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il blog di Francesco Zanfardino
Il resto del discorso
post pubblicato in Diario, il 1 gennaio 2010


                                                

Alla fine, di tutto il discorso di fine anno di Napolitano è stato risaltato, e pure in maniera distorta, solo l'aspetto, pur rilevante, della necessità delle riforme istituzionali e del dialogo tra le forze politiche nell'interesse comune. D'altronde, era scontato, visto l'improvviso clima di "amore" e "dialogo" scaturito dal post-Duomo.

Ma il Presidente della Repubblica, nei suoi 19 minuti di discorso, ha affrontato ben altre questioni. Innanzitutto, pur spronando alla fiducia e allo sforzo comune per rilanciare il Paese, Napolitano ha sottolineato la tragedia della crisi economica e delle sue devastanti conseguenze che ha avuto, che ha e che avrà per la società italiana, per tante famiglie e soprattutto per i giovani e il Mezzogiorno. Poi ha rimarcato aspetti quale la diffusione della povertà, l'elevata pressione fiscale, i conti pubblici da risanare, le tutele assenti per i lavoratori atipici, le difficoltà del mondo della ricerca, la xenofobia dilagante, e persino un tema molto scottante e ben poco demagogico come le pessime condizioni delle carceri italiane. Tutte tematiche che faticano ad essere cruciali nel dibattito politico italiano, pur essendo importanti come e se non di più delle "riforme", un po' per volontà del governo, un po' per incapacità delle opposizioni nel porle al centro dell'attenzione mediatica e civile nella maniera adeguata.

Ma, alla fine, questo lo sapranno solo i "ventiquattro lettori" di questo blog e chi si informa su Internet ... e chi ha prestato attenzione al discorso di Napolitano mentre si mangiavano gli antipasti del Cenone. Ah, per il nuovo anno, visto il nuovo "clima":  peace & love to everyone ...
 
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Il sogno è realtà
post pubblicato in Diario, il 20 gennaio 2009


                                                         

Oggi, 20 Gennaio 2008, è una giornata storica. Inutile minimizzare. L'insediamento di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti (eccone il discorso) è un evento che ricorderemo tutti, finchè vivremo. E impareranno a ricordare i nostri discendenti. Per tutta una serie di motivi, siano essi formali (età, colore della pelle, l'essere un out-sider) o programmatici (innovazione, ambiente, multilateralismo, eccetera). Ma certamente ciò che rimarrà impresso di più (anche se forse non sarà l'aspetto più importante in assoluto, ma simbolicamente sì), è che Barack Obama è la prima persona di colore a ricoprire la carica più importante al mondo, ovvero quella di Presidente degli U.S.A.

E' la realizzazione, quasi cinquant'anni dopo, del "sogno" di Martin Luther King. Mi sembra dunque giusto riportare quindi quel discorso (eccone il testo originale in inglese) ... anche per rendersi conto che i sogni, anche quelli che ora ci sembrano impossibili, si possono realizzare, con pazienza e volontà.

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

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Pericolo e opportunità
post pubblicato in Diario, il 1 gennaio 2009


                                                  

Oggi, primo dell'anno (ancora auguri!) non ci si può sottrarre all'esame del discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (disponibile integralmente qui).

C'è da dire che è stato un discorso "particolare". Per carità, i soliti formalismi, il solito "dire e non dire", il solito equilbrismo ... d'altronde è pur sempre il discorso alla Nazione di una alta figura di garanzia. Tuttavia, se per la prima volta la parola più usata non è "anno" ma "crisi", vuol dire che qualcosa di diverso c'è dalle altre volte. Difatti, fatti salvi i saluti di rito "ai servitori dello Stato, ai civili ed ai religiosi operanti per il bene della comunità, alle forze dell'ordine e alle Forze Armate", in particolar modo ai militari all'estero, gli altrettanti rituali richiami ai principi Costituzionali, all'unità nazionale e al dialogo fra le forze politiche, e la dovuta apertura dedicata alla crisi palestinese, il messaggio di Napolitano è stato un discorso monotematico attorno alla crisi e alle modalità per uscirne

