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il blog di Francesco Zanfardino
Pec, rivoluzione monca
post pubblicato in Diario, il 26 aprile 2010


                                             

Ogni tanto il Governo qualcosina di buono la fa e, come spesso accade, lo fa per iniziativa del Ministro Brunetta: nasce infatti per sua volontà la cosiddetta "Posta Elettronica Certificata" nell'ambito della Pubblica Amministrazione.

Si tratta di una casella di posta elettronica che tutti i cittadini maggiorenni potranno attivare e "certificare", attraverso un iter nemmeno troppo complicato, facendo assumere alle e-mail mandate tramite la Pec un valore legale pari, ad esempio, ad una raccomandata con ricevuta di ritorno. Insomma, niente più file alle Poste o agli sportelli della P.A.: basterà un po' di dimestichezza con le nuove tecnologie.

Compreso il pagamento via Internet, però. Già, perchè come recita lo stesso sito del Ministero, le funzionalità gratuite della nuova casella di posta si limitano alla sua stessa certificazione, mentre tutti i servizi che si potranno effettuare tramite questo strumento sono a pagamento. Il servizio è infatti gestito, insieme a Telecom Italia, dalle Poste, che non hanno certo voluto rinunciare agli introiti derivanti dai propri servizi, nonostante con la Pec non ci sia più bisogno di postini, controllori, addetti agli sportelli e compagnia.

Certo, almeno ci sarà la possibilità di non fare più la linea, per chi saprà usare il nuovo mezzo (ammesso che funzioni tutto per bene, e non per pochi uffici). Già è qualcosa. Ma non è certo la "rivoluzione" che si tenta di dipingere ...

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Serve politica industriale
post pubblicato in Diario, il 5 febbraio 2010


                                                       

La vicenda di Fiat di Termini Imerese e dell'Alcoa in Sardegna, unite a tutte le vertenze lavorative in corso in tutta Italia, offrono lo spunto di numerose e doverose riflessioni.

La prima è che la crisi c'è ancora e anzi forse proprio in questi mesi mostrerà i suoi strascichi più pesanti sull'occupazione. Sta finendo la cassaintegrazione, ma nel contempo i posti di lavoro non tornano, anzi. Se lo ricordi il Governo che voleva battere la crisi con "l'ottimismo".

La seconda è che c'è chi pensa di poter fare i "liberisti a targhe alterne", invocando l'intervento dello Stato quando c'è da acchiappare gli aiuti e le regole del mercato quando c'è da tagliare posti di lavoro, senza nemmeno avere il pudore di ammetterlo (anzi). Certo che lo Stato fa pure la figura del fesso, visto che quando dà gli aiuti non pretende nemmeno che non si facciano nel breve termine scelte aziendali contrari agli interessi della collettività, se proprio non si voleva ottenere in cambio una quota pubblica dell'azienda.

La terza, forse la peggiore, è che l'Italia manca totalmente di politica industriale. Giusto, anzi doveroso difendere i posti di lavoro, ma l'attuale sistema produttivo in Italia è insostenibile. E' ancora troppo basato sulla manifattura, e ormai in questo settore la concorrenza della Cina, della Polonia, della Serbia, della Romania, insomma dei paesi in via di sviluppo è troppo forte: non si può dire la Fiat non abbia ragione su questo. Per questo ci sarebbe bisogno di un Governo che favorisca la graduale transizione da un sistema produttivo basato sulla manifattura, sulla realizzazione delle cose, ad un altro basato sull'alta specializzazione, sull'innovazione e sull'ideazione delle cose che poi altrove verranno realizzate. Un po' come il sistema produttivo americano, dove i lavoratori della Microsoft progettano e la Cina realizza (ma i proventi restano in America). E un po' come diverse realtà italiane, specialmente nel Nordest, che sono molto più avanti dei propri Governi.

Per arrivarci ci sono diverse strade, diverse risposte, di destra, di sinistra e di centro. Ma che a questo bisogna arrivare è indiscutibile. Altrimenti, rassegnamoci al ritorno dei carrozzoni statali della Prima Repubblica o alla fuga delle aziende all'estero. E non mi pare una bella prospettiva.

