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il blog di Francesco Zanfardino
Senza l'Italia ... e l'Italia senza
post pubblicato in Diario, il 25 ottobre 2010


Riascoltando le parole di Marchionne a "Che tempo che fa" ho pensato: ma invece di chiederci cosa sarebbe questa Fiat senza l'Italia, vogliamo domandarci come sarebbe l'Italia senza questa Fiat?

Ci stiamo dilaniando infatti da mesi sulla sfida che, proprio Marchionne, ha lanciato all'Italia: il dibattito, però, ha dato fin troppa importanza alla Fiat, ritenendola quasi un fattore indispensabile al nostro Paese, come un qualcosa che "detta la linea" e alla quale l'Italia deve trovare il modo di adeguarsi. Non è così, e sarebbe ben grave se così fosse.

Per carità: non sono uscito improvvisamente pazzo. Mi rendo benissimamente conto che attualmente la Fiat è una delle colonne del sistema produttivo-lavorativo italiano, costituendo una fetta non trascurabile del PIL e dell'occupazione italiana; e che se la FIAT, di punto in bianco, scomparisse dall'Italia sarebbe un colpo durissimo, da cui sarebbe difficile riprendersi. Quel che voglio dire, però, è che questo non è vero in senso assoluto: l'Italia, insomma, può anche fare a meno della FIAT.

Anzi: probabilmente, e fra non molto, dovrà farne a meno. Marchionne non mi sta simpatico (e soprattutto mi stanno ancora più sui cosiddetti tutte le sovrastrutture politico-sindacali che ne sfruttano le decisioni per impostare un nuovo modello di produzione), ma credo abbia ragione quando sostiene, in sostanza, che le produzioni FIAT ormai siano diventate sempre meno compatibili con il sistema produttivo italiano, troppo incompetitivo su questo fronte (e su altri fronti di produzione strettamente "operaia") rispetto ad altri sistemi produttivi quali quello polacco, rumeno, serbo.

Il problema è che le sovrastrutture politico-sindacali di cui sopra (Governo, Confindustria, Cisl e Uil, centrodestra e anche settori del centrosinistra e della stessa Cgil, nonchè buona parte della cosiddetta "società civile"), di fronte a questo oggettivo problema di competitività, rispondono con la diminuzione dei diritti e della qualità del lavoro in generale. Per carità (2): l'accordo di Pomigliano non è l'introduzione del regime lavorativo cinese. Ma, piccoli o grandi passi che siano, verso quale modello di produzione vogliamo portare l'Italia? Verso quello polacco, serbo, rumeno, cinese? O verso un nuovo modello di produzione, che preservi e anzi migliori la qualità del lavoro in Italia, e gradualmente sostituisca le produzioni "operaie" (cioè quelle basate soprattutto sulla forza-lavoro) con quelle specialistiche, di eccellenza, di valorizzazione dei "cervelli", cioè quelle produzioni basate soprattutto sulla "qualità", sulle quali la concorrenza dei polacchi o dei cinesi è pressochè nulla. Nonchè "nuove" produzioni, che rispondano alle esigenze dei "nuovi" mercati che si stanno aprendo in Italia, come quelli che riguardano le energie rinnovabili, ad esempio.

Ecco cosa vorrei, insomma: una politica, un sindacato che non pensi soltanto alle sfide dell'oggi, ma soprattutto alle sfide del futuro. Che non stia appresso a Marchionne, a chi vuole stare senza l'Italia, ma ai giovani che si stanno affacciando al mondo del lavoro e che in Italia vogliono starci, persino in quest'Italia sempre più senza futuro.

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Scontro frontale
post pubblicato in Diario, il 8 settembre 2010


                                            

Da una parte, scene di ordinaria follia alla Festa Pd di Torino con fumogeni scagliati contro Bonanni della Cisl. Dall'altra, una Federmeccanica che rescinde unilateralmente il contratto nazionale tanto faticosamente conquistato all'inizio del 2008 dopo una difficilissima trattativa tra i sindacati e l'allora presidente di Federmeccanica Massimo Calearo (la cui successiva candidatura nel PD fu per questo molto molto contestata a sinistra).

