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il blog di Francesco Zanfardino
Fare di conto
post pubblicato in Diario, il 4 settembre 2009


                                               

E' da qualche mese che ci stanno martellando, "a reti unificate", sul graduale ma definitivo passaggio dalla tv analogica terrestre alla tv digitale terrestre. D'altronde, entro il 2010 in tutta Italia si dovrebbe vedere la free-Tv solo con il nuovo sistema, e comunque non oltre il 2012, come previsto dalla UE. Si prospettano però molti problemi per le famiglie italiane, a cominciare dall'acquisto dei non economicissimi decoder, ma soprattutto per la qualità del segnale, per il momento non ancora adeguata in molte aree d'Italia e del tutto assente (per alcuni canali o anche per tutti) in molte altre. Problemi che riguardano soprattutto la tv pubblica (ma guarda un po'...).

Tuttavia, la tv digitale porta anche molti vantaggi. Migliore qualità dell'immagine, una certa interattività, e soprattutto più canali, più offerta televisiva. Il che dovrebbe voler dire anche più pluralismo, che poi è il motivo per il quale nel 2004 fu accelerata e forzata la trasformazione al digitale della TV italiana. Infatti, fu proprio grazie al digitale il Governo Berlusconi di allora, con la legge Gasparririuscì a salvare la posizione dominante assunta da Mediaset grazie ad anni di leggi incostituzionali e di lentissimi processi giudiziar-costituzionali, salvando Rete4, che sarebbe dovuta andare sul satellite, anche per far posto all'emittente legittimamente proprietaria delle sue frequenze (Europa7). E invece lodo Gasparri fu, ed il faccione di Emilio Fede continuiamo a ritrovarcelo tutti i giorni sugli schermi della "rete abusiva".

Ma è davvero così? Davvero col digitale c'è più pluralismo? La legge Gasparri dice che solo il 20% dei canali digitali nazionali può essere ricondotto ad un unico soggetto proprietario (il limite del 20% è quello sancito dalla Corte Costituzionale, e che non è mai stato attuato per l'analogico per i motivi prima citati). Ma chiunque di voi, scorrendo la lista dei canali del proprio decoder digitale, potrà verificare che i canali riferibili al gruppo Mediaset sono molto di più del 20%. Rete4, Canale5, ItaliaUno, Boing, Joy, Mya, Steel, Disney Channel, i vari canali di Diretta Premium, eccetera eccetera ... Tant'è vero che l'Agcom, l'Autorità Garante per le Comunicazioni (in realtà organo politico, e forte complice della situazione attuale della TV italiana), lo scorso Maggio ha finalmente deciso di aprire un'istruttoria sul caso, facendo sapere che da un primo calcolo Mediaset possiede 14 canali nazionali su 42 (il 33%), mentre la RAI 8 su 42 (il 19%). Questo perchè la legge Gasparri, con un'incoerenza tanto palese quanto non casuale, consente ai proprietari di vecchi canali nazionali analogici di ottenere automaticamente un uguale numero di "multiplex" digitali (e per ogni multiplex ci sono cinque canali, proprio perchè, con l'avvento del digitale, dove "passava" un canale analogico ora possono passarcene cinque), con l'effetto che la situazione oligopolistica del vecchio mercato televisivo sarà trasportata pari pari anche nel nuovo mercato digitale.

Resta da capire quanto tempo l'Agcom ci impiegherà per fare quello che chiunque di noi può fare in pochi secondi, ovvero contare i canali digitali di Mediaset sul totale dei canali disponibili, e quindi automaticamente imporre a Mediaset di chiudere alcuni dei suoi canali. Ma la storia degli ultimi trent'anni mi fa pensare che persino per fare di conto l'Agcom ci impiegherà qualche anno. E poi Berlusconi e soci troveranno sempre un cavillo per trascinare l'attuale situazione fino all'eternità. E il pluralismo? Cercatelo su Internet ...