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Rivoluzione Democratica (1): Selezione della classe dirigente
post pubblicato in Diario, il 11 luglio 2009


                                           

Inizio oggi una serie di riflessioni sul futuro del Partito Democratico, in vista di un Congresso che sembra profilarsi come l'ennesimo riciclarsi di una classe dirigente che non solo non cambia le facce, ma che da 15 anni non cambia nemmeno modi e contenuti (pur con le dovute differenze, ovviamente). Si dovrebbe parlare di soluzioni efficaci ai tanti problemi del PD, e invece, almeno da quello che è possibile capire dalla storia delle dichiarazioni dei due candidati, o i problemi si evitano, o si affrontano con soluzioni sbagliate.

In questi post analizzerò dunque dei problemi, e proporrò possibili soluzioni. Sperando non siano delle boiate, e nell'illusione che possano arrivare a chi di dovere. Magari a qualcuno con le palle che decida di scompigliare le carte e farsi interprete di quella richiesta di (vero) rinnovamento che qualche milioncino di elettori (e soprattutto di ex-elettori) ci avanza.

Cominciamo dalla selezione della classe dirigente, per me il "peccato originale" dal quale derivano tutti i problemi del Partito Democratico.

Il FATTO

Attualmente lo Statuto del PD, all'articolo 2 ("Soggetti fondamentali della vita del Partito"), distingue fra "iscritti" ed "elettori". Ovvero fra coloro che hanno scelto di tesserarsi e i semplici simpatizzanti. Tra le altre cose, l'articolo 2 prevede per gli elettori il diritto di "partecipare (...) all'elezione diretta dei Segretari e delle Assemblee Nazionali e Regionali, nonchè ai livelli territoriali inferiori, ove questo sia previsto dagli Statuti Regionali". Gli iscritti hanno inoltre il diritto di "partecipare all'elezione diretta dei Segretari e delle Assemblee a livelli inferiore a quello regionale".  In soldoni, i livelli nazionali e regionali del Partito sono scelti tramite primarie, aperte a chiunque voglia partecipare dietro il solo pagamento di una piccola quota (fu 1€ nel 2007, dovrebbero essere 2€ ad Ottobre), mentre quelli provinciali e comunali tramite congresso (aperto solo agli iscritti, ovvero solo a coloro che hanno deciso di tesserarsi entro una certa data, dietro pagamento di una quota, attualmente 15€), a meno che lo Statuto Regionale non preveda Primarie. In ogni caso, quando sono previste primarie, è prevista anche una fase congressuale precedente.

I numeri certi del tesseramento sono ancora oscuri, probabilmente saranno noti dopo il 21 Luglio, termine ultimo per l'iscrizione 2009. Comunque, a quanto pare, attualmente il PD avrebbe raggiunto circa 370mila tessere. Niente di male, finora, se non sapessimo che circa 80mila di queste risiedono in Campania.

IL PROBLEMA

Quasi un quarto dei tesserati totali: la Campania sarebbe, insomma, più "rossa" dell'Emilia. Eppure proprio in Campania abbiamo avuto i dati più sconfortanti, sia alle Europee che alle Provinciali ... e lo stesso dato delle Primarie Provinciali vinte da Nicolais, dove hanno votato solo 30mila persone (e in Provincia di Napoli ci sono 60mila tesserati), conferma l'evidente anomalia. Quindi due sono le cose: o migliaia di persone hanno scambiato la tessera PD per la social card (vuota come l'altra...), oppure il tesseramento è stato gonfiato. Sarà forse che sono napoletano e non offenderei mai l'intelligenza dei miei conterranei, ma io opterei per la seconda opzione. Anche perchè io ci sono stato, dietro quei banchetti del tesseramento, e la situazione che si poteva vedere era sconfortante: centinaia di persone che facevano la fila, senza nemmeno sapere che diamine stessero facendo (e magari non sapevano nemmeno che cavolo fosse il PD). E la situazione non è certo limitata solo alla Campania: i "signori delle tessere", pronti a sborsare centinaia di euro pur di accaparrarsi pacchetti di tessere, albergano anche altrove, specialmente al Sud.

