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il blog di Francesco Zanfardino
Lavoro o morte
post pubblicato in Diario, il 7 agosto 2011


Inquinamento atmosferico, getto e sversamento di sostanze pericolose, danneggiamento aggravato di beni pubblici, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, avvelenamento di sostanze alimentari, disastro colposo e doloso: questi i reati per i quali la Procura ha chiesto il sequestro dell'impianto ILVA di Taranto, ex Italsider, l'enorme impianto siderurgico che da solo dà lavoro lavoro a 11.500 persone e produce il 70% del PIL della provincia.

Non c'è certo da meravigliarsene, visto che è da anni che si denuncia l'enorme impatto ambientale delle acciaierie ex Italsider, tanto che nel 2002 si chiusero gli impianti di Genova proprio per le conseguenze sulla salute degli abitanti del quartiere di Comigliano; a Napoli (Bagnoli, dove gli impianti furono chiusi negli anni '80) la bonifica delle aree degli impianti si trascina ormai da due decenni, tuttora non risolta definitivamente. Mentre a Taranto è risaputo che i bambini del quartiere Tamburi ormai giocano tra la polvere di ferro, che rosseggia le loro abitazioni, le loro strade, i loro polmoni; per non parlare delle diossine,  tanto che la stessa ILVA ammette di produrre il 21% delle diossina che inquina l'Italia (e in realtà le cifre dovrebbero essere molto più alte, circa il doppio, come denunciato dai dati dell'Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale).

Con conseguenze devastanti, ovviamente, per i lavoratori stessi dell'impianto, oltre che per gli abitanti del posto. Eppure una politica becera ed un sindacato malato continuano a difendere strenuamente l'ILVA di Taranto "perchè altrimenti butteremmo per strada undicimila famiglie". Un ricatto "salute o lavoro" che tanto richiama i ricatti "diritti o lavoro" che ormai da diverso tempo sentiamo pronunciare  e difendere, da gran parte degli stessi lavoratori e soprattutto delle classe dirigenti, a Pomigliano, a Mirafiori, a Porto Tolle, ovvero ovunque c'è chi pensa di coniugare la sfida della crisi economica con meno diritti e non con una reale innovazione del sistema di produzione. Compreso buona fetta della sinistra italiana, compreso quella che dovrebbe essere la più attenta a certe tematiche, se è vero com'è vero che anche uno come Vendola alle belle parole delle sue campagne elettorali, in cui proprio in risposta ai quei "bambini di Taranto" prometteva la chiusura dell'ILVA perchè "il popolo pugliese non è più disposto a farsi ricattare nel nome dell'occupazione", consegue ripetendo gli stessi mantra della malaimprenditoria, della malapolitica, del malsindacato ("e 15mila lavoratori dove li metto?", oppure "e dove li trovo 4 miliardi per la bonifica?"), perchè evidentemente a tutti, in fondo, fa comodo il sostegno di questi apparati, o comunque manca il coraggio per indicare e predisporre strade diverse.

Qualcuno dirà: parli facile tu, che sei uno studente di media borghesia che non deve portare avanti una famiglia. Certo, infatti non mi permetterei mai di dire ad un lavoratore dell'ILVA cosa dovrebbe fare, se rinunciare o meno al suo lavoro per la saluta propria e della collettività. Non spetta ai lavoratori risolvere questi problemi, ma alle classi dirigenti, che dovrebbero ragionare in maniera indipendente dagli interessi di parte (siano quelli degli imprenditori, siano quelli dei lavoratori) e guardare agli interessi della collettività. E' infatti alle classi dirigenti che chiedo: quanto ancora siamo disposti ad accettare il ricatto del lavoro contrapposto ai diritti, fino a che livelli di devastazione ambientale e dei diritti dei lavoratori dovremo arrivare prima di accorgerci che la strada migliore, più produttiva oltre che compatibile con un Paese moderno, civile e democratico è quella della conversione verso nuove produzioni, di tipo intellettuale (es. ricerca, patrimonio culturale), specialistico (es. produzione di prodotti di alta qualità), innovativo (es. energie rinnovabili), produzioni sulle quali non abbiamo rivali e che rappresentano l'unico vero mercato in cui possiamo sfondare? Oppure vogliamo inseguire la Cina e il suo modello inquinante, devastante, degradante e antidemocratico di sviluppo, in una folle concorrenza al ribasso che ci vedrà comunque soccombere per evidente disparità di mezzi?

