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il blog di Francesco Zanfardino
Don Diana
post pubblicato in Diario, il 4 agosto 2009


                                          

E' semplicemente vergognoso che si tenti di infagare la memoria di Don Peppino Diana, eroe dell'anti-camorra, guida morale per tanti giovani e faro di libertà in una terra che di vera libertà ne vede ancora poca. Ancora più vergognoso quando questo tentativo proviene da un rappresentante delle istituzioni, mettendo lo Stato allo stessa stregua dei camorristi che dopo la morte di don Diana tentarono di infangarlo con titoloni sui giornali locali, che lo accusavano di essere un camorrista o di avere relazioni amorose nascoste. E' semplicemente scandaloso, invece, quando a farlo è il Presidente della Commissione d'inchiesta sui Rifiuti in Campania, ovvero una persona dovrebbe occuparsi di eco-mafie (e proprio i Casalesi in questo settore sono il "top").

Per questo pubblico e mi unisco all'appello di Roberto Saviano per difendere la memoria di Don Diana. E, aggiungo io, per chiedere le dimissioni del poco onorevole Pecorella (PDL). Almeno da Presidente della Commissione, che diamine.

Roberto Saviano - La Repubblica: "Mi è capitato nella vita di fare pochissimi giuramenti a me stesso. Uno di questi, che non riuscirei a tradire se non vergognandomi profondamente, è difendere la memoria di chi nella mia terra è morto per combattere i clan. Ho giurato a me stesso sulla tomba di Don Peppe Diana il giorno in cui alcuni cronisti locali, alcuni politici e diversa parte di quella che qualcuno chiama opinione pubblica iniziarono un lento e subdolo tentativo di delegittimarlo.

Il venticello classico di certe parti d'Italia che calunnia ogni cosa che la smaschera; il tentativo di salvare se stessi dalla scottante domanda "perché io non ho mai detto o fatto niente?". Ho letto in questi giorni sulla rivista Antimafia Duemila che due ragazzi, Dario Parazzoli e Alessandro Didoni, hanno chiesto durante una trasmissione Tv a Gaetano Pecorella come mai, quando era presidente della commissione giustizia, difendeva al contempo il boss casalese egemone in Spagna Nunzio De Falco, poi condannato come mandante dell'omicidio di Don Peppe Diana. Mi ha colpito e ferito sentire alcune dichiarazioni dell'Onorevole Pecorella in merito all'assassinio di Don Peppe Diana. In una intervista al giornalista Nello Trocchia per il sito Articolo 21, Pecorella dichiara: "Io dico che tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Nel processo qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia, altri hanno riferito che sarebbe stato ucciso perché si volevano deviare le indagini che erano in corso su un altro gruppo criminale. E altri hanno riferito anche il fatto che conservasse le armi del clan. Nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio, visto che non c'erano precedenti per ricostruire i fatti. Se uno conosce le carte del processo, conosce che ci sono indicate da diverse fonti, diversi moventi".

Proprio leggendo le carte si evince chiaramente che non è così, Onorevole Pecorella. Perché dice questo? È vero esattamente il contrario. Dalle carte del processo emerge invece che è tutto chiaro. E pure la sentenza della Corte di Cassazione del 4 marzo 2004 conferma che Don Peppe è stato ucciso per il suo impegno antimafia e per nessun'altra ragione. Che De Falco (di cui lei, Onorevole, ha assunto la difesa) ha ordinato l'uccisione di Don Peppe per dimostrare, uccidendo un nemico in tonaca, un nemico senza armi, che il suo gruppo era più forte e coraggioso di quello di Sandokan. E anche per deviare la pressione dello Stato proprio sul clan Schiavone. Quelli che lei definisce più volte "moventi indicati" furono, come dimostrano le sentenze, delle calunnie che alcuni camorristi portarono per lungo tempo in sede processuale per discolparsi. Calunnie nate dal fatto che persino loro cercavano di lavarsi le mani, in buona o cattiva fede, del sangue innocente che avevano versato. Ne avevano vergogna. Questo è quel che dicono gli iter conclusi della giustizia italiana. Ed è per questo che la risposta che l'Onorevole Pecorella ha dato appena qualche giorno fa alla domanda se Don Diana, a suo avviso, non fosse stato ucciso per il suo impegno contro i clan lascia basiti.