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Riporto Report: Com'è andata a finire?
post pubblicato in Riporto Report, il 25 maggio 2009


                                                        

E' Lunedì, dunque torna l'appuntamento settimanale con "Riporto Report", la rubrica di Discutendo dedicata alle inchieste di Report, l'ottima trasmissione giornalistica condotta ogni domenica sera da Milena Gabanelli su Rai Tre. Stavolta nessuna "nuova" inchiesta, nè "Goodnews" nè "Emendamenti", ma una puntata dedicata esclusivamente ad una serie di "Com'è andata a finire?", ovvero aggiornamenti di precedenti inchieste di Report.

IL PIATTO E' SERVITO (Michele Buono - Piero Riccardi, 30/11/08; qui video, qui testo)

6 mesi fa Report aveva denunciato vari problemi nel mondo dell'agricoltura, tra cui quello di una devastante moria di api che stava colpendo gli apicoltori del Nord Italia. Sotto accusa era stato messo l'utilizzo nelle colture del mais di neoticotinoidi, sostanze che in teoria dovevano servire per proteggere il mais dagli insetti ma che danneggiavano le apicolture vicine, e che secondo studi scientifici indipendenti erano anche del tutto inutili per il buon sviluppo del mais. Grazie alla denuncia di Report, ma soprattutto alle proteste degli apicoltori, il Ministro dell'Agricoltura Zaia ha disposto la sospensione dell'utilizzo di tali sostanze, evento seguito dalla ripresa della vitalità nelle apicolture e da nessun danno alle colture di mais, a dimostrazione della correttezza di quanto sostenuto dai protestanti. Ora si spera nella messa al bando definitiva dei neoticotinoidi.

MARE NOSTRUM (Sabrina Giannini, 16/11/08; qui video, qui testo)

Ancora 6 mesi fa Report aveva monitorato la situazione nel mondo della pesca, nel quale varie irregolarità compromettevano l'equilibrio naturale nel Mediterraneo e il futuro stesso dell'economia ittica nostrana. In particolare aveva denunciato l'utilizzo della "spadara", ovvero un particolare tipo di rete che cattura in quantità non consentite i pesci spada, e che quindi è stata bandita dall'Unione Europea, la quale ha costretto l'Italia ad adeguarsi alla normativa europea, dopo anni di tira e molla, e di lotte senza limiti promosse dai pescatori locali. Ebbene, un anno dopo le cose sembrano cambiare, con numeri di pescato "selvaggio" molto inferiori, grazie anche alla tolleranza zero invocata dal Ministro Zaia, anche se alcuni problemi persistono e potrebbero pregiudicare questa linea.

MODULAZIONE DI FREQUENZE (Bernardo Iovene, 22/03/09; qui video, qui testo)

