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il blog di Francesco Zanfardino
Il consenso
post pubblicato in Diario, il 17 novembre 2010


"Alla luce delle politiche aziendali fin qui perseguite, esprimi fiducia nel direttore generale della Rai Mauro Masi"? Questa la, se vogliamo, banalissima domanda posta ai giornalisti RAI dalla loro organizzazione sindacale, l'Usigrai. Ebbene, dei 1878 aventi diritto ben 1.314 hanno votato NO e solo 77 sì (con 29 schede bianche e 18 nulle).

Ora: le capacità non si misurano dal consenso, o quantomeno non solo da quello. Ma una così schiacciante sfiducia da parte dei suoi dipendenti, che si unisce ai ripetuti schiaffi alle proprie politiche aziendali ricevuti dalla critica e soprattutto dal pubblico (che favoriscono le trasmissioni ostacolati da Masi) e ad una pressochè oggettiva supinità agli interessi berluscones, dovrebbe portare il dg Masi a dimettersi seduta stante. Perchè il consenso non è tutto, ma la RAI è pur sempre nel mercato e ha bisogno di manager capaci di puntare al massimo di servizio pubblico col massimo di ascolti, e non al minimo di tutti e due.

E poi l'esaltazione del "consenso" non è uno dei pilastri della cultura berlusconiana di cui Masi è fedele servitore?

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Riporto Report: Il Re è nero
post pubblicato in Riporto Report, il 11 maggio 2009


                                           

E' Lunedì e quindi, come d'abitudine, Discutendo si occupa della puntata settimanale di Report, l'ottima trasmissione d'inchieste giornalistiche condotta ogni Domenica sera da Milena Gabanelli su RaiTre. Stavolta si parla di paradisi fiscali, ed in particolare della piccola Repubblica di San Marino (qui il video della puntata, qui la sua trascrizione integrale).

IL RE E' NERO (Paolo Mondani)

San Marino ha 31mila abitanti per 61 km quadrati, ma vi risiedono 12 banche, 59 finanziarie, 6mila imprese ed una crescita media annua del 5.66% del PIL, in linea con le grandi economie emergenti (certo non con l'Italia della decrescita). Il motivo di tanta abbondanza? Un sistema fiscale "conveniente". A San Marino infatti l'imposta è del 19%, contro la pressione fiscale italiana che è già oltre il 40%; ma, soprattutto, nella Repubblica del Titano vige il segreto bancario, e non esiste il reato di evasione fiscale. Succede così che tantissime imprese italiane (comprese le mafie, prima "azienda" del Paese), o per risparmiare un po' sulle tasse, o per riciclare "soldi sporchi", o per entrambi i motivi, diventano fittiziamente "sanmarinesi". Poco importa se in realtà l'impresa vive e produce in Italia, perchè tanto il meccanismo legislativo è così complesso da rendere difficile fermare questa colossale truffa ai danni dello Stato, sia in termini di danni erariali (nel 2007 le banche sanmarinesi hanno raccolto 14 miliardi di euro), sia in termini di contrasto alle mafie.

Questo anche perchè a San Marino non esistono dogane, dunque l'accesso è libero e aperto a tutti (compresi soldi in fuga dall'Italia), perchè l'Italia non fa abbastanza controlli al confine ed in generale sulle imprese "sanmarinesi", perchè c'è stato un certo lassismo da parte di Bankitalia e perchè gli interessi di molte imprese italiane spingono anche la politica italiana a "non impicciarsi". Così che in Italia ancora vige una Convenzione sul libero scambio fra cittadini stipulata con San Marino nel '39, ritenuta persino superiore delle leggi italiane ed europee sull'anti-riciclaggio, che nei fatti legalizza questo stato di cose.

Interessi forti che però danneggiano fortemente l'economia italiana, quella che non imbroglia, perchè non esiste più una libera e pari concorrenza fra le imprese: quelle che truffano lo Stato vanno avanti, quelle oneste si spaccano la schiena e sopravvivono a stento. Per non parlare di noi cittadini, specialmente i dipendenti pubblici, costretti a pagare tutte le tasse e che ben vorrebbero pagarne di meno, facendole pagare a tutti.

