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il blog di Francesco Zanfardino
Volpi e mariuoli
post pubblicato in Diario, il 16 febbraio 2010


                                                   

Di fronte ai casi di corruzione conclamata emersi in questi giorni e che hanno coinvolto esponenti locali del PDL, Silvio Berlusconi ha voluto subito rassicurare che "non si tratta di una nuova Tangentopoli, sono solo casi di corruzione spicciola, piccole volpi colte a rubare nel pollaio".

Chissà perchè, come a molti credo, mi è venuta subito alla mente una frase che un'altro leader italiano, Bettino Craxi, molto caro a Berlusconi, pronunciò all'inizio dell'inchiesta di Tangentopoli, all'arresto di Mario Chiesa, dirigente locale del PSI: "E' solo un mariuolo isolato".

Sappiamo tutti come è andata a finire.

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Chi commemoro
post pubblicato in Diario, il 19 gennaio 2010


                                                

"La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità". Paolo Borsellino, magistrato del pool anti mafia di Palermo, ucciso da Cosa Nostra nel 1992, nato il 19 Gennaio 1940.

Bettino Craxi, morto il 19 Gennaio 2000 da latitante, reo confesso intascatore di tangenti miliardarie e vertice di un sistema collusivo tra politica e malaffare.

Non so voi, ma dei due preferisco il primo.

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E furono quattro
post pubblicato in Diario, il 15 gennaio 2010


                                   

Ancora una volta Augusto Minzolini l'ha fatta fuori dal vaso. Perchè un direttore del principale TG del servizio pubblico che sforna editoriali su editoriali nei quali, senza contraddittorio, fa passare per verità opinioni del tutto personali (e sempre orientate a favore dei berluscones), è uno che va ben al di là del proprio ruolo e di qualsiasi limite di tolleranza. E meriterebbe una mobilitazione generale per chiederne le dimissioni.

Questo al di là del merito della questione che, come ho avuto modo di ripetere in questo blog, è altrettanto indecoroso. Asserire che Craxi non ha bisogno di essere riabilitato, che Tangentopoli fu una soluzione giudiziaria ad un problema politico, che Craxi fu un capro espiatorio ed un grande statista è quantomeno discutibile, se non un elogio deplorevole di una persona che, ricordo agli smemorati, fu un latitante corrotto reo confesso. Questo, a prescindere dalla sua politica (nella quale, comunque, vedo ben poco di rivoluzionario, anzi), non può farlo ritenere "statista", se scappando da latitante ha disconosciuto tutte le istituzioni democratiche del suo "Stato".

Bisogna smetterla col tentare di far passare il concetto che gli uomini politici sono una categoria "a parte", cui è concesso fare cose che non sono concesse agli altri. Soprattutto se si cerca di farlo per giustificare vergogne attuali.

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Se questo è uno statista
post pubblicato in Diario, il 29 dicembre 2009


                                           

"Indecoroso" è la parola adatta. Sarà certamente nelle facoltà di una amministrazione comunale (tra l'altro credo già esistano altre "via Craxi"), ma scegliere di premiare con una onorificenza pubblica, quale l'intitolazione di una strada, una persona che è morta da latitante e che per sua stessa missione è stato un'intascatore di tangenti, è molto più di una scelta discutibile. Significa capovolgere il senso delle istituzioni e della gestione della cosa pubblica, quasi come se per uno "statista" sia normale sottrarsi alla giustizia e danneggiare il bene comune intascando tangenti.

Nessun "revisionismo" può cancellare questa realtà. Non possono farlo nè le parti positive del pensiero craxiano e dei suoi governi (comunque molto poche), nè il fatto che Craxi non fosse stato l'unico a portare avanti quel sistema di fare politica. Persino il fascismo e la sua azione può aver presentato alcuni aspetti positivi: ma non per questo a qualcuno viene in mente di intitolare a Latina una strada a Mussolini per aver bonificato l'Agro Pontino. Quanto al "così fan tutti", invece, non solo è tutto da dimostrare, poichè nè il PCI ne l'MSI furono toccati così fortemente da quello scandalo che era evidentemente tutto o quasi da imputare al sistema di potere social-democristiano, ma in ogni caso non giustifica una riabilitazione.

