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il blog di Francesco Zanfardino
Democrazia e Facebook
post pubblicato in Diario, il 30 settembre 2010


                                            

Le divisioni interne al "Popolo Viola", il movimento di elettori di centrosinistra costituitosi poco meno di un anno fa in occasione del primo "No B Day" autoconvocato via Facebook per il 5 Dicembre 2009, offrono uno spunto di riflessione importante sul futuro della democrazia nell'era della Rete.

Internet sta infatti incidendo sempre di più nel mondo politico: basti pensare alla campagna elettorale di Obama, che ha visto in Internet una fondamentale arma di comunicazione e coinvolgimento degli elettori, oltre che una miniera di finanziamenti per la campagna. Ma anche nella retrograda Italia il mezzo Internet è diventato sempre più irrinunciabile per i partiti, persino per quei leader che non saprebbero nemmeno accendere un PC (basti pensare ai continui videomessaggi postati dallo staff di Berlusconi sul sito dei "Promotori della Libertà"). Ma l'evento clou è stato certamente l'avvento dei social-network come Facebook, che hanno fornito la possibilità di condividere con le masse informazioni, pensieri, idee, propaganda, facilitando l'emersione "dal basso" di movimenti d'opinione, se non veri e proprie forze politiche.

E' appunto il caso del "Popolo Viola", ma anche del "Movimento Cinque Stelle" di Grillo. Entrambi coagulano consensi provenienti da quella massa di elettori che vogliono stare al di fuori dei partiti ma non vogliono rinunciare alla partecipazione civica; anzi, soprattutto i grillini disprezzano i partiti, ritenuti "morti" e incapaci di fornire una svolta al Paese. Ma non è così, e lo dimostrano proprio divisioni interne al Popolo Viola, con gli organizzatori del secondo NoBDay disconosciuti da molti esponenti di spicco e coordinamenti locali del "movimento": i partiti sono malati, non morti, e se anche lo fossero sarebbe morta con loro anche la democrazia. Senza una struttura organizzata, una democrazia interna basata su aderenti (iscritti, con congressi, oppure simpatizzanti, con "primarie" reali o virtuali) e organismi decisionali che li rappresentano, i "movimenti" o sono basati su una leadership incontestabile, oppure finiscono nell'anarchia, perchè nessuno riconosce autorità ad altri e viceversa (come sta succedendo al "Popolo Viola"). Qualcuno risponderà che almeno il Movimento 5 Stelle, a differenza dei "viola", sembrebbe che stia intraprendendo l'altra strada, quella della strutturazione più solida: ma allora abbandonino l'ipocrisia, perchè stanno diventando loro stessi un "partito"; che poi si chiamino "movimento", "alleanza", "lista civica", "unione", "federazione" o "partito" poco importa, perchè la strutturazione è quella partitica.

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Sarebbe l'ora
post pubblicato in Diario, il 1 dicembre 2009


                                                   

Secondo quanto si può leggere da Il Mattino di Napoli, l'europarlamentare PDL Enzo Rivellini, balzato all'onore delle cronache quando dopo la rielezione di Barroso a Commissario Europeo fece un discorso all'Europarlamento in dialetto napoletano, propone, per risolvere l'empasse del suo partito sulla candidatura alle Regionali dopo l'affaire-Cosentino, l'utilizzo delle primarie anche nel centrodestra per la scelta del candidato alle elezioni.

Bè, sicuramente le primarie non sono la panacea di tutti i mali, anzi. In gran parte dei casi non ribaltano ciò che è già stato deciso nel chiuso delle stanze, anche perchè la reale volontà dell'elettorato viene troppo spesso inquinata dai soliti "capibastone", che da "signori delle tessere" diventano immediatamente "signori delle primarie". Però, gli esempi di Renzi a Firenze e di Vendola in Puglia, solo per citarne i più clamorosi, dimostrano che, perlomeno, con le primarie c'è la possibilità che un out-sider sconfigga i candidati "designati". Specialmente se ci sono candidati forti e credibilmente innovativi.

