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il blog di Francesco Zanfardino
Il consenso
post pubblicato in Diario, il 17 novembre 2010


"Alla luce delle politiche aziendali fin qui perseguite, esprimi fiducia nel direttore generale della Rai Mauro Masi"? Questa la, se vogliamo, banalissima domanda posta ai giornalisti RAI dalla loro organizzazione sindacale, l'Usigrai. Ebbene, dei 1878 aventi diritto ben 1.314 hanno votato NO e solo 77 sì (con 29 schede bianche e 18 nulle).

Ora: le capacità non si misurano dal consenso, o quantomeno non solo da quello. Ma una così schiacciante sfiducia da parte dei suoi dipendenti, che si unisce ai ripetuti schiaffi alle proprie politiche aziendali ricevuti dalla critica e soprattutto dal pubblico (che favoriscono le trasmissioni ostacolati da Masi) e ad una pressochè oggettiva supinità agli interessi berluscones, dovrebbe portare il dg Masi a dimettersi seduta stante. Perchè il consenso non è tutto, ma la RAI è pur sempre nel mercato e ha bisogno di manager capaci di puntare al massimo di servizio pubblico col massimo di ascolti, e non al minimo di tutti e due.

E poi l'esaltazione del "consenso" non è uno dei pilastri della cultura berlusconiana di cui Masi è fedele servitore?

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Rai Flop
post pubblicato in Diario, il 5 marzo 2010


                                                

Era prevedibile. Soppressi i grandi talk show come Annozero e Ballarò, la RAI perde ascolti (e guadagni) a favore di Mediaset: già dalla prima settimana di applicazione dell'assurdo "regolamento bavaglio", si può notare come Rai Due il giovedì sera dimezzi lo share, passando dal 19% di Annozero del 25 Febbraio (nonostante la partita della Juve) al 9% del 4 Marzo con "La carica dei 101". Idem per RaiTre, che passa dal 15% di Ballarò del 23 Febbraio (Rai-Mediaset: 42% a 38%) all'8% del simbolico documentario "La Grande Storia - Dittatura" del 2 Marzo (Rai-Mediaset: 40% a 44%).

Era prevedibile, dicevamo. I dirigenti RAI sapevano benissimo che Floris e Santoro "tirano" gli ascolti, oltre a fare un ottimo servizio pubblico, ancora più importante in campagna elettorale. Il problema è che era anche evitabile. La legge sulla par condicio non è cambiata rispetto agli anni scorsi, nei quali i talk-show sono doverosamente andati in onda. Inoltre, si poteva mandarli in onda senza politici. Invece si è scelta la strada più comoda ... a Mediaset e al PDL. A Berlusconi, insomma.

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Fare di conto
post pubblicato in Diario, il 4 settembre 2009


                                               

E' da qualche mese che ci stanno martellando, "a reti unificate", sul graduale ma definitivo passaggio dalla tv analogica terrestre alla tv digitale terrestre. D'altronde, entro il 2010 in tutta Italia si dovrebbe vedere la free-Tv solo con il nuovo sistema, e comunque non oltre il 2012, come previsto dalla UE. Si prospettano però molti problemi per le famiglie italiane, a cominciare dall'acquisto dei non economicissimi decoder, ma soprattutto per la qualità del segnale, per il momento non ancora adeguata in molte aree d'Italia e del tutto assente (per alcuni canali o anche per tutti) in molte altre. Problemi che riguardano soprattutto la tv pubblica (ma guarda un po'...).

Tuttavia, la tv digitale porta anche molti vantaggi. Migliore qualità dell'immagine, una certa interattività, e soprattutto più canali, più offerta televisiva. Il che dovrebbe voler dire anche più pluralismo, che poi è il motivo per il quale nel 2004 fu accelerata e forzata la trasformazione al digitale della TV italiana. Infatti, fu proprio grazie al digitale il Governo Berlusconi di allora, con la legge Gasparririuscì a salvare la posizione dominante assunta da Mediaset grazie ad anni di leggi incostituzionali e di lentissimi processi giudiziar-costituzionali, salvando Rete4, che sarebbe dovuta andare sul satellite, anche per far posto all'emittente legittimamente proprietaria delle sue frequenze (Europa7). E invece lodo Gasparri fu, ed il faccione di Emilio Fede continuiamo a ritrovarcelo tutti i giorni sugli schermi della "rete abusiva".

Ma è davvero così? Davvero col digitale c'è più pluralismo? La legge Gasparri dice che solo il 20% dei canali digitali nazionali può essere ricondotto ad un unico soggetto proprietario (il limite del 20% è quello sancito dalla Corte Costituzionale, e che non è mai stato attuato per l'analogico per i motivi prima citati). Ma chiunque di voi, scorrendo la lista dei canali del proprio decoder digitale, potrà verificare che i canali riferibili al gruppo Mediaset sono molto di più del 20%. Rete4, Canale5, ItaliaUno, Boing, Joy, Mya, Steel, Disney Channel, i vari canali di Diretta Premium, eccetera eccetera ... Tant'è vero che l'Agcom, l'Autorità Garante per le Comunicazioni (in realtà organo politico, e forte complice della situazione attuale della TV italiana), lo scorso Maggio ha finalmente deciso di aprire un'istruttoria sul caso, facendo sapere che da un primo calcolo Mediaset possiede 14 canali nazionali su 42 (il 33%), mentre la RAI 8 su 42 (il 19%). Questo perchè la legge Gasparri, con un'incoerenza tanto palese quanto non casuale, consente ai proprietari di vecchi canali nazionali analogici di ottenere automaticamente un uguale numero di "multiplex" digitali (e per ogni multiplex ci sono cinque canali, proprio perchè, con l'avvento del digitale, dove "passava" un canale analogico ora possono passarcene cinque), con l'effetto che la situazione oligopolistica del vecchio mercato televisivo sarà trasportata pari pari anche nel nuovo mercato digitale.