Davanti alle violenze di questi giorni, si torna a parlare di "cattivi maestri". Io credo invece che questo tipo di violenze sono ingiustificabili, e imputarle a cattivi maestri sarebbe quasi una giustificazione per chi ha commesso la vile e soprattutto pericolosa aggressione a Bonanni. Tuttavia, se proprio dovessimo parlare di "cattivi maestri", mi domando se in questa definizione non rientrino solo coloro che soffiano sul fuoco delle contestazioni violente, ma anche coloro che fornisco il "substrato" a queste contestazioni. Come quegli industriali che ingaggiano lo scontro con i propri lavoratori, come fatto ora da Federmeccanica e qualche tempo fa da Marchionne con la decisione di tener fuori i tre operai di Melfi. Quei sindacati come la Cisl e la Uil che, se non si sono "venduti al padrone" come recitavano gli striscioni dei contestatori di Torino, si ormai da tempo troppo piegati a questa logica confindustriale e berlusconian-sacconian-brunettiana. Quei partiti politici come il PD che, in preda ad una distorta idea di "riformismo", seguono troppo spesso le orme di questi sindacati. E quesi sindacati come la Cgil che, in preda al conservatorismo più becero, non riescono a convogliare le "forse oppositive" in "forze propositive", per un cambiamento progressista e (davvero) riformista del mondo del lavoro.

Serve una nuova politica sul lavoro, insomma, cara CGIL. Ma non come la vogliono Confindustria e i berluscones, con a ruota Cisl e Uil, un modello tutto basato sulle esigenze degli imprenditori (che comunque vanno considerati anch'essi come lavoratori, e non come "padroni"). E se il PD riuscisse in questa opera di ricucitura, superando lo scontro frontale tra le due parti, riuscerebbe a dimostrare tutto il suo enorme potenziale positivo per l'Italia. Oltre che ad essere se stesso, anzichè inseguire gli altri.

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Rivoluzioni?
post pubblicato in Diario, il 29 gennaio 2010


                                                    

Con un grande e giusto risalto mediatico, il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha annunciato che d'ora in poi Confindustria espellerà chi paga il pizzo. Gli industriali italiani quindi fanno propria l'iniziativa portata avanti da anni da Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, e che anche allora aveva suscitato molti commenti positivi.

Commenti positivo cui si aggiunge il mio, anche se con il solito ma. Infatti, questa sorta di "codice etico" interno agli industriali funzionerà in modo tale da espellere solo le persone condannata in via definitiva per associazione mafiosa (e di sospendere quelli raggiunti solo da provvedimenti cautelari o senza una sentenza definitiva): e qui viene il ma. Infatti, premesso che certe cose dovrebbero essere scontate e invece in Italia divengono "rivoluzioni", che io sappia pagare il pizzo non è ancora reato, tantomeno si può essere condannati per associazione mafiosa per aver pagato il pizzo. Quindi, o è sbagliato ciò che ci dicono, o Confidustria ha toppato.

Comunque, la verità è che, in ogni caso, non sarebbe affatto una "rivoluzione" espellere chi paga il pizzo, per il semplice motivo che Confindustria non può certo sapere chi paga il pizzo, fino a quando qualche imprenditore non lo denuncia oppure viene scoperto. Una bella "rivoluzione" sarebbe invece che Confindustria chiedesse a tutti i suoi associati di pubblicare i propri bilanci in maniera minuziosa e trasparente, con una particolare attenzione alla provenienza dei capitali investiti, in maniera da rendere impossibile nascondere introiti illeciti derivanti da collusioni col sistema mafioso. Temo però che per avere questo dovremo attendere molti anni ... e una imprenditoria migliore.

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Potere ai lavoratori
post pubblicato in Diario, il 12 agosto 2009


                                           
 
Alla fine i lavoratori dell'Innse ce l'hanno fatta. Magari non sarà stato solo merito loro, ma certamente la loro lotta ha contribuito a trovare un valido acquirente per una fabbrica che era tutt'altro che fallita, come forse qualche speculatore voleva furbescamente asserire, ma in piena capacità produttiva (altrimenti l'acquirente non avrebbe promesso zero tagli ed addirittura ampliamenti di mezzi e produzione), e soprattutto con tanti lavoratori disposti a sacrificare la propria quotidianità pur di lavorare. "Semplicemente" per lavorare.