Poi, per carità, ognuno celebra chi vuole (e, però, deve accettarne le critiche, specialmente quelle fondate, senza bollarle come "volgari e senza precedenti", come fatto da Bondi). Solo che mi fa molta specie che quelli che dovrebbero essere i culturo della legalità e del rispetto della legge, e che tra l'altro all'epoca andavano a sventolare cappi e manette in Parlamento contro Craxi, ora celebrino un latitante corrotto. Sarà forse che Craxi assomiglia molto a Berlusconi, vista la comune avversione per la giustizia e per la legalità in politica, e che gli ha fatto molti "piaceri" (concessioni televisive, e non solo), ma non vorrei essere troppo malizioso ...

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S-concordato
post pubblicato in Diario, il 26 agosto 2009


                                                

La polemica suscitata oggi da un articolo della Padania, il qutodiano della Lega, con la minaccia di rivedere il Concordato se la Chiesa non starà buona e zitta sulle politiche dell'immigrazione del Governo, si è sì poi spento in fuoco di paglia, con i dirigenti della Lega pronti a smentire quello che definiscono "un articolo di un editorialista esterno, che non riflette la linea della Lega", ma ha perlomeno riportato per qualche istante all'attenzione generale un tema sepolto purtroppo da anni.

Non solo il Concordato andrebbe rivisto, infatti, ma andrebbe proprio abolito, o perlomeno esteso a tutte le confessioni. Certo non per zittire la Chiesa, che ha tutto il diritto e dire il dovere civico di esprimere la propria idea su qualsiasi argomento, sull'immigrazione così come sui temi etici (e mi dissocio dai tanti che in nome della "laicità" vorrebbero che la Chiesa si facesse gli affari propri quando è contraria alle proprie idee, e poi plaudono quando fa il contrario); ovviamente non di effettuare vere e proprie ingerenze, e putroppo la Chiesa non ne fa mancare esempi, più o meno manifesti (complice una politica troppo spesso debole e compiacente). Ma andrebbe abolito perchè rappresenta una palese violazione della parità dei diritti, ovvero di un privilegio dato ad una confessione rispetto a tutte le altre. Teoricamente sarebbe anche una palese incostituzionalità, dato che l'art.8 della Costituzione dice chiaramente che "tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge", che poi non è altro che l'estensione dell'art.3 ("Tutti i cittadini ... sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, .... di religione"), ma i Padri Costituenti, chissà con quale logica e coerenza, decisero di dedicare l'art.7 della stessa all'inglobamento dei "Patti Lateranensi" sanciti da Mussolini e dalla Chiesa durante il regime fascista. Poi si arrivò ad una parziale revisione, all'epoca del Governo Craxi, ma la sostanza del Concordato non cambiò: la religione cattolica, o meglio l'istituzione Chiesa, gode di privilegi che le altre confessioni, oltre che i normali cittadini, non hanno.