In un celeberrimo discorso del 1968 il presidente americano Kennedy pronunciava queste parole:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.  

Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Non ho mai trovato parole più sensate  e  "realiste" di queste.

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Non è un paese per gay
post pubblicato in Diario, il 5 agosto 2011


Nella stessa giornata due notizie hanno interessato il mondo omosessuale (meglio definito LGBT): una lieta, ovvero il matrimonio, in terra tedesca, tra l'unico parlamentare italiano dichiaratamente omosessuale, l'on. Anna Paola Concia, e la sua compagna Ricarda. L'altra decisamente poco lieta, visto che a Cerignola un 20enne ha accoltellato ripetutamente il fratello maggiore perchè "disonorava" la famiglia in quanto gay, sottoponendolo quindi allo scherno dell'intero paese del Foggiano.

In effetti entrambe le notizie possono essere viste come negative, se pensiamo al fatto che l'unione fra la Concia e la sua compagna, che in Germania comporta gli stessi diritti (e doveri) del matrimonio fra eterosessuali, non è minimamente riconosciuta in Italia. Un paese, l'Italia, l'unico in Occidente, dove nessun diritto, nemmeno quello a non essere discriminati per il proprio orientamento sessuale, è riconosciuto a chi vuole vivere la propria sessualità in maniera diversa dal dogma, di impostazione cattolica ma soprattutto "machista", della "unione naturale fra maschio e femmina, che culmina nel matrimonio". Figuriamoci il riconoscimento delle coppie conviventi, ancor di più figuriamoci il riconoscimento del matrimonio fra persone dello stesso sesso (che dovrebbe essere una cosa scontata riconoscerlo, se si accetta che tutti gli orientamenti sessuali hanno pari dignità e quindi uguali diritti di riconoscimento davanti alla legge). Un paese dove, come naturale conseguenza, qualunque sessualità, anche eterosessuale, diversa da questo modello machista viene ritenuta (o comunque trattata nei fatti) perlomeno come anomala, arrivando fino all'intolleranza e sfociando nei casi estremi, e purtroppo non rari, nella vera e propria violenza. Fisica, come nel caso del fratello-coltello, o anche psicologica, come quella esercitata dai (spero la minoranza) cittadini di Cerignola, che pur non è propriamente un paesino sperduto di tre secoli fa (eppure evidentemente è rimasto a quel tipo di mentalità).

Un paese, l'Italia, dove regna l'ipocrisia, dove chi vorrebbe spaccare la testa ai "froci" magari è lo stesso che indossa solo mutande di Dolce&Gabbana; un paese, quindi, dove gay è ok se fai lo stilista o il parrucchiere, ma non se sei una celebrità, tanto che ci meravigliamo ogni volta che qualche "VIP" fa outing; un paese dove ci sono decine di migliaia di calciatori ma (guarda un po'!) sono tutti eterosessuali doc; un paese dove sono molti di più i politici che attaccano apertamente gli omosessuali che quelli che li difendono, dove una sola parlamentare su mille è ufficialmente omosessuale, ma poi sotto sotto più di qualcuno ha qualche rapporto da nascondere (e che non dovrebbe sentire di nascondere), compreso quelli della destra più ferocemente omofoba (vi ricordate di Haider?).

Un paese, insomma, che non è certo degno di definirsi, per davvero, un Paese civile. Almeno fino ad adesso.

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Contro tutti gli stati assassini
post pubblicato in Diario, il 24 settembre 2010


                                           

Accusare gli altri delle stesse cose che ti accusano nei tuoi confronti non ti discolpa. Ecco perchè non riesco a dare ragione ad Ahmadinejad quando indica in Teresa Lewis, giustiziata ieri per aver pianificato l'assassinio del marito e del figlio adottivo di lui, e con un bassissimo quoziente intellettivo (72, appena al di sopra della soglia dei 70 al di sotto della quale non si può subire una pena capitale), la "Sakineh americana" nei confronti della quale nessuno si mobilita.

Ciò non toglie che è inaccettabile che nel paese dei diritti e delle libertà, che vorrebbe insegnare esportare la democrazia del mondo, sia ancora ammessa le pena di morte, una crudeltà inutile, come ci insegnava già oltre duecento anni fa Cesare Beccaria nel suo "Dei delitti e delle pene". E qualche mobiltiazione internazionale potente anche in questi casi non guasterebbe affatto. Perchè, purtroppo, non c'è solo Sakineh. E non esistono condanne a morte più gravi di altre.