La seconda puntata dell'attuale stagione di Report si era occupata dell'annoso problema della frequenze televisive, facendo la storia di quell'intreccio di assenza di regole, imprenditoria spregiudicata, politica compiacente e conflitto d'interessi che ha permesso a Silvio Berlusconi di assumere una posizione dominante nell'ambito della televisione italiana, nonostante sentenze della Corte Costituzionale e procedure d'infrazione dell'Unione Europea. Ora però sta per partire il digitale terrestre, e con l'ampliamento delle frequenze che ne deriverà si dovrebbe risolvere il problema del pluralismo televisivo, cardine di ogni democrazia che si rispetti. Ma entreranno davvero nuovi soggetti, o saranno ancora gli stessi? Ebbene, la famosa legge Gasparri, una delle tante leggi ad personam che ha permesso alle tv di Berlusconi di restare in piedi, ha tra le sue conseguenze anche il fatto che i soggetti che attualmente trasmettono in analogico hanno diritto ad avere uguale rappresentanza nel mondo digitale: ciò è in contrasto con le sentenze della Corte e dell'UE, che infatti ha aperto una nuova procedura d'infrazione. Per porre rimedio, il Governo Berlusconi ha deciso di togliere un "multiplex", ovvero il corrispettivo dei canali analogici (solo che ogni "multiplex" vale 5-6 canali digitali, meglio detti "programmi") a Rai, Mediaset e Telecom Italia (il gruppo di La7 e Mtv), e di metterlo a nuova asta insieme a due nuovi multiplex. Peccato che a due di questi cinque multiplex potranno fare offerta anche i vecchi soggetti, facendoli così rientrare dalla finestra (anzi, facendo probabilmente fuori il gruppo Telecom, l'unico indipendente dal controllo diretto o indiretto della politica). Bella roba. Non solo: la legge Gasparri poneva anche un limite del 20% sul totale dei programmi del digitale che potevano essere nelle mani dello stesso soggetto: ebbene, come chiunque può verificare, dei 47 programmi attualmente esistenti, 14, ovvero il 29.7%, sono di Mediaset. L'associazione AltroConsumo ha così fatto un esposto all'Agcom, l'Autorità Garante ed indipendente (?) per le Comunicazionmi, che però si prende mesi di tempo per fare un calcolo semplicissimo. Insomma, per il pluralismo televisivo, almeno in Italia, c'è ben poco da sperare.

L'INTESA (Giovanna Boursier, 12/10/08; qui video, qui testo)

Ad Ottobre scorso Report si era occupato della faccenda Alitalia, da poco sbloccatasi dopo le proteste sindacali, analizzandone tutti i lati oscuri e che hanno danneggiato lavoratori, risparmiatori, cittadini e Stato. L'aggiornamento, a 7 mesi di distanza, ci dice che i problemi in CAI, la nuova compagnia, ci sono ancora e ben forti: sono aumentati i ritardi, con la puntualità ferma al 70% contro l'85% della vecchia Alitalia; ma soprattutto sono diminuiti i passeggeri, che nei primi 4 mesi del 2009 hanno reso gli aerei pieni solo al 65%, e questo nonostante CAI abbia eliminato tutte le flotte meno utilizzate. Se procederanno così le cose, alla fine del 2009 CAI, che aveva previsto perdite di 300 milioni per il primo anno, perderà 500 milioni di euro, ovvero sarà in linea con la vecchia Alitalia: solo che la compagnia è molto più piccola, e gli effetti saranno quindi maggiori. Ma la CAI soffre anche di penuria di equipaggio: sempre più spesso gli aerei viaggiano con equipaggi al di sotto del minimo numerico prescritto dalla legge, cosa che può avvenire solo in casi di emergenza e che quindi sta attirando le attenzioni dell'ENAC. Altri problemi derivano anche dalla fusione CAI-AirOne, che non è mai stata completa, dato che le due compagnie appaiono ancora separate nei fatti, causando notevoli disservizi e difficoltà ai passeggeri. Inoltre, cominciano ad apparire anche problemi sindacali, con hostess costrette a fare turni di notte anche se in maternità, cosa contro la legge, ed altri problemi, che hanno indotto i sindacati a mettere in campo il primo sciopero contro la CAI per il mancato rispetto degli accordi. Infine, la vecchia Alitalia continua a tormentare i risparmiatori Italiani, che si ritrovano con obbligazioni diventate carta straccia o quasi, privi anche della possibilità di usufruire della class-action (che il Governo ha reso non retroattiva, ammesso che venga introdotta).

