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il blog di Francesco Zanfardino
Le ragioni delle "caste"
post pubblicato in Diario, il 9 agosto 2011


La polemica che sta infiammando il mondo calcistico italiano negli ultimi giorni è piuttosto emblematica di una certa deriva che sta prendendo la società italiana, accelerata dalla sempre più devastante crisi economica. Ovvero l'attacco alle "caste", ai "privilegiati", in una furia distruttiva che stronca qualsiasi tentativo di ragionamento ponderato e di buon senso; insomma, anzichè sforzarsi di togliere le mele marce, si taglia di netto il tronco intero, eliminando anche le mele sane e soprattutto stroncando qualsiasi raccolto futuro.

Si pensi, ad esempio, al taglio delle Province. L'oggettiva confusione di competenze tra questi e gli altri Enti Locali, nonchè soprattuto la vergonosa presenza di decine di Province con poche migliaia di abitanti, ha spinto tanti a chiederne l'abolizione "sic et sempliciter", quando chiunque ci rifletta almeno un momento concluderebbe che ci sarebbe bisogno di un ragionamento più complessivo su come strutturare l'apparato amministrativo italiano (tra Stato, Regioni, Regioni a Statuto Speciale, Province, Comuni, Municipalità, Comunità Montane, tra sovrapposizioni di competenze, sprechi, eccesso di rappresentanza, ecc. ecc.) dal quale ne verrebbe fuori l'opportunità di tagli e riforme dal risparmio economico ancora maggiore senza stravolgere l'ordinamento dello Stato e soprattutto senza fare doppiopesismi tra i vari Enti locali (sarebbe ben assurdo, insomma, se abolissimo del tutto enti intermedi come le Province e poi ci tenessimo le centinaia di Comunità montane e le migliaia di Comuni dalle poche centinaia di abitanti, dall'oggettiva inutilità se non quella di garantire stipendi e poltroncine ai mestieranti della politica locale). Certo, se la "casta" della politica attuasse queste riforme davvero, anzichè solo parlarne, si risparmierebbe anche le critiche ... cui invece è difficile dar torto quando la "casta" della politica si conferma tale, al massimo buttando un po' di fumo negli occhi con qualche taglietto di spesa.

Ma torniamo al palloneE' bastato che l'Associazione Italiana Calciatori agitasse la parola "sciopero" a proposito del loro contratto collettivo per scatenare un coro di critiche, dai semplici cittadini fino agli immancabili speculatori politici, che condividevano tutti lo stesso mantra: "ma come si permettono questi miliardari privilegiati di scioperare?". Poi, alla fine, si è scoperto che i calciatori, in un documento firmato per la prima volta da tutti e 20 i capitani di serie A,  non scioperavano affatto per questioni economiche, ma unicamente per garantire i diritti ai calciatori più deboli: ovvero i cosiddetti "fuori rosa", quei calciatori che, messi in disparte per le deludenti prestazioni sportive o, più frequentemente, per i capricci delle società, non possono allenarsi con la prima squadra, perdendo così oltre al posto in squadra anche la possibilità di mettersi in mostra per eventuali nuovi compratori. La richiesta dell'AIC è quella di garantire a tutti i calciatori tesserati la possibilità, sempre, di allenarsi con la prima squadra: una richiesta che era già stata accontentata a chiacchiere dalla Lega Calcio, che invece ancora si ostina a non concederla nei fatti.

Insomma, non mi pare affatto uno scandalo. Anzi, è apprezzabile che proprio i calciatori "privilegiati" arrivino a minacciare lo sciopero per tutelare i diritti di tutti i loro colleghi, anche se realisticamente loro non si troveranno mai in quelle condizioni. Eppure volevamo negargli il diritto allo sciopero solo perchè nel mondo del calcio girano tanti soldi. 

Che poi, riflettendoci bene, non sono certo soldi pubblici, ma privati, quindi non dovremmo nemmeno metterci becco ... se non come tifosi, s'intende.