Qualche esempio? Le forze dell'ordine non possono entrare negli edifici di culto senza preavvisare l'autorità ecclesiastica. Gli enti della Chiesa sono fuori dalla giurisdizione italiana (vedasi caso IOR). Dal punto di vista fiscale, le attività della Chiesa sono equiparate agli enti di beneficenza. La Chiesa ha inoltre diritto ad accedere all'8xmille, ove i cittadini lo scelgano (anche se buona parte dell'8xmille della Chiesa non deriva dalle esplicite dichiarazioni dei cittadini, ma anche dalla ripartizione delle quote non destinate ad alcun ente, ovvero quelle dei cittadini che hanno lasciato casella bianca). Le scuole cattoliche, anche se con programmi diversi, sono equiparate a quelle pubbliche. Le nomine dei docenti della Cattolica di Roma sono sottratte allo Stato. Fino a giungere alla madre di tutte le polemiche, l'insegnamento della religione cattolica che fino al concordato craxiano era addirittura obbligatorio. E che prevede addirittura che i professori siano nominati dalla Curia, non dallo Stato, anche se poi vengono pagati dallo Stato (!). Questione tornata in auge dopo la sentenza del TAR che ha finalmente abolito la partecipazione degli insegnanti di religione agli scrutini, voluta dall'allora Ministro Fioroni. Anche se i vescovi e i fari politici genuflessi hanno definito la sentenza come "pretestuosa" e figlia di un "bieco illuminismo", i giudici del TAR hanno semplicemente applicato la Costituzione, eliminando la clamorosa discriminazione fra coloro che hanno scelto o no di seguire il corso di religione. Corso che prevede, per legge, l'insegnamento della reglione CATTOLICA, ricordiamolo, (anche se professori illuminati parlano anche delle altre religioni), e che quindi non viene seguito da alunni di altre credenze. Alunni che però si vedevano discriminati negli scrutini, poichè non avevano accesso al credito ottenuto da chi aveva frequentato il corso. Si dirà: ma allora i prof di religione a che servono? Giusto. Se un prof non può partecipare ai giudizi, allora è meglio che non ci sia proprio. Sinceramente non so se sia giusto o no che ci siano. Tuttavia, se devono esserci, allora devono partecipare agli scrutini, e quindi non deve esserci la possibilità di scegliere o meno l'insegnamento, onde evitare discriminazioni. Ma per fare ciò occorre o garantire corsi di insegnamento per ciascuna religione, oppure più intelligentemente sostituirla con un corso di storia delle religioni. E, aggiungo, i professori devono essere scelti mediante concorso dallo Stato: altrimenti se li paghino le Chiese!

Ma l'insegnamento della religione cattolica è solo il simbolo di tutte le discriminazioni di cui è causa il Concordato. Che, per carità, prevede anche tante cose giuste, alcune che derivano dai normali diritti costituzionali, altre no (come l'esenzione dal servizio militare per i religiosi, o il riconoscimento del "segreto professionale" dei confessori"). Così come possono essere definiti "giusti" (io non sono mica tanto d'accordo, almeno su molti aspetti) i particolari regimi fiscali previsti per la Chiesa. Ma allora lo Stato deve garantire tali diritti ugualmente a tutte le confessioni religiose. Ed eliminare le palesi incostituzionalità contenute nel resto. Ma per fare questo andrebbe rivisto il Concordato ... e per farlo non si può nemmeno effettuare un Referendum, visto che è nella Costituzione. Solo una difficile legge di revisione costituzionale, o un impossibile mutuo accordo tra Stato e Chiesa, possono modificarlo. E quindi dovremo tenerci il Concordato, mi sa, per molti anni, almeno fino a quando la politica ritroverà la dignità e il coraggio di non aver paura di inimicarsi qualche gerarchia ecclesiastica ben poco illuminata e cristiana. Mi sa che forse il Giudizio Universale arriverà prima ...

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Riporto Report: Modulazione di Frequenze
post pubblicato in Riporto Report, il 23 marzo 2009


                                                   

Secondo appuntamento con "Riporto Report", la nuova rubrica di Discutendo che ogni lunedì darà spazio alla puntata settimanale di Report, l'ottima rubrica di inchieste giornalistiche condotta da Milena Gabanelli ogni domenica sera su RaiTre (la puntata di ieri, che vi consiglio sempre di vedere, è disponibile qui; la tascrizione testuale integrale della puntata è invece disponibile qui). Stavolta si parla di televisione, e dello scandalo delle concessioni televisive, specchio di un'Italia imperversata dal conflitto d'interessi e da una politica compiacente al mantenimento delle posizioni dominanti.

