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il blog di Francesco Zanfardino
Ora il cordoglio, e dopo?
post pubblicato in Diario, il 17 settembre 2009


                                              

Far polemica, in questi momenti, può sembrare inopportuno. Anzi, lo è. Tuttavia, è altrettanto vero che in Italia l'opinione pubblica e chi governa si concentrano sull'Afghanistan solo quando ci scappa il morto. E invece il dibattito dovrebbe essere ancora più vivo al di fuori delle tragedie, proprio per evitarle. Io l'ho fatto proprio un mese fa, per quel che conta. E lo ripeto.

Il fatto è questo: in Afghanistan è ormai in atto una guerra. O comunque una situazione nella quale i militari italiani non posso operare in sicurezza, o perlomeno in condizioni di ragionevole rischio. Possiamo infatti fare tutte le disquisizioni sulla leicità o meno della missione, facendone per esempio le differenze con quella irachena (quella fu una decisione unilaterale degli USA, l'Afghanistan ebbe l'appoggio ONU; lì le armi di massa furono inventate di sana pianta, in Afghanistan i talebani ci sono davvero): ma, giusta o no che sia la missione, i militari italiani sono costretti ad operare con il "codice di pace". La nostra Costituzione, infatti, autorizza solo l'azione difensiva, poichè "ripudia la guerra come strumento di offesa". E così i nostri militari si trovano ad operare con in mano le soli armi della difesa: il che può essere sufficiente in molti scenari, come quello in Libano (dove non a caso ancora deve scapparci il morto), e spesso nello stesso Afghanistan, ma sempre meno raramente non lo è più.

Quindi, si deve avere il coraggio di fare una scelta. O adottare il "codice di guerra", avendo però almeno la coerenza di modificare la Costituzione. Oppure ritirare i soldati dall'Afghanistan, nella maniera più graduale e concertata possibile, ma ritirarli, tenuto anche conto del fatto che ormai ci stiamo da sette anni, senza nemmeno ottenere grandi risultati, se ci ritroviamo alla guida dell'Afghanistan quello che sembra un corrotto corruttore che scende a patti con i "signori della guerra" e broglia milioni di schede pur di vincere. Insomma, queste morti meritano tutto il nostro cordoglio. Ma anche delle risposte. In un senso o nell'altro, ma risposte.

www.discutendo.ilcannocchiale.it

Come in Libano
post pubblicato in Diario, il 5 gennaio 2009


                                             

Non è da me tornare su un argomento a pochi giorni di distanza. Ma è ora di dire basta con l'immobilismo. La comunità internazionale non può rimanere inerme e divisa di fronte al tragico evolversi della situazione in Palestina.

Basta con il ragionare su chi ha torto e su chi ha ragione, su chi appoggia la Palestina e chi Israele. Tutte enormi cazzate, perchè quando una guerra dura da cinquant'anni le colpe sono di tutti e le ragioni sono di nessuno. E dunque non ha nemmeno senso appoggiare un Paese o l'altro, come invece fanno il nostro Ministro degli Esteri Frattini e la sua maggioranza, anche se per fortuna all'estero ci sono leader di destra come Sarkozy che hanno ancora il senno. "Due popoli e due Stati", viene spesso ripetuto. Ora è il momento di applicarlo. Per l'Onu, la Ue o chiunque altro è venuto il momento di mettere in gioco la diplomazia e far sedere intorno ad un tavolo le parti in gioco, pretendendone il reciproco riconoscimento e decidendo una volta per tutte la divisione dei territori e delle risorse. L'accordo non verrà fuori? Allora un secondo dopo l'Onu decida lei una equa spartizione e la faccia forzatamente rispettare con una forza di interposizione, sul modello di quella mandata in Libano nel 2006 (l'unica delle cosiddette "missioni di pace" che può definirsi davvero tale o quasi), a cominciare dal confine israelo-gaziano ma poi da estendere anche agli altri confini. Sono situazione diverse? Mica tanto: anche allora c'era lo scontro tra una associazione terroristica e politica radicata nel territorio (Hezbollah) che iniziò gli scontri e un'Israele che reagì in maniera sproporzionata. Anche allora USA e Isreale erano contrari alla missione. Eppure lì ha funzionato. Perchè non a Gaza?

Ci vuole decisionismo. Ma soprattutto la volontà di fare la cosa giusta. Da parte di tutti. E l'Italia non si tiri indietro: molti sembrano essersi dimenticati che questo Paese ritenuto troppo piccolo da molti, guidato allora da un Governo ritenuto dall'attuale maggioranza "dequalificante", diciamo così, per l'immagine e il peso dell'Italia all'estero, fu il principale protagonista delle trattative che portarono alla missione in Libano, di cui ottenne anche il comando, diversamente dalle altre missioni. Dunque per un Governo che ha restituito la dignità e il peso internazionale all'Italia dovrebbe essere una bazzecola fare lo stesso, vero Berlusconi e Frattini? .........

www.discutendo.ilcannocchiale.it

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