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Trarre le conseguenze
post pubblicato in Diario, il 21 settembre 2010


                                            

Secondo il sottosegretario Carlo Giovanardi, responsabile del Dipartimento nazionale antidroga, "chi lavora nel servizio pubblico deve dimostrare di non drogarsi. Così come nel calcio i giocatori vengono espulsi per un certo periodo dalle gare, credo che per i conduttori televisivi, soprattutto se lavorano nel servizio pubblico, sia sacrosanto auspicare che la loro immagine pubblica sia in linea con i valori educativi della Rai. Quindi anche loro dovrebbero sottoporsi al test antidroga volontariamente come hanno fatto i parlamentari: in caso di non disponibilità al test, ognuno trarrà le sue conclusioni".

Tralasciamo pure l'improbabile paragone col calcio, dove i test antidroga si effettuano perchè i calciatori potrebbero trarre beneficio dalle droghe per la loro attività sportiva, non certo perchè si vogliono evitare problemi di pubblica moralità. E tralasciamo anche l'incongruenza fra la necessità di "dimostrare" di non drogarsi e quella di fare "il test come i parlamentari", che era anonimo (!) e dunque non si è dimostrato un bel nulla. Per non parlare della "immagine pubblica" che deve essere in linea con i valori della Rai: drogarsi in privato non è certo una cosa pubblica, no? Quello che conta di questo sproloquio è la frase finale: "in caso di non disponibilità al test, ognuno trarrà le sue conclusioni". Come a dire: cari conduttori, magari comunisti cannaioli che osate ancora dare fastidio al nostro illuminato Premier, state attenti.

Mi domando però quando Giovanardi e company "trarrano le conclusioni" sui tantissimi drogati che ci sono in Parlamento, il "servizio pubblico" per eccellenza. Prima loro, poi gli altri, eventualmente. Ne vedremmo delle belle.

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Un calcio all'ipocrisia
post pubblicato in Diario, il 26 giugno 2009


                                               

Leggevo su LaStampa.it questa notizia proveniente dalla Turchia su un arbitro gay che è stato licenziato dalla Federazione e costretto a fuggire dalla sua città a causa del suo outing, e mi è venuto in mente quel video di La7 che fece tanto scalpore qualche anno fa poichè riprendeva le dichiarazioni di un presunto "calciatore gigolò" di Serie C che sosteneva di andare a letto a pagamento con moltissimi giocatori, anche di Serie A ed anche sposati, e che buona parte dei calciatori italiani è bisex, magari con "fidanzate di facciata e vita privata più 'allegra'".

Mi è venuto in mente perchè nell'articolo si mette in risalto la discriminazione subita dall'arbitro turco, sottolineando le "battutacce" dei cronisti sportivi (del tipo "non può riavere il posto, assegnerebbe i rigori ai calciatori più carini"), e che in Turchia anche se l'omosessualità non è reato, è comunque perseguita ai limiti della legge, come ad esempio la non idoneità alle visite militari se si è gay (scusa utilizzata dalla Federazione turca per espellere l'arbitro "incriminato"). Ebbene, siamo poi così sicuri che in Italia siamo messi meglio? In fondo, che io sappia o ricordi, finora nessun calciatore, allenatore o arbitro italiano ha mai confessato la propria omosessualità. Eppure, l'OMS stima, basandosi sul cosiddetto "Rapporto Kinsey", che circa una persona su venti sia omosessuale, e che un altro 5% abbia rapporti prevalentemente omosessuali. Pensare dunque che tra migliaia di uomini che popolano il mondo nel calcio, e che tra l'altro vivono ogni giorno a stretto contatto, nemmeno uno di loro sia omosessuale, è al di fuori di ogni logica.