Questo comporta vari problemi. Innanzitutto, in moltissimi casi il Partito Democratico è rappresentato sul territorio non dalle persone più meritevoli, più competenti, più impegnate attivamente nella vita di circolo e sul territorio stesso, bensì dalle persone sostenute dalla corrente/lobby/gruppi di potere più forte. Con le inevitabili conseguenze sulla qualità dell'azione politica sul territorio (lontananza dai problemi dei cittadini in primis); inoltre, le persone più attive sono demotivate perchè non vedono riconosciuti i propri sforzi, mentre l'elettorato si sente poco rappresentato e non crede più alla capacità di cambiamento del PD (o anche "semplicemente" alla sua capacità di trovare soluzioni giuste ed efficaci ai loro problemi). D'altronde, ovunque in Italia si hanno lamentele da parte degli elettori perchè il partito locale si impegna solo o quasi esclusivamente in occasione delle varie campagne elettorali (comprese quelle interne), e non anche per i problemi del territorio e sul territorio. Ma la cosa peggiore è la questione del tesseramento rivela una tendenza generale a sfruttare i meccanismi del partito, comprese anche le primarie interne (quelle nazionali, ma soprattutto quelle regionali, sono sfruttate  dai soliti capibastone per misurarsi alla stessa stregua del tesseramento, anche se le primarie perlomeno allargano la partecipazione e quindi danno più speranza di sparigliare i giochi), per perpretare le solite vecchie logiche correntizie e lobbystiche.

Ovviamente, stiamo sempre parlando di una condizione migliore di quella offerta dal resto del panorama politico italiano (il PDL non fa nemmeno le tessere), ma, per i motivi descritti finora, del tutto insufficiente per un Partito che è nato per interpretare il rinnovamento.

LA SOLUZIONE

Innanzitutto andrebbero rese obbligatorie le primarie interne anche per i livelli provinciali e comunali. Non risolverebbero affatto il problema ma perlomeno renderebbero un po' meno facili i "giochetti", come detto prima. Ovviamente in via del tutto transitoria, in attesa che un "nuovo sistema" possa entrare in funzione. Un sistema che premi la partecipazione e l'impegno nella vita di partito.

E' un po' difficile trovarlo: come "misurare" la partecipazione alle iniziative pubbliche di partito, come misurare l'ascolto dei cittadini, come misurare le competenze di ognuno, come misurare la passione  e l'interesse di ciascuno per il PD? E' ovvio che tutto questo non si può fare (o perlomeno non vedo come si possa fare). Tuttavia, una soluzione "parziale" ma importante c'è: misurare la partecipazione alla vita di partito. Come? Semplice: si preveda per Statuto che ogni Circolo deve fare tot "assemblee obbligatorie" in tot tempo (direi 26 all'anno, una ogni due settimane), assemblee aperte a chiunque voglia partecipare, in cui si discuta di tutto ciò che può animare la vita di un Circolo e il suo impegno sul territorio. Ma soprattutto si preveda che a quelle assemblee si prendano le presenze dei "registrati", ovvero coloro che ne hanno fatto richiesta. A che pro? Semplice: ogni qual volta si andrà ad elezione di una qualsiasi carica interna (segretario di circolo, provinciale, regionale, nazionale e relative assemblee), potranno partecipare all'elezione solo coloro che hanno totalizzato almeno un tot di presenze alle assemblee in un tot di mesi precedenti (direi il 20% di quelle dei 12 mesi precedenti).

E' un metodo solo apparentemente "chiuso": la partecipazione alle assemblee è infatti aperta a tutti (ovviamente, orari e date delle assemblee dovranno variare e rese compatibili con le esigenze lavorative / scolastiche). Inoltre, se per i candidati alle elezioni è giusto estendere la partecipazione ai cittadini tutti, poichè saranno poi i cittadini tutti a scegliere chi li deve amministrare, per le cariche interne di un partito questo non ha invece molto senso. E' giusto invece che chi gestisce il partito sia scelto da chi lo vive, quel partito (o perlomeno dimostra una minima partecipazione).

