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il blog di Francesco Zanfardino
Viva il nostro centrosinistra
post pubblicato in Diario, il 18 maggio 2011


Ci eravamo abituati ai "day-after" delle elezioni in cui tutti si dichiaravano vincitori, senza che nessuno, tranne qualche lodevole eccezione, traesse mai le conseguenze delle proprie sconfitte. Stavolta invece è palese chi siano vincitori e perdenti.

1 - Il perdente è ovviamente Berlusconi. Gli enormi distacchi di Torino (-30%) e Bologna (-20%), il sorprendente distacco nella "berlusconianissima" Milano (-7%), i ballottaggi nelle roccaforti del centrodestra come Trieste (-13%) e Cagliari (-1%), persino la sconfitta nella Napoli che doveva essere il simbolo del "Governo del fare" contro la "malamministrazione della sinistra" (Lettieri al 38% contro il 46% di De Magistris + Morcone). Persino il ballottagio ad Arcore (-7%). E quelle preferenze personali, a Silvio Berlusconi, dimezzate a Milano.

Un quadro inequivocabile, la cui gravità verrà molto probabilmente rafforzata tra due settimane con le sconfitte ai ballottaggi, a cominciare da Milano e persino a Napoli. E la mazzata finale potrebbe venire dal quasi sicuro trionfo dei referendum. Tre mazzate di fila che fatico a credere non portino alla fine del berlusconismo, specialmente ora che anche la Lega Nord perde rovinosamente consenso.

2 - Ma quel che coglie di sprovvista tanti "filosofi" e "politologhi" è che è altrettanto chiaro che c'è un vincitore, e questo non è una persona (Vendola? Bersani?), nè un partito (Pd?), bensì un'idea: il centrosinistra. Lo dimostrano tutte le vittorie prima elencate, raggiunte senza alleanze innaturali con il "terzo polo" oppure con  la Lega, ma con un'unica alleanza: quella con il suo popolo, quello straordinario popolo che ha cominciato a riprendere coscienza della propria forza e della propria capacità di rivoluzionare questo Paese.

E che a Napoli, premiando De Magistris, ha punito la disunità del centrosinistra. Oltre che la malamministrazione, la delusione delle grandi speranze suscitate da un altro trionfo popolare (quello di Bassolino del '93), la perdita della chiara "diversità" dagli "altri", le guerre intestine fatte non sulle idee ma sullo scontro di gruppi di potere, la perdita di ogni passionalità e solidarietà interna in tutti i suoi livelli, a volte persino in quelli giovanili, a favore delle logiche del personalismo, dell'opportunismo, del consociativismo.

3 - Ora, per i militanti del PD come me, del PD napoletano come me, è il tempo della rifondazione. A Napoli, certamente, ma anche nel resto d'Italia. Così come è impensabile che, a Napoli, una classe dirigente che ha fallito TUTTA su TUTTI i fronti (tranne le solite lodevoli eccezioni), resti al proprio posto, è altrettanto difficile da immaginare che la classe dirigente nazionale possa interpretare le richieste che la "base" ha lanciato con queste elezioni e che, immmagino, pretenderà nel post-elezioni.

E' difficile credere che chi per mesi e mesi ci ha tartassato col teorema della "indispensabilità" dell'alleanze coi centristi (arrivando persino a spingersi fino alla Lega e a Tremonti, come vagheggiò Bersani), del "non importa riuscire a goverare il Paese, con un'alleanza omogenea, basta che non governino loro", ora ci venga a dire che "abbiamo scherzato, dobbiamo governare insieme a Di Pietro e Vendola", prima giudicati come "troppo estremista, dobbiamo essere riformisti" e "troppo di sinistra, dobbiamo essere moderati".

E' difficile credere che, chi finora ha ritenuto le Primarie un'inutile rottura di scatole, ora ci venga a dire che dobbiamo essere il partito del "popolo delle primarie", quello che ci ha fatto trionfare a Torino, Milano, Bologna, Cagliari, Trieste; e anche a Napoli, dove De Magistris ha vinto le vere primarie del centrosinistra con Morcone, a discapito delle "primarie farsa" consumatesi in tutti questi anni a Napoli e provincia (e in genere al Sud), sui cui voti GONFIATI, tra l'altro, si basa solidamente tutta la classe dirigente nazionale.