Il perchè di tanto mistero è evidente: in una società dove essere gay è ancora causa di discriminazione, dove i più elementari diritti della persona non sono ancora riconosciuti (sì, mi riferisco a Dico e company), e dove il proprio orientamento sessuale può pregiudicare l'accesso a vari settori lavorativi (compreso quello militare: non è forse vero che ai "test psico-attitudinali" viene chiesto l'orientamento sessuale? E vorrei tanto sapere se c'è stato un solo gay dichiarato che è stato ritenuto "idoneo"...), un calciatore gay è un binomio che non può esistere. Proviamo infatti ad immaginare un Del Piero o, che so, un Materazzi che fa outing: immediatamente partirebbero gli sfottò, il clima in spogliatoio sarebbe diverso, gli ultras darebbero sfoggio dei peggiori insulti, eccetera eccetera.

Siamo poi così sicuri di essere migliori della Turchia?

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Quel lutto ipocrita
post pubblicato in Diario, il 11 aprile 2009


                       Minuto di silenzio in Napoli-Atalanta (Salvatore Laporta/Ap)

Oggi post un po' moralista ma doveroso. Perchè la grande ipocrisia svoltasi oggi all'Olimpico, e un po' in tutto il calcio nostrano merita una bella strigliata.

Già il fatto che si fosse giocato lo stesso, nonostante la tragedia d'Abruzzo, ha suscitato perplessità. Forse, come recitava lo striscione della curva del Napoli, "un minuto di silenzio non può bastare, per il comune senso civico il campionato si doveva fermare, noi ce ne andiamo perchè non c'è nulla da festeggiare, maledetto calcio moderno, che tu possa andare all'inferno". E in effetti, si potevano sostituire le gare ufficiali con amichevoli, e devolvere gli incassi agli sfollati (e per fortuna l'incasso è stato devoluto da molte squadre). Ma la cosa davvero importante non era tanto giocare o no: se anche si doveva giocare, bisognava essere coerenti con il clima con il quale ci si è mostrati all'inizio.

All'inizio, è sembrato tutto perfetto. Minuti di silenzio tombale in tutti i campi, giocatori col lutto al braccio e curve piene di striscioni di solidarietà, tanto che sembrava che i titoli dei giornali di domani potessero finalmente registrare una bella giornata di calcio piena di rispetto. Ma non è stato così. All'Olimpico, infatti, è andato in onda uno spettacolo che dire vergognoso è dir poco. Cinque espulsi, compresi gli allenatori, risse in campo, calci, sputi, insulti e mancanze di rispetto all'ennesima potenza. Con gruppi di "tifosi", e qui ci vogliono centinaia di virgolette, che hanno invaso il campo ed hanno continuato a dare il peggio di sè anche dopo la partita.

Si dirà: è il derby. Ma nessuna tensione può giustificare quello che è avvenuto. E poi queste cose sono accadute anche su altri campi, come una peste che non smette di diffondersi.  Si dirà: se non si voleva che accadesse questo, proprio in questo giorno, non bisognava far disputare il campionato. E infatti, forse sarebbe dovuto essere così, ma non è questo il punto: il calcio dovrebbe essere sempre corretto, non solo in queste tragedie. E qui veniamo al solito punto: la caduta in basso del mondo del calcio. Posseduto dal Dio Denaro, certo: ma anche da una certa mentalità, dalla cultura sportiva in Italia tra la gente comune e non. Come possiamo pretendere che questi giocatori, cresciuti magari da allenatori senza scrupoli che li invitavano alle peggiori scorrettezze pur di vincere, seguiti da genitori che magari sugli spalti invece di tifare in maniera sana, si accapigliavano con i genitori della squadra avversa, supportati da "tifosi" che danno il peggio di sè ogni domenica ... insomma, come possiamo pretendere che questi giocatori si rendano conto dell'importanza di quel lutto al braccio? Che senso ha riempirsi la bocca di solidarietà, od osservare quei minuti di silenzio, se poi non si è capaci nemmeno di rispettare chi è di fronte a noi?