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Paese per cani?
post pubblicato in Diario, il 28 agosto 2010


                                           

Secondo quanto dichiarato in una intervista al "Giornale" dal Ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, l'Italia sarebbe diventata un "paese per cani", grazie ad un cambiamento di mentalità che negli ultimi anni avrebbe portato ad una maggiore sensibilizzazione verso i diritti degli animali.

Contemporaneamente, in un'altra intervista, stavolta per l'"Unione Sarda", il consigliere regionale sardo del PDL Gianfranco Bardanzellu proponeva l'incenerimento dei cani per combattere il fenomeno del randagismo ad Olbia.

Forse gli Italiani avranno anche cambiato mentalità, ma tra i colleghi di partito della Brambilla c'è ancora qualche problemuccio.

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Libertà di culto
post pubblicato in Diario, il 14 agosto 2010


                                       

In America, un Presidente in difficoltà nei sondaggi trova il coraggio di dire sì ad una centro culturale islamico a Ground Zero, proprio dove il terrorismo di matrice "islamica" (distorta) di Al Qaeda ha lasciato un segno di dolore indelebile in tutti gli Americani. E il sindaco di destra (seppur liberale), ebreo, è d'accordo.

In Italia, ministri della Repubblica se ne vanno in giro coi maiali nei terreni dove si costruiscono le moschee. E decine di migliaia di musulmani sono costretti a chiedere ospitalità alle Chiese, quando gli va bene, per poter pregare collettivamente durante il Ramadan.

Della serie: avremo pure la Costituzione più bella del mondo, ma altrove la applicano decisamente meglio.

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Un Primo Maggio senza capolarato
post pubblicato in Diario, il 1 maggio 2010


                                               

Ritrovarsi a festeggiare il Primo Maggio in un Paese dove non c'è il reato di capolarato non ha prezzo. Per tutto il resto ... almeno consoliamoci con il Concertone.

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Senza di loro
post pubblicato in Diario, il 1 marzo 2010


                                            

Decine di migliaia di stranieri e nuovi italiani in decine e decine di piazze italiane per rivendicare il rispetto delle loro persone, oltre che dei loro diritti. Non avranno bloccato l'Italia, ma questo primo "sciopero degli immigrati", una mobilitazione nata dal basso, con un aiuto purtroppo tardivo da parte di sindacati e partiti, può assolutamente ritenersi un successo.

Un punto di inizio, dal quale ripartire a breve con più forza. Per evitare la deriva da "banlieu", che negli ultimi si sta facendo strada in Italia (Castelvolturno, Rossano e Milano docent), occore infatti immettere la sacrosanta rivendicazione degli immigrati nei ben più sani e produttivi canali della protesta e della battaglia civile. Prima o poi l'Italia si renderà conto che, senza di "loro", "noi" semplicemente non "saremmo". Perchè, per quanto possano provare populisticamente a negarlo, "loro" sono già "noi".

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Quante Eluana ancora?
post pubblicato in Diario, il 10 febbraio 2010


                                                

Non ho parlato di Eluana il giorno dell'anniversario della sua morte. E' un silenzio simbolico, da parte di chi in questi 365 giorni non ha smesso di parlare di fine vita, rispetto ad un Governo che, dopo aver tentato di strumentalizzare in maniera indecente gli ultimi giorni di Eluana, ha smesso di occuparsi con così tanta fretta e premura di testamento biologico e fine vita. Eppure di promesse ne erano state fatte.

E soprattutto di casi come Eluana ce ne sono e ce ne saranno ancora. Casi che spesso finiscono clandestinamente, perchè non tutti sono Beppino Englaro e si sentono di dover ingaggiare un'estenuante battaglia decennale per far rispettare la volontà dei propri cari nel pieno rispetto dello Stato. Non tutti sono eroi civili, e certo lo Stato non fa molto per incorraggiare ad esserlo.

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Deja vù
post pubblicato in Diario, il 14 gennaio 2010


                                               

L'altro ieri, 12 Gennaio 2010, il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha dichiarato lo "stato d'emergenza" per le carceri italiane, dovuto all'eccessivo affollamento delle "patrie galere" che dura da anni e che si aggrava di giorno in giorno. Obiettivo del piano del Guardasigilli giungere entro breve tempo (si parla di 2012) a portare la capienza delle carceri italiane dalle attuali 43mila unità a 80mila (anche se in realtà già adesso si è oltre 60mila detenuti ospitati).