CONCLUSIONI

La soluzione da me proposta forse non è la migliore in assoluto. Sinceramente non riesco a trovare di meglio. So però di certo che il problema c'è, non si può negare, e comporta problemi belli grossi: dunque una soluzione, ed una soluzione efficace, va trovata. Altrimenti tutti i discorsi sul "rinnovamento", di facce modi e contenuti, sono solo parole al vento.

Alla prossima (sperando di essere più breve =)

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La politica e le potenzialità di Internet
post pubblicato in Diario, il 3 aprile 2009


                                                   

Tra i nominativi dei candidati alle Elezioni Europee che stanno circolando in questi giorni, non senza scatenare perplessità, dibattiti ed entusiasmi, figura anche un nominativo di una persona che nessuno si sarebbe aspettato fino a qualche settimana fa: ovvero quello di Debora Serracchiani, che sarà candidata per il Partito Democratico.

Chi è Debora? E' la giovane coordinatrice del circolo PD di Udine. Ma il suo nome è diventato famoso nella Rete dopo che il 21 Marzo, all'Assemblea dei Circoli PD, si è resa protagonista di un appassionato intervento, nel quale "ha dimostrato grande energia, qualità e competenza", come spiegato dal segretario Franceschini, che è stato anche oggetto di una critica garbata ma diretta e senza peli sulla lingua nello stesso discorso. Discorso che fin dal giorno dopo ha cominciato a girare su Internet, guadagnandosi grande visibilità, anche sulle testate giornalistiche nazionali. E così Franceschini ha deciso di candidarla, dando così spazio ad una candidatura che "non arriva dall'alto, ma sta emergendo dai circoli e dal territorio".

La vicenda di Debora è la dimostrazione più palese delle grandi potenzialità che può dare Internet a chi vuole fare Politica, quella con la "P" maiuscola. Fino ad oggi per avere successo in Politica è molto più facile perseguire vie come la compravendita di voti, il clientelismo, parentele illustri, tutela di interessi forti, eccetera. Mentre il politico che vive di sola competenza, passione, idee, qualità, correttezza, è difficile che riesca ad imporsi ai livelli che meriterebbe. Ed oggi è ancora così, e probabilmente lo sarà ancora per molto tempo. Però oggi c'è Internet, che con tutte le sue meraviglie ti consente di raggiungere milioni di persone in pochissimo tempo (basti pensare a Facebook), condividendo con loro le tue idee, la tua voglia di fare (bene), la tua passione. E così ti consente di convincere tante persone che altrimenti nella migliore delle idee non parteciperebbe, e nella peggiore voterebbe, più o meno consapevolmente, all'interno di quei meccanismi "vecchi" della politica descritta prima.

Certo, c'è sempre bisogno di partiti "aperti" all'innovazione, in grado di ascoltare la novità. E se c'è una cosa negativa nella faccenda di Debora, infatti, è che comunque la sua candidatura è comunque una "concessione" dei vertici. Vertici evidentemente illuminati, o che comunque hanno avuto un lampo di illuminazione ... ma pur sempre una candidatura "concessa". Ma, comunque, se perlomeno i partiti ti offrono una via, magari molto difficile, ma comunque possibile, si può fare anche a meno delle "concessioni". A cosa mi riferisco? Alle Primarie, per esempio. Gli invidiosi e i criticoni diranno che le Primarie in realtà sono solo strumenti di "legittimazione popolare" di candidature imposte comunque dall'alto. E probabilmente, nella maggior parte dei casi, è stato così: ma non sempre, come dimostrato da vari esempi in tutti Italia, uno su tutti l'inaspettata vittoria di Matteo Renzi a Firenze. Questo perchè con le Primarie, in ogni caso, viene data la possibilità all'elettorato di non accettare le candidature. Sta poi all'elettorato partecipare in massa per sfruttare questa possibilità, ed ai candidati "non di apparato" a fare quanto in loro possibilità per invogliare la partecipazione. A cominciare da Internet, ma ovviamente senza dimenticare che la politica è soprattutto contatto diretto, "occhi negli occhi".