Fortunatamente, però, i tempi di crisi sembrano aver aperto gli occhi all'Italia, e a tutta la comunità internazionale. Ad Aprile il G20 di Londra ha infatti deciso di dire basta ai paradisi fiscali, cominciando dall'abolizione del segreto bancario: è stata stilata una lista "nera" di Paesi che non vogliono collaborare, una "bianca" di Paesi già virtuosi e una "grigia" di Paesi che adotteranno nuove regole, poi si vedrà. San Marino è in quella grigia. Vedremo, anche perchè tra poco l'Italia finalmente rinegozierà la famosa Convenzione del '39, e pretenderà l'abolizione del segreto bancario. Speriamo bene.  

IL MIO COMMENTO: Ebbene, la "questione San Marino" è interessante sotto molti punti di vista. Innanzittutto, dal punto di vista formale rivela l'infondatezza dell'utilizzo del PIL come indicatore della crescita di un Paese: San Marino "cresce" sì tantissimo (oltre il 5% annuo in PIL), ma sfido chiunque a ritenere che l'evasione fiscale e il riciclaggio di denaro sporco siano strumenti di crescita "reale" per l'economia globale. Ma soprattutto, la vicenda sanmarinese è il perfetto esempio di una concezione malata dell'economia, basata sull'evasione di ogni regola, e che ha comportato l'attuale crisi economica. Occorre dunque cambiare mentalità, ed imporre il rispetto delle regole, anche con la forza: se San Marino dovesse rifiutarsi di abolire il segreto bancario, di introdurre il reato di evasione fiscale e di collaborare con l'Italia, si deve prendere qualsiasi misura, finanche ad impedire a chiunque di portare capitali e imprese in San Marino. E questo deve accadere per tutti i "paradisi fiscali". Certo, per questo serve una completa tracciabilità del denaro, ma meglio spendere qualcosa in più in controlli che perdere miliardi in evasione e in inefficace contrasto alle mafie. Servono regole, e volontà di farle rispettare: e, magari, contemporaneamente anche allentare un po' la "morsa fiscale" per invogliare le imprese a rispettare le regole. Ma se e solo se ci saranno le prime due condizioni.

Altre rubriche: "L'emendamento" di questa settimana riguarda l'evasione fiscale, e le normative modificate dal Governo per contrastarla (qui video, qui testo); la "Goodnews" invece riguarda la coltivazione della canapa, estremamente vantaggiosa sotto molti punti di vista e recentemente introdotta in Italia dopo decenni di ottuso oscurantismo (qui video, qui testo).

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Riporto Report: Modulazione di Frequenze
post pubblicato in Riporto Report, il 23 marzo 2009


                                                   

Secondo appuntamento con "Riporto Report", la nuova rubrica di Discutendo che ogni lunedì darà spazio alla puntata settimanale di Report, l'ottima rubrica di inchieste giornalistiche condotta da Milena Gabanelli ogni domenica sera su RaiTre (la puntata di ieri, che vi consiglio sempre di vedere, è disponibile qui; la tascrizione testuale integrale della puntata è invece disponibile qui). Stavolta si parla di televisione, e dello scandalo delle concessioni televisive, specchio di un'Italia imperversata dal conflitto d'interessi e da una politica compiacente al mantenimento delle posizioni dominanti.

MODULAZIONE DI FREQUENZE (di Bernardo Iovene)

La puntata inizia con l'intervista a Francesco Di Stefano, imprenditore televisivo e soprattuto patron di Europa7, passata ormai alla storia come "la TV che non c'è". Infatti, l'emittente di Di Stefano, pur avendo ottenuto nel 1999 l'autorizzazione a trasmettere, non ha mai potuto farlo perchè le sue frequenze erano abusivamente occupate da Rete4. Vi suona un po' strano? Allora seguite la storia.