Bene. Il sovraffollamento delle carceri è un problema, perchè anche i detenuti hanno dei diritti, e fra questi quello di vivere in condizioni dignitose, e perchè altrimenti l'Italia potrebbe essere costretta a pagare dall'Europa altri pesanti risarcimenti ai detenuti, come quello che fece scalpore nell'Agosto scorso. Ed è giusto affrontare questo problema non con l'ennesima amnistia o indulto, morte del diritto, ma aumentando la capienza delle carceri. Tuttavia, sono molto scettico sull'effettiva capacità di Alfano e del Governo di portare a casa il risultato. Pessimismo "comunista"? No, semplicemente Alfano ha già fatto le stesse promesse già un anno fa: anche allora riconobbe il problema del sovraffollamento, anche allora promise nuove carceri, anche allora nominò un commissario straordinario che avrebbe dovuto presentare un piano "entro 60 giorni", anche allora promise provvedimenti legislativi straordinari per accellerare la costruzione delle carceri.

Era il 23 Gennaio 2009. Evidentemente, in questo mese dell'anno Alfano si sente in vena di promesse ... negli altri, invece, se ne dimentica.

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Rosarno, Italia
post pubblicato in Diario, il 10 gennaio 2010


                                              

Quello che è accaduto in questi giorni a Rosarno Calabro è drammatico. Il livello di violenza raggiunto, da una parte e dall'altra, è intollerabile per qualsiasi Paese civile che si rispetti. Eppure non è la prima volta che accade qualcosa del genere: ricordate Castel Volturno nel Settembre 2008? Anche allora, dopo un agguato camorristico nel quale morirono diversi africani, gli immigrati del luogo si ribellarono, chi pacificamente chi violentemente, mettendo in scacco un'intera città. Ed episodi simili si sono ripetuti in questi anni, con minore potenza, con minore visibilità.

Ogni volta, si cerca di politicizzare la questione, ed entrano in gioco le dietrologie più disparate: sono gli "italiani" ad essere strumentalizzati dalla malavita, o gli "immigrati"? O non c'entra niente la malavita? La colpa delle violenze è degli "italiani" , o degli "immigrati"? Eccetera. Il fatto è che, 'ndrangheta o non n'drangheta, la dis-integrazione sta portando a questi risultati da "banlieu" parigina. Sarà perchè l'Italia il fenomeno immigratorio si è accentuato in questi ultimi decenni, mentre altrove è iniziato prima; ma ora è arrivato il tempo di agire.

Come? Bè, per risolvere il problema bisogna prima riconoscerlo: c'è un problema legato all'immigrazione, ed è anche di sicurezza pubblica. Ha sbagliato il centrosinistra nel passato a non riconoscerlo, e sbaglia chi ancora lo fa. Ma altrettanto sbaglia il centrodestra a cercare di cavalcare populisticamente il problema, senza trovare soluzioni efficaci al problema, ma solo chiacchiere e distintivo, o scaricabadili rivolti al "buonismo" della sinistra (mentre hanno governato 7 degli ultimi 9 anni, e la legge in vigore da anni sull'immigrazione si chiama Bossi-Fini). Poi, bisogna sgombrare il campo da tutti i pregiudizi: gli immigrati, in effetti, commettono mediamente più reati degli Italiani (nemmeno molti), ma se andassimo a scorporare i dati in basi alle condizioni di vita, vedremmo molto probabilmente che le differenze non esisterebbero. Insomma, non è la provenienza, ma il disagio sociale che determinano la delinquenza: se si cresce in un campo rom, o in una periferia disagiata come Scampia, puoi essere italiano o straniero, ma hai una probabilità più alta di diventare un delinquente. Poi, è l'ora di smetterla di dire che "questa gente deve andarsene a casa loro": gli immigrati, che lo si voglia o no, forse non saranno indispensabili al Paese (niente è indispensabile), ma sono ormai un pilastro fondamentale dell'economia italiana: se sparissero tutti di un colpo, il sistema Paese impiegherebbe anni per rimpiazzarne la mancanza, se non fallisse prima. Purtroppo, però, spesso queste persone lavorano in condizioni di sfruttamento, e con la spada di Damocle del permesso di soggiorno che resta per anni e anni, anche se nel frattempo magari ci si è integrati perfettamente (nonostante tutto questo) e si contribuisce a finanziare le casse dello Stato con le tasse e le pensioni dei figli degli "italiani" che non ci sarebbero senza l'incremento di natalità portato dalla popolazione italiana.