E' difficile credere che, chi finora ha inseguito "riformisticamente" la destra su quasi tutti gli argomenti (compreso il lavoro), ora ci venga a dire che porterà avanti una radicale alternativa al modello berlusconiano di società, come richiesto dalla base in queste elezioni.

Insomma, è difficile credere in questa classe dirigente. Che una sua effettiva svolta, come a chiacchiere certamente proclameranno in questi giorni, sia davvero credibile. E questo potrebbe vanificare o frenare gli effetti dell'ondata di rinnovamento che ieri tutti abbiamo finalmente avvertito, spalancando di nuovo le porte, alle prime difficoltà, alla logica dell'opportunismo politico.

Ecco perchè faccio un appello a tutta la "base" del centrosinistra: non adagiamoci sul trionfo di ieri. La svolta definitiva del centrosinistra potrà derivare solo dalla reale svolta del Partito Democratico, che resta ovunque, e di gran lunga, il principale partito del centrosinistra: quindi invadete questo partito e riprendetevelo. E potremo, quindi, riprenderci davvero anche il nostro Paese.

Il senso
post pubblicato in Diario, il 15 novembre 2010


Sarò sincero: sono un po' a disagio ad entrare (si fa per dire) nel dibattito interno al mio Partito. Sià perchè è il Partito cui dedico diverso tempo della mia vita, sia perchè lo trovo fin troppo legato a personalismi e guerre intestine. Tuttavia, le proprie riflessioni si possono nascondere fino ad un certo punto.

E, di fronte alla vittoria di Giuliano Pisapia alle Primarie del centrosinistra di Milano, nessun democratico militante come me può fare a meno di interrogarsi. Non solo perchè ad aver vinto è stato il candidato di un partito (Sel) che alle Regionali aveva preso, solo otto mesi fa, il 3% a Milano, contro il 26% del Pd. Non solo perchè a votare alle Primarie sono state solo 60mila persone, contro gli oltre 240mila elettori del centrosinistra alle Regionali. Ma perchè il risultato di ieri è il "coronamento" di un forte declino del Pd, che nei sondaggi è dato ormai uniformemente al 24% e subisce sempre di più la concorrenza, nonostante questo sarebbe un momento d'oro, tra la crisi devastante del berlusconismo e l'assenza di qualsiasi scandalo interno al Pd (come quell'incredibile catena di eventi del 2008-2009 (Del Turco, Iervolino-Romeo, Frisullo, Delbono, Marrazzo).

Il Partito ha reagito con le dimissioni dei suoi dirigenti lombardi. Dovute, probabilmente, ma non è solo così che si risolve il problema. Perchè un problema c'è, e continuare a negarlo non è senso di responsabilità, ma un'inutile ubbidienza cieca alla "ditta". Inutile persino di fronte ad elezioni sempre più imminenti. Sappiamo bene, infatti, che alle prossime elezioni ci saranno tre poli: Berlusconi può ancora vincere, e il centrosinistra se non si dà una mossa è spacciato. La situazione non è affatto drammatica: sempre i sondaggi ci dicono, infatti, che i due schieramenti pressochè si equivalgono.

Però per tornare a vincere, per tornare a governare l'Italia e cambiarla finalmente, serve uno scatto di reni. Smettere di inseguire ora Fini, ora l'Udc, ora Vendola, ora Di Pietro, ora la Cisl, ora la Cgil, ora la Confindustria, ora la Fiat: il PD deve smetterla di guardare agli altri e deve tornare protagonista del dibattito politico italiano, con le proprie e soprattutto chiare idee, proposte, visioni dell'Italia. Deve tornare ad essere il partito promotere del cambiamento, a cominciare dal cambiamento dei modi di fare politica e gestire la cosa pubblica. Deve farlo capire subito, con dei gesti e dei fatti immediati che facciano capire che con il PD può iniziare davvero tutta un'altra musica.

Insomma, bisogna dare quel "senso a questa storia" che Bersani promise al Congresso, ormai più di un anno fa, e che si è decisamente perso nelle congreghe di palazzo, dove la passionalità e il servizio sono state sopraffatte dalle alchimie e dagli strateghi (falliti). Io non la votai, la mozione Bersani, perchè ne intuivo l'andazzo: ma ora Bersani è il segretario. E lo faccia, perbacco!