L'anno scorso il discorso incitava alla "fiducia", dato che il sentimento di sfiducia che dilagava allora nel Paese non coincideva con molti dati positivi che proprio in quel periodo emergevano. Ora, invece, di fronte alla mutata situazione, Napolitano non fa un discorso pessimista, nè ottimista, nè negazionista. Semplicemente "dobbiamo guardare in faccia ai pericoli cui è esposta la società italiana, senza sottovalutarne la gravità: ma senza lasciarcene impaurire. L'unica cosa di cui aver paura è la paura stessa". E da qui una elencazione delle conseguenze della crisi sulla società italiana, innanzitutto sulla disoccupazione, sul precariato, sull'occupazione femminile, sui ceti deboli, sul Mezzogiorno, sull'aumentare della povertà. Ma Napolitano non manca di indicare la via per uscire dalla crisi: innanzitutto "affrontare decisamente le debolezze del nostro sistema (...) guardando innanzitutto all'assetto delle nostre istituzioni, al modo di essere della pubblica amministrazione, al modo di operare dell'amministrazione della giustizia"; poi un maggiore impegno da e per il Mezzogiorno, che deve cominciare a recuperare il divario dal resto del Paese; interventi per il mondo del lavoro, concordati fra politica e parti sociali; una nuova politica energetica e ambientale, che sfrutti le nuove tecnologie per produrre effetti positivi e per l'economia e per l'ambiente; valorizzazione del patrimonio culturale e conoscitivo del Paese, con forti investimenti per la ricerca; maggiore trasparenza e rigore nell'utilizzo del danaro pubblico, non dimenticando la mannaia del debito pubblico. Il tutto senza dimenticare di essere parti dell'Europa e della comunità internazionale, nelle quali dobbiamo "richiedere imperiosamente il massimo sforzo di concertazione tra i protagonisti dell'economia mondiale, per definire nuove regole capaci di assicurare uno sviluppo sostenibile, ponendo fine alla frenesia finanziaria che ha provocato stravolgimenti e conseguenze così gravi. Il mondo in cui viviamo è uno, e come tale va governato".

Rileggendolo, devo dire che il discorso di Napolitano mi è piaciuto. Ha preso atto della crisi, senza inutili pessimismi e falsi ottimismi, ma ha anche indicato una via per uscirne. Ricordando che proprio nei momenti di crisi si possono gettare le fondamenta per un Paese più solido. D'altronde, se in cinese la parola "crisi" è rappresentata da due ideogrammi, "pericolo" e "opportunità", ci sarà un motivo.

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Le due piazze
post pubblicato in Diario, il 27 ottobre 2008


 

L'altro ieri c'è stata la manifestazione del Pd "Salva l'Italia". Ovviamente ha dominato le cronache di questa giornata, ma quasi sempre per le polemiche sui numeri. Ben pochi hanno provato a fare dei paragoni di merito fra le due piazze. Ovvero fra quella democratica del 25 Ottobre e quella berlusconiana del 2 Dicembre 2006, quando al Governo c'era Prodi e si stava approvando la Finanziaria, quella delle "69 nuove tasse".

Innanzitutto il palco, che è significativo. Sul palco del centrodestra c'era scritto: "Contro il regime, per la libertà". Su quello del Pd c'era scritto "Pensare agli altri oltre che a se stessi, al futuro oltre che al presente", ovvero le parole di Vittorio Foa, padre nobile della sinistra scomparso recentemente. Il che è tutto dire sul carattere di entrambe le manifestazioni: e il bello è che il premier, evidentemente dimentico delle sue esternazioni di appena due anni prima, ha detto che è impossibile dialogare con chi scende in piazza e parla di regime. E, tra l'altro, Veltroni non si è certo risparmiato nei confronti di Berlusconi, ma non ha certo parlato di regime e di brogli come fece Berlusconi da quel palco.