MODULAZIONE DI FREQUENZE (di Bernardo Iovene)

La puntata inizia con l'intervista a Francesco Di Stefano, imprenditore televisivo e soprattuto patron di Europa7, passata ormai alla storia come "la TV che non c'è". Infatti, l'emittente di Di Stefano, pur avendo ottenuto nel 1999 l'autorizzazione a trasmettere, non ha mai potuto farlo perchè le sue frequenze erano abusivamente occupate da Rete4. Vi suona un po' strano? Allora seguite la storia.

Tutto parte dal "peccato originale", ovvero dalla sentenza della Corte Costituzionale che negli anni '70 determina la fine del monopolio televisivo della RAI, e apre l'etere televisivo alle TV private, ma solo in ambito locale. Tuttavia, ciò non si accompagna ad un piano per l'assegnazione delle frequenze, così che i primi che arrivano occupano le frequenze (che sono un bene pubblico) e ne fanno quello che ne vogliono: un vero e proprio "far west" televisivo, durato vent'anni, fra gli anni Settanta e Ottanta. E' stato anche grazie a questo "far west" che Silvio Berlusconi e la sua Finivest sono riusciti ad accaparrarsi indisturbati e senza limiti buona parte dell'etere televisivo italiano, fino ad aggirare la legge, con la creazione di fatto di tre televisioni nazionali, facendo mandare in onda delle cassette registrate contemporaneamente su tutte le loro tv locali (ricordatevi che la sentenza della Corte aveva permesso la privatizzazione solo alle tv locali). Fu così che alcune preture "oscurarono" le TV di Berlusconi: ma l'allora premier Bettino Craxi, amico di Berlusconi (fu anche testimone di una delle sue nozze), ed è il segreto di Pulcinella che fosse il suo "referente" politico (tant'è vero che discese in campo, non appena Tangentopoli spazzò via Craxi, essendo l'unico in grado di impedire l'ascesa delle sinistre al Governo), subito emanò il cosiddetto "decreto Craxi", meglio noto come "decreto Berlusconi", consentendo la prosecuzione per un anno dello status quo, in attesa della nuova disciplina sul settore televisivo. Il decreto passò grazie ad alcune politiche spartitorie sulla Rai, tenendo buoni tutti i partiti. Ma il decreto conteneva una "finezza": il decreto non era "provvisorio", ma "transitorio". E, giuridicamente, la distinzione fra questi due termini è fondamentale: un decreto provvisorio va rinnovato ogni 6 mesi, il transitorio no. E così lo status quo sarebbe rimasto "legalizzato" all'infinito.

Sarebbe, perchè, poichè ad essere in discussione è la tutela del pluralismo nell'informazione, nel frattempo la Corte Costituzionale nel 1988 chiede al Parlamento "una disciplina sull'emittenza privata contro l'insorgenza di posizioni dominanti", e la posizione di Mediaset, con le sue tre reti, è una posizione dominante. Il Governo, sempre guidato da Craxi, decise con la "legge Mammì", dal nome del Ministero delle Poste e delle Comunicazioni, di risolvere la situazione: fu deciso che solo il 25% delle reti nazionali potevano essere gestite da un solo soggetto. Così, per salvare le 3 reti Mediaset le reti nazionali dovevano essere 12 ... e infatti la legge Mammì "decide" che sono 12, anche se non esistevano tutte (solo 6 lo erano davvero). Nel frattempo però le frequenze non vengono assegnate, perchè il piano viene sequestrato dalle Procure che lo indagano, e così i soggetti che trasmettevano già continuarono a trasmettere, senza che fosse indetta una gara per l'assegnazione.