Ecco, insomma, i due binari che devono evitare la guerra sociale fra italiani e immigrati: revisione della legge sulla cittadinanza e sul permesso di soggiorno, inclusa una facilitazione per chi dimostra di integrarsi meglio (conoscenza dell'italiano, della legge italiana, scolarizzazione, lavoro regolare, domicilio regolare, eccetera), e abbreviando in ogni caso i tempi, in modo da renderle più aderenti alla realtà; lotta senza quartiere allo sfruttamento e al lavoro nero. Senza dimenticarsi, ovviamente, di far funzionare la giustizia e le forze dell'ordine per contrastare il crimine (ma questo vale ugualmente per gli italiani criminali), e di aiutare quei settori dell'economia che sono portati, anche se non costretti, dalle logiche di mercato a sfruttare, e a nero, la manodopera immigrata.

Solo così si può realmente governare il fenomeno dell'immigrazione. Il resto sono solo balle e propaganda. Altrimenti, prepariamoci ad avere una Rosarno al mese ...

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Italiano, però
post pubblicato in Diario, il 7 gennaio 2010


                                            

Di certo, le generalizzazioni sono sempre sbagliate. Quindi, Mario Balotelli ha sbagliato nel dire che il pubblico di Verona gli faceva sempre più "schifo": quelli che hanno fatto partire i fischi razzisti saranno stati, in ogni caso, comunque una minoranza.

Tuttavia, mi è sembrato ridicolo che, almeno per quanto riguarda molti commentatori, si siano spostate le critiche sull'attaccante dell'Inter anzichè sul comportamento razzistico di molti tifosi, di tutti gli stadi italiani. Anzi, qualcuno è persino arrivato a dire che la colpa sarebbe di Balotelli e del suo comportamento in campo, da alcuni giudicato troppo prepotente. Bè, in tal caso, super-Mario non sarebbe nè il primo nè l'ultimo giocatore del genere, eppure gli altri non vengono fischiati ogni volta che toccano palla. E' legittimo contestare, come ha detto qualcun altro, ma se il motivo è un comportamento sportivo, non il colore della pelle.

Eppure, Mario Balotelli è italianissimo. Nato, cresciuto e vissuto in Italia. Parla persino in bergamasco. Però è di pelle nera, ed è quel però il punto cruciale. Per molte persone, infatti, nessuno con la pelle nera è veramente italiano. E questo è razzismo puro. Che putroppo vivono sulla loro pelle tantissimi italiani, costretti a subire i peggiori insulti (se non aggressioni) o anche semplicemente atteggiamenti di insofferenza e "guardate storte", solo perchè hanno un colore della pelle ritenuto "non italiano". E, putroppo, credo che certe cose esisteranno finchè esisterà la stupidità (cioè sempre).

Certo, lo Stato non fa molto per ridimensionare questa situazione. Al di là delle ovvietà e delle chiacchiere, infatti, non si è ancora fatto ciò che è veramente necessario: una legge sulla cittadinanza che consenta a coloro che sono nati in Italia, a prescindere dalla provenienza dei loro genitori, di essere automaticamente cittadini Italiani, o perlomeno di avere un percorso molto più facilitato ed immediato. C'è una "seconda generazione" che non può più attendere, che non può più sentirsi umiliata e non avere gli stessi diritti dei loro coetanei italiani, italiani come loro sono di fatto. Vallo a dire alla Lega e a Berlusconi, però ...

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Sieropositivi, non criminali
post pubblicato in Diario, il 4 gennaio 2010


                                             

Devo dire che, quando ho saputo di questa cosa, stentavo a credere che nella cosiddetta "culla della democrazia", quale dovrebbero essere gli Stati Uniti, una persone potesse essere esclusa dal Paese solo perchè malata di AIDS. E invece è stato per anni così, fino a quando il governo Obama ha abolito, con un provvedimento in vigore a partire da oggi, questa grave discriminazione, cancellando il divieto di ingresso e permanenza negli USA per i sieropositivi.

Ma quel che ancora mi sgomenta è che altri Paesi "democratici" come Canada e Australia mantengono provvedimenti del genere, per un totale di circa 60 paesi in tutto il Mondo. E' una cosa scandalosa, che stona contro tutti gli appelli a non emarginare chi ha avuto la sfortuna di incappare nella malattia. Nemmeno i criminali vengono trattati in maniera così brutale.

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