POVERI NOI! (Giovanna Boursier, 05/04/09; qui video, qui testo)

Quasi due mesi fa Report si era occupato della social card, la carta acquista per i poveri voluta dal Ministro Tremonti. Fra i tanti aspetti analizzati da quell'inchiesta, emergeva un quesito: quanto è costato l'utilizzo delle social card, al di là dei soldi in esse eventualmente contenuti? Report, chiedendo ai diretti interessati, aveva stimato un costo complessivo di circa 20 milioni di euro, tra costo delle carte, lettere inviati ai possibili destinatari della card, pubblicità, call center dedicati, sportelli CAF, eccetera. Il Ministro Tremonti all'epoca non aveva voluto fornire dati precisi; alcuni membri del Governo, interpellati dai parlamentari, hanno poi fornito alcune cifre, contrastranti tra di loro ed impossibilmente irrisorie. Chissà se un giorno forniranno dati coerenti e soprattutto verosimili.

IL RE E' NERO (Paolo Mondani, 10/05/09; qui video, qui testo)

Solo due settimane fa Report si era occupato del "paradiso fiscale italiano", cioè San Marino, e tutte le vicende oscure che riguardavano le sue attività finanziarie. Pochi aggiornamenti, ovviamente: confermati gli arresti per i dirigenti bancari locali arrestati il 3 Maggio scorso, ma soprattutto la Procura di Milano ha acquisito i materiali dell'ispezione che la Banca d'Italia fece a suo tempo sui conti sanmarinesi senza segnalarne le irregolarità.

IL BANCO VINCE SEMPRE-SPECULANDO S'IMPARA (Stefania Rimini, 14/10/07-8/04/08; qui video, qui testo)

Tempo addietro Report dedicò ben due puntate allo scandalo dei "derivati", ovvero degli strumenti finanziari che le banche vendettero, di fatto imbrogliandoli, agli enti locali italiani, grazie ad una normativa introdotta dal Ministro Tremonti nel 2001 (sì, proprio quello che dice di aver previsto la crisi e che ora lotta contro la "finanza creativa"). Il meccanismo dei derivati è complicato, ma è fatto in modo che le banche possono disporre dei soldi degli Enti come vogliono, e così stanno creando numerosi piccoli e grandi dissesti economici a vari Comuni, Province e Regioni: dissesti futuri, potenziali, che potrebbero rivelarsi con tutte le loro conseguenze alla scadenza dei contratti, ovvero tra qualche anno, ma che nel frattempo comportano comunque notevoli costi alla scadenza di ogni periodica "cedola". Il fatto è che la stragrande maggioranza degli Enti continui a pagare, nonostante in vari casi sia possibile risolvere i contratti ancora in attivo, e negli altri si potrebbe mettersi nelle mani degli avvocati, oppure smettere di pagare, asserendo di non aver capito il contratto. E il Governo, nel frattempo, rinvia l'emanazione del regolamento che dovrebbe finalmente dire cosa è lecito e cosa non è lecito fare in campo finanziario da parte degli Enti locali.

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L'affaire Sky e le mezze verità
post pubblicato in Diario, il 3 dicembre 2008


                                                  
"La sinistra e la stampa vadano a casa". Così il premier Berlusconi ha liquidato la questione Iva-Sky. Peccato che le cose non stiano proprio così. Procediamo per gradi (N.B. non sarò breve, però, se andate di fretta, leggete solo la parte in neretto, che potrebbe anche bastare).

Innanzitutto la giornata di ieri. Dapprima Berlusconi, in visita in Albania, dichiara: "C'è un'Iva al 20% per tutti e Sky aveva il 10%. Se la sinistra chiede, difendendo i ricchi e i consumi non necessari pur di andare contro di noi tirando addirittura in ballo il conflitto di interessi, io non ho nulla in contrario. Quando Tremonti avrà chiarito le ragioni del suo agire la sinistra ancora una volta perderà completamente la faccia di fronte agli italiani". Dopodichè Tremonti dichiara, a margine di una conferenza: "La norma che rialza l'Iva per i servizi Sky serve per evitare l'apertura di una procedura di infrazione Ue, il cui termine scadeva in questi giorni. Il governo Prodi si era impegnato con la Commissione europea ad allineare le aliquote". Quindi di nuovo Berlusconi, trionfante: "Questa sinistra non ha alcun ritegno e non tiene vergogna. Io di questa cosa non sapevo niente, chi parla di conflitto d'interesse è senza vergogna. A promettere l'adeguamento dell'Iva sulle pay tv fu Romano Prodi.  Se io fossi nei loro panni, me ne andrei a casa. Politici e direttori di giornali come La Stampa e il Corriere dovrebbero tutti cambiare mestiere, andarsene a casa". Infine le dichiarazioni di oggi, che rimarcano una presunta "figuraccia" della stampa e del PD, dopo che la UE aveva confermato il problema e lo aveva dichiarato "chiuso" dopo il provvedimento del Governo.