Resta da capire quanto tempo l'Agcom ci impiegherà per fare quello che chiunque di noi può fare in pochi secondi, ovvero contare i canali digitali di Mediaset sul totale dei canali disponibili, e quindi automaticamente imporre a Mediaset di chiudere alcuni dei suoi canali. Ma la storia degli ultimi trent'anni mi fa pensare che persino per fare di conto l'Agcom ci impiegherà qualche anno. E poi Berlusconi e soci troveranno sempre un cavillo per trascinare l'attuale situazione fino all'eternità. E il pluralismo? Cercatelo su Internet ...

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Mediaset ieri, oggi, domani
post pubblicato in Diario, il 18 giugno 2009




Oggi posto di fretta, dunque un bel video post, sull'uso politico di Mediaset.

Il primo dei due video allegati è un bel collage di YouDem di spezzoni di trasmissioni Mediaset, di tutti i tipi, all'epoca della campagna elettorale del '94. Ogni descrizione sarebbe insufficiente, comunque sono tutta una serie di sfacciate dichiarazioni di voto per Berlusconi, e osannamento delle sue capacità impenditoriali e di uomo che "mantiene sempre le promesse". Sfiorando e, anzi, sfondando il limite del ridicolo. Ma, d'altronde, all'epoca non c'era la legge sulla par condicio.
 
Il secondo è un video tratto da un fuori onda di Studio Aperto dello scorso Maggio, nel giorno dell'uscita delle motivazioni della sentenza Mills che, di fatto, riteneva Berlusconi un corruttore (anche se non poteva condannarlo per via del Lodo Alfano). Ebbene, non solo lo pseudo-tg di Italia Uno non mise la notizia fra i titoli di testa, non solo non parlò apertamente del contenuto delle motivazioni della sentenza, ma l'inviato incaricato del dare la notizia ebbe l'ardire di dire: "Nel giorno in cui escono le motivazioni del processo Mills, in cui Berlusconi fu assolto (...)". Assolto, capite, mentre la posizione di Berlusconi è stata invece stralciata e rinviata per via di una legge ad personam (il Lodo Alfano) che lo mette al di sopra della legge! Il video del servizio fece molto scalpore su Internet (e solo lì, visto che le Tv non parlano di queste cose ... un po' come in Iran, però qua nessuno s'indigna). Tuttavia, si poteva sempre dire che l'inviato si era confuso. Ebbene, il video che vi ho allegato, che mostra l'inviato ripetere ciò che doveva dire poi in diretta, dimostra come l'inviato ripeta più volte "in cui Berlusconi fu assolto" (dunque non era una confusione momentanea), e che nessuno di Studio Aperto lo ha corretto. Il bello è che invece gli hanno detto di correggere tutt'altro, ma non quella frase! Due sono le cose: o a Studio Aperto sono molto impreparati, o sono molto "addestrati". A voi la scelta. In ogni caso, non sono degni di chiamarsi giornalisti.

E quella di Studio Aperto è solo una cosuccia, di fronte alle immondità che si sentono e vedono nei Tg e nei programmi Mediaset (e non solo) tutti i giorni. Io, però, preferisco una Mediaset stile '94: all'epoca, almeno, ti facevano vedere chiaramente che erano schierati e, anche se era sbagliato, perlomeno mettevano il cittadino in possibilità di mettersi in guardia. Ora, invece, fanno di peggio, ma in maniera subdola, facendoti credere che sono obiettivi. Viva il Bongiorno che esaltava il Berlusconi che non aveva licenziato mai nessuno (e per ringraziamento ora è stato trombato), viva la Ambra Angiolini giovane ed incosciente che ancora doveva rinsavire e diventare anti-berlusconiana. Ormai in Mediaset hanno perso anche la trasparenza.

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Sotto il tappeto
post pubblicato in Diario, il 31 maggio 2009


                                                         

Duecento roghi di immondizia in una notte. Cose che capitano a Palermo, una città ricoperta da settimane da una coltre di monnezza, nell'indifferenza globale delle istituzioni e dell'informazione. Giusto per rendersi conto della situazione, ecco qualche link: foto Corriere, foto Repubblica, video TG3, video 27 Maggio, video 28 Maggio, video 29 Maggio-1, video 29 Maggio-2. E, in questa situazione, la Giunta comunale di centrodestra ha persino pensato di aumentare del 35% la tassa sui rifiuti, poi bloccata grazie all'ostruzionismo dell'opposizione e dalle proteste dei cittadini. Ma non si pensi che la situazione sia limitata a Palermo, o a questi giorni.

Ecco una sfilza di link raccolti su Internet: Messina (18 Novembre 2008; 24 Maggio 2008; 28 Maggio 2008); Villafranca (17 Ottobre 2008); Adrano (23 Settembre 2008; 26 Gennaio 2009; secondo 26 Gennaio 2009); San Cataldo (18 Febbraio 2008); Catania (17 Settembre 2008, c'è anche Palermo; 20 Novembre 2007; 17 Aprile 2008); Agrigento (6 Maggio 2009; 7 Maggio 2009).

