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il blog di Francesco Zanfardino
Beneficenza privilegiata
post pubblicato in Diario, il 22 agosto 2011


La manovra finanziaria di quest'anno si sta dimostrando, per la prima volta da tanto tempo, una grande occasione di fervido confronto e dibattito in tutto il Paese, non solo nelle sue classe dirigenti: in Parlamento, al bar, sui social-network, persino sotto l'ombrellone, ognuno prova a dire la sua su "dove trovare i soldi".

Capita così che cada uno dei grandi tabù della politica italiana, ovvero i privilegi della Chiesa. Per la prima volta le rivendicazioni del mondo "laico" non restano confinate nei forum dedicati, nei siti dedicati o in qualche dibattito o iniziativa dei Radicali ma sconfinano, seppur non a sufficienza, nel grande dibattito nazionale, costingendo la classe dirigente nazionale a rispondere a tali rivendicazioni, seppur con una levata di scudi pressochè universale e comunque trasversale, a parte poche lodevoli eccezioni. D'altronde l'Italia non è ancora matura per poter affrontare tali questioni, essendo tali argomenti conosciuti e affrontati quasi esclusivamente da due esigue minoranze estremiste, tra i difensori "in blocco" della Chiesa cattolica e coloro che vorrebbero farla fuori "in blocco", senza distinzioni, un po' come certi movimenti antipolitici. Il resto degli Italiani, la stragrande maggioranza, continua a disinteressarsi di certi argomenti, lasciandosi andare ad un pressapochismo conformista che, inevitabilmente, finisce con l'appoggiare la conservazione dello status quo; manca insomma quella presa di coscienza "di massa" che consentirebbe di affrontare finalmente certe questioni e soprattutto costringerebbe la politica ad affrontarle, e stavolta non solo per una fugace svegliata estiva.

Dubito dunque che in Parlamento verrà approvata qualcuna delle proposte avanzate da Radicali e movimentisti. Certo resta la rabbia per la mancanza di coraggio da parte di chi dovrebbe tirar fuori l'Italia dal pantano e che si appresta invece a farlo con la solita lentezza pachidermica e moderatismo sfrenato, se è vero che il Pd (insieme ovviamente al Terzo polo) si schiera apertamente contro ma soprattutto Sel e Idv, che pure dovrebbero rappresentare la parte più "radicale" delle opposizioni, tacciono senza nemmeno il coraggio di prendere una posizione, che sia in un senso o nell'altro.

Eppure si tratta di cose di buon senso. Non si capisce perchè la Chiesa dovrebbe godere di particolari privilegi fiscali, tutto qui. Specialmente quando, nel frattempo, si tagliano agevolazioni fiscali a famiglie e imprese. Soprattutto quando, in tempi di crisi, quei 1-2 miliardi annui che deriverebbero da Ici, Ires e 8xMille farebbero comodo per alleggerire il carico della manovra finanziaria sulle fasce più deboli. E' vero, la Chiesa fa tante opere di carità e di sostegno agli afflitti, ai poveri, ai diseredati, e di queste agevolazioni fiscali ne beneficiano proprio tanti di questi enti cattolici caritatevoli: questo è indubitabile. Anche se magari ci aspetteremmo ancora di più in termini di carità dalla Chiesa cattolica, ma queste sono discussioni che non competono a chi deve governare un Paese, al massimo competono ai fedeli della Chiesa.

A chi governa un Paese in maniera democratica interessa solo che non ci siano privilegi e discriminazioni tra i soggetti privati, nemmeno tra chi fa beneficenza: ma allora, anche ammesso che tutte queste agevolazioni vengano sfruttate a fini caritatevoli (e non anche per speculazioni commerciali e immobiliari, come diverse inchieste hanno dimostrato e i vari scandali sorti intorno a "Propaganda Fide" hanno confermato), perchè la Chiesa dovrebbe essere fiscalmente favorita nel fare beneficenza? Nulla vieta alle organizzazioni cattoliche di partecipare agli stessi contributi e agevolazioni che ricevono tutte le altre organizzazioni senza scopo di lucro, mentre a queste ultime è negato di avere le stesse agevolazioni che ha la Chiesa: perchè questa differenza? Qualcuno è in grado di spiegarmelo?