Sarebbe bello che questo accaddesse sempre di più spesso in futuro. Nel prossimo futuro. Magari cominciando proprio da Ottobre, quando si deciderà il destino di quello che attualmente è il secondo partito d'Italia, il PD. E si deciderà attraverso Primarie. Un candidato, magari sconosciuto, ma comunque fuori da logiche politiche vecchie, e con le giuste idee, competenze, passione civica, e che riesca ad imporsi, magari anche grazie ad Internet, è solo un sogno?

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ESP obbligatorio nella UE. Ora sotto con i limitatori di velocità
post pubblicato in Diario, il 24 marzo 2009


                                             

L'Unione Europea ha finalmente deciso: l'ESP sarà obbligatorio su tutte le nuove vetture dal 2011, e quelle senza potranno circolare fino al 2014. Si tratta di una importante novità, in quanto si stima che grazie al controllo elettronico di stabilità (ESP, appunto) impiantato di serie su tutte le vetture si potranno salvare ogni anno 4mila vite ed evitare 100mila feriti, con benefici anche per le nostre tasche (16 miliardi di euro in meno di costi sanitari). D'altronde, lo sbandamento della vettura è la causa principale di quasi il 35% di tutti gli incidenti stradali mortali che coinvolgono un solo veicolo, e l'ESP riduce dell'80% questo rischio.

Certo, si potevano accelerare i tempi, ma la UE ha dovuto trattare con le case automobilistiche, evidentemente più interessate ai propri profitti che alla sicurezza degli utenti. Tuttavia, si tratta comunque di un grande passo in avanti, che tra l'altro contribuisce a dare senso ad un'istituzione come l'Unione Europea che appare, a torto, come un inutile fardello, tutto burocrazia e niente decisioni.

Ora, prima che le case automobilistiche accettino di ingoiare un altro rospo probabilmente dovrà passare almeno qualche annetto. Però l'Unione Europea dovrà prima o poi, e speriamo più prima che poi, cominciare a lavorare anche per un'altra innovazione nel campo della sicurezza stradale: obbligare le case automobilistiche ad impiantare di serie il limitatore di velocità. Si tratta di una tecnologia già esistente, ed in costante sviluppo, che potrebbe salvare ancor più vite dell'ESP. Pensate quante migliaia di persone ogni anno muoiono, e fanno morire, per una folle corsa oltre i limiti. E non è una ipocrisia inaccettabile che in tutta Europa il massimo di velocità raggiungibile è non oltre i 140 km/h, ma le auto possano andare ben oltre questo limite?

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Cattocomunista
post pubblicato in Diario, il 12 marzo 2009


                                                     

"Franceschini? Un leader catto-comunista". E' da quando Dario Franceschini è diventato segretario del PD, ovvero il 21 Febbraio, che aspettavo tale reazione da Berlusconi. Ha resistito per una ventina di giorni, ma poi non ce l'ha fatta. Doveva dirlo. Tacciare gli avversari di "comunismo" è infatti una prassi per Berlusconi. Una prassi che non risparmia nessuno. Tantomeno coloro che provengono da tradizioni opposte a quella comunista, come quella democristiana di Franceschini: tanto basta aggiungere quel "catto", no?

Perchè Berlusconi e la sua maggioranza mostrano un leggero fastidio negli ultimi giorni? Semplice: il cambio alla guida del PD gli sta creando un po' di difficoltà. Franceschini, infatti, si sta muovendo bene, sfruttando i primi passi con proposte concrete, efficaci mediaticamente e sostanzialmente, e con le adeguate coperture economiche. L'assegno di disoccupazione, i 5000 poliziotti coperti dai soldi risparmiati con l'election-day, il fondo anti-povertà finanziato con l'una tantum sui ricchi, la moratoria sui licenziamenti nella pubblica amministrazione. Unito ad un ritorno a toni ancora più marcati sull'anti-berlusconismo, che non danneggia il premier ma frena l'emorragia dei voti del PD verso Di Pietro e le sinistre. Il tutto inserito in un quadro di passi falsi del Governo, come le pensioni delle donne innalzate a 65 anni.

