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il blog di Francesco Zanfardino
Paura, non indifferenza
post pubblicato in Diario, il 29 ottobre 2009


                                        

Oggi c'è stato uno sdegno nazionale per il video diffuso dai Carabinieri di Napoli che riprende una esecuzione camorristica all'aperto, avvenuta sulle soglie di un bar, con annesso fuggi-fuggi generale ed omertoso dei tanti passanti della zona.

Ora, la fredda crudeltà dell'assassinio è fuori discussione. Così come è molto discutibile l'atteggiamento di alcuni passanti, capaci di passare e ripassare sopra il cadavere senza dir nulla, oppure delle persone presenti nei pressi del bar e che al momento dello sparo non hanno emesso nemmeno un urlo istintivo. Ma da qui a liquidare l'atteggiamento dei napoletani come quello di "complice indifferenza", "vergognosa omertà" e similari ce ne passa. Come sottolineato da Roberto Saviano nel commento al fatto, qui non si tratta di indifferenza, si tratta di paura. Nessun essere umano può restare indifferente di fronte alla morte, ancor di più ad un brutale omicidio, ma in questi casi la paura di essere visti, che la camorra dai cento occhi veda chi reagisce e punisca anche chi solo si azzardi a soccorrere i condannati a morte, è più forte e concreta della compassione per quelli che, in fondo, vengono ritenuti della stessa pasta di chi li ha uccisi. Nella mente di quelle persone, quindi, non solo in questi casi "è meglio farsi gli affari propri", ma "si uccidono anche fra di loro", ed è un ulteriore motivazione per scappare il prima possibile senza dire e fare nulla.

Questo dovrebbe pensare chi facilmente critica i napoletani e in generale di meridionali, mettendoli alla gogna perchè incapaci di ribellarsi al "sistema". Napoli e il Sud sono dei teatri di guerra, dove il rifiuto del pizzo, la denuncia di un killer mafioso, il racconto della realtà mafiosa, l'ostacolamento di un appalto pilotato o, appunto,il semplice soccorso ad una persona sparata sono motivi sufficienti per essere uccisi. E dunque, come in una guerra, il cittadino è poco portato a difendersi da sè, salvo i pochi eroi che andrebbero celebrati ogni giorno per il loro coraggio. Dovrebbe essere lo Stato, nelle sue massime espressione, ad intervenire per ripristinare la legalità: e allora, di fronte a dei segnali forti e concreti, la società civile napoletana sarebbe certamente al suo fianco. Ma lo Stato dovrebbe avere la volontà di farlo, e non colludersi con il "sistema". Dedicare a questa battaglia ogni istante delle proprie attività, perchè le mafie sono il principale freno allo sviluppo di questo Paese, il problema dal quale discendono tutti gli altri. Ma, ripeto, ci vorrebbe la volontà. E questa pare mancare. Quindi, altro che napoletani indifferenti: qui l'unica ad essere indifferente è la politica.

www.discutendo.ilcannocchiale.it

Oggi commemoro Piergiorgio
post pubblicato in Diario, il 2 novembre 2008


                                                  

Oggi è il 2 Novembre, giorno dedicato alla commemorazione dei defunti. In questo giorno, in cui tutti noi dedichiamo almeno un pensiero ai nostri cari, m sento di dedicare il post ad una persona che mi è cara per ciò che ha rappresentato, ovvero la dignità, la tenacia e il coraggio di porre finalmente in primo piano la questione del "fine vita". Sto parlando ovviamente di Piergiorgio Welby.

Lo ringrazio perchè con la sua storia e con la sua passione civica ci ha dimostrato come si possano smuovere le coscienze anche paralizzati da un letto. Lo ringrazio perchè ci ha fatto riflettere e magari fatto cambiare opinione su un argomento così delicato. Lo ringrazio perchè ha rimosso quel velo di indifferenza colpevolmente messo da chi non voleva affrontare la questione e perchè ci ha posti davanti ad una scelta: condividere o no la sua battaglia. Grazie a lui, non possiamo far finta di non sapere.

Mi dispiace solo di non poter dire altrettanto per i nostri governanti che, invece, ora come allora, continuano, in sostanza, a far finta di niente.

www.discutendo.ilcannocchiale.it

Morire di lavoro e nell'indifferenza
post pubblicato in Diario, il 23 aprile 2008


                        

La morte peggiore. Morire di lavoro
, ovvero morire mentre si dedica il proprio tempo per guadagnarsi da vivere e contestualmente per offrire un servizio alla comunità. Una tragedia senza fine: 328 morti da inizio 2008. Più di due morti al giorno. E, ad alzare questa sanguinosa media, la giornata di ieri, con i suoi sei morti. E quella di oggi. Con altri tre morti.

Ma quello che mi spinge oggi a parlare di queste tragedie è che oggi alla tragicità del morire di lavoro si è unita la tragicità dell'indifferenza. Perchè è semplicemente tragico che le persone passino letteralmente sopra i cadaveri, senza nemmeno fermarsi a guardare, a riflettere. Non si può essere indifferenti di fronte alla vista di un cadavere di un uomo morto, morto di lavoro.

Finchè saremo indifferenti di fronte a questi problemi, lo sarà anche chi è direttamente implicato in queste morti.
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