Così la Corte Costituzionale interviene nuovamente nel 1994, decidendo che la legge Mammì era illeggittima propriò nel suo articolo più importante: quello del 25%. Il limite doveva essere del 20%, a meno che lo sviluppo delle tecnologie (si cominciava a parlare allora del satellite, che era ancora agli inizi) non avesse portato allo sviluppo del settore ed all'ampliamento delle reti disponibili. Ma, comunque, entro 2 anni andavano assegnate le frequenze. L'ampliamento delle reti non avviene, e dunque nel 1996 il Parlamento avrebbe dovuto imporre a Mediaset di cedere una delle sue reti (e alla Rai, pubblica, di togliere la pubblicità da una delle sue). Nel frattempo, però, Berlusconi era andato all'opposizione. Al Governo c'era Prodi, ma Berlusconi fece ostruzionismo, c'erano una quindicina di direttive europee da recepire, e ciò costrinse il Ministro Maccanico a cercare un accordo. D'altronde, il referendum promosso nel 1995 dal centrosinistra contro la situazione delle televisioni non ebbe il favore degli Italiani, che lo bocciò. L'accordo fu questo: l'opposizione votava le direttive, il Governo otteneva che fosse stabilito il limite del 20% e dunque otteneva lo spostamento di Rete4 sul satellite e l'eliminazione della pubblicità da RaiTre, ma l'opposizione ottenne la proroga della situazione con una legge fino al "congruo sviluppo" del mercato satellitare. E fu quel "congruo" a creare l'inghippo: qual era il numero congruo delle parabole affinchè Rete4 fosse spostata sul satellite? A stabilirlo doveva essere l'Agcom, l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, istituita proprio con la legge Maccanico: ma, essendo di nomina politica, e non essendoci un termine fisso entro quale emanare il provvedimento, l'Agcom non decise.

Ma la legge Maccanico, oltre al limite del 20%, stabiliva anche che il limite del mercato pubblicitario per un solo soggetto doveva essere del 30%. Anche qui, l'Agcom non decise, così che la prima verifica sul mercato pubblicitario avvenne solo nel 2004: Mediaset e Rai detenevano entrambe più del 30%, e questa situazione era risolvibile solo con l'allontanamento di una rete da Mediaset e l'eliminazione della pubblicità sulle reti Rai. Dunque, Rete4 non solo era fuori parametro per la "posizione dominante" di Mediaset nelle reti (3 reti invece di 2), ma anche per quella nel mercato pubblicitario. Se questo fosse avvenuto prima, e non nel 2004, la questione Rete4 non si sarebbe proprio posta.

Ma questo non avvenne, perchè nel frattempo, nel 1999, avvenne finalmente la gara di assegnazione delle frequenze. A vincere furono varie reti, tra cui Europa7, ma non Rete4. Il motivo? Il nuovo Ministro Cardinale, succeduto a Maccanico, non concesse l'autorizzazione per via della "posizione dominante" di Mediaset, come voleva la legge Maccanico; ma, sempre come voleva la legge, Rete4 era autorizzata a trasmettere "fino al congruo sviluppo" del satellite. Il satellite era ormai abbondamente sviluppato, ma il "congruo" era ambiguo e quindi campa cavallo. Di Stefano allora intraprese una battaglia legale, e così intervenne la Corte Costituzionale, che decise che in ogni caso, sviluppo congruo o no, entro il 2003 andava spenta Rete4 e accesa Europa7. Nel frattempo al Governo è tornato Berlusconi: arriva così la legge Gasparri, dal nome del nuovo Ministro delle Comunicazioni, che cerca di prorogare lo status quo: ma andando ciò contro la sentenza della Corte, Ciampi non firmò. Mancavano ormai 15 giorni allo spegnimento di Rete4, e allora ci fu un decreto: le reti che trasmettevano potevano continuare a trasmettere, tanto ormai c'era la nuova tecnologia del digitale terrestre che avrebbe garantito l'espansione dei canali. L'analogico, almeno nelle intenzioni, sarebbe stato sostituito definitivamente nel 2006 con il digitale, e così Europa7 avrebbe avuto tutto lo spazio per operare. Inoltre il Governo, per lo sviluppo del digitale, stanziò più di 200 milioni di euro per l'acquisto dei decoder (per il quale lo Stato fu poi sanzionato per 7 milioni di euro dalla UE perchè fu ritenuto un aiuto di Stato). E così il Governo riteneva di aver risolto la questione.