Tutto parte dal "peccato originale", ovvero dalla sentenza della Corte Costituzionale che negli anni '70 determina la fine del monopolio televisivo della RAI, e apre l'etere televisivo alle TV private, ma solo in ambito locale. Tuttavia, ciò non si accompagna ad un piano per l'assegnazione delle frequenze, così che i primi che arrivano occupano le frequenze (che sono un bene pubblico) e ne fanno quello che ne vogliono: un vero e proprio "far west" televisivo, durato vent'anni, fra gli anni Settanta e Ottanta. E' stato anche grazie a questo "far west" che Silvio Berlusconi e la sua Finivest sono riusciti ad accaparrarsi indisturbati e senza limiti buona parte dell'etere televisivo italiano, fino ad aggirare la legge, con la creazione di fatto di tre televisioni nazionali, facendo mandare in onda delle cassette registrate contemporaneamente su tutte le loro tv locali (ricordatevi che la sentenza della Corte aveva permesso la privatizzazione solo alle tv locali). Fu così che alcune preture "oscurarono" le TV di Berlusconi: ma l'allora premier Bettino Craxi, amico di Berlusconi (fu anche testimone di una delle sue nozze), ed è il segreto di Pulcinella che fosse il suo "referente" politico (tant'è vero che discese in campo, non appena Tangentopoli spazzò via Craxi, essendo l'unico in grado di impedire l'ascesa delle sinistre al Governo), subito emanò il cosiddetto "decreto Craxi", meglio noto come "decreto Berlusconi", consentendo la prosecuzione per un anno dello status quo, in attesa della nuova disciplina sul settore televisivo. Il decreto passò grazie ad alcune politiche spartitorie sulla Rai, tenendo buoni tutti i partiti. Ma il decreto conteneva una "finezza": il decreto non era "provvisorio", ma "transitorio". E, giuridicamente, la distinzione fra questi due termini è fondamentale: un decreto provvisorio va rinnovato ogni 6 mesi, il transitorio no. E così lo status quo sarebbe rimasto "legalizzato" all'infinito.

Sarebbe, perchè, poichè ad essere in discussione è la tutela del pluralismo nell'informazione, nel frattempo la Corte Costituzionale nel 1988 chiede al Parlamento "una disciplina sull'emittenza privata contro l'insorgenza di posizioni dominanti", e la posizione di Mediaset, con le sue tre reti, è una posizione dominante. Il Governo, sempre guidato da Craxi, decise con la "legge Mammì", dal nome del Ministero delle Poste e delle Comunicazioni, di risolvere la situazione: fu deciso che solo il 25% delle reti nazionali potevano essere gestite da un solo soggetto. Così, per salvare le 3 reti Mediaset le reti nazionali dovevano essere 12 ... e infatti la legge Mammì "decide" che sono 12, anche se non esistevano tutte (solo 6 lo erano davvero). Nel frattempo però le frequenze non vengono assegnate, perchè il piano viene sequestrato dalle Procure che lo indagano, e così i soggetti che trasmettevano già continuarono a trasmettere, senza che fosse indetta una gara per l'assegnazione.

Così la Corte Costituzionale interviene nuovamente nel 1994, decidendo che la legge Mammì era illeggittima propriò nel suo articolo più importante: quello del 25%. Il limite doveva essere del 20%, a meno che lo sviluppo delle tecnologie (si cominciava a parlare allora del satellite, che era ancora agli inizi) non avesse portato allo sviluppo del settore ed all'ampliamento delle reti disponibili. Ma, comunque, entro 2 anni andavano assegnate le frequenze. L'ampliamento delle reti non avviene, e dunque nel 1996 il Parlamento avrebbe dovuto imporre a Mediaset di cedere una delle sue reti (e alla Rai, pubblica, di togliere la pubblicità da una delle sue). Nel frattempo, però, Berlusconi era andato all'opposizione. Al Governo c'era Prodi, ma Berlusconi fece ostruzionismo, c'erano una quindicina di direttive europee da recepire, e ciò costrinse il Ministro Maccanico a cercare un accordo. D'altronde, il referendum promosso nel 1995 dal centrosinistra contro la situazione delle televisioni non ebbe il favore degli Italiani, che lo bocciò. L'accordo fu questo: l'opposizione votava le direttive, il Governo otteneva che fosse stabilito il limite del 20% e dunque otteneva lo spostamento di Rete4 sul satellite e l'eliminazione della pubblicità da RaiTre, ma l'opposizione ottenne la proroga della situazione con una legge fino al "congruo sviluppo" del mercato satellitare. E fu quel "congruo" a creare l'inghippo: qual era il numero congruo delle parabole affinchè Rete4 fosse spostata sul satellite? A stabilirlo doveva essere l'Agcom, l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, istituita proprio con la legge Maccanico: ma, essendo di nomina politica, e non essendoci un termine fisso entro quale emanare il provvedimento, l'Agcom non decise.