L'onorevole dice: "Io non ho avvisi. Io riporto quello che è emerso nel processo e nulla più. Ci sono diversi moventi, c'è anche quello, che all'inizio non era emerso, che faceva attività anticamorra. Per la verità nel processo non è venuto fuori molto chiaro neanche questo come movente. È inutile che costruiamo delle fantasie sulle ipotesi. Quella dell'impegno anticamorra è tra le ipotesi. Ma nel processo non è emerso in modo clamoroso, non è mai venuta fuori un'attività di trascinamento, di gente in piazza. Non è che c'erano state manifestazioni pubbliche, documenti. Qualcuno ha detto anche questa ragione. Come vede ci sono tanti moventi. Certamente è stato ucciso dalla camorra. Chi viene ucciso dalla camorra è una vittima della camorra. Ora se è un martire bisogna capirlo dal movente che non è stato chiarito".

È stato chiarito. Lo Stato Italiano considera Don Peppe un martire della battaglia antimafia, migliaia di persone hanno sfilato in sua difesa. E i documenti che non ci sarebbero, ci sono eccome. Hanno non solo un nome, ma anche un titolo: "Per amore del mio popolo non tacerò". È il documento stilato da Don Peppe insieme ad altri preti della forania di Casal di Principe in cui viene annunciata una battaglia pacifica, ma priva di compromessi alle logiche dei clan, al loro predominio, alla loro mentalità, alla loro cultura, alla loro falsa aderenza alla fede cristiana. Persino Papa Giovanni Paolo II, dopo la morte di Don Peppino Diana, pronunciò nell'Angelus: "Voglia il signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro [...] produca frutti [..]di solidarietà e di pace". Per Giovanni Paolo non ci furono dubbi, fu un martire. Per Lei, Onorevole Pecorella, invece ce ne sono. Perché, mi chiedo?

Le chiedo inoltre se considera legittimo rivestire il ruolo di Presidente della Commissione Giustizia del Parlamento Italiano e portare avanti la difesa del boss Nunzio De Falco? Lei immagino mi risponderà di sì, che anche il peggiore dei presunti criminali, ne ha il diritto. Ma questo principio di garanzia vale soltanto fino al verdetto finale. Tale verdetto di colpevolezza del suo mandante è stato emesso e confermato. Quindi la prego di non diffondere falsi dubbi sulla condanna a morte di Don Diana. Chi ha ucciso Don Peppe Diana è uno dei clan più potenti e feroci d'Italia che ha ancora due latitanti, Iovine e Zagaria, liberi di investire, costruire, e portare avanti i loro affari.


Oggi, Onorevole Pecorella, lei è presidente della commissione d'inchiesta sui rifiuti, e i Casalesi, come saprà, sono i maggiori affaristi nel traffico di rifiuti tossici e legali. Loro quindi dovrebbero essere i suoi maggiori nemici anche se in passato ha difeso in sedi processuali i loro capi. La prego di avere rispetto per Don Peppe e non dare nuovamente credito a calunnie che negli anni passati killer e mandanti hanno cercato di riversare su una loro vittima innocente. Questa mia domanda non è questione di destra o di sinistra. La legalità è la premessa del dibattito politico, o almeno dovrebbe esserlo. La premessa e non il risultato. Quando iniziai a trascrivere delle parole che Don Peppe aveva detto nel Casertano ho ricevuto lettere commosse da molti lettori conservatori, da cattolici di Comunione e Liberazione sino ai ragazzi della Comunità di Sant'Egidio, dalla comunità ebraica romana e da tante altre.