Poi il discorso dei due: quello di Berlusconi, e quello di Veltroni. In fondo non così dissimili: in entrambi c'è stata una forte indicazioni sui valori e sul percorso delle proprie parti politiche. In entrambi c'è stata una forte connotazione demagogica, ed entrambi sono stati discorsi in attacco, e non in difesa. Tuttavia una cosa distingue la manifestazione del 25: nella manifestazione del centrodestra non ci fu uno straccio di proposta, a differenza di quella del Pd, dove Veltroni nel suo discorso ha inserito alcune proposte (due su tutte: l'intervento sulla tredicesima e l'aumento del 50% della spesa in università e ricerca sul modello Sarkozy), che vanno ad integrare le tante proposte che da tempo sono presenti sul sito del Pd e nelle Camere, e diffuse attraverso volantini alla manifestazione. Cosa che all'epoca manco per sogno.

Poi la piazza. Bè, nessuna differenza di "merito", nel senso che in entrambe le piazze la gioia era mista al dubbio, le offese miste alle ironie, i sorrisi misti alle grida. Semmai una differenza di "appartenenza": il 2 Dicembre la piazza era piena di tante bandiere diverse, il 25 Ottobre la piazza era un'unica distesa rossobiancoverde. Certo, avevano aderito anche Verdi ed Idv (e i Socialisti erano lì per raccogliere le firme), ma erano poche sparute bandiere in quel "mare". Insomma, un popolo unito, o meglio almeno sotto la stessa bandiera.

Poi i protagonisti. Il 2 Dicembre i protagonisti furono Fini, Bossi e Berlusconi, oratori in senso classico, ovvero politici che parlavano dal palco. Il 25 Ottobre l'unico protagonista politico era Veltroni, gli altri oratori erano esponenti della società civile: e tutti parlavano da un palchetto "immerso" nella piazza, distante dal palco vero e proprio dov'erano tutti i principali esponenti del Pd. Certo, tutta scena: però l'idea è carina, dai. E poi c'è una simbologia dietro importante (ovvero Veltroni ha voluto marcare la sua distanza dalle polemiche interne e da chi scatena queste polemiche, quasi "zittendoli", affermando la propria leadership, e insistendo sul fatto che il partito deve essere fatto dalla gente e tra la gente), ma questo è un altro discorso.

Infine, i numeri. Infine, e non principalmente. In nessuno dei due casi si è perso il brutto vizio di sparare boiate sui numeri: vero che Veltroni ha la "scusante" che Berlusconi all'epoca disse due milioni, e quindi non poteva dire la verità (altrimenti già mi sarei immaginato Bonaiuti a dire: "persino loro stessi dicono che erano poche centinaia di migliaia"), ma comunque è una cosa ridicola. Le cifre sono diverse, ma al di là dei numeri effettivi, basta pensare una cosa: Berlusconi riempì Piazza San Giovanni, Veltroni ha riempito il Circo Massimo. E questo nonostante all'epoca il dissenso verso il Governo Prodi era già elevatissimo, mentre oggi è solo agli inizi, e nonostante la piazza del 25 sia stata organizzata da un solo partito. Ma, in fin dei conti, quello che importa non è la quantità.

Fine. Potete immaginare quale delle due piazze preferisco. Ma, certamente, preferenze a parte, l'importante è andare oltre le piazze: le piazze sono bellissime, e bellissimo è parteciparvi; possono servire, e in entrambi i casi sono servite, per riaffermare le leadership e iniziare la riscossa. Ma limitarsi a questo certo non fa ritornare al Governo, nè rende meritevoli di ritornarci. Bisogna dimostrare di essere un alternativa: la piazza da sola non basta.

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