Ora, un po' di storia. L'IVA agevolata fu inizialmente decisa nel 1991 (governo Andreotti), addirittura al 4%, per far sviluppare un settore allora inesistente. Poi nel 1995 il governo Dini, forse un po' in anticipo (il settore non si era granchè sviluppato), decise di riallineare l'IVA al 20%, ma le proteste di Tele+ e Stream, la TV satellitare dominata proprio dalla Mediaset di Berlusconi, fecero sì che Dini optasse per un compromesso (il famoso 10%) votato dal centrodestra e dalla Rifondazione Comunista di Bertinotti, che si attirò le critiche del centrosinistra proprio perchè favoriva il dominio mediatico di Berlusconi. Poi nel 2003 (governo Berlusconi) Murdoch rilevò Stream e Tele+, creando un gigante monopolista (Sky, appunto) grazie al Governo e all'immobilismo di Antitrust e UE. Gigante che però sviluppò tantissimo il settore, aumentando il pluralismo e posti di lavoro. Quindi, come si vede, a mettere il "privilegio" e a far diventare Sky un monopolista con IVA agevolata non fu la sinistra "amica di Sky e dei ricchi", come dichiarato da Berlusconi, ma il governo Dini (oggi sen. del PDL) e il governo Berlusconi II.

Ora veniamo ai giorni nostri. La questione dell'IVA agevolata rimase irrisolta fino al Gennaio 2008, quando la UE chiesa all'Italia di uniformare l'aliquota, in quanto il mercato si era ormai sviluppato e non poteva esserci più la differenza fra i vari servizi a pagamento (cioè fra i canali tematici, ovvero tutta l'offerta televisiva di Sky e una minima parte di quella di Mediaset Premium, e gli altri servizi pay-per-view, come molti dei servizi Mediaset Premium). Prodi, che era già caduto, comunicò all'UE che l'Italia avrebbe riallineato le aliquote, ma non disse come, lasciando la patata bollente al futuro Governo. Il quale a sua volta rimanda la questione, fino al decreto cosiddetto "anti-crisi" di Dicembre, nel quale decide di soppiatto di allineare le aliquote e di allinearle al 20% (l'alternativa era annilearle tutte al 10%, o comunque ad un altra soglia, bastava che fosse uguale per tutti). Dunque, è vero che la UE richiedeva aliquote uniformi e che Prodi promise di farlo, ma Prodi, già caduto, non disse se riallinearle al 10% o al 20% fissato poi da Tremonti, tra l'altro dopo aver tralasciato la cosa per mesi, senza pensare a soluzioni meno drastiche. E poi Prodi non era in conflitto d'interesse.