Ma la legge Maccanico, oltre al limite del 20%, stabiliva anche che il limite del mercato pubblicitario per un solo soggetto doveva essere del 30%. Anche qui, l'Agcom non decise, così che la prima verifica sul mercato pubblicitario avvenne solo nel 2004: Mediaset e Rai detenevano entrambe più del 30%, e questa situazione era risolvibile solo con l'allontanamento di una rete da Mediaset e l'eliminazione della pubblicità sulle reti Rai. Dunque, Rete4 non solo era fuori parametro per la "posizione dominante" di Mediaset nelle reti (3 reti invece di 2), ma anche per quella nel mercato pubblicitario. Se questo fosse avvenuto prima, e non nel 2004, la questione Rete4 non si sarebbe proprio posta.

Ma questo non avvenne, perchè nel frattempo, nel 1999, avvenne finalmente la gara di assegnazione delle frequenze. A vincere furono varie reti, tra cui Europa7, ma non Rete4. Il motivo? Il nuovo Ministro Cardinale, succeduto a Maccanico, non concesse l'autorizzazione per via della "posizione dominante" di Mediaset, come voleva la legge Maccanico; ma, sempre come voleva la legge, Rete4 era autorizzata a trasmettere "fino al congruo sviluppo" del satellite. Il satellite era ormai abbondamente sviluppato, ma il "congruo" era ambiguo e quindi campa cavallo. Di Stefano allora intraprese una battaglia legale, e così intervenne la Corte Costituzionale, che decise che in ogni caso, sviluppo congruo o no, entro il 2003 andava spenta Rete4 e accesa Europa7. Nel frattempo al Governo è tornato Berlusconi: arriva così la legge Gasparri, dal nome del nuovo Ministro delle Comunicazioni, che cerca di prorogare lo status quo: ma andando ciò contro la sentenza della Corte, Ciampi non firmò. Mancavano ormai 15 giorni allo spegnimento di Rete4, e allora ci fu un decreto: le reti che trasmettevano potevano continuare a trasmettere, tanto ormai c'era la nuova tecnologia del digitale terrestre che avrebbe garantito l'espansione dei canali. L'analogico, almeno nelle intenzioni, sarebbe stato sostituito definitivamente nel 2006 con il digitale, e così Europa7 avrebbe avuto tutto lo spazio per operare. Inoltre il Governo, per lo sviluppo del digitale, stanziò più di 200 milioni di euro per l'acquisto dei decoder (per il quale lo Stato fu poi sanzionato per 7 milioni di euro dalla UE perchè fu ritenuto un aiuto di Stato). E così il Governo riteneva di aver risolto la questione.

Ma la battaglia di Di Stefano proseguì. Anche l'associazione AltroConsumo intervenne, denunciando come, anche con il digitale, le frequenze rimanevano nelle mani degli stessi soggetti: non solo chi trasmetteva già sull'analogico, aveva diritto a trasmettere anche sul digitale, ma continueranno a conservare le frequenze che attualmente hanno, dunque non si aprirà nessun nuovo spazio per Europa7 e gli altri. L'Europa così intervenne, aprendo una procedura d'infrazione. Torna al Governo Prodi, e il nuovo Ministro Gentiloni decide di recepire la direttiva Europea promettendo un ddl sulla materia, quando invece l'Europa aveva detto che bastava disapplicare la legge e togliere le frequenze a Rete4, senza alcun ddl. Ma non arrivarono nè ddl nè disapplicazioni, dato che, come ammesso da Gentiloni, non si potè far niente per via dell'Udeur di Mastella, che evidentemente si preparava ad andare con Berlusconi e minacciava la caduta del Governo (cosa che poi avvenne, per questo ma soprattutto per tanti altri motivi).