Pertanto, sarebbe davvero una buona notizia se finalmente le primarie non le facesse solo il PD e il centrosinistra. Dubito che in Campania non vincerebbe Cosentino (per gli "inquinamenti" di cui prima), ma in ogni caso potrebbe cominciare ad aprirsi un circolo virtuoso per l'intera politica italiana, magari arrivando all'istituzione delle primarie per legge (come in America). E, comunque, in tempi di "antipolitica", sempre meglio che i candidati vengano decisi così, anzichè nel chiuso dei "palazzi". E poi, non si sa mai, potrebbe sempre uscir fuori un Renzi di destra ...

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Guerra e pace
post pubblicato in Diario, il 10 agosto 2009


                                              

La schizofrenia nel Governo continua a farsi strada. Dopo la querelle Nord-Sud, tornano le polemiche sull'Afghanistan. La Lega, almeno a parole, vuole il ritiro immediato (anche da altre missioni, a dire il vero). Berlusconi non esclude la possibilità. Il Ministro della Difesa, invece, ora vuole addirittura inasprire la missione.

In un'intervista al Corriere della Sera, infatti, La Russa propone una modifica delle regole d'ingaggio dei militari, superando il modello codice-di-pace/codice-di-guerra che in Italia vige dal 1941. Insomma per il Ministro il codice di pace non basta per la missione afghana, e, dato che non si vuole osare usare il codice di guerra, occorrerebbe creare un codice specifico per le missioni militari all'estero, che però "somigli più ad un codice di guerra che di pace". Ed il bello è che la proposta non solo trova il consenso generale del mondo militare, ma anche della maggior parte dell'opposizione.

Io non sono per niente d'accordo. Innanzitutto, la nostra Costituzione dice chiaramente che "L'Italia ripudia la guerra come strumento d'offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". Dunque, se dobbiamo partecipare ad una guerra, e La Russa ha ormai finalmente ammesso che in Afghanistan c'è una guerra (come d'altronde definita tale anche dai generali Angioini ed Arpino, commentando la proposta), dobbiamo farlo solo come parte lesa. E dubito che la missione afghana possa definirsi una missione di difesa. Si dirà che l'interpretazione dell'art. 11 è alquanto vaga ... d'accordo, allora ragioniamo su altro. E' giusto che l'Italia partecipi ad una missione di occupazione e di guerra? E' giusto farlo in un Paese che non ci riguarda poi molto? E' giusto far morire decine dei suoi figli e spendere miliardi delle nostre tasse, tra l'altro in periodo di crisi, e tagli miliardari su altri fronti? E' giusto farlo per così tanti anni senza grandi cambiamenti ottenuti? E' giusto farlo mentre si è già impegnati su molti altri fronti? Insomma, l'Italia ne sta traendo vantaggio, o perlomeno danni minimi? La risposta è no, e mi pare anche un ragionamento abbastanza obiettivo.

Quindi, più che inasprire la missione, penserei ad una exit-strategy. Concordata con gli alleati e soprattutto con il governo locale, d'accordo. Ma l'importante è fissare una data, e non lontana nel tempo, in cui dire basta al nostro impegno oramai quasi decennale in quella regione.

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Doparie: un po' di doping alla democrazia
post pubblicato in Diario, il 22 luglio 2009


                                               

Oggi vi parlo di un progetto "scientifico" molto interessante, ideato dal ricercatore del CNR Raffaele Calabretta, su una nuova forma di democrazia partecipativa: le "doparie". Detto sbrigativamente, si tratta di un incrocio fra primarie e referendum, ma l'argomento merita una spiegazione ben più esauriente.