L'attaccamento alla fabbrica dimostrato da quel centinaio di lavoratori milanesi deve diventare un modello per tutti i lavoratori italiani. Non solo come forma di lotta, che sarà certamente e giustamente emulata da tanti altri lavoratori in un autunno che si preannuncia caldissimo (anche se "qualcuno" si ostina ancora a dire in giro che la crisi è alle nostre spalle e che non c'è da temere per i posti di lavoro), ma come spirito di partecipazione diretta ai destini del proprio luogo di lavoro. La semplice "lotta operaia", infatti, può non bastare: i lavoratori dell'Innse, infatti, hanno creato le giuste premesse, ma ciò non toglie che l'acquirente poteva anche non uscire fuori. E così avrebbero pagato le conseguenze di una scellerata logica speculativa. E d'altronde sono sempre principalmente i lavoratori a pagare.

Non deve essere così. Per questo i lavoratori, visto che i sindacati non si muovono da anni ormai, devono chiedere nelle prossime lotte, oltre alla conservazione del proprio posto di lavoro, anche una forma di partecipazione alle decisioni che determinano il loro destino. Insomma, che sia l'azionariato operaio, o la co-decisione sul modello tedesco (dove per le grandi aziende i lavoratori hanno pari dignità decisionale rispetto alla proprietà, mentre per le piccole aziende tale potere si riduce al 33%), gli industriali devono cominciare a capire che i lavoratori non sono numeri, ma il motore delle loro aziende, e dunque devono avere il diritto di partecipare alle decisioni che li riguardano, o perlomeno di condividerne gli utili, e non solo i fallimenti. Certo, non sarebbe la soluzione di tutti i mali. Anche i lavoratori, e soprattutto i sindacati, quando ci si mettono, riescono a fare il male di se stessi. Ma lo stesso vale, e molto di più, per gli imprenditori: e allora perchè solo loro devono determinare il destino delle imprese?

Pari dignità e rispetto reciproco. Questa deve essere la nuova frontiera della lotta operaia. Ci saranno da battere probabilmente le resistenze di Confindustria, e persino probabilmente di una parte del mondo sindacale che vedrebbe nella co-decisione una collaborazione col "nemico" e una rinuncia alla "lotta di classe". Ma se persino il Ministro del Welfare di uno dei governi più "confindustriali" della storia ha osato qualche tempo fa ipotizzare un simile scenario, forse forse qualche possibilità c'è. La lotta, d'altronde, è dura ... ma non ci deve far paura, no?

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Questa poi
post pubblicato in Diario, il 21 giugno 2009


                                                            

"C'è troppo pessimismo: per l'Italia è un momento magico". No, stavolta non è Berlusconi, bensì il "piccolo Mago" Brunetta. Secondo l'eterno secondo di Tremonti, infatti, "solo 500mila sono i lavoratori davvero in difficoltà, anche se hanno comunque una copertura dell'80%, poi ci sono 14 milioni che hanno mantenuto il reddito e che hanno guadagnato in potere d'acquisto per il calo dell'inflazione". Peccato che a questo conto manchi "qualche" milioncino di Italiani, tra lavoratori che hanno perso il posto di lavoro senza alcuna tutela, e milioni di Italiani poverissimi che già non lavoravano.