Ma la battaglia di Di Stefano proseguì. Anche l'associazione AltroConsumo intervenne, denunciando come, anche con il digitale, le frequenze rimanevano nelle mani degli stessi soggetti: non solo chi trasmetteva già sull'analogico, aveva diritto a trasmettere anche sul digitale, ma continueranno a conservare le frequenze che attualmente hanno, dunque non si aprirà nessun nuovo spazio per Europa7 e gli altri. L'Europa così intervenne, aprendo una procedura d'infrazione. Torna al Governo Prodi, e il nuovo Ministro Gentiloni decide di recepire la direttiva Europea promettendo un ddl sulla materia, quando invece l'Europa aveva detto che bastava disapplicare la legge e togliere le frequenze a Rete4, senza alcun ddl. Ma non arrivarono nè ddl nè disapplicazioni, dato che, come ammesso da Gentiloni, non si potè far niente per via dell'Udeur di Mastella, che evidentemente si preparava ad andare con Berlusconi e minacciava la caduta del Governo (cosa che poi avvenne, per questo ma soprattutto per tanti altri motivi).

Arriva così il Governo Berlusconi, e di fronte alle sentenze dell'Europa, della Corte, ecc. ecc. risponde con uno stratagemma: costringe la Rai a rimodulare le frequenze, facendo così saltar fuori una frequenza da assegnare ad Europa7, assieme ad un risarcimento danni (minimo). La situazione sembra risolta, anche se non è detta l'ultima parola, perchè la frequenza data ad Europa7 probabilmente non consentirà di coprire l'80% del territorio nazionale, come dovrebbe essere, e quindi forse potrebbero esserci nuovi ricorsi. Ma nel frattempo il digitale sta avanzando, in varie regioni l'analogico è stato già spento ... e quindi giustizia probabilmente non sarà mai fatta, grazie a decenni di "far west", compiacenze fra politica e imprenditori, conflitti d'interesse ed incapacità decisionale della politica.

IL MIO COMMENTO: La faccenda è talmente scandalosa che mi vergogno a vivere in un Paese dove possano accadere queste cose. Se le cose fossero state regolate per bene, oggi non ci ritroveremmo con un duopolio delle televisioni, cosa pericolossima per la democrazia in ogni caso, specialmente quando uno dei duopolisti è un politico, e ancor di più quando è Presidente del Consiglio (che controlla, quindi, indirettamente anche l'altra parte del duopolio, la RAI). Sappiamo bene come le televisioni possano influenzare il voto degli Italiani e di chiunque nel mondo, e come una situazione come quella attuale sia contro ogni principio di pluralismo e di equilibrio dell'informazione e non solo. Sarebbe necessaria, al di là della questione Rete4-Europa7, una legge anti-trust che vieti davvero concentrazioni di potere nel mondo dei media, vietando ai singoli privati di possedere da soli più del 25% del mercato pubblicitario, e più del 25% di giornali e TV (proprio in termini di vendite e audience, non di reti possedute o giornali posseduti). Magari si può discutere sulle percentuali, ma è assolutamente necessario un limite per garantire il pluralismo e la concorrenza.

P.S. A proposito di pluralismo e concorrenza nell'informazione, Report ha ricevuto una querela, con richiesta di risarcimento milionaria, da Mario Ciancio, l'editore de "La Sicilia" e proprietario di varie tv locali, che, come denunciato da Report domenica scorsa, gestisce in maniera monopolistica l'informazione a Catania e dintorni, detenendo dunque un potere di influenza sull'opinione delle masse fortissimo (e che sfrutta, ricambiato, a favore del centrodestra locale e nazionale). Comunque Report è abituato a ricevere querele, che puntualmente vince, a dimostrazione della qualità del suo giornalismo e del fatto che in Italia certa gente non è abituata a persone che sappiano la verità e provino a diffonderla.