Ora gli aspetti economici. Riallineare le aliquote al 20% danneggiava fortemente Sky, che si vedeva raddoppiare l'IVA praticamente su tutti gli abbonamenti, con decine di euro in più di tasse per ogni abbonato (se è vero, come dice il governo, che si ricavano 220 milioni e gli abbonati SKY sono 4,6 milioni, sono mediamente 48 euro per abbonato), mentre Mediaset Premium e gli altri servizi simili avrebbero avuto danni molto minori, dando dunque un enorme vantaggio a Mediaset (e le altre TV), che vedeva fortemente danneggiato un suo concorrente (che avrebbe probabilmente perso molti abbonamenti e quindi pubblico a favore delle altre televisioni). Riallinearle al 10% (come tra l'altro suggeriva la UE in una lettera al Governo in Aprile), cambiava niente per Sky e favoriva abbastanza Mediaset Premium e gli altri servizi pay-per-view, ma non quanto "l'affossamento", perchè così si può definire, di Sky. Con la differenza, però, che con il 20% lo Stato avrebbe avuto circa 220 milioni di euro di tasse in più, mentre con il 10% lo Stato avrebbe dovuto sborsare qualche decina di milioni. Insomma, riallineare le aliquote al 20% danneggia fortemente Sky e quindi favorisce fortemente Mediaset, ma dà circa 200 milioni allo Stato, mentre il 10% favorisce molto di meno Mediaset, ma sottrae allo Stato qualche decina di milioni, però era stato suggerito dalla UE.

E ora veniamo alla questione politica. E' ovvio che, con queste premesse e con questa crisi, si poteva discutere se era meglio incassare 200 milioni tassando gli abbonati o spendere 20-30 milioni, risparmiando tasse a tutti, considerando però che gli abbonamenti pay-per-view non sono un consumo necessario (ma nemmeno da ricchi, dato che molte famiglie non agiate fanno l'abbonamento perchè tifosissimi di calcio). Si poteva e si doveva discutere, invece che mettere la norma di soppiatto. Però, se inseriamo la questione all'interno del sistema mediatico italiano, dove i Governi Berlusconi hanno aggirato procedure di infrazioni Ue, sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia Europea, per salvare il duopolio Mediaset-Rai (legge Gasparri) e le frequenze di Rete 4 dalle giustissime richieste di Europa 7 (decreto SalvaRete4), e dove il pluralismo è quantomeno problematico (come si evince dal duopolio, dalla questione Rete 4, dai dati dell'AgCom e della Demos sulle variazioni rispettivamente degli spazi dedicati ai vari partiti e del sensazionalismo sulla sicurezza a seconda dei Governi in carica, oltre che dalla quotidiana esperienza di chi guardi la TV con un po' di onestà intellettuale e spirito critico), il Governo, se coerente, doveva fare lo stesso anche con la norma Sky, aggirando la direttiva Europea. Oppure tornare sui propri passi abrogando la legge Gasparri e mandando Rete4 sul satellite. Perchè le regole vanno rispettate sempre, e non aggirate o applicate rigidamente a seconda delle convenienze. Dunque, bene hanno fatto le opposizioni e parte della stampa a criticare il Governo, perchè la scelta fra il 10% e il 20% non era così ovvia e andava discussa; perchè, in ogni caso, il raddoppio IVA doveva essere graduale; perchè non si possono aggirare procedure di infrazione, sanzioni e sentenze delle Corti Italiane e Europee solo quando vanno contro i propri interessi, e invece intervenire duramente ai minimi dubbi della UE quando vanno contro gli interessi degli avversari; perchè, infine, non si può far ciò in conflitto d'interessi e con un pluralismo mediatico ai minimi termini.