E questi sono solo i risultati di una rapida ricerca su Internet: la situazione è ancora più grave, e ancora più diffusa in tutta la Regione. Insomma, un emergenza rifiuti infinita in Sicilia. Anche se la vera emergenza è quella dell'informazione: avete per caso sentito una sola parola su tutto questo da parte dei principali TG e giornali nazionali finora? C'è voluta la denuncia del leader del PD Franceschini, che sbarcato in terra siciliana si è ricordato come si fa efficacemente opposizione, per far parlare un po' della faccenda (e pure le televisioni di Berlusconi hanno nascosto la denuncia di Franceschini, e stanno facendo passare in sordina queste notizie). Accusando Berlusconi e le sue televisioni di nascondere la situazione siciliana, dopo aver fatto un bailamme mediatico a fini elettorali sulla situazione di Napoli, solo perchè la Sicilia è da decenni governata dal centrodestra a tutti i livelli, e che ogni volta vince le elezioni con percentuali bulgare. Evidentemente a qualcuno non conviene far sapere che, nonostante i fiumi di soldi che vanno alla Sicilia in virtù dell'autonomia speciale (molto più delle tasse pagate dai Siciliani, mentre ci sono Regioni in Italia che rianno dallo Stato solo il 30-40% delle tasse), le amministrazioni di centrodestra non esitano a far affogare le proprie città nella monnezza, smettendo di pagare i netturbini perchè ingolfate dai debiti.

Certo, però, a prescindere da Berlusconi e compari, viene da chiedersi dove sia finita la dignità dei giornalisti italiani.

P.S. Ah, dimenticavo la chicca: guardate un po' queste immagini del Napoletano. E a quando risalgono. Avete per caso visto qualcosa di simile nei TG nazionali? Ah sì, un anno e mezzo fa. Ma quelli erano altri tempi ...

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Par condicio?
post pubblicato in Diario, il 26 maggio 2009




I dati che leggete nella tabella sono dell'Agcom, l'autorità statale (che dovrebbe essere) garante ed indipendente per le Comunicazioni, ed appartengono al monitoraggio televisivo del pluralismo informativo che l'Agcom fa costantemente nella quasi indifferenza generale. Questi sono i dati relativi a Marzo 2009, che potete trovare insieme agli altri nel sito dell'Agcom (www.agcom.it), alla voce "par condicio", poi "monitoraggio televisivo" (cliccate qui).

Le percentuali si riferiscono allo spazio concesso ad ogni soggetto politico, inteso come "tempo di parola" (l'Agcom monitora anche il "tempo di notizia" ma, siccome si può parlare tanto di qualcosa anche parlandone male, il dato più indicativo per misurare l'imparzialità di un telegiornale è il "tempo di parola"). Ebbene, come potete vedere, nei TG nostrani c'è un evidente squilibrio a favore della maggioranza di Governo, particolarmente evidente nelle reti Mediaset: il Tg4 è il più squilibrato, avendo dedicato alla maggioranza addirittura il 93% degli spazi, contro il solo 4% dedicato alle opposizioni. Seguono il Tg5 (75% contro 19%) e Studio Aperto (75% contro 20%), per un complessivo 83% a 12% per le reti Mediaset. Ma anche la Rai non si risparmia: per il Tg2 66% contro 20%. Più equlibrati Tg1 e Tg3, rispettivamente 55%-32% e 45%-39%, per un complessivo 54% contro 32% per le reti Rai. Ma, passando ai partiti, si nota un diverso trattamento tra le reti Rai e Mediaset: queste ultime cancellano di fatto Udc, Idv e Lega, lasciando i pochi spazi destinati all'opposizione al Pd e destinando enormi percentuali al Popolo delle Libertà. Mediaset, inoltre, destina enormi spazi al solo Presidente Berlusconi, il triplo delle reti Rai.

Ma non si pensi che sia un fenomeno limitato a Marzo 2009: basta controllare i dati sul sito dell'Agcom per verificare che tale immane squilibrio dura da ben prima, fin dall'inizio di questa legislatura. Ora, che siamo in regime di par condicio elettorale, lo squilibrio si è attenuato: e pur abbiamo dovuto assistere a scioperi per la fame affinchè questo avvenisse (il "caso Radicali"), e comunque in ogni caso le reti Mediaset proseguono nello squilibrio, anche se meno eccessivo. Perlomeno, però, il Tg4 si è beccato una multa dall'Agcom: 180mila euro. Pochi spiccioli, che non risolvono certo il problema, anche perchè, quando non c'è par condicio elettorale, l'Agcom non può nemmeno multare, ma solo "richiamare", come fatto varie volte in questi mesi.

E' un vero schifo. Uno schiaffo alle più elementari norme democratiche, che conferma che il conflitto d'interessi e la manipolazione dell'informazione sono realtà, e non invenzioni di una "sinistra senza argomenti". Alla quale, però, va imputato il fatto di non essere riuscita, pur volendo, a cambiare realmente questo stato di cose, quand'era al Governo.