In pratica il prof. Calabretta propone che i partiti, le coalizioni, i Governi, quando si trovino in difficoltà su determinate tematiche e/o decisioni, chiamino a raccolta i propri iscritti, i propri simpatizzanti, la società civile a decidere al loro posto. Si pensi agli infiniti problemi dell'Unione, i cui partiti erano perennemente in conflitto su ogni argomento: giusto per elencarne qualcuno, le missioni all'estero, la tassazione delle rendite, la Tav, i diritti civili, eccetera ... Estenunanti discussioni che ne hanno messo a repentaglio la capacità di governare, con gli elementi estremisti di centro e di sinistra che a turno (anzi contemporaneamente) minacciavano il veto perchè convinti di avere ragione e di avere l'elettorato dalla propria parte. Ma che soprattutto ne hanno provocato l'enorme scollamento dalla propria base "elettorale", delusa dalla realtà promessa prima delle elezioni e quella concretamente realizzatasi dopo le elezioni, a causa di questi conflitti. Ebbene, applicando il "metodo Calabretta", l'Unione avrebbe dovuto convocare ogni volta una "doparia di coalizione", sul modello delle primarie di Prodi, solo che stavolta l'oggetto della competizione sarebbe stata una questione di governo e non la leadership, e a candidarsi sarebbero stati dei progetti di legge: dopodichè, gli elettori del centrosinistra avrebbero scelto la linea di governo migliore. L'Unione ne avrebbe guadagnato in capacità decisionale e soprattutto in compattezza: infatti, all'epoca della riforma delle pensioni, i sì provenienti dal referendum sindacale misero a tacere la contrarietà, in quel caso, dell'estrema sinistra, che al quel punto non poteva dire di avere l'elettorato dalla propria parte.

Ecco dunque il perchè del nome "dop-arie": perchè in effetti sono una sorta di primarie, che però si fa "dopo" le elezioni (mentre le "prima-rie" si fanno, appunto, prima), e perchè danno un po' di "dop-ing" alla politica, innestandovi i benefici della partecipazione popolare. Benefici per la politica, certamente, ma anche per la comunità: uno studio effettuato sulla Svizzera (dove ogni Cantone ha una legislazione diversa in materia di partecipazione popolare), infatti, ha dimostrato che nei Cantoni dove la popolazione ha più capacità di incidere (tramite Referendum, abrogativi e/o propositivi) sulle decisioni governative la popolazione è ovviamente più felice che nei Cantoni più "chiusi" alla partecipazione popolare. Introdurre le doparie, insomma, significa introdurre una sorta di "politica della felicità".

Avrete dunque capito il perchè di come il prof. Calabretta sia riuscito a coinvolgere in questa battaglia riformatrice della politica tantissime persone, anche dai nomi illustri, e a farne parlare su molti giornali e network nazionali, oltre a guadagnare un certo seguito su Facebook. In particolare nell'ultimo periodo si è concentrato nella battaglia congressuale del Partito Democratico, dove la partecipazione popolare ha già molto più spazio che nel resto dello scenario politico italiano: i "dopagiani" (ovvero "partigiani delle doparie"), come amano definirsi, sono riusciti a far inserire le "doparie" in tutte le mozioni, tranne quella di Bersani (per ora). Ed ora sono pronti a presentarsi come "idea-candidato" al Congresso del PD: non per partecipare alla competizione per la leadership, ma per far discutere delle "doparie" in tutti i circoli del PD (come spetta di diritto a qualsiasi candidato con la propria mozione). Servono però molte firme di tesserati per presentarsi, ed il termine scade domani: dunque, se siete interessati, mettetevi in contatto con loro su www.doparie.it o su Facebook (aggiungete come amico "Doparie Dopoleprimarie"). Anche se magari si sostengono alti candidati: tanto loro le tessere per candidarsi già ce l'hanno, e sostenere una candidatura non obbliga certamente a votarla ... D'altronde, per come è iniziato 'sto congresso, avere un candidato con una proposta è già un evento. Quando poi a candidarsi è la proposta stessa ...

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Il rischio delle ronde
post pubblicato in Diario, il 16 febbraio 2009


                                                               

Tempo fa mi dichiarai favorevole alle ronde. E in effetti ne sono convinto ancora. Ma i dubbi che già esprimevo allora, oggi si fanno più forti. Ecco cosa diceva quel post:

Ovvero, se le ronde funzionano come associazioni di volontari che presidiano il territorio, aiutando le forze dell'ordine nel monitoraggio del territorio, bene. Anzi, bisognerebbe incentivare queste iniziative di impegno civico. Ma se queste ronde si trasformano invece in "bande armate" con lo scopo di colpire con armi e violenza a priori, sostituendosi alle forze dell'ordine, allora sono incostituzionali, come dice qualcuno, e soprattutto sono segno di barbarità e incivilimento.

Appunto. Le notizie di ieri dei raid razzisti nel romano dopo l'ennesimo stupro (ma Alemanno come mai non specula più sugli stupri?), e il moltiplicarsi di questi raid nell'ultimo periodo, mi fanno pensare che se non si è capaci di tenere sotto controllo le "ronde", è meglio rinviare la loro introduzione a tempi migliori, cari leghisti. Ovvero quando il razzismo che spargete a piene mani sarà minoritario.