Credo di no. Allora è più che di buon senso chiedere che cadano tutte le agevolazioni fiscali (Ici, Ires, ecc.) concesse in modo esclusivo alla Chiesa (o la loro estensione a tutte le onlus e le associazioni caritatevoli!), così come chiedere l'abolizione dell'8xmille alle confessioni religiose (tra l'altro molte delle quali, tra cui l'Islam, sono escluse; per non parlare dello scandalo dell'8xmille non espresso che finisce in gran parte in mano alla Chiesa, e gli altri piccoli scandali sull'8xmille che meriterebbero un post a parte), dato che tra l'altro esiste già un 5xmille, che magari potrebbe essere ampliato e cui possono già accedere in maniera paritaria tutte le onlus e le attività socialmente rilevanti, tra le quali potrebbero quindi rientrarvi anche le opere caritatevoli della Chiesa e delle altre istituzioni religiose.

Mi sembrano cose logiche, ripeto. Ma non mi stupisco certo che divengano demagogiche e populistiche in Italia, un Paese dove si accetta persino come cosa "ovvia e naturale" che dei crocifissi, ovvero dei simboli religiosi (dunque faziosi, alla stessa stregua di simboli politici), vengano esposti per legge negli istituti pubblici di uno Stato che, sulla carta, dovrebbe essere democratico e dunque laico. Magari difesi dagli stessi che poi nelle proprie azioni politiche, nonchè nelle proprie vite private, fanno carta straccia dei Vangeli e di qualsiasi messaggio cristiano.

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La "rottamazione"
post pubblicato in Diario, il 28 ottobre 2010


Renzi, Civati e gli altri "rottamatori" hanno lanciato, è chiaro, una sfida al PD. O, meglio, alla classe dirigente del PD: il problema, secondo loro, è che il PD non fa il PD, ovvero non riesce a dire agli Italiani cosa è e cosa vuole fare, anche e forse soprattutto perchè è schiavo di una classe dirigente che è la stessa da 16 anni e che, nonostante i ripetuti fallimenti, vuole restare saldamente alla guida del Partito. Il che si ripercuoterebbe anche nell'incapacità di interpretare quell'esigenza di "rinnovamento" delle forme e soprattutto dei contenuti (oltre che delle semplici "facce") che pure è stata alla base della nascita del PD e del suo iniziale successo.

Sui giornali, e sui media in generale, in realtà la questione è passata solo come la necessità di "rottamare" la classe dirigente per far spazio ai giovani. Non è solo questo, ma è chiaro che proprio alla classe dirigente del PD conviene che la questione appaia come questa.

Ma, comunque, facciamo  anche finta che si tratti solo di una questione "generazionale". E' chiaro che ci sono tanti giovani "vecchi", e (pochi) vecchi "giovani": insomma, "non ci serve un giovane D'Alema", come scrive la scrittice Lidia Ravera su l'Unità. Un vero rinnovamento non si basa sull'età (anche se rifrescare l'età di un Partito significa, pressochè inevitabilmente, anche rinfrescarne le idee ed i contatti con la società reale). Ma vogliamo anche renderci conto che nella politica, come nell'imprenditoria, nei sindacati e in tutti i settori di questa società c'è un evidente deficit di rappresentanza giovanile? Che il Parlamento, come tutte le altre istituzioni, dovrebbe rappresentare il Paese, e invece è prevalentemente nelle mani di una "gerontocrazia" (oltre che di una "fallocrazia")?

Allora se, giustamente, di fronte a questo problema si risponde che non si può ridurre tutto alla questione anagrafica, si vuole quantomeno offrire un'altra risposta? Oppure ci si vuole riempire solo la bocca con il "rinnovamento" e poi semplicemente si ignora il problema? Sarebbe tanto difficile, ad esempio, che i partiti destinino almeno il 10% del proprio finanziamento pubblico alle proprie organizzazioni giovanili, in modo da fornire ai giovani impegnati in politica gli strumenti per poter crescere in autonomia, senza dover dipendere dal politico navigato di turno?