Infine, alcune considerazioni al di là della questione più propiamente tecnica. Anche se Berlusconi avesse avuto davvero ragione, non può certo dire che è la dimostrazione che il conflitto d'interessi non esiste, perchè la sola storia del mercato televisivo italiano (legge Gasparri, decreto SalvaRete4, ecc. ecc.), oltre che quella giudiziaria (leggi ad personam varie), dimostra l'esatto contrario. E soprattutto non può emanare editti, tra l'altro diretti, contro le opposizioni e direttori di giornali (dall'editto bulgaro si è passati all'editto albanese), solo perchè esprimono opinioni diverse dalle sue. La democrazia è anche questo. Poi, certo, anche loro hanno commesso errori, in quanto avrebbero dovuto informarsi meglio: ma d'altronde lo stesso vale per il suo schieramento e per i giornali suoi vicini, dato che lui stesso e molti suoi colleghi di partito avevano prospettato la possibilità di "tornare indietro", e direttori come il fido Ferrara avevano persino aderito alla campagna di Sky. E, a tal proposito, anche io ritengo un po' inopportuna la campagna mediatica di Sky: ma d'altronde anche Mediaset ha più volte usato questo strumento, e in maniera più politica (come quando lo stesso Berlusconi lesse un comunicato in onda su Mediaset contro "la sinistra illiberale che vuole limitare la nostra libertà di comunicare", visibile parzialmente su questo video al minuto 1:40).  E, infine, Berlusconi non può far finta di non sapere niente, come fa sempre quando viene colto in fallo sul conflitto d'interesse: anche perchè altrimenti sarebbe grave che il Premier firmi cose che non conosce.

Questo è tutto. Ho perso un bel po' di tempo a scrivere questo lunghissimo post, come non ho mai fatto sinora, e so che è fatica sprecata. Perchè tanto, invece di spiegare per bene la situazione, i media vicini a Berlusconi ridurranno tutto a poche battute, tutte a favore del Governo e a danno della verità. Spero che almeno sia stato utile a qualcuno di voi

P.S. Infine, torno a fare la mia proposta provocatoria: se proprio servivano soldi, e in periodi di crisi bisogna chiedere sacrifici "a tutto il sistema televisivo", come detto da qualcuno a nome del Governo, perchè non ricavarli da tasse sulle televisioni private, che tra l'altro non danneggerebbero in nessun modo i contribuenti, a differenza del raddoppio IVA su Sky?

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Libera informazione in libero stato ... perchè no?
post pubblicato in Diario, il 24 aprile 2008


                       

Domani è il 25 Aprile, la festa della Liberazione dal nazi-fascismo. Data che Beppe Grillo ha scelto simbolicamente per la raccolta firme dei suoi tre referendum per una "libera informazione in libero Stato", ovvero un'informazione libera dal duopolio "partiti-Mediaset". Ecco i tre referendum:

1 - Abolizione dell'Ordine dei Giornalisti;
2 - Abolizione del finanziamento pubblico all'editoria;
3 - Abolizione della Legge Gasparri.

Chi segue questo blog conosce la mia opinione su Grillo. Un'opinione prevalentemente negativa, a causa del qualunquismo di Grillo, aggravata dal suo invito all'astensione. Tuttavia, non sono certo io a commettere il suo errore, ovvero generalizzare, e Grillo a volte dice cose giuste. E non nascondo che, ove si dovessero svolgere, potrei dare il mio sì ai referendum.

Sicuramente al terzo. La legge Gasparri va assolutamente rivista, ed altronde ce lo impone tassativamente la UE, pena una costosa multa. Infatti, secondo la Corte Europea la legge Gasparri "non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi" e "non ha criteri di selezione obiettivi e trasparenti" (insomma, una legge ad uso e consumo del duopolio "Rai-Set").

Quasi sicuramente anche al secondo. L'articolo 21 della Costituzione recita: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e qualsiasi altro mezzo di diffusione". Dunque, non ha senso un Albo dei giornalisti. Perchè una persona deve essere iscritta ad un Albo per scrivere su un giornale? Certo, non deve scrivere con i piedi, ma se è in grado di farlo, perchè deve essere iscritto ad un Albo? L'Albo va eliminato, sperando che con esso scompaia anche il corporativismo che domina il giornalismo.

Ho qualche dubbio sul primo. Indubbiamente è indecente che paghiamo milioni e milioni di euro per finanziare giornali come "Il Giornale" o "Il Foglio". Però ho paura che il finanziamento pubblico venga poi sostiuito da finanziamenti privati, con altrettanti spiacevoli effetti sull'obiettività dell'informazione. Dunque, personalmente sarei per una revisione del finanziamento pubblico, non per l'abolizione.