Comunque, a proposito di "momento magico", ecco cosa ci dicono le notizie di questi giorni:
- Confcommercio (20 Giugno): consumi in calo dell'1.4% per il 2009 (nel 2008 erano già calati dello 0.8%), ma soprattutto nel 2010 avremo un PIL pro-capite inferiore a quello del 2001, ovvero abbiamo perso dieci anni di crescita economica;
- Confindustria (18 Giugno): nel 2009 il PIL calerà del 4.9% (precedenti stime erano del 3.5%); il debito pubblico arriverà nel 2010 al 117.5% (nel 2008 era al 105.7%), altro che sotto al 100% nel 2011 come promesso da Berlusconi ad Ottobre 2008; consumi in calo dell'1.9% nel 2009; tra 2008 e 2010 verranno persi un milione di posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione al 9.3% (livelli mai toccati dal 2000 in poi);
- Ocse (17 Giugno): nel 2009 PIL -5.3% (stima precedente -4.3%); entro quest'anno la disoccupazione potrebbe raggiungere il 10%; il rapporto deficit/PIL raggiungerà il 6% nel 2010 (altro che pareggio di bilancio, ovvero 0%, nel 2011 come promesso ad Agosto 2008 da Tremonti-ho-capito-tutto-in-anticipo-sulla-crisi); il debito pubblico supererà il 115%, tendendo al 120%; nel 2009 i consumi caleranno del 2.4%, mentre gli investimenti fissi caleranno del 16%; per quanto riguarda il commercio estero, le esportazioni caleranno del 21.5% e le importazioni 20.2%;

Stiamo parlando di pochi giorni fa, e soprattutto di istituiti che non possono certo essere accusati dalla "potentissima" sinistra comunistaa trans-nazionale, anzi parliamo dei confindustriali-confcommerciali amici di Berlusconi e dell'organizzazione internazionale più rinomata al mondo in campo economico.

Bel momento magico, davvero. Chissà come saranno quelli "normali", in mano a gente come Brunetta.

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Lo stalinista di Arcore
post pubblicato in Diario, il 23 maggio 2009


                                               

"La Finocchiaro e D'Alema si sono comportati in modo indegno, ignobile e spudorato attribuendomi parole che non ho mai pronunciato e cioè che il Parlamento sarebbe inutile e dannoso. Questo è lo stenografico del passaggio del mio intervento a braccio alla Confindustria per l'accenno fatto al Parlamento: 'Il Presidente del Consiglio non ha praticamente nessun potere perché, come sapete, la Costituzione è stata scritta dopo il ventennio fascista. Non è stato dato nessun potere al governo e tutti i poteri sono stati dati al Parlamento. Il Parlamento è pletorico: ci sono infatti 630 deputati, quando ne basterebbero 100. Chiaro che per arrivare a questo dovremmo arrivare ad un disegno di legge di iniziativa popolare perché non si può chiedere ai capponi o ai tacchini di anticipare il Natale! Credo che questo sia e debba essere chiaro a tutti. Evidentemente l'antico vizio stalinista di capovolgere la realtà non è mai venuto meno".

Parola di Silvio Berlusconi, che oggi ha replicato così alle polemiche messe in campo dagli "stalinisti" come Fini (!!!) dopo il suo intervento all'assemblea di Confindustria. Tutto vero: lo stenografico riportato da Berlusconi è corretto: peccato che sia incompleto. Ecco le parole pronunciate dal Premier dopo la metafora sui "capponi": "Adesso diranno che io offendo il Parlamento, ma questa è la pura realtà: le assemblee pletoriche sono assolutamente inutili e controproducenti". D'altronde, come ha detto Berlusconi a Rtl 102.5, "c'è la registrazione televisiva e quella radiofonica".

Peccato, però, che nè RTL, nè i vari TG e i vari giornali abbiano riportato queste parole, dopo aver riportato le bugie del Presidente, a parte sparute minoranze.  D'altronde, me ne sarei meravigliato, dato che questo non avviene mai tutte le volte che Berlusconi smentisce falsamente ciò che ha detto il giorno prima, ovvero ogni volta che dice una cazzata. Tanto da meritare il soprannome di "Mister Frainteso".