E così la maggioranza, pur riuscendo a controbattere con le sue abilissime doti (e soprattutto mezzi) comunicative, si trova comunque a rispondere con molto più affanno. Anche perchè Franceschini ha dalla sua due importanti condizioni: essendo poco conosciuto ai media e agli elettori, ha una aura di "novità" che fa sì che ciò che dice venga riportato con maggiore enfasi (quasi la giusta enfasi) rispetto ad altri esponenti, ed inoltre fa sì che l'elettorato sia più "paziente"; inoltre, essendo un "reggente" (nel senso che ad Ottobre, nella logica di certe nomenclature PD, "si leverà da mezzo"), il suo lavoro non viene quotidianamente smontato dalle polemiche interne montate ad arte da chi ha più a cuore il proprio potere che il bene del PD.

Ora c'è da vedere se queste due condizioni permarranno. La seconda, probabilmente sì, almeno che l'opportunismo di quei "dirigenti" non arrivi al punto (e mi piace non crederci, sarebbe l'apice della bassezza umana) di voler far sprofondare il più possibile alle Europee (tipo 20%) per poi poter dire, una volta presa la segreteria, "stiamo avendo successo, siamo cresciuti addirittura del 5%" (cioè 25%!). La prima, purtroppo, temo di no. A sinistra si è molto bravi ad osannare i propri leader per poi demolirli giorno per giorno, mettendo insieme i piccoli errori e non vedendo le grandi capacità ed innovazioni. Di sicuro Franceschini continuerà ad operare bene, benissimo: ma il suo avversario è pur sempre Berlusconi, e soprattutto la "nuova Italia" di Berlusconi, e senza avere entrambe quelle due condizioni non potrà andare lontano. Tafazzi è sempre in agguato.

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Perchè votare Partito Democratico, ovvero il coraggio di un'Italia libera
post pubblicato in Diario, il 11 aprile 2008


                          

Concludo la mia serie di analisi sui motivi che, secondo me, dovrebbero spingere a votare o no determinati partiti. Dopo Sinistra Arcobaleno (e con essa i partiti cosiddetti "minori"), Unione di Centro e Popolo delle Libertà, oggi è il turno del Partito Democratico (intendendo anche IdV).

Siccome ho più volte spiegato come secondo me votare è un diritto e soprattutto un volere, e siccome ho espresso un giudizio negativo sul voto agli altri partiti, capirete facilmente che la mia opinione sul voto al PD è positiva. I motivi sono vari, ma cominciamo da uno: ovvero la caratteristica del PD di essere un "partito di sintesi": ovvero, non la semplice coesistenza di due atteggiamenti diversi, ma la loro sintesi. Ad esempio non un partito che tenta (inesorabilmente fallendo) di fare solo gli interessi dei lavoratori (Sinistra Arcobaleno) o degli imprenditori (come spesso fa il PdL), ma un partito che fa coincidere l'interesse comune, che è quello della reciproca crescita. Ad esempio non un partito che faccia solo gli interessi di determinate aree geografiche ed attacca l'unità nazionale (Leghe varie), ma un partito che veda nella crescita di tutto il Paese, unitaria e senza divisioni, l'interesse comune di tutti. Ad esempio non un partito che abbia visioni ideologiche marcate ed antiquate (come tuttò ciò che non è Pd e in parte PdL), ma che sintetizzi le parti migliori (quelle riformiste) di queste "aggiornandole al futuro".