Così dovrebbe rispondere il PD, di fronte alle questioni poste da Renzi, Civati e gli altri. Non semplicemente sostenere che, in fondo, nel PD c'è più spazio per i giovani che altrove: è vero, e nel dibattito politico-mediatico spesso lo si dimentica (chi colpevolmente, chi volontariamente), ma non può certo bastare per un Partito che, ripeto, è nato per interpretare l'esigenza di rinnovamento di un Paese troppo, troppo ancorato al passato.

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Primarie importanze
post pubblicato in Diario, il 11 maggio 2010


                                               

Sconfitte elettorali ed indebolimento senza fine, e indovinate cosa c'è all'ordine del giorno della prima Assemblea Nazionale del PD post-elezioni? Il ridimensionamento delle primarie. Ovvero, non solo si continua a non affrontare il nocciolo del problema del centrosinistra, ovvero la mancanza di un progetto per il Paese, nonchè l'immobilismo culturale, metodologico ed anagrafico della sua classe dirigente, ma si va persino ad intaccare quel poco di buono ed innovativo che questa classe dirigente ha saputo produrre in questi anni: le elezioni primarie.

Ovvero quella sana occasione di partecipazione democratica che ha avuto il merito, qualche volta, di introdurre un po' di sano rinnovamento e di mettere in discussione scelte più o meno sbagliate dei "vertici" (Vendola docet, e per ben due volte!). Che ora pero quella parte del PD che ha sostenuto Bersani all'ultimo congresso vorrebbe "rivalutare". In sostanza, come ben mette in evidenza il costituzionalista Vassallo, le modifiche statutarie comporterebbero tre cose: le primarie non sono più la regola;  va prima cercato di farle di coalizione e in tal caso gli iscritti al PD possono sostenere solo il candidato ufficiale del PD (scelto a maggioranza), a meno di non mettere insieme un 35% e candidare un altro; se non le si fa di coalizione, per farle di partito deve essere d'accordo il 60% del Partito. Capirete da soli che, con queste modifiche, vedere una Primaria sarebbe molto raro e comunque dopo mesi di trattative con le altre forze politiche. Insomma, si formalizzerebbe la situazione già creatasi in occasione delle ultime Regionali, quando le Primarie, nonostante gli obblighi statutari, si sono effettuate solo in Puglia, Umbria e Calabria, e tra i Comuni quello di Venezia.

Questo nonostante nella campagna per diventare segretario Bersani, con tutta la sua mozione, giurava di non voler toccare le Primarie per le candidature, al massimo quelle "interne" per le cariche di partito (ricordate la metafora della "bocciofila"?). E, soprattutto, nonostante le primarie siano sempre state un elemento distintivo del Partito Democratico, non solo fin dalla sua nascita, ma addirittura fin dalla sua ideazione. Per questo spero, da convinto democratico, che Bersani abbia un ripensamento. O, perlomeno, che chi nella sua mozione è stato e si definisce "ulivista", come la Presidente Bindi, riesca insieme alle minoranze ad impedire questo "suicidio". Anche in chiave utilitaristica: come pensa il PD di vincere le prossime elezioni di Milano, Napoli, Torino e Bologna nel 2011? Con le estenunanti trattative per le alleanze fino a poche settimane delle elezioni, con candidati imposti dall'alto ed un esigua campagna elettorale?

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Detrazioni 55%: do you remember?
post pubblicato in Diario, il 24 settembre 2009


                                                

Ricordate le detrazioni del 55% sulle riqualificazioni energetiche degli edifici? Introdotte nella Finanziara 2008 dal Governo Prodi, il nuovo corso di Tremonti le aveva eliminate in quella 2009, salvo poi tornare indietro dopo le grandi polemiche innescate dall'opposizione, dal mondo della green economy e dal mondo di Internet.

A quanto pare, però, la nuova Finanziaria "snella" per il 2010 non prevede la proproga delle detrazioni per il 2010. O meglio, sono sì previsti incentivi per le ristrutturazioni, ma senza clausola ecologica, e con il "vecchio" bonus del 36%. Per questo aderisco alla nuova "catena di blog" lanciata da "Kuda" (segnalatami da Pippo Civati sul suo blog), dopo la precedente che produsse importanti risultati nel diffondere la notizia delle detrazioni cancellate. E si spera ci riesca anche questa volta.

Tremonti, ricordati del 55%!

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                                                                 detrazioni 55 finanziaria 2010

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