Così come nessuno sottolinea che, ddl di inziativa popolare o no, giusta o no, in ogni caso la proposta di Berlusconi dei "100 parlamentari" dovrebbe passare per le Camere, ovvero per quei "capponi" che non dovrebbero voler "anticipare il Natale", dimenticandosi, tra l'altro, che la stragrande maggioranza di quei "capponi" ce l'ha messa lui. L'unico modo sarebbe fare un Referendum: e, d'altronde, se Berlusconi conta di raccogliere "milioni di firme" al suo ddl, sarebbe anche la cosa più ovvia fare un Referendum, per il quale servono solo 500mila firme. Ma il problema è proprio questo: Berlusconi non vuol fare il Referendum, perchè altrimenti si farebbe davvero, e probabilmente gli Italiani voterebbero anche sì, riducendo così le poltrone per il suo enorme codazzo di avvocati, soubrette e lecchini, senza tra l'altro risolvere il problema della presunta "lentezza" del Parlamento (per il quale servono altre riforme). A Berlusconi, invece, conviene fare campagna elettorale con il suo ddl, farselo bocciare dalle Camere (dato che difficilmente le opposizioni voterebbero una riduzione così eccessiva dei parlamentari, controproducente per la democrazia, ed altrettanto per il suo stuolo di "spingi-bottone", per i motivi prima spiegati) e poter così bollare suoi avversari di essere "la Casta", mentre lui potrà diventare l'eroe dell'anti-Casta.

P.S. A tal proposito, Di Pietro prima dirà no alla proposta di Berlusconi, in nome della "democrazia" messa in pericolo dal "regime", poi voterà sì, pur di smarcarsi dalla posizione del Partito Democratico. Come ha fatto sul referendum elettorale, per il quale aveva raccolto le firme, salvo poi disconoscerlo ed incitare al NO. Scommettiamo?

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La sicurezza sul lavoro? Non è un emergenza ...
post pubblicato in Diario, il 12 febbraio 2009


                                                          

Tra gli effetti del "decreto milleproroghe" approvato ieri dal Senato c'è l'ennesimo rinvio dell'applicazione del Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro: due anni di slittamento, lo vedremo (forse) nel 2011. Il Testo, varato dal Governo Prodi nelle sue ultime settimane di vita, mancava solo dei decreti attuativi. Il Governo Berlusconi, però, fin dall'inizio ha manifestato la sua insofferenza per il Testo, spalleggiato da Confindustria e dai poteri forti che lo sostengono, in quanto il Testo prevederebbe "sanzioni sproporzionate che distolgono l'attenzione delle imprese dallo sforzo di aumentare la sicurezza". E così il Governo ha progressivamente svuotato il Testo: l'ultima modifica prevede la cancellazione della legge 626 per le piccole aziende.


Ma, andando a leggere il Testo, scopriamo che la sanzione "sproporzionata" prevista è dai 6 ai 18 mesi per gli imprenditori inadempienti sulla sicurezza. Alla faccia della sproporzionalità! E' fin troppo poco prevedere 6-18 mesi di carcere per gli imprenditori che speculano sulla pelle dei propri lavoratori! E allora quale sanzione vogliamo mettere: una multa? Gli fatte un baffo agli imprenditori disonesti, che intanto ci avranno guadagnato molto di più risparmiando sulla sicurezza dei propri lavoratori. 

E intanto, nei posti di lavoro, si continua a morire ... più di mille morti l'anno, ma per il Governo non è un'emergenza.

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Prima straordinari, ora settimana corta ... si decidano!
post pubblicato in Diario, il 22 dicembre 2008


                                                

21 Maggio 2008, dopo il primo CdM di Napoli: "Come preannunciato, il Consiglio dei ministri riunito oggi a Napoli ha dato il via libera alla detassazione degli straordinari (cedolare secca del 10% sulle ore lavorate in più), fortemente voluta dal Governo e preparata dai Ministri Tremonti e Sacconi. Il costo dell'operazione sarà di circa 1 miliardo. Emma Marcegaglia, di Confindustria: "E' un risultato di cui essere fieri, è positivo, dobbiamo dirlo con forza".

24 Novembre 2008: "Confindustria chiede al Governo per il momento di soprassedere sulla detassazione degli straordinari".
27 Novembre 2008: il Ministro Sacconi: "Vogliamo confermare la detassazione degli straordinari, ma dobbiamo fare in modo che sia piu' generalizzata e piu' trasparente".
28 Novembre 2008: "Decade a fine 2008 la detassazione degli straordinari. Tremonti: "Riteniamo che in questa fase dell'economia la norma possa essere lasciata da parte".

