita. E' quello che temono e denunciano Lega e PDL, dimenticandosi che essi stessi adottano quei sistemi e che certo non poso lamentarsi, dato che la Lega è essa stessa un partito di quel tipo.

Certo è che la "questione meridionale" deve tornare al centro del dibattito nazionale. E se questi quattro "uappi" riusciranno a farlo, sarà comunque un fatto positivo. Ma al Sud serve ben altro.

P.S. A proposito di Sud e "rivoluzioni", ho creato questo gruppo su Facebook per gettare le basi per una "rivoluzione democratica" che, attraverso le Primarie Regionali del PD in Campania, porti avanti quella sfida di rinnovamento di cui quella regione in primis e l'Italia tutta necessitano fortemente. L'appello ha suscitato molti interessamenti, aiutatemi a diffonderlo!

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Pericolo e opportunità
post pubblicato in Diario, il 1 gennaio 2009


                                                  

Oggi, primo dell'anno (ancora auguri!) non ci si può sottrarre all'esame del discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (disponibile integralmente qui).

C'è da dire che è stato un discorso "particolare". Per carità, i soliti formalismi, il solito "dire e non dire", il solito equilbrismo ... d'altronde è pur sempre il discorso alla Nazione di una alta figura di garanzia. Tuttavia, se per la prima volta la parola più usata non è "anno" ma "crisi", vuol dire che qualcosa di diverso c'è dalle altre volte. Difatti, fatti salvi i saluti di rito "ai servitori dello Stato, ai civili ed ai religiosi operanti per il bene della comunità, alle forze dell'ordine e alle Forze Armate", in particolar modo ai militari all'estero, gli altrettanti rituali richiami ai principi Costituzionali, all'unità nazionale e al dialogo fra le forze politiche, e la dovuta apertura dedicata alla crisi palestinese, il messaggio di Napolitano è stato un discorso monotematico attorno alla crisi e alle modalità per uscirne

L'anno scorso il discorso incitava alla "fiducia", dato che il sentimento di sfiducia che dilagava allora nel Paese non coincideva con molti dati positivi che proprio in quel periodo emergevano. Ora, invece, di fronte alla mutata situazione, Napolitano non fa un discorso pessimista, nè ottimista, nè negazionista. Semplicemente "dobbiamo guardare in faccia ai pericoli cui è esposta la società italiana, senza sottovalutarne la gravità: ma senza lasciarcene impaurire. L'unica cosa di cui aver paura è la paura stessa". E da qui una elencazione delle conseguenze della crisi sulla società italiana, innanzitutto sulla disoccupazione, sul precariato, sull'occupazione femminile, sui ceti deboli, sul Mezzogiorno, sull'aumentare della povertà. Ma Napolitano non manca di indicare la via per uscire dalla crisi: innanzitutto "affrontare decisamente le debolezze del nostro sistema (...) guardando innanzitutto all'assetto delle nostre istituzioni, al modo di essere della pubblica amministrazione, al modo di operare dell'amministrazione della giustizia"; poi un maggiore impegno da e per il Mezzogiorno, che deve cominciare a recuperare il divario dal resto del Paese; interventi per il mondo del lavoro, concordati fra politica e parti sociali; una nuova politica energetica e ambientale, che sfrutti le nuove tecnologie per produrre effetti positivi e per l'economia e per l'ambiente; valorizzazione del patrimonio culturale e conoscitivo del Paese, con forti investimenti per la ricerca; maggiore trasparenza e rigore nell'utilizzo del danaro pubblico, non dimenticando la mannaia del debito pubblico. Il tutto senza dimenticare di essere parti dell'Europa e della comunità internazionale, nelle quali dobbiamo "richiedere imperiosamente il massimo sforzo di concertazione tra i protagonisti dell'economia mondiale, per definire nuove regole capaci di assicurare uno sviluppo sostenibile, ponendo fine alla frenesia finanziaria che ha provocato stravolgimenti e conseguenze così gravi. Il mondo in cui viviamo è uno, e come tale va governato".

Rileggendolo, devo dire che il discorso di Napolitano mi è piaciuto. Ha preso atto della crisi, senza inutili pessimismi e falsi ottimismi, ma ha anche indicato una via per uscirne. Ricordando che proprio nei momenti di crisi si possono gettare le fondamenta per un Paese più solido. D'altronde, se in cinese la parola "crisi" è rappresentata da due ideogrammi, "pericolo" e "opportunità", ci sarà un motivo.

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