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Più correttezza nel mondo del calcio!
post pubblicato in Diario, il 18 novembre 2008


  

A volte mi chiedo come sia inevitabile lasciarsi trasportare dalla passione del calcio, nonostante tutto. Come sia possibile innamorarsi di questo sport dove la correttezza è un optional. Me lo sono chiesto domenica rivedendo lo scontro Varriale-Zenga andato in onda per minuti sulla prima rete nazionale, dove il giornalista e l'allenatore hanno dato, a prescindere dalle rispettive ragioni, uno spettacolo indegno da parte di entrambi. Me lo sono chiesto, sempre domenica, quando hanno fatto notare che alcuni giocatori del Catania si sono abbassati i pantaloncini, mentre facevano barriera su una punizione, per distrarre e limitare la visibilità del portiere avversario. Cosa possibile perchè nel regolamento FIGC non è contemplata questa infrazione. Me lo sono chiesto, ieri sera, guardando l'ennesimo servizio di Militello su Striscia la Notizia riguardante le simulazioni, dove si vedono palesi finzioni da parte dei giocatori, finzioni spesso impunite perchè l'arbitro non può vedere tutto, e la prova TV non si applica a poche simulazioni.

Sono tre esempi, ma indicativi di un modo di fare calcio che è davvero poco rispettoso della passione che ci travolge per questo sport. Uno sport inquinato dal comportamento di molti "tifosi", o meglio deficienti, che passano le loro domeniche ad adoperare la spranga, magari inneggiando a vecchie ideologie che tutti (?) vorremmo sepolte; uno sport inquinato dal comportamento di molti giocatori, pronti alle più becere scorrettezze pur di inseguire una vittoria; uno sport inquinato da molti calciatori che non si preoccupano minimamente di essere un modello per milioni di giovani, comportandosi in maniera ben poco qualificante anche fuori dal campo; uno sport inquinato da molti commentatori e soprattutto molti allenatori che più che icone di maturità sembrano tanti avvocati difensori dei propri giocatori, pronti a difenderli anche dalle palesi scorrettezze.

Uno sport inquinato anche da chi, come Federazione, stenta ad intervenire duramente, ad esempio applicando la prova TV per tutte le simulazioni, e in generale per tutti i comportamenti antisportivi avvenuti in campo. Almeno quello, dato che sulla "moviola in campo" c'è un dibattito aperto e comprensibile (anch'io sarei contario, al momento).

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Basta violenze, sospendiamo le trasferte
post pubblicato in Diario, il 11 novembre 2007


                               

Oggi abbiamo assistito ad una delle pagine più brutte del calcio italiano. Un calcio che è infangato continuamente dalle azioni di gruppi di esagitati che hanno una visione distorta dello sport e del tifo: tifare non vuol dire aggredire gli altri che non tifano la tua squadra. Basta violenza, basta.

Non intendo entrare nel merito della faccenda del poliziotto: innanzitutto perchè non sono ancora chiare le circostanze, e poi perchè l'eventuale errore del poliziotto non cancella le violenze che sono avvenute oggi ad Arezzo, Bergamo e altre parti d'Italia. E che accadono ogni domenica da anni e anni. ADESSO BASTA.

Inutile sospendere i campionati per poi riaprirli una giornata dopo, senza risolvere i problemi. Adesso bisogna agire. Il problema principale sono le trasferte. Ora, o si sospendono del tutto, o si fanno trasferte organizzate, controllate dalla polizia. Ma con tutti i problemi che ci sono in Italia, adoperare così tanti poliziotti per questi problemi irrivelanti. Quindi, si devono sospendere le trasferte e ripristinarle solo quando ci saranno le condizioni per ripristinarle.

Solo così si possono evitare tragedie come quella di oggi. Che la morte di Gabriele Sandri serva a qualcosa.

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