22 Dicembre 2008: "Lavorare anche meno, pur di lavorare tutti". È lo slogan con cui Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, sintetizza il piano del governo per salvare i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi. Confindustria: ok alla "settimana corta".

Insomma, nel giro di 6 mesi Confindustria e Governo sono passati da un'estremo all'altro, dall'esaltazione della detassazione degli straordinari all'elogio della sua inutilità, fino all'esaltazione della "settimana corta" . Vabbè, direte voi, nel frattempo c'è stata la crisi, e quindi sono cambiate le prospettive. Ma sbaglio o Tremonti e il Governo si vantavano di essre stati primi ad intuire la crisi e ad agire di conseguenza con la manovra di Luglio?

Dilettanti. Chiaritevi almeno le idee.

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Per i diritti dei consumatori non c'è mai tempo
post pubblicato in Diario, il 18 dicembre 2008


                                                

Niente da fare. Il Governo "decisionista" ha deciso di rinviare per altri sei mesi l'introduzione della class-action. L'azione collettiva doveva entrare nell'ordinamento a Luglio 2008, come deciso dal Governo Prodi, ma il nuovo Governo, fra i suoi primi provvedimenti, subito ne rinviò l'applicazione di sei mesi. Dunque, complessivamente la class-action è slittata di un anno: doveva partire a Luglio 2008, partirà a Luglio 2009. Forse.

Ma la cosa singolare è la motivazione: ovvero che "c'è bisogno di tempo per modificare la norma, per migliorarla e renderla più efficace". Questa è, in sostanza, la posizione espressa dal Governo in entrambi i rinvii. D'altronde, anche alcune associazioni dei consumatori, all'epoca del Governo Prodi, chiesero modifiche per rendere più efficace la nrorma. Ora, a parte che un Governo "decisionista" non dovrebbe aver bisogno di un anno per modificare una semplice norma (manco fosse una riforma generale della Giustizia!), si è subito capito quali sono in realtà le modifiche da effettuare: accontentare lobby e Confindustria rendendo la class-action uno strumento inoffensivo. Con il secondo rinvio, infatti, il Governo ha anche annunciato le "modifiche", ovvero: minori poteri alle associazioni dei consumatori, non più uniche organizzatrici delle class-action; maggiori difficoltà per l'ammissibilità dei ricorsi; utilizzabilità solo per gli illeciti avvenuti dopo il Luglio 2008. Ovvero non saranno possibili class-action su casi come Parmalat, Cirio, bond Argentina, ecc. ecc. Proprio le vicende collettive che hanno causato i maggiori danni al Paese e ai consumatori.

Perchè? Perchè devono sempre essere i consumatori a pagare?

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Un anno e mille morti dopo
post pubblicato in Diario, il 6 dicembre 2008


                              

Un anno fa la tragedia della ThyssenKrupp. E' impossibile sottrarsi a questa abitudine mediatica degli anniversari, per la quale certi argomenti vengono affrontanti solo una volta all'anno, in queste occasioni, e poi ce ne si dimentica, a parte qualche breve comunicato sull'ennesima morte sul lavoro (ma solo quando ne muoiono più di uno al giorno, e nemmeno sempre). Su "Discutendo" invece avete potuto spesso leggere di questo argomento, e certo non solo come semplice "cronaca da bollettino".

1003 morti in un anno. Dietro questi numeri terrificanti (quasi 3 morti al giorno!) c'è tutto un mondo, fatto di lavoratori costretti a lavorare in condizioni disumane, in assenza di condizioni di sicurezza, costretti a lavorare oltre il massimo consentito, pagati a nero e male, senza tutele sindacali, senza dignità. Perchè spesso il lavoro, in Italia, non nobilita l'uomo, lo rende senza dignità (quando non l'uccide). Ma anche un mondo fatto di imprenditori disonesti che fanno profitto sulle spalle dei lavoratori. Di sindacati che con più forza dovrebbero denunciare questo scempio. Ma soprattutto un mondo fatto da Confindustriali e Governanti senza vergogna, che annullano il tema delle morti bianche dall'agenda politica del Paese, che, quando non provano a sminuire il problema (Castelli docet), cancellano quel minimo sforzo verso la legalità costiuito dal Testo Unico sul Lavoro del Governo Prodi: per loro chi specula sui propri lavoratori non deve essere punito.