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LottizzeRai
post pubblicato in Diario, il 19 aprile 2009


                                               

Ieri hanno fatto tanto scandalo le indiscrezioni di stampa sul vertice a casa Berlusconi sulle "nomine Rai". Su due nomi "non ci piove", come detto da un partecipante al vertice, ovvero il passaggio di Mauro Mazza dal Tg2 alla direzione di RaiUno, e il gran ritorno al Tg1 di Clemente Mimun, attualmente direttore del Tg5 (e, inutile da dire, fido del Cavaliere, assieme a Mazza). Poi vari nomi dall'incerta collocazione: al Tg5 in pole position c'è Maurizio Belpietro, fidatissimo direttore berlusconiano del berlusconiano Panorama, che però è anche in corsa per il Tg2, insieme ai più moderati ma comunque vicini al premier Orfeo (direttore Il Mattino), Napoletano (direttore Il Messagero) ed anche l'altro berlusconianissimo Minzolini (editorialista La Stampa), quest'ultimo in corsa anche per sostituire Belpietro a Panorama. Persino le croniste di Tg1 e Tg2 al seguito del premier, la Petruni e la Colucci, trovano posto in questo scacchiere, come probabili direttore e vice direttore di RaiDue (e comunque diventerebbero vicedirettori dei rispettivi Tg). Ed altre nomine simili, tutte caratterizzate dalle "inclinazioni" (lascio a voi l'interpretazione del termine...) verso Sua Emittenza, Berlusconi. Che, da proprietario dell'altro membro del duopolio televisivo, Mediaset, sceglie a casa sua chi deve comandare nelle reti avversarie.

Nemmeno tanto indiscrezioni, visto che, nonostante "a caldo" l'onnipresente Bocchino smentiva dichiarando "ma quale Rai, abbiamo parlato di Abruzzo", oggi Berlusconi stesso ha confermato, sostenendo che la riunione si è fatta a Palazzo Grazioli "per risparmiare". Anche se ha detto che i nomi circolati sono inesatti, e che ha in mente una "sorpresa". Già, magari oltre a Belpietro a completare il quadretto ci troveremo Feltri, Ferrara e Mario Giordano.

Sinceramente però non capisco perchè ci si stupisca: siamo pur sempre nel Paese dove la RAI nei secoli immemori è stata sempre totalmente gestita dalla politica e dalle sue spartizioni; siamo pur sempre nel Paese dove si ritiene un "finto scandalo" che un Premier agisca sui direttori dei Tg della RAI per controllare il consenso, o che telefoni il direttore generale per segnalare attricette in cerca di carriera; siamo pur sempre nel Paese dove il conflitto d'interessi è considerato un'invenzione dei maligni; siamo pur sempre nel Paese dove il giornalismo indipendente è una nettissima minoranza, e dove perfino nelle trasmissioni della domenica si ha paura a nominare il nome di Sua Emittenza invano (assolutamente da vedere il video che vi ho allegato, riferito alla puntata di Domenica In di Pasqua, e l'irriverente articolo che Gramellini della Stampa ha scritto sul fatto). Ci si finisca di stupire, e chi di dovere, giornalismo indipendente e partiti meno coinvolti, comincino a battagliare sul serio per la libera e buona informazione. E per un vero servizio pubblico.

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Riporto Report: Modulazione di Frequenze
post pubblicato in Riporto Report, il 23 marzo 2009


                                                   

Secondo appuntamento con "Riporto Report", la nuova rubrica di Discutendo che ogni lunedì darà spazio alla puntata settimanale di Report, l'ottima rubrica di inchieste giornalistiche condotta da Milena Gabanelli ogni domenica sera su RaiTre (la puntata di ieri, che vi consiglio sempre di vedere, è disponibile qui; la tascrizione testuale integrale della puntata è invece disponibile qui). Stavolta si parla di televisione, e dello scandalo delle concessioni televisive, specchio di un'Italia imperversata dal conflitto d'interessi e da una politica compiacente al mantenimento delle posizioni dominanti.

MODULAZIONE DI FREQUENZE (di Bernardo Iovene)

La puntata inizia con l'intervista a Francesco Di Stefano, imprenditore televisivo e soprattuto patron di Europa7, passata ormai alla storia come "la TV che non c'è". Infatti, l'emittente di Di Stefano, pur avendo ottenuto nel 1999 l'autorizzazione a trasmettere, non ha mai potuto farlo perchè le sue frequenze erano abusivamente occupate da Rete4. Vi suona un po' strano? Allora seguite la storia.

Tutto parte dal "peccato originale", ovvero dalla sentenza della Corte Costituzionale che negli anni '70 determina la fine del monopolio televisivo della RAI, e apre l'etere televisivo alle TV private, ma solo in ambito locale. Tuttavia, ciò non si accompagna ad un piano per l'assegnazione delle frequenze, così che i primi che arrivano occupano le frequenze (che sono un bene pubblico) e ne fanno quello che ne vogliono: un vero e proprio "far west" televisivo, durato vent'anni, fra gli anni Settanta e Ottanta. E' stato anche grazie a questo "far west" che Silvio Berlusconi e la sua Finivest sono riusciti ad accaparrarsi indisturbati e senza limiti buona parte dell'etere televisivo italiano, fino ad aggirare la legge, con la creazione di fatto di tre televisioni nazionali, facendo mandare in onda delle cassette registrate contemporaneamente su tutte le loro tv locali (ricordatevi che la sentenza della Corte aveva permesso la privatizzazione solo alle tv locali). Fu così che alcune preture "oscurarono" le TV di Berlusconi: ma l'allora premier Bettino Craxi, amico di Berlusconi (fu anche testimone di una delle sue nozze), ed è il segreto di Pulcinella che fosse il suo "referente" politico (tant'è vero che discese in campo, non appena Tangentopoli spazzò via Craxi, essendo l'unico in grado di impedire l'ascesa delle sinistre al Governo), subito emanò il cosiddetto "decreto Craxi", meglio noto come "decreto Berlusconi", consentendo la prosecuzione per un anno dello status quo, in attesa della nuova disciplina sul settore televisivo. Il decreto passò grazie ad alcune politiche spartitorie sulla Rai, tenendo buoni tutti i partiti. Ma il decreto conteneva una "finezza": il decreto non era "provvisorio", ma "transitorio". E, giuridicamente, la distinzione fra questi due termini è fondamentale: un decreto provvisorio va rinnovato ogni 6 mesi, il transitorio no. E così lo status quo sarebbe rimasto "legalizzato" all'infinito.