Arriva così il Governo Berlusconi, e di fronte alle sentenze dell'Europa, della Corte, ecc. ecc. risponde con uno stratagemma: costringe la Rai a rimodulare le frequenze, facendo così saltar fuori una frequenza da assegnare ad Europa7, assieme ad un risarcimento danni (minimo). La situazione sembra risolta, anche se non è detta l'ultima parola, perchè la frequenza data ad Europa7 probabilmente non consentirà di coprire l'80% del territorio nazionale, come dovrebbe essere, e quindi forse potrebbero esserci nuovi ricorsi. Ma nel frattempo il digitale sta avanzando, in varie regioni l'analogico è stato già spento ... e quindi giustizia probabilmente non sarà mai fatta, grazie a decenni di "far west", compiacenze fra politica e imprenditori, conflitti d'interesse ed incapacità decisionale della politica.

IL MIO COMMENTO: La faccenda è talmente scandalosa che mi vergogno a vivere in un Paese dove possano accadere queste cose. Se le cose fossero state regolate per bene, oggi non ci ritroveremmo con un duopolio delle televisioni, cosa pericolossima per la democrazia in ogni caso, specialmente quando uno dei duopolisti è un politico, e ancor di più quando è Presidente del Consiglio (che controlla, quindi, indirettamente anche l'altra parte del duopolio, la RAI). Sappiamo bene come le televisioni possano influenzare il voto degli Italiani e di chiunque nel mondo, e come una situazione come quella attuale sia contro ogni principio di pluralismo e di equilibrio dell'informazione e non solo. Sarebbe necessaria, al di là della questione Rete4-Europa7, una legge anti-trust che vieti davvero concentrazioni di potere nel mondo dei media, vietando ai singoli privati di possedere da soli più del 25% del mercato pubblicitario, e più del 25% di giornali e TV (proprio in termini di vendite e audience, non di reti possedute o giornali posseduti). Magari si può discutere sulle percentuali, ma è assolutamente necessario un limite per garantire il pluralismo e la concorrenza.

P.S. A proposito di pluralismo e concorrenza nell'informazione, Report ha ricevuto una querela, con richiesta di risarcimento milionaria, da Mario Ciancio, l'editore de "La Sicilia" e proprietario di varie tv locali, che, come denunciato da Report domenica scorsa, gestisce in maniera monopolistica l'informazione a Catania e dintorni, detenendo dunque un potere di influenza sull'opinione delle masse fortissimo (e che sfrutta, ricambiato, a favore del centrodestra locale e nazionale). Comunque Report è abituato a ricevere querele, che puntualmente vince, a dimostrazione della qualità del suo giornalismo e del fatto che in Italia certa gente non è abituata a persone che sappiano la verità e provino a diffonderla.

P.P.S. Anche stavolta accenno alle altre due rubriche di Report. Ne "L'emendamento" è stata denunciata l'assenza di una norma sull'auto-riciclaggio: in Italia, ad esempio, chi vende droga e poi "ricicla" il denaro "sporco" può essere punito per traffico di stupefacenti, ma non per aver riciclato i proventi illeciti. E questo nonostante l'opposizione abbia presentato un emendamento in proposito, stralciato e rimandato dal Governo a data da destinarsi. Nella "Goodnews" di questa settimana, invece, si parla dell'iniziativa di alcuni ragazzi de "L'Onda", il movimento studentesco nato dalle proteste contro la Gelmini, che hanno deciso di proseguire la lotta in una maniera molto costruttiva, ovvero aiutando i ragazzi in difficoltà con lo studio organizzando dei corsi di recupero gratuiti dove tali corsi, che dovrebbero essere organizzati dalle scuole, non sono concessi a causa dei tagli ai fondi delle scuole.