Non per niente oggi a Torino non c'era nessun rappresentante di Confindustria e del Governo. Meglio farsi la campagna elettorale in Abruzzo e dire assurdità, anzichè mostrare la propria vicinanza, perlomeno con un comunicato. Vabbè, perlomeno sono coerenti.

P.S. E, diamine, smettiamola di usare quel termine ("morti bianche"). In queste morti di bianco non c'è nulla.

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Angeletti, Bonanni, Berlusconi
post pubblicato in Diario, il 20 novembre 2008



       

Tre frasi, una richiesta.

- Luigi Angeletti (segretario UIL) a Ballarò: "Non ero a Palazzo Grazioli" (all'incontro segreto fra Governo, Confindustria, CISL e UIL);
- Raffaele Bonanni (segretario CISL) a La Repubblica: "Mi hanno visto da Berlusconi? Si sbagliano, ero a Porta a Porta".
- Silvio Berlusconi (Capo del Governo), telefonata a Ballarò: "L'incontro c'è stato".

Cari Angeletti e Bonanni, dimettetevi. O almeno ammettete i vostri errori e chiedete scusa alla CGIL, ai lavoratori e a tutti gli Italiani che avete tentato di prendere per i fondelli. I sindacati, nonostante tutto, sono una cosa seria, e prima ancora di avere le idee giuste, bisogna avere una dignità, una serietà e una correttezza che non avete per niente dimostrato di avere.

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Non c'è giustizia per le morti sul lavoro
post pubblicato in Diario, il 18 ottobre 2008


                                                     

Ieri non è stata certo una bella giornata riguardo le morti sul lavoro. Innanzitutto ci sono state ben otto morti sul lavoro in una sola giornata, una cifra impressionante che si va aggiungere alla lista altrettanto impressionante delle morti "bianche", che poi di bianco non hanno nulla. Una tragedia infinita che travolge uomini e donne, italiani e stranieri, giovani e meno giovani, tutti resi uguali di fronte alla tragicità e all'insensatezza di una morte che li ha colti mentre lavoravano, ovvero mentre esplicavano il loro contributo al benessere della società. E' un'assurdità, ma in Italia questo accade, e molto di più che altrove.

Ma, sconcertato ma putroppo abituato a questa sfilza di morti, quello che più mi ha colpito della giornata di ieri è un'altra cosa: ovvero la prova che per queste morti non c'è giustizia. Ieri, infatti, si è concluso il processo sulle due morti all'ILVA di Taranto nel 2003. Eccone l'esito: assoluzione per Emilio Riva, presidente del CdA, un anno e sei mesi per Luigi Capogrosso, direttore dell'ILVA, e un anno di reclusione per altri quattro dirigenti. Insomma, la vita di due operai vale pochi mesi di carcere, nel peggiore dei casi. Tuttu questo mentre nel frattempo l'ILVA di Taranto, estremamente fuorilegge per l'inquinamento e la sostenibilità ambientale, continua a mietere decine e decine di morti fra i suoi operai, senza avere giustizia.

Ma di tutto ciò c'è una responsabilità ben precisa: quella dei Governi. Governi che hanno permesso e continuano a permettere simili stillicidi, senza prevedere pene più dure e più certe per chi ammazza i propri lavoratori, o perlomeno, diamine, prevedere delle pene, che già sarebbe qualcosa. E, quando poi un Governo decide di fare qualcosina, quello successivo (l'attuale) lo cancella subito, ubbidiente alle richieste degli industriali interessati molto più al proprio ritorno economico che alla pelle dei propri lavoratori. D'altronde, come sono ormai spesso costretto a ripetere, la tolleranza zero si ferma sempre davanti ai cancelli delle fabbriche.

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