Sarebbe, perchè, poichè ad essere in discussione è la tutela del pluralismo nell'informazione, nel frattempo la Corte Costituzionale nel 1988 chiede al Parlamento "una disciplina sull'emittenza privata contro l'insorgenza di posizioni dominanti", e la posizione di Mediaset, con le sue tre reti, è una posizione dominante. Il Governo, sempre guidato da Craxi, decise con la "legge Mammì", dal nome del Ministero delle Poste e delle Comunicazioni, di risolvere la situazione: fu deciso che solo il 25% delle reti nazionali potevano essere gestite da un solo soggetto. Così, per salvare le 3 reti Mediaset le reti nazionali dovevano essere 12 ... e infatti la legge Mammì "decide" che sono 12, anche se non esistevano tutte (solo 6 lo erano davvero). Nel frattempo però le frequenze non vengono assegnate, perchè il piano viene sequestrato dalle Procure che lo indagano, e così i soggetti che trasmettevano già continuarono a trasmettere, senza che fosse indetta una gara per l'assegnazione.

Così la Corte Costituzionale interviene nuovamente nel 1994, decidendo che la legge Mammì era illeggittima propriò nel suo articolo più importante: quello del 25%. Il limite doveva essere del 20%, a meno che lo sviluppo delle tecnologie (si cominciava a parlare allora del satellite, che era ancora agli inizi) non avesse portato allo sviluppo del settore ed all'ampliamento delle reti disponibili. Ma, comunque, entro 2 anni andavano assegnate le frequenze. L'ampliamento delle reti non avviene, e dunque nel 1996 il Parlamento avrebbe dovuto imporre a Mediaset di cedere una delle sue reti (e alla Rai, pubblica, di togliere la pubblicità da una delle sue). Nel frattempo, però, Berlusconi era andato all'opposizione. Al Governo c'era Prodi, ma Berlusconi fece ostruzionismo, c'erano una quindicina di direttive europee da recepire, e ciò costrinse il Ministro Maccanico a cercare un accordo. D'altronde, il referendum promosso nel 1995 dal centrosinistra contro la situazione delle televisioni non ebbe il favore degli Italiani, che lo bocciò. L'accordo fu questo: l'opposizione votava le direttive, il Governo otteneva che fosse stabilito il limite del 20% e dunque otteneva lo spostamento di Rete4 sul satellite e l'eliminazione della pubblicità da RaiTre, ma l'opposizione ottenne la proroga della situazione con una legge fino al "congruo sviluppo" del mercato satellitare. E fu quel "congruo" a creare l'inghippo: qual era il numero congruo delle parabole affinchè Rete4 fosse spostata sul satellite? A stabilirlo doveva essere l'Agcom, l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, istituita proprio con la legge Maccanico: ma, essendo di nomina politica, e non essendoci un termine fisso entro quale emanare il provvedimento, l'Agcom non decise.

Ma la legge Maccanico, oltre al limite del 20%, stabiliva anche che il limite del mercato pubblicitario per un solo soggetto doveva essere del 30%. Anche qui, l'Agcom non decise, così che la prima verifica sul mercato pubblicitario avvenne solo nel 2004: Mediaset e Rai detenevano entrambe più del 30%, e questa situazione era risolvibile solo con l'allontanamento di una rete da Mediaset e l'eliminazione della pubblicità sulle reti Rai. Dunque, Rete4 non solo era fuori parametro per la "posizione dominante" di Mediaset nelle reti (3 reti invece di 2), ma anche per quella nel mercato pubblicitario. Se questo fosse avvenuto prima, e non nel 2004, la questione Rete4 non si sarebbe proprio posta.