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RAI: "piazza pulita" sì, ma di partiti
post pubblicato in Diario, il 13 febbraio 2009


 

Un nuovo "editto bulgaro". Almeno stando alle parole di Maurizio Gasparri, noto più per le sue esternazioni al limite della decenza e per una legge sulle telecomunicazioni ben oltre questo limite, che per la sua linea politica (ha delle idee politiche???). Il presidente dei senatori del PDL, infatti, ha dichiarato: "Santoro e il presunto comico Vauro sono due volgari sciacalli che vomitano insulti con le tasche piene di soldi dei cittadini. Gente così offende la verità, alimenta odio e merita solo disprezzo totale della gente perbene. L'insulto è la loro regola. Colpa di gestori della Rai che per fortuna stanno per essere cacciati come meritano".

Insomma, parole che ricalcano molto quelle pronunciate da Fini nel 2001 ("Quando saremo noi al Governo in Rai faremo piazza pulita"), applicate poi da Berlusconi pochi mesi dopo con il famoso "editto bulgaro", con il quale Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi furano cacciati dalla RAI solo per aver parlato nei loro programmi del libro "L'odore dei soldi" di Marco Travaglio, nel quale veniva fatta luce documentata, tra le altre cose, sui rapporti tra Berlusconi e la Mafia. Da notare che poi Biagi, Santoro, Luttazzi e Travaglio hanno poi vinto tutte le battaglie giudiziarie (per quanto riguarda Travaglio, perchè non c'era diffamazione: non erano cose inventate!) costringendo RAI e Berlusconi a risarcirli (infatti, se Annozero va in onda e in prima serata è perchè la RAI è obbligata da una sentenza, non perchè lo fa per piacere).

Insomma: eliminare tutte le voci fuori dal coro. Questo è il credo di questo Governo "liberale", e soprattutto del suo Leader "liberale" che non sopporta chiunque si differenzi dai restanti pseudo-giornalisti accomodanti ed adulanti, senza indipendenza intellettuale ma piegati a 90° dinanzi al potere del Premier ... sono arrivati perfino a cacciare, prima dal Tg5 e poi da Mediaset in toto, Enrico Mentana ... "noto" stalinista ed anti-berlusconiano, vero? E soprattutto non sopporta che questo avvenga in TV, dato che è perfettamente consapevole, avendo sfruttato appieno tale principio per diventare quello che è, che "tutto ciò che non è in TV, non esiste".

Io invece voglio un'altra "piazza pulita" in Rai. Voglio una Rai libera dai partiti, amministrata da persone competenti e non da politici messi lì dai partiti per controllare la loro quota televisiva; gestita da un amministratore delegato indipendente e non da un Presidente scelto dal Premier; con un consiglio d'amministrazione formato da esponenti della società civile, dalle migliori menti del giornalismo e del sistema televisivo; con il rispetto del pluralismo e dell'obiettività dell'informazione; con un senso spiccato del "servizio pubblico", e con un offerta di qualità. Qualcuno ha già lanciato questa sfida, si è già fatto avanti con le proprie proposte: sta a Berlusconi accettare. Ma tanto si sa già come andrà a finire: mettere sempre di più le mani sull'azienda concorrente, e sul 90% del mercato televisivo dell'informazione, è un interesse molto più grande.

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Alitalietta (1): le rotte
post pubblicato in I frutti della demagogia, il 18 gennaio 2009


                                                   

Il 13 Gennaio è partita la "nuova Alitalia", come una fenice che risorge dalle sue stesse ceneri. Grande entusiasmo, soprattutto per quelli che ci hanno marciato elettoralmente, ma anche del mondo dell'informazione che non si è degnato di sottolineare che in realtà in questa vicenda ad aver vinto davvero sono pochi imprenditori e gli stranieri di AirFrance, mentre ci hanno perso gli Italiani, i lavoratori del settore e il sistema Paese, danneggiati da miliardi di debiti a loro accollati, da migliaia di posti di lavoro in meno, da una compagnia aerea meno forte con meno rotte (sopratuttto meno rotte estere) e meno aerei, dalla diminuzione della concorrenza (con forte rischio di aumento dei prezzi, soprattutto sulla Roma-Milano) dopo la scomparsa di Air One. Il tutto per un 75% di Italianità che molto probabilmente scadrà fra 4 anni, dato che il "lock-up" scadrà a Gennaio 2013 e AirFrance ha diritto di prelazione per rilevare del tutto la Compagnia. Insomma, complimenti a Berlusconi per averci consegnato una "Alitalietta" per la quale tutti i giornali stranieri ci sbeffeggiano, dato che avremmo potuto vendere direttamente ad AirFrance 8 mesi fa (e non si dica che AirFrance si era ritirata ... anche CAI si è ritirata più volte, quindi bastava la volontà del Governo) e non subire tutte queste dannose conseguenze. "Merci Silvio" ("grazie Silvio"), ha titolato un giornale francese ... io ci avrei messo un "Au moins que Silvio il y a" ("Meno male che Silvio c'è") ...