La battaglia alle organizzazioni criminali, l'ho vista fare da persone di ogni estrazione politica e sociale. Ho visto, quando ero bambino, manifestazioni nei paesi assediati dalla camorra in cui sfilavano insieme militanti missini, democristiani, comunisti e repubblicani. L'onestà non ha colore, spesso così come non ne ha l'illegalità. Per questo, il mio non è un appello che possa essere ascritto a una parte politica. Non permetterò mai a nessuno, e come dicevo me lo sono giurato, che la memoria di Don Peppe sia oltraggiata da accuse false, demolite dai Tribunali, che ebbero il solo scopo di screditare le sue parole, emettendo nel silenzio il ronzio malefico "quello che dice non è vero". Questo non lo permetterò. Lei mi dirà che questa mia è una battaglia troppo personale. Io le ribadirei che, sì, lo è, è vero. Tutto ciò che riguarda la mia terra, ormai riguarda la mia vita stessa e quindi non può che essere personale. Difendere la memoria di Don Peppe Diana è una questione personale anche per un'altra ragione: è una questione di onore. Onore è una parola che spesso hanno abusivamente monopolizzato le cosche facendola diventare sinonimo del loro codice mafioso. Ma è il tempo di sottrarla alle loro grammatiche. Onore è il sentire violata la propria dignità umana dinanzi a un'ingiustizia grave, è il seguire dei comportamenti indipendentemente dai vantaggi e dagli svantaggi, è agire per difendere ciò che merita di essere difeso. E io l'onore, l'ho imparato qui a Sud. Per meglio spiegarmi, mi sovvengono le parole di Faulkner: "Tu non puoi capirlo dovresti esserci nato. In realtà essere del Sud è una cosa complessa. Comporta un'eredità di grandezza e di miseria, di conflitti interiori e di fatalità, è un privilegio e una maledizione. Vi è il senso aristocratico dell'onore e dell'orgoglio". Mi piacerebbe poter mettere una parola definitiva su questo. Su quanto accaduto a don Peppe. Permettere di farlo riposare in pace. Riposare in pace significa non chiamarlo in causa laddove non può difendersi. A volte, come accade a molti miei compaesani per cui conserva il suo valore, mi viene di rivolgermi a lui. Don Peppe se è vero che tu hai visto la fine della guerra, perché, come dice Platone, solo i morti hanno visto la fine della guerra, sta a noi vivi il compito di continuare a combatterla. E non ci daremo pace".

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Io ricordo così, gli altri ...
post pubblicato in Diario, il 27 gennaio 2009


                                               

Oggi, 27 Gennaio, è il Giorno della Memoria. 64 anni fa le truppe sovietiche sfondarono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, scoprendone gli orrori e i pochi superstiti di quell'infamia. Fu così che, forse tardivamente, la Comunità Internazionale decise nel 2000 di istituire tale data come giornata mondiale in commemorazione delle vittime dell'Olocausto, del nazionalsocialismo e di tutti i fascismi. E, aggiungerei io, proprio "per non dimenticare", anche di tutte le altre pulizie etniche di questo mondo, troppo spesso dimenticate e/o occultate.

Ci sono diversi modi per "ricordare".

C'è chi
, come un Vescovo forse riabilitato con troppa superficialità dal Papa, lo fa negando l'esistenza delle camere a gas. E c'è chi, tanti, troppi, nega l'Olocausto in generale.

C'è chi, come un Presidente del Consiglio che considera il suo ruolo con fin troppa superficialità, lo fa raccontando barzellette sui lager che non fanno ridere nessuno.

C'è chi, come buona parte degli Italiani, forse la maggioranza, lo fa con molta ipocrisia, indignandosi la mattina per l'odio razziale della Germania Nazista contro gli ebrei, e pensando la sera ad altrettando razzistiche equazioni straniero = criminale = viadalmioPaese.

Poi c'è chi, come me, che non nega, prende seriamente la questione e senza ipocrisia. Personalmente, voglio ricordare così, come l'anno scorso, con l'introduzione di Primo Levi a Se questo è un uomo (uno dei migliori libri mai scritti, da leggere assolutamente almeno una volta nella vita per comprendere fin dove possa spingersi, in basso, la coscienza umana), che rispecchia fedelmente lo spirito di questa giornata.

"Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi"
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Non si cancelli la memoria
post pubblicato in Diario, il 27 agosto 2008


                                                                 

Potrà sembrare una cosa ininfluente, simbolica, poco importante. Ma non è così. In un Paese in cui le mafie la fanno la padrona, "succhiando" letteralmente la ricchezza comune (7% del PIL nazionale), opprimendo la libera attività commerciale e d'impresa, favorendo il traffico di droga e lo sfruttamento della prostituzione, distruggendo le forme del vivere civile, mettendo una palla al piede allo sviluppo del Mezzogiorno (e non solo), infangando il nome dell'Italia all'estero, anche la cancellazione dell'intitolazione di un aeroporto ad un simbolo dell'anti-mafia può essere una pagina nera per la lotta di liberazione dall'oppressione mafiosa.