Ma questo non avvenne, perchè nel frattempo, nel 1999, avvenne finalmente la gara di assegnazione delle frequenze. A vincere furono varie reti, tra cui Europa7, ma non Rete4. Il motivo? Il nuovo Ministro Cardinale, succeduto a Maccanico, non concesse l'autorizzazione per via della "posizione dominante" di Mediaset, come voleva la legge Maccanico; ma, sempre come voleva la legge, Rete4 era autorizzata a trasmettere "fino al congruo sviluppo" del satellite. Il satellite era ormai abbondamente sviluppato, ma il "congruo" era ambiguo e quindi campa cavallo. Di Stefano allora intraprese una battaglia legale, e così intervenne la Corte Costituzionale, che decise che in ogni caso, sviluppo congruo o no, entro il 2003 andava spenta Rete4 e accesa Europa7. Nel frattempo al Governo è tornato Berlusconi: arriva così la legge Gasparri, dal nome del nuovo Ministro delle Comunicazioni, che cerca di prorogare lo status quo: ma andando ciò contro la sentenza della Corte, Ciampi non firmò. Mancavano ormai 15 giorni allo spegnimento di Rete4, e allora ci fu un decreto: le reti che trasmettevano potevano continuare a trasmettere, tanto ormai c'era la nuova tecnologia del digitale terrestre che avrebbe garantito l'espansione dei canali. L'analogico, almeno nelle intenzioni, sarebbe stato sostituito definitivamente nel 2006 con il digitale, e così Europa7 avrebbe avuto tutto lo spazio per operare. Inoltre il Governo, per lo sviluppo del digitale, stanziò più di 200 milioni di euro per l'acquisto dei decoder (per il quale lo Stato fu poi sanzionato per 7 milioni di euro dalla UE perchè fu ritenuto un aiuto di Stato). E così il Governo riteneva di aver risolto la questione.

Ma la battaglia di Di Stefano proseguì. Anche l'associazione AltroConsumo intervenne, denunciando come, anche con il digitale, le frequenze rimanevano nelle mani degli stessi soggetti: non solo chi trasmetteva già sull'analogico, aveva diritto a trasmettere anche sul digitale, ma continueranno a conservare le frequenze che attualmente hanno, dunque non si aprirà nessun nuovo spazio per Europa7 e gli altri. L'Europa così intervenne, aprendo una procedura d'infrazione. Torna al Governo Prodi, e il nuovo Ministro Gentiloni decide di recepire la direttiva Europea promettendo un ddl sulla materia, quando invece l'Europa aveva detto che bastava disapplicare la legge e togliere le frequenze a Rete4, senza alcun ddl. Ma non arrivarono nè ddl nè disapplicazioni, dato che, come ammesso da Gentiloni, non si potè far niente per via dell'Udeur di Mastella, che evidentemente si preparava ad andare con Berlusconi e minacciava la caduta del Governo (cosa che poi avvenne, per questo ma soprattutto per tanti altri motivi).

Arriva così il Governo Berlusconi, e di fronte alle sentenze dell'Europa, della Corte, ecc. ecc. risponde con uno stratagemma: costringe la Rai a rimodulare le frequenze, facendo così saltar fuori una frequenza da assegnare ad Europa7, assieme ad un risarcimento danni (minimo). La situazione sembra risolta, anche se non è detta l'ultima parola, perchè la frequenza data ad Europa7 probabilmente non consentirà di coprire l'80% del territorio nazionale, come dovrebbe essere, e quindi forse potrebbero esserci nuovi ricorsi. Ma nel frattempo il digitale sta avanzando, in varie regioni l'analogico è stato già spento ... e quindi giustizia probabilmente non sarà mai fatta, grazie a decenni di "far west", compiacenze fra politica e imprenditori, conflitti d'interesse ed incapacità decisionale della politica.

IL MIO COMMENTO: La faccenda è talmente scandalosa che mi vergogno a vivere in un Paese dove possano accadere queste cose. Se le cose fossero state regolate per bene, oggi non ci ritroveremmo con un duopolio delle televisioni, cosa pericolossima per la democrazia in ogni caso, specialmente quando uno dei duopolisti è un politico, e ancor di più quando è Presidente del Consiglio (che controlla, quindi, indirettamente anche l'altra parte del duopolio, la RAI). Sappiamo bene come le televisioni possano influenzare il voto degli Italiani e di chiunque nel mondo, e come una situazione come quella attuale sia contro ogni principio di pluralismo e di equilibrio dell'informazione e non solo. Sarebbe necessaria, al di là della questione Rete4-Europa7, una legge anti-trust che vieti davvero concentrazioni di potere nel mondo dei media, vietando ai singoli privati di possedere da soli più del 25% del mercato pubblicitario, e più del 25% di giornali e TV (proprio in termini di vendite e audience, non di reti possedute o giornali posseduti). Magari si può discutere sulle percentuali, ma è assolutamente necessario un limite per garantire il pluralismo e la concorrenza.

P.S. A proposito di pluralismo e concorrenza nell'informazione, Report ha ricevuto una querela, con richiesta di risarcimento milionaria, da Mario Ciancio, l'editore de "La Sicilia" e proprietario di varie tv locali, che, come denunciato da Report domenica scorsa, gestisce in maniera monopolistica l'informazione a Catania e dintorni, detenendo dunque un potere di influenza sull'opinione delle masse fortissimo (e che sfrutta, ricambiato, a favore del centrodestra locale e nazionale). Comunque Report è abituato a ricevere querele, che puntualmente vince, a dimostrazione della qualità del suo giornalismo e del fatto che in Italia certa gente non è abituata a persone che sappiano la verità e provino a diffonderla.

P.P.S. Anche stavolta accenno alle altre due rubriche di Report. Ne "L'emendamento" è stata denunciata l'assenza di una norma sull'auto-riciclaggio: in Italia, ad esempio, chi vende droga e poi "ricicla" il denaro "sporco" può essere punito per traffico di stupefacenti, ma non per aver riciclato i proventi illeciti. E questo nonostante l'opposizione abbia presentato un emendamento in proposito, stralciato e rimandato dal Governo a data da destinarsi. Nella "Goodnews" di questa settimana, invece, si parla dell'iniziativa di alcuni ragazzi de "L'Onda", il movimento studentesco nato dalle proteste contro la Gelmini, che hanno deciso di proseguire la lotta in una maniera molto costruttiva, ovvero aiutando i ragazzi in difficoltà con lo studio organizzando dei corsi di recupero gratuiti dove tali corsi, che dovrebbero essere organizzati dalle scuole, non sono concessi a causa dei tagli ai fondi delle scuole.