P.P.S. Anche stavolta accenno alle altre due rubriche di Report. Ne "L'emendamento" è stata denunciata l'assenza di una norma sull'auto-riciclaggio: in Italia, ad esempio, chi vende droga e poi "ricicla" il denaro "sporco" può essere punito per traffico di stupefacenti, ma non per aver riciclato i proventi illeciti. E questo nonostante l'opposizione abbia presentato un emendamento in proposito, stralciato e rimandato dal Governo a data da destinarsi. Nella "Goodnews" di questa settimana, invece, si parla dell'iniziativa di alcuni ragazzi de "L'Onda", il movimento studentesco nato dalle proteste contro la Gelmini, che hanno deciso di proseguire la lotta in una maniera molto costruttiva, ovvero aiutando i ragazzi in difficoltà con lo studio organizzando dei corsi di recupero gratuiti dove tali corsi, che dovrebbero essere organizzati dalle scuole, non sono concessi a causa dei tagli ai fondi delle scuole.

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Per tutti i nostalgici della DC e/o di Craxi ...
post pubblicato in Diario, il 12 gennaio 2009


                                                

... un solo numero. 1670,6 miliardi di euro di debito pubblico. Pari a 27.923 euro che gravano su ogni cittadino italiano, da quelli a un passo dall'aldilà a quelli ancora in fasce. Miliardi e miliardi di euro di interessi che ogni anno potrebbero essere investiti per il benessere del Paese, e che invece bruciamo inutilmente.

Un eredità quasi totalmente ascrivibile agli anni Settanta e Ottanta, tutti governati dalla Democrazia Cristiana di Andreotti, Forlani e De Mita e dal Partito Socialista di Craxi. Magari all'epoca si aveva la percezione del benessere, tanto che ora, di fronte alle crisi e/o ai provvedimenti impopolari dei Governi risanatori, si guarda a quel periodo con nostalgia. Ma i nostri problemi attuali derivano proprio dalle follie di quel periodo, dalla "spesa allegra", dalla corruzione e dal clientelismo di quei Governi.

Peccato si siano dimenticato di dirlo nel docu-film "La mia vità è stata una corsa" su Bettino Craxi: sì, proprio quello che qualcuno, Lui,  ha avuto anche la decenza di dire "andrebbe proiettato in tutte le scuole". Tra i tanti banchetti dedicati in suo onore all'estero, un po' di spazio lo potevano trovare. Ma forse è stato meglio così, altrimenti andava a finire che i dati sul debito pubblico avrebbero occupato proprio quei cinque minuti, ma che dico tre, su tutto il documentario, che sono stati dedicati a Tangentopoli ... ma che volete, sono dettagli. Almeno hanno avuto la decenza di metterlo in seconda serata, e di mettere il dibattito sul film (con decine di ospiti ma nessun contradditorio ...  tra l'altro tutti berlusconiani a difendere Craxi, "chissà" perchè) in terza serata. Vero che è Mediaset, ma persino Mediaset ha una sua dignità. 

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Furono affarismo e clientelismo a fermare il progresso, non Mani Pulite
post pubblicato in Diario, il 25 novembre 2008


                                             
                                        
Domenica scorsa, in un suo comizio in Abruzzo, il Premier Berlusconi ha parlato di "Mani Pulite", ovvero del pool di magistrati della Procura di Milano che all'inizio degli anni Novanta smascherò quel complesso giro di tangenti che dominava nei principali partiti di allora, ovvero la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista di Bettino Craxi, in quell'ondata di arresti che passò alla storia con il nome di "Tangentopoli" e che portò alla fine di Craxi e a quasi cinquant'anni di governi centristi. Ebbene, secondo Berlusconi, Mani Pulite fermò "50 anni di progresso".