Ma le parole che megliono definiscono il motivo per cui secondo me si dovrebbe votare PD sono innovazione e coraggio. Due parole strettamente collegate, perchè per innovare ci vuole coraggio. E attenzione che l'innovazione non è solo nel programma (altrimenti non ne avrei parlato, perchè, come ho detto in questi post, non è possibile verificare adesso la loro realizzazione), ma nelle cose già fatte in questa campagna elettorale. Innanzitutto nelle candidature: il PD non ha ricandidato 134 parlamentari eletti solo due anni fa, ha candidato il 42% di donne (e le 52 uscenti saranno sostuite da 100-130, a seconda del risultato elettorale), ha candidato il 30% di under-40 alla Camera (quattro di loro capilista) e le "new-entry" saranno da 125 a 248 (a seconda del risultato elettorale). Inoltre, zero condannati ed indagati per i reati cosidetti gravi. E ci vuole coraggio per queste scelte, perchè si rinuncia a pacchetti di voto importanti: come il caso di De Mita in Campania (poi passato all'UDC) e i vari indagati in Calabria. Mentre, dalle altre parti, si candidano gente come Cuffaro (condannato in primo grado per favoreggiamento semplice alla mafia) e Dell'Utri (condannato definitivamente per associazione mafiosa). E si candidano solo il 20% di donne (PdL), pochi giovani e new-entry.

Ma soprattutto l'innovazione e il coraggio si è visto con la rottura del vecchio sistema di alleanze. E' stato il PD, fin da prima della caduta del governo Prodi, a rompere con la logica del mettere insieme tutti, dal primo all'ultimo partitino. E per questo si è preso le critiche dei suoi alleati, e lo scetticismo degli altri. E invece il PD l'ha fatto: non ci sono più le varie sinistre estreme, i verdi, i socialisti, l'Udeur, Bordoniani e Diniani, microformazioni varie. Solo l'alleanza con l'Italia dei Valori, il più fedele tra i partiti del governo Prodi, e l'inglobamento dei Radicali. Ed insieme formeranno un solo gruppo parlamentare, che finalmente renderà il PD libero "da" ricatti e libero "di" fare. Non più lunghi e affollati vertici di maggioranza, non più ministri in piazza, ma moltà più stabilità e possibilità di fare. Che poi si faccia o meno, questo nessuno lo può assicurare: ma almeno in partenza il PD è l'unica forza politica credibile, mentre prima già in partenza si sapeva che CdL e Unione non erano in grado di attuare quella politica riformista di cui l'Italia ha disperato bisogno. Anche perchè dall'altra parte, anche se con il tentativo in parte riuscito di migliorare, non si è fatto granchè: se da un lato si è abbandonati La Destra storaciana, dall'altro però si è rinunciato ai moderati di Casini, permanendo invece l'alleanza con le Leghe (la cui dannosità evidente ho spiegato nel post di ieri) e mettendo in piedi a due mesi dall'elezioni un cartello elettorale (come ho spiegato sempre ieri), ovvero il PdL. E non ci sarà da quelle parti un unico gruppo parlamentare.

E infine un'ultima cosa, che può sembrare particolare e non generale, ma che ben rende il "coraggio" del PD. Ovvero il continuo richiamo alla lotta a tutte le mafie, con la sfida aperta e continuamente ripetuta ai mafiosi a "scegliere chi si vuole, ma non il PD" e il riferimento continuo, anche nel programma, all'anti-mafia (ed anti-racket). Qualcuno dirà: e vabbè, fanno presto a parlare, poi in realtà fanno gli accordi sottobanco. Ok, ma se è così facile dire le cose che dice il PD, perchè gli altri non fanno lo stesso? Perchè ci hanno messo giorni e giorni, prima di balbettare qualcosa anche loro?

P.S. Ripeto la solita avvertenza. Questo non è un blog di propaganda. Non vedrete mai slogan politici, banner politici, link politici, eccetera, eccetera. Con questi post cerco solo di sottolineare gli aspetti fondanti dei vari partiti che li rendono, sempre secondo il mio modestissimo parere, poco adatti o no a guidare l'Italia. Aspetti che abbiamo potuto già verificare in questa campagna elettorale (per questo non parlo granchè dei programmi, perchè non possiamo verificare adesso la loro futura realizzazione).
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