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il blog di Francesco Zanfardino
Educazione civica per cogliere pomodori
post pubblicato in Diario, il 29 luglio 2011


Approvato dal Consiglio dei Ministri il "permesso a punti". Ovvero gli extracomunitari che vorranno lavorare in Italia dovranno ottenere un permesso di soggiorno attraverso il raggiungimento di determinati requisiti, tra cui l'iscrizione al Sistema Sanitario Nazionale, l'iscrizione dei figli alla scuola, l'apertura di un'attività commerciale, il possesso di un'abitazione, il conseguimento di un titolo di studio e, udite udite, la conoscenze di base della lingua italiana parlata, della cultura civica e della vita civile, delle istituzioni pubbliche con particolare attenzione a sanità, scuola, lavoro e obblighi fiscali. Il tutto a costituire un punteggio che dovrà essere di almeno 30 punti per conseguire il permesso di soggiorno o di almeno 16 punti per avere una proroga di un anno per conseguire i fatidici 30 punti; e proprio 16 punti sarà la dote iniziale di ogni richiedente.

La prima domanda che mi sorge spontanea è: quanti cittadini italiani sarebbero in grado di conseguire con scioltezza un simile punteggio? La stragrande maggioranza, d'accordo: ma, sarò pessimista, credo che molti Italiani non conoscano le basi dell'ordinamento statale italiano. E in taluni casi nemmeno quelle della lingua Italiana. Eppure non si pensa certo di toglier loro la cittadinanza.

La seconda è: ma a che diavolo serve conoscere tutte queste cose ad un immigrato venuto qui per lavorare? Nulla, o meglio non sono certo conoscenze indispensabili per lavorare i campi, scaricare casse o costruire muri. Ripeto, a che serve conoscere la Costituzione Italiana ad un coltivatore di pomodori nel Foggiano, magari anche sfruttato ai limiti (e anche oltre) della schiavitù, in barba a qualsiasi dei principi che dovrebbe imparare dalla nostra Carta fondamentale?

La terza è: ma il Governo quando comincerà ad occuparsi dei problemi veri?

www.discutendo.ilcannocchiale.it

Hai ormai 62 anni ... ma dobbiamo ancora difenderti, cara Repubblica
post pubblicato in Diario, il 2 giugno 2008


                        

Oggi è il 2 Giugno, la Festa della Repubblica
. La nostra festa nazionale, insomma, che ricorda il momento in cui una ventina di milioni di cittadini e cittadine Italiani (per la prima volta a suffragio universale maschile e femminile) scelsero fra Monarchia e Repubblica. Ovvero fra chi ha portato allo scatafascio l'Italia, rimanendo indifferente all'instaurarsi del fascismo, e chi invece avrebbe poi portato a sessant'anni di pace e democrazia, seppur con i suoi difetti.

Quel referendum, vinto dalla Repubblica, inaugurò una nuova fase del nostro Paese, che ebbe una nuova Carta Costituzionale. Eppure, dopo una sessantina d'anni, la Repubblica è ancora minacciata. Chissà cosa direbbero, infatti, tutti coloro che morirono affinchè ci fosse questa svolta e i Padri Costituenti, di fronte al fatto che un terzo degli Italiani non sa perchè si festeggia il 2 Giugno, e che il 9% degli Italiani ha votato un partito che non si riconosce nel Tricolore e offende continuamente e ufficialmente la Repubblica Italiana?

Non sono cose di poco conto. Vuol dire che in questi 62 anni noi Italiani non abbiamo fatto fino in fondo il nostro dovere: i nostri padri e la scuola non sono riusciti a trasmetterci fino in fondo quei valori, quel senso di appartenenza, quel rispetto verso chi è morto per noi e la nostra democrazia. Se restiamo indifferenti davanti a chi offende ripetutamente i nostri simboli e le nostre istituzioni, o se non sappiamo più nemmeno il significato delle nostre feste, vuol dire che loro sono morti e hanno agito per niente.

Ma non bisogna arrendersi all'indifferenza. In questa giornata, e non solo, tutti coloro che hanno vissuto quegli anni turbolenti hanno il dovere morale di ricordare e raccontare, a costo di parlare al muro. E, in mancanza loro, la nostra scuola deve fornire una vera educazione civica. Vera, e non che rimanga limitata all'indicare nella lista dei libri un testo dedicato (mai comperato).

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