Perchè, se c'è una possibilità di liberarsi dalle mafie, è proprio avere come punti di riferimento questi eroi, i veri eroi del nostro tempo, che con il loro operato fatto di coraggio e passione per la legalità possono dare l'esempio alle nuove generazioni per cominciare questa "rivoluzione". Soprattutto quando poi l'eroe in questione è un politico, poichè proprio lo stretto legame politica-mafie è il pilastro della presenza mafiosa in Italia.

L'areoporto in questione è quello di Comiso (Ragusa), e l'eroe è Pio La Torre, il parlamentare del PCI ucciso nel 1982 per ordine di Totò Riina. Il motivo? L'aver promosso per primo in Parlamento l'introduzione del reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni ai mafiosi. In occasione del 25° anniversario dalla morte, l'allora amministrazione di centrosinistra ridenominò l'aeroporto, allora dedicato al generale Magliocco (medaglia d'oro al valor civile nella guerra d'Etiopia), dedicandolo appunto a La Torre. Ora, la nuova amministrazione di centrodestra ha deciso di tornare al vecchio nome. Subito scatta la polemica politica, con l'intervento del segretario del PD in persona, Walter Veltroni, che bolla l'iniziativa come "arrogante, incomprensibile e offensiva", e del senatore PdL-FI Vizzini, che afferma che "più che la mafia, da fastidio sin anche il ricordo di chi è morto per combatterla".

La ridenominazione è davvero incomprensibile ed offensiva per tutti i Siciliani onesti. Ma soprattutto è indecente che lo si faccia per lotta politica. La lotta alle mafie non è nè di destra nè di sinistra, semmai è di tutti i cittadini onesti. E cancellare la memoria per cancellare l'avversario politico è da imbecilli. La politica dovrebbe dare il buon esempio, e invece ...

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Hai ormai 62 anni ... ma dobbiamo ancora difenderti, cara Repubblica
post pubblicato in Diario, il 2 giugno 2008


                        

Oggi è il 2 Giugno, la Festa della Repubblica
. La nostra festa nazionale, insomma, che ricorda il momento in cui una ventina di milioni di cittadini e cittadine Italiani (per la prima volta a suffragio universale maschile e femminile) scelsero fra Monarchia e Repubblica. Ovvero fra chi ha portato allo scatafascio l'Italia, rimanendo indifferente all'instaurarsi del fascismo, e chi invece avrebbe poi portato a sessant'anni di pace e democrazia, seppur con i suoi difetti.

Quel referendum, vinto dalla Repubblica, inaugurò una nuova fase del nostro Paese, che ebbe una nuova Carta Costituzionale. Eppure, dopo una sessantina d'anni, la Repubblica è ancora minacciata. Chissà cosa direbbero, infatti, tutti coloro che morirono affinchè ci fosse questa svolta e i Padri Costituenti, di fronte al fatto che un terzo degli Italiani non sa perchè si festeggia il 2 Giugno, e che il 9% degli Italiani ha votato un partito che non si riconosce nel Tricolore e offende continuamente e ufficialmente la Repubblica Italiana?

Non sono cose di poco conto. Vuol dire che in questi 62 anni noi Italiani non abbiamo fatto fino in fondo il nostro dovere: i nostri padri e la scuola non sono riusciti a trasmetterci fino in fondo quei valori, quel senso di appartenenza, quel rispetto verso chi è morto per noi e la nostra democrazia. Se restiamo indifferenti davanti a chi offende ripetutamente i nostri simboli e le nostre istituzioni, o se non sappiamo più nemmeno il significato delle nostre feste, vuol dire che loro sono morti e hanno agito per niente.

Ma non bisogna arrendersi all'indifferenza. In questa giornata, e non solo, tutti coloro che hanno vissuto quegli anni turbolenti hanno il dovere morale di ricordare e raccontare, a costo di parlare al muro. E, in mancanza loro, la nostra scuola deve fornire una vera educazione civica. Vera, e non che rimanga limitata all'indicare nella lista dei libri un testo dedicato (mai comperato).

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