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il blog di Francesco Zanfardino
Se fosse stato Fini
post pubblicato in Diario, il 24 ottobre 2010


Ma cosa avrebbero fatto Belpietro o Feltri, Libero o il Giornale, Gasparri o Storace se fosse stato Fini, e non Berlusconi, ad aver acquistato, tramite una società offshore riconducibile alla banca di cui si è il primo e principale correntista, una megavilla ad Antingua e, contemporaneamente, aver cancellato da premier il debito di questo Paese nei confronti nell'Italia, nonostante la propria politica fosse quella di tagliare i fondi per la cooperazione internazionale e comunque ci fossero Paesi ben più "inguiati" economicamente da dover essere aiutati ben prima di Antigua? Non ci avrebbero montato un caso mediatico-politico ben peggiore dell'appartamentino di Montecarlo?

E allora perchè ora sbraitano, denunciano, querelano e gridano all'ennesimo attacco a "Silvio"?
 
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Menefeltrismo
post pubblicato in Diario, il 6 dicembre 2009


                                             

Ringrazio l'on.Sarubbi per averla segnalata sul suo blog, e ve la copio qui sul mio, pregandovi vivamente di leggerla. Cosa? La risposta di Vittorio Feltri, direttore de Il Giornale di famiglia (Berlusconi), ad una sua lettrice sul "caso Boffo". Ricorderete tutti no quella vicenda, che vide Feltri protagonista di un attacco al direttore di Avvenire, il giornale dei vescovi, reo di fare il "moralista" contro Berlusconi e di essere poi stato "attenzionato " dalla magistratura e di avere relazioni omosessuali? Ebbene, leggete queste righe:

Gentile signora,
quando abbiamo pubblicato la notizia, per altro non nuova (era già stata divulgata da Panorama sia pure con scarsa evidenza) eravamo consapevoli che non sarebbe passata inosservata. Ma non per il contenuto in sé, penalmente modesto, quanto per il risvolto politico. Infatti era un periodo di fuochi d’artificio sui presunti eccessi amorosi di Berlusconi. La Repubblica in particolare si era segnalata con servizi quotidiani su escort e pettegolezzi da camera da letto. Il cosiddetto dibattito politico aveva lasciato il posto al gossip usato come arma contro il premier anche in tivù, oltre che sulla stampa nazionale e internazionale.
Persino l’Avvenire, di solito pacato e riflessivo, cedette alla tentazione di lanciare un paio di petardi. Niente di eccezionale, per carità; data però la provenienza, quei petardi produssero un effetto sonoro rilevante. Nonostante ciò, personalmente non mi sarei occupato di Dino Boffo, giornalista prestigioso e apprezzato, se non mi fosse stata consegnata da un informatore attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziale che recava la condanna del direttore a una contravvenzione per molestie telefoniche. Insieme, un secondo documento (una nota) che riassumeva le motivazioni della condanna. La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali.
All’epoca giudicammo interessante il caso per cercare di dimostrare che tutti noi faremmo meglio a non speculare sul privato degli altri, perché anche il nostro, se scandagliato, non risulta mai perfetto.
Poteva finire qui. Invece l’indomani è scoppiato un pandemonio perché i giornali e le televisioni si scatenarono sollevando un polverone ingiustificato. La «cosa», come lei dice, da piccola è così diventata grande. Ma, forse, sarebbe rimasta piccina se Boffo, nel mezzo delle polemiche (facile a dirsi, adesso), invece di segretare il fascicolo, lo avesse reso pubblico, consentendo di verificare attraverso le carte che si trattava di una bagattella e non di uno scandalo. Infatti, da quelle carte, Dino Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali, tantomeno si parla di omosessuale attenzionato.
Questa è la verità. Oggi Boffo sarebbe ancora al vertice di Avvenire. Inoltre Boffo ha saputo aspettare, nonostante tutto quello che è stato detto e scritto, tenendo un atteggiamento sobrio e dignitoso che non può che suscitare ammirazione.

Cavolo. Ci sarebbe da ammirare Feltri per la sincerità, se non restasse il piccolo dettaglio che un direttore che schiaffa in prima pagina (altro che "pandemonio" scatenate dai media) cose da verificare passandole per verità accertate, rimane direttore, mentre un direttore responsabile di nulla è stato costretto alle dimissioni. Rimane solo la spudorata faccia tosta, ma quella non è una qualità, caro Feltri. E' solo menefreghismo.

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Mi dissocio
post pubblicato in Diario, il 7 settembre 2009


                                              

Vittorio Feltri
non è direttore de "Il Giornale" nemmeno da due mesi e il suo editore, Silvio Berlusconi, si è già "dissociato" da lui per ben due volte: sul caso Boffo e sull'attacco odierno al "compagno" Fini.

Una domanda: ma se questo Feltri è davvero un "birichino", perchè non sostituirlo? In fondo, la famiglia Berlusconi ha fatto ruotare molti dei suoi direttori in questo periodo fra i suoi giornali (quelli di proprietà diretta e quelli di proprietà "indiretta", diciamo così), dunque non ci sarebbe nulla di male. Inoltre, gli attacchi mossi a Boffo e Fini potrebbero verosimilmente essere associati a Berlusconi, e questo è un ulteriore motivo per sostituire un direttore che con i suoi articoli fa aleggiare ancor di più questa ipotesi.