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Per tutti i nostalgici della DC e/o di Craxi ...
post pubblicato in Diario, il 12 gennaio 2009


                                                

... un solo numero. 1670,6 miliardi di euro di debito pubblico. Pari a 27.923 euro che gravano su ogni cittadino italiano, da quelli a un passo dall'aldilà a quelli ancora in fasce. Miliardi e miliardi di euro di interessi che ogni anno potrebbero essere investiti per il benessere del Paese, e che invece bruciamo inutilmente.

Un eredità quasi totalmente ascrivibile agli anni Settanta e Ottanta, tutti governati dalla Democrazia Cristiana di Andreotti, Forlani e De Mita e dal Partito Socialista di Craxi. Magari all'epoca si aveva la percezione del benessere, tanto che ora, di fronte alle crisi e/o ai provvedimenti impopolari dei Governi risanatori, si guarda a quel periodo con nostalgia. Ma i nostri problemi attuali derivano proprio dalle follie di quel periodo, dalla "spesa allegra", dalla corruzione e dal clientelismo di quei Governi.

Peccato si siano dimenticato di dirlo nel docu-film "La mia vità è stata una corsa" su Bettino Craxi: sì, proprio quello che qualcuno, Lui,  ha avuto anche la decenza di dire "andrebbe proiettato in tutte le scuole". Tra i tanti banchetti dedicati in suo onore all'estero, un po' di spazio lo potevano trovare. Ma forse è stato meglio così, altrimenti andava a finire che i dati sul debito pubblico avrebbero occupato proprio quei cinque minuti, ma che dico tre, su tutto il documentario, che sono stati dedicati a Tangentopoli ... ma che volete, sono dettagli. Almeno hanno avuto la decenza di metterlo in seconda serata, e di mettere il dibattito sul film (con decine di ospiti ma nessun contradditorio ...  tra l'altro tutti berlusconiani a difendere Craxi, "chissà" perchè) in terza serata. Vero che è Mediaset, ma persino Mediaset ha una sua dignità. 

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Perchè non pure una tassa sulle Tv private?
post pubblicato in Diario, il 29 novembre 2008


                                         

Quasi cinque milioni di abbonati SKY pagheranno il doppio dell'IVA. E' la conseguenza di una norma
varata ieri dal Governo, all'interno del cosiddetto "decreto anti-crisi". Durissima la reazione di Sky Italia, che ricorda, in sostanza, come l'azienda abbia in questi cinque anni  "triplicati i posti di lavoro rispetto a Stream-Tele+, come abbia costantemente investito in Italia trainando la crescita del settore televisivo, e questo senza suddidi o investimenti da parte del Governo. E così, mentre in Gran Bretagna Brown diminuisce l'IVA del 2.5%, in Italia viene raddoppiata dal 10% al 20%, con 580 milioni di euro di tasse in più per 4.6 milioni di abbonati Italiani". Ovvero 126 euro in più da pagare per ogni abbonato.

Ma non solo. La faccenda ha anche risvolti sulla concorrenza e sul Conflitto d'interesse per eccellenza, ovvero quello dell'attuale Premier. Si tratta infatti di una norma "ad aziendam", che colpisce il principale concorrente privato (SKY) dell'azienda di proprietà del Presidente (Mediaset), proprio mentre Mediaset sta
calando e Sky sta crescendo. E' quello che sottolineano tutte le opposizioni, Pd, Idv e Udc, mentre il Governo si difende per bocca del sottosegretario all'Economia Luigi Casero: "A nessuno sfugge che l'incertezza del momento si porta dietro la possibilità di richiedere sacrifici anche a tutto il comparto televisivo. Non c'è dunque alcuna persecuzione o calcolo politico il governo va avanti nella consapevolezza che di fronte alla crisi globale dell'economia sia doveroso aiutare le famiglie e le imprese".

Ora, a parte che i "sacrifici" colpiscono direttamente gli abbonati, prima ancora che l'azienda, se dobbiamo richiedere questo sacrificio a "tutto il comparto televisivo", allora perchè non fare una tassa sulle TV private? Tra l'altro, in questo modo gli Italiani non verrebbero colpiti in nessun modo, nè direttamente nè indirettamente, dato che non ci sono abbonamenti da tassare o sui quali "scaricare" i costi di tasse applicate all'azienda.

E invece no, evidentemente a Qualcuno essere coerenti e avveduti non converebbe. E così, come al solito, ne paghiamo noi le conseguenze.

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Sicurezza: realtà, percezione, TV
post pubblicato in Diario, il 23 novembre 2008


                                                    

Ieri sono stati diffusi i dati (v. anche qui) del secondo rapporto Demos sulla sicurezza, realizzato dalla famosa casa sondaggistica in collaborazione con l'Osservatorio di Pavia. Ebbene, ad un anno di distanza emerge come la percezione di insicurezza sia notevolmente diminuita, anche se resta alta: insomma, come ha riassunto Ilvo Diamanti, "se prima eravamo terrorizzati, oggi siamo solo impauriti".