Ecco dunque la mia opione. Per maggiori informazioni sull'evento, ovviamente visitate il sito www.beppegrillo.it.
Ecco il "disegno criminale" Gentiloni
post pubblicato in Diario, il 14 gennaio 2008


                      

Oggi il Cavaliere ha fatto dietrofront
. Rinnega il suo diktat di ieri, ovvero "non tratto sulla legge elettorale con chi vuole il ddl Gentiloni" (che ci ha tanto ricordato quello di qualche mese fa riguardo la vicenda Telecom, "potrei salvarla, ma cambiate la Gentiloni"). Come se nel tentativo di conservare l'italianità della rete fissa o nel partecipare alle realizzazione della riforma elettorale facesse un favore all'attuale Governo, e non agli Italiani.
La smentita è arrivata, dopo 24 ore, con una nota, nella quale nega di "aver collegato i due temi (legge elettorale e ddl Gentiloni, ndr) che restano separati e distinti perchè riguardano due piani diversi". Anche se successivamente dichiara: "Sulla Gentiloni ho risposto ad una domanda in coerenza con la realtà e con quanto ho sempre affermato: l'impossibilità di una futura collaborazione con un governo che si macchiasse di una simile nefandezza, inconcepibile in una vera democrazia". Insomma, un giro di parole che conferma la volontà di dire una cosa e la necessità di nasconderla.

Comunque, tra una polemica e l'altra, ben poco si è parlato nel merito del disegno di legge Gentiloni stessa. Vediamo un pò di che tratta questa "decisione criminale", come definita da Berlusconi. Che in realtà ha l'obiettivo di evitare il ripetersi del duopolio Rai-Mediaset anche nel digitale terrestre. Obiettivo che d'altronde l'Italia è sollecitata a raggiungere dalla stessa Unione Europea che, nella persona di Neelie Kroes, Commisario  UE alla Concorrenza, ha bocciato la legge Gasparri (la riforma del sistema TV del precedente governo.

Mercato pubblicitario. Il ddl Gentiloni interviene sulla redistribuzione della raccolta pubblicitaria, correggendo l'attuale squilbrio che è a favore della TV. Infatti, abolisce il SIC (Sistema di comunicazione integrato), introdotto dalla Gasparri, che diluiva i limiti di accaparramento della raccolta pubblicitaria considerandoli in relazione ad un unico bacino nel quale confluivano anche satellitare e digitale terrestre. Ed, inoltre, stabilisce posizioni dominanti per i soggetti che superano il 45% delle risorse pubblicitarie. Infine, le TV non saranno più oggetto di multe e sanzioni, ma a loro si applica la riduzione dell'affollamento orario della pubblicità dal 18% al 16%.

Riordino frequenze. Il ddl preve il trasferimento di una rete analogica sul digitale, entro il 2009, per Rai e Mediaset. Con questa "migrazione anticipata" sul digitale (le altre reti vi passeranno nel 2012) si liberanno quantità significative di frequenze, per le quali verra stabilito un dovere di vendita da parte di chi le possiede.

Riforma Auditel. Il ddl introduce anche "una serie di norme che rafforzano le garanzie pubbliche nel sistema della rilevazione degli indici d'ascolto", in particolare nei casi in cui i responsabili delle rilevazioni siano società partecipate a loro volta da società oggetto delle rilevazioni stesse.

Insomma, un "testo equilibrato", come lo ha definito lo stesso Gentiloni. Soprattutto se confrontato con un tipo di riforma come quella proposta da Sarkozy (e che pure ha ricevuto molti apprezzamenti), Presidente di destra della Francia, che vorrebbe togliere la pubblicità dalla TV pubblica, finanziando le perdite tassando le televisioni private. Non oserei immaginare cosa accadrebbe se una proposta del genere fosse fatta in Italia.

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