E invece no. Evidentemente il nostro Re Silvio è un editore mooooolto liberale (sì, come no). Oppure Feltri è un semplice scribacchino di corte, altro che "dissociamenti" vari. A voi l'ardua (mica tanto!) sentenza.

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Furono affarismo e clientelismo a fermare il progresso, non Mani Pulite
post pubblicato in Diario, il 25 novembre 2008


                                             
                                        
Domenica scorsa, in un suo comizio in Abruzzo, il Premier Berlusconi ha parlato di "Mani Pulite", ovvero del pool di magistrati della Procura di Milano che all'inizio degli anni Novanta smascherò quel complesso giro di tangenti che dominava nei principali partiti di allora, ovvero la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista di Bettino Craxi, in quell'ondata di arresti che passò alla storia con il nome di "Tangentopoli" e che portò alla fine di Craxi e a quasi cinquant'anni di governi centristi. Ebbene, secondo Berlusconi, Mani Pulite fermò "50 anni di progresso".

Ora, è ovvio che la sparata a zero su Mani Pulite non era casuale ma indirizzata a Di Pietro, acerrimo nemico politico di Berlusconi e protagonista di quel pool di magistrati, ma soprattutto leader del partito di Carlo Costantini, candidato Presidente del centrosinistra alle elezioni regionali dell'Abruzzo (che si terranno a metà dicembre). Comunque, al di là delle questioni prettamente politiche, la sparata di Berlusconi smaschera per l'ennesima volta l'idea di sicurezza e legalità di questo Governo: ovvero mostrarsi duri con i deboli, ed essere deboli con i forti; provvedimenti (tra l'altro inutili) e campagne politiche contro i clandestini, ma contestualmente campagne politiche contro i magistrati che fanno il loro dovere e "laissez-faire" riguardo corruzione e malapolitica. E il bello è che, almeno per il momento, è un'idea vincente, dato che molti Italiani hanno molta più paura degli immigrati che dei politici corrotti, e che rimpiangono l'epoca democristiana che, per molti Italiani, è simbolo di benessere.

Ma non è così. I grandi problemi economici dell'Italia, infatti, sono principalmente dovuti ad una spesa pubblica innefficiente e ad un debito pubblico elevatissimo (il terzo del mondo), che ci fanno sprecare ogni miliardi e miliardi di euro che gli altri Paesi possono invece utilizzare per scopi più profittevoli. Ebbene, entrambe le cose sono principalmente da imputare proprio a quell'epoca, quando i governi della DC, dopo la positiva gestione del "boom economico" degli anni Cinquanta-Sessanta, dagli anni Settanta furono caratterizzati sempre di più da affarismo e clientelismo, facendo aumentare il debito pubblico, ad esempio, con milioni di assunzioni, molto spesso inutili e di gente impreparata, solo per ottenere voti, oppure con migliaia di appalti, spesso per opere pubbliche inutili e affidati ad imprese inventate solo per questi appalti, sempre e solo per ottenere voti. Il tutto, ovviamente, gestito con un sistema di tangenti. La "bolla" di questa malagestione politica, però, scoppio solo all'inizio degli anni Novanta, proprio quando Mani Pulite pose fine a questa scellerata gestione. E così ci siamo ritrovati con Governi costretti a provvedimenti impopolari per porre riparo al grave dissesto economico, per entrare in Europa, per mantenere l'equilibrio, (salvo parentesi di dissesto coincidenti, guarda un po', ai periodi dei Governi Berlusconi), con blocchi delle assunzioni (anche quando servirebbero, e con persone preparatissime) e difficoltà a finanziare le opere pubbliche (anche quelle utili, molto utili). E, quindi, con molte persone convinte che la causa di tutti questi mali siano i governi post-Tangentopoli, non quelli precedenti.

E, comunque, difendere i corrotti e i corruttori è perlomeno cosa deprecabile per un Presidente del Consiglio. Vabbè che si trovava a fare i comizi per un candidato presidente come Gianni Chiodi che promette posti di lavoro in cambio di voti, in uno stile moderno (il video su YouTube) ma per niente di verso da quello del buon Lauro (quello della scarpa prima del voto, e l'altra dopo). Ma perlomeno i suoi alleati, Alleanza Nazionale e Lega Nord, che all'epoca di Tangentopoli furono fra i più accaniti battaglieri contro Craxi e i corrotti (vi ricordate i "cappi" mostrati in Parlamento, i manifesti del Movimento Sociale e quelli della Lega?), potrebbero dissociarsi. Così come potrebbe farlo Vittorio Feltri, che con il suo "L'Indipendente", precursore di "Libero", fu tra i protagonisti della battaglia mediatica contro Craxi e i partiti della Tangente, con prime pagine ed editoriali al vetriolo (e lodanti Di Pietro).

E invece tutti zitti, come ormai fanno da anni. Da quella "discesa in campo" che, almeno nelle parole, doveva contrassegnare proprio la distanza da "Tangentopoli" e nella quale si elogiavano i protagonisti di Mani Pulite, tanto da offrir loro posti da ministro. Ma erano altri tempi, no?

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