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Ormai il Parlamento è un optional
post pubblicato in Diario, il 13 gennaio 2009


                                                   

Questione di fiducia. Per l'ennesima volta (la nona). Ormai si è capito: questo Governo, quando agisce, agisce con decreti, e poi alla fine vi mette pure la fiducia. E questo nonostante le elezioni abbiano consegnato al Governo Berlusconi un larghissimo consenso e una larghissima maggioranza in entrambe le Camere, tra l'altro formata da pochissimi partiti (dato che l'Mpa conta pochi parlamentari, sostanzialmente contano solo Lega, Forza Italia e Alleanza Nazionale, questi ultimi tra l'altro dovrebbero fondersi nel PDL) . Il perchè? Semplice, quando si pone la fiducia, due sono le cose: o l'opposizione ha fatto ostruzione, presentando centinaia di emendamenti, oppure non si ha fiducia nella propria maggioranza. Tutti ben sanno, però, che l'opposizione, proprio in questa legislatura, è molto meno ostruzionistica del passato ... tanto che il PD, che costituisce la quasi totalità dell'opposizione parlamentare, viene accusato di fare opposizione "poco dura". Di fatti, l'ostruzionismo c'è stato solo in occasione di provvedimenti come Lodo Alfano e Salva-Rete4 (e ci mancava pure!). Dunque il ricorso ingiustificato a decreti e fiducie è soprattutto dovuto alle difficoltà della maggioranza e alla strafottenza nei confronti dell'opposizione e del Parlamento.

Il classico esempio è la giornata di oggi, ben descritta dall'On. Andrea Sarubbi (PD) sul suo blog (che aggiorna quotidianamente e non solo con interviste e dichiarazioni, come fanno gli altri parlamentari). Il Governo ha infatti posto la fiducia sul cosiddetto "decreto-anticrisi". Con grandissimo stupore di tutti, dato che l'opposizione aveva presentato solo 20 emendamenti, contro i 63 della maggioranza. La totale infondatezza del ricorso alla fiducia ha fatto incavolare anche il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, che pure è uno dei maggiori leader della maggioranza: "In tanti anni ho avuto modo di ascoltare le molteplici ragioni per le quali il Governo, avvalendosi di una sua esplicita prerogativa, ha deciso di porre la questione di fiducia. È la prima volta che ascolto il rappresentante del Governo porre la questione di fiducia in onore del lavoro della Commissione ed è la prima volta che sento dire che la questione di fiducia viene posta in omaggio alla centralità del Parlamento (...) La centralità del Parlamento e la sua funzione nel processo legislativo non si possono liquidare con un omaggio alla Commissione, salvo poi porre la questione di fiducia, impedendo di fatto ai deputati di pronunciarsi in Aula". Gli applausi sono venuti solo dai gruppi dell'opposizione, mentre il centrodestra è rimasto evidentemente risentito dalle parole di un loro leader. La reazione di Berlusconi? "Abbiamo giudicato che la fiducia sul dl anticrisi fosse indispensabile". Ma Fini replica subito: "La fiducia era certamente indispensabile, ma per problemi politici connessi al dibattito interno alla maggioranza".

Santa verità. Finalmente qualcuno della maggioranza che non è ipocrita, e mette in evidenza le forti divisioni interne (sulla questione Malpensa, con i malumori di Moratti-Formigoni-Lega; sulla questione tagli-al-Sud, per la quale l'MPA forse non voterà la fiducia; sulla questione giustizia-federalismo, tra la Lega e Berlusconi; sulla questione immigrati, con Maroni che vuole la tassa sugli immigrati e il Governo no) ad una maggioranza che, pur avendo maggioranze molto, ma molto più ampie, e meno partiti al suo interno, non è poi così distante dal grado di rissosità del Governo Prodi. Certamente ha la stessa tendenza al ricorso alla fiducia.

P.S. Per la cronaca: il decreto anti-crisi, già esiguo (6.3 miliardi), è stato ridotto a 5 miliardi. Sarebbe meglio chiamarlo placebo anti-crisi, a sto punto.

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