Ora, è ovvio che la sparata a zero su Mani Pulite non era casuale ma indirizzata a Di Pietro, acerrimo nemico politico di Berlusconi e protagonista di quel pool di magistrati, ma soprattutto leader del partito di Carlo Costantini, candidato Presidente del centrosinistra alle elezioni regionali dell'Abruzzo (che si terranno a metà dicembre). Comunque, al di là delle questioni prettamente politiche, la sparata di Berlusconi smaschera per l'ennesima volta l'idea di sicurezza e legalità di questo Governo: ovvero mostrarsi duri con i deboli, ed essere deboli con i forti; provvedimenti (tra l'altro inutili) e campagne politiche contro i clandestini, ma contestualmente campagne politiche contro i magistrati che fanno il loro dovere e "laissez-faire" riguardo corruzione e malapolitica. E il bello è che, almeno per il momento, è un'idea vincente, dato che molti Italiani hanno molta più paura degli immigrati che dei politici corrotti, e che rimpiangono l'epoca democristiana che, per molti Italiani, è simbolo di benessere.

Ma non è così. I grandi problemi economici dell'Italia, infatti, sono principalmente dovuti ad una spesa pubblica innefficiente e ad un debito pubblico elevatissimo (il terzo del mondo), che ci fanno sprecare ogni miliardi e miliardi di euro che gli altri Paesi possono invece utilizzare per scopi più profittevoli. Ebbene, entrambe le cose sono principalmente da imputare proprio a quell'epoca, quando i governi della DC, dopo la positiva gestione del "boom economico" degli anni Cinquanta-Sessanta, dagli anni Settanta furono caratterizzati sempre di più da affarismo e clientelismo, facendo aumentare il debito pubblico, ad esempio, con milioni di assunzioni, molto spesso inutili e di gente impreparata, solo per ottenere voti, oppure con migliaia di appalti, spesso per opere pubbliche inutili e affidati ad imprese inventate solo per questi appalti, sempre e solo per ottenere voti. Il tutto, ovviamente, gestito con un sistema di tangenti. La "bolla" di questa malagestione politica, però, scoppio solo all'inizio degli anni Novanta, proprio quando Mani Pulite pose fine a questa scellerata gestione. E così ci siamo ritrovati con Governi costretti a provvedimenti impopolari per porre riparo al grave dissesto economico, per entrare in Europa, per mantenere l'equilibrio, (salvo parentesi di dissesto coincidenti, guarda un po', ai periodi dei Governi Berlusconi), con blocchi delle assunzioni (anche quando servirebbero, e con persone preparatissime) e difficoltà a finanziare le opere pubbliche (anche quelle utili, molto utili). E, quindi, con molte persone convinte che la causa di tutti questi mali siano i governi post-Tangentopoli, non quelli precedenti.

E, comunque, difendere i corrotti e i corruttori è perlomeno cosa deprecabile per un Presidente del Consiglio. Vabbè che si trovava a fare i comizi per un candidato presidente come Gianni Chiodi che promette posti di lavoro in cambio di voti, in uno stile moderno (il video su YouTube) ma per niente di verso da quello del buon Lauro (quello della scarpa prima del voto, e l'altra dopo). Ma perlomeno i suoi alleati, Alleanza Nazionale e Lega Nord, che all'epoca di Tangentopoli furono fra i più accaniti battaglieri contro Craxi e i corrotti (vi ricordate i "cappi" mostrati in Parlamento, i manifesti del Movimento Sociale e quelli della Lega?), potrebbero dissociarsi. Così come potrebbe farlo Vittorio Feltri, che con il suo "L'Indipendente", precursore di "Libero", fu tra i protagonisti della battaglia mediatica contro Craxi e i partiti della Tangente, con prime pagine ed editoriali al vetriolo (e lodanti Di Pietro).

E invece tutti zitti, come ormai fanno da anni. Da quella "discesa in campo" che, almeno nelle parole, doveva contrassegnare proprio la distanza da "Tangentopoli" e nella quale si elogiavano i protagonisti di Mani Pulite, tanto da offrir loro posti da ministro. Ma erano altri tempi, no?

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