Infatti, diminuiscono gli Italiani che ritengono accresciuta la criminalità rispetto all'anno precedente (81.6%, erano l'88% nel 2007), soprattutto nella propria zona di residenza (meno del 40%, erano oltre il 53% nel 2007). Diminuiscono anche gli Italiani che ritengono gli immigrati in pericolo (-14% in un anno). Ma soprattutto è interessante l'analisi dell'Osservatorio di Pavia sulla programmazione dei TG di prima serata, i più seguiti, che mettono in evidenza come le notizie "ansiogene" sono aumentate sensibilmente nel 2007 per poi invece calare nettamente nel 2008. Il fenomeno, inoltre, è più marcato nelle reti Mediaset.

E, siccome i temi della sicurezza sono particolarmente determinanti per una larga e trasversale fetta dell'elettorato italiano (soprattuto, sempre osservando i dati, per chi guarda di più le reti Mediaset), finisce che chi cavalca i temi della sicurezza sposta a suo favore i voti incerti, e rende incerti i voti certi. Soprattutto se si ha a disposizioni notevoli armi mediatiche, grazie alle quali "favorire" o "sfavorire" la percezione di sicurezza, adeguando le programmazioni a seconda del Governo in carica.

D'altronde, ci sarà un motivo se gli Italiani smettono di aver paura degli immigrati anche se gli sbarchi sono raddoppiati rispetto al 2007; ci sarà un motivo se gli Italiani hanno meno percezione di insicurezza solo quando c'è questo Governo in carica e non prima, anche se i reati sono in calo da anni e sono nettamente calati da metà 2007 in poi.

Certo che c'è il motivo ... solo che dire che l'allarme sicurezza è stato creato per manovre elettorali, in accordo con buona parte dei media, fa sembrare di essere contro la sicurezza dei cittadini, quando invece magari, come il sottoscritto, si è fra i più accaniti sostenitori della sicurezza e della legalità. E quindi la vera informazione va a farsi fottere.

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Poi dicono che non è vero
post pubblicato in Diario, il 26 ottobre 2008


                        

Ieri c'è stata la manifestazione del Pd, cui ho partecipato, ma per un'analisi rimando a domani. Oggi mi preme sottolineare un'altra cosa: ovvero l'ennesima dimostrazione che Mediaset è da una parte, e bisogna avere l'onestà perlomeno di riconoscerlo anche da parte di chi appartiene a quella parte.

Voi direte: embè, che novità è? Già si sapeva. Vi correggo: già era possibile saperlo, ma molte persone non si arrendono all'evidenza. Che non si rendono conto che non è casuale la rarità di programmi di approfondimento "politico", che non è casuale la rarità ancora maggiore di programmi di dibattito politico (cioè con più parti in gioco), che non è casuale che l'informazione di Mediaset sia praticamente quasi del tutto affidata ai telegiornali (ovvero a programmi che possono essere montati a piacimento, non "in diretta", e che quindi possono veicolare i messaggi che convengono a chi li controlla), che non è casuale la rarità di programmi "impegnati" o comunque "seri" e che non è casuale l'abbondanza eccessiva di programmi che "futili" è dir poco, che non è casuale che nei programmi della domenica si parli solo di cretinaggini e che, quando vi si parla di "politica", ad essere intervistati, ovviamente senza contraddittorio, siano solo personaggi di un parte. Non se ne rendono conto, perchè non vogliono farlo, e finchè questo controllo sarà così ben mascherato non se ne renderanno conto mai. Perchè, d'altronde, non è nemmeno colpa loro: lungi da me definirli "stupidi". Caso mai, "poco accorti" e soprattutto "raggirati".

Perciò mi piace parlare di numeri e di confronti immediati, quando parlo di controllo delle televisioni. Perchè magari quei "venti lettori" del mio blog possono rendersene conto, se non l'hanno già fatto. L'ho fatto qualche giorno fa, mostrandovi, con una tabella un po' più chiara dei dati circolati nei media, i dati dell'AgCom, dai quali risulta uno spropositato disequilibrio nei TG a favore dell'attuale maggioranza di governo, soprattutto a Mediaset (ma anche al Tg2, a conferma del fatto che sono capaci di controllare anche la Rai, o perlomeno Rai2, tramite Marano e Mazza). E lo faccio adesso facendovi notare una cosa: la manifestazione del centrodestra del 2 Dicembre 2006 (quella contro la Finanziaria di Prodi) fu mostrata in diretta da Rai2, Canale5La7, più varie "finestre informative" di Rete4 (cercate "finestre informative" nella pagina che si apre col link). Ieri invece la diretta l'han fatta solo Rai3 e La7, da Mediaset un bel niente. Oscurata la manifestazione: nemmeno una "finestruccia informativa". Zero. Magari c'era carenza di personale? Tutti impegnati al quiz di Gerry Scotti oppure dalla De Filippi?

Ancora convinti che le televisioni sono tutte libere?

P.S. Sia chiaro, anche se queste non dovrebbero essere ammesse, non è questo l'importante. L'importante non è che certe televisioni siano controllate, ma che addirittura dicono di essere obiettive ed autonome. Ripeto: che lo facciano, che facciano propaganda per una parte politica: ma non ci dicano palle sulla loro autonomia. Almeno questo ce le potete concedere?
 
P.P.S. Per un disservizio del Cannocchiale (almeno credo) non riesco a leggere i commenti, nè a rispondervi. Dunque perdonatemi per non aver risposto ai commenti.

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