"Discutendo" dedicherà varie puntate all'analisi di questa vendita. Iniziamo dall'analisi delle rotte. Confrontando l'offerta (pag 12) AirFrance (AF) e il network della nuova Alitalia (CAI), ecco cosa si ottiene per quanto riguarda le destinazioni, con le relative rotte e frequenze settimanali:

DESTINAZIONI

ROTTE

FREQ. SETTIMANALI

NAZIONALI 24 23 44 49 1.265 1.560
INTERNAZIONALI 45 34 73 55 928 699
INTERCONTINENTALI 14 13 17 15 101 88
 

AF

CAI

AF

CAI

AF

CAI

 
Dunque, la "nuova Alitalia" ridimensiona fortemente il numero di destinazioni (70 contro le 83 di AirFrance), soprattutto per quanto riguarda il mercato estero. Ricordate quando accusavano AirFrance di volersi fregare il mercato estero di Alitalia? Alla fine la soluzione "italiana" è stata molto peggiore sul fronte estero ...  ed indovinate a vantaggio di chi? Però ora sono tutti contenti della "italianità" ...

C'è da dire, però, che il mercato interno, seppur ridimensionato in numero di destinazioni, guadagna in rotte e frequenze settimanali. Perchè? Semplice: non dobbiamo dimenticarci che la nuova Alitalia ha inglobato anche AirOne, l'unico altro vettore italiano di un certo rilievo, che aveva nel suo network 21 destinazioni nazionali, 18 internazionali e 2 intercontinentali. E nonostante ciò, Alitalia avrà solo 70 destinazioni. E questo, tra l'altro, porterà a molto meno concorrenza (italiana...), in particolare sulla tratta Roma-Milano, dove la nuova Alitalia ha un monopolio di fatto e potrà fare i prezzi che vorrà.

La riduzione delle rotte ha poi pesantemente penalizzato Malpensa, che non solo non sarà più hub come voleva già l'offerta AirFrance, ma rispetto a quel piano avrà anche meno rotte estere. E la Lega, Formigoni, la Moratti che tanto si battevano per il Nord e per non farsi fregare le rotte da AirFrance? Ah già, non si scende in piazza contro i Governi Berlusconi. Solo quando c'è la sinistra.

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Dalle corporazioni alle caste
post pubblicato in Diario, il 8 novembre 2007



                                  

Il 19 Novembre, più degli altri giorni, converrà stare bene in salute. Infatti, quel giorno i cittadini italiani che malauguratamente si dovessero recare in una farmacia si troveranno con una sorpresa alquanto sgradita: dovranno pagare tutti i farmaci, anche quelli pagati dal Servizio Sanitario Nazionale. Lo annuncia Federfarma, la Federazione dei titolari di farmacia, come protesta contro le liberalizzazioni del Decreto Bersani.

Ad essere preso di mira è in particolare il provvedimento che prevede la possibilità anche per i supermercati di vendere i farmaci "da banco", quelli cioè per i quali non c'è bisogno di prescrizione medica. E il motivo di tanta contrarietà è evidente: le farmacie hanno paura della concorrenza. Infatti, introducendo i farmaci da banco nei supermercati, aumenta la concorrenza e di conseguenza scendono i prezzi. Senza contare il fatto che più giovani entreranno nel mondo delle farmacie, riuscendo così ad aprire un varco in quel mondo di parentele che spesso si riscontra nella gestione delle farmacie.

Ma i farmacisti sono in buona compagnia. Anche per i benzinai c'è stato un provvedimento analogo. E analoghe proteste. Una volta le chiamavano corporazioni, oggi caste: la sostanza però non cambia.
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