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A priori
post pubblicato in Diario, il 19 ottobre 2010


La faccenda degli sconti ICI alla Chiesa offre molteplici spunti di riflessione. Ad esempio sul fatto che il Governo starebbe per cancellare, almeno in parte, l'esenzione ICI per le attività della Chiesa, ovvero starebbe per cancellare una parte della norma che la stessa brigata Berlusconi approvò nel 2005, e che il governo Prodi non cancellò del tutto (nonostante la norma all'epoca scandalizzò in tanti). Della serie: il centrosinistra s'è fatto superare dal centrodestra anche su questo. Ammesso che il Governo davvero decida di farlo, cosa di cui dubito fortemente.

Ma, sinceramente, non saprei nemmeno se sia giusto o meno. Poichè non appartengo alla schiera degli "anticlericali", per i quali qualsiasi norma che vada contro gli interessi della Chiesa è di per sè buona e giusta, bensì appartengo a quella dei "laici", vorrei conoscere bene in cosa consistono questi benefici e soprattutto se interessano solo la Chiesa, o anche altre confessioni religiose, o anche le onlus e le varie associazioni senza scopo di lucro. Perchè, personalmente, ritengo più che comprensibile che lo Stato incentivi chi, senza fini di lucro, svolge attività di utilità sociale; anche se queste sono svolte da enti religiosi (perchè fare discriminazione al contrario?).

Semmai, bisognerebbe inasprire i controlli e la legislazione per far sì che a ricevere i benefici siano enti davvero senza fini di lucro. Il vero "scandalo", infatti, è semmai un'altra norma introdotta dai berluscones nel 2005, ovvero l'articolo 149 del Testo Unico delle Imposte che conferisce agli enti ecclesiastici lo status perenne di enti non commerciali: ovvero, un ente commerciale può essere non commerciale, basta che sia della Chiesa; insomma, gli enti della Chiesa sono non commerciali a priori. Una privilegio inaccettabile, discriminante e contro ogni logica, che il Governo non intende ancora cancellare e che spero la UE riesca ad eliminare. Che si somma a tante altre situazioni "privilegiate" di cui gode la Chiesa cattolica in quanto tale (in effetti, persino lo stesso Concordato crea una situazione di privilegio della Chiesa rispetto alle altre confessioni) e che vanno cancellate. Non per spirito anticlericale, ma per spirito di Giustizia. E, in fondo, gli stessi cattolici dovrebbero chiederlo, in nome dei valori cristiani che non credo proprio parlino di privilegi. 

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Quella vocazione maggioritaria
post pubblicato in Diario, il 1 ottobre 2010


                                                

In questi giorni di "parlamercato" hanno destato molto scalpore alcuni cambi di casacca. In particolare, ha suscitato un vortice di polemiche nella base del centrosinistra l'on. Massimo Calearo, l'ex leader di Federmeccanica candidato dal PD nel 2008. L'imprenditore, infatti, dopo aver lasciato il PD nel novembre scorso, condividendo insieme a Rutelli e gli altri di "Alleanza per l'Italia" la preoccupazione per una svolta "a sinistra" del PD con l'elezione di Bersani a segretario (ma dove la vedono?). Poi, in questi giorni, lascia l'API, confessando candidamente di essere stato contattato da Berlusconi che l'avrebbe "convinto", passando incredibilmente così da PD a PDL in poco più di due anni: in realtà alla fine resta nel gruppo Misto, e non vota la fiducia a Berlusconi (si astiene).

In realtà in questi giorni, e nei mesi passati di questa legislatura, ci sono stati addii ben più clamorosi. Nel passaggio al Senato del "documento Berlusconi", l'ex senatore del PD Riccardo Villari, tristemente noto per la faccenda della poltrona della Vigilanza Rai, ha votato la fiducia a Berlusconi (nonostante Berlusconi non avesse bisogno di "nuovi arrivi" al Senato), avendo d'altronde aderito al Movimento per l'Autonomia che, pur malpancista, è ancora nella maggioranza di governo. E va notato Villari fu cacciato dal PD da quello stesso Veltroni oggi "accusato" di aver candidato Calearo, mentre proprio in quei giorni Villari veniva difeso da D'Alema e altri beniamini di questi stessi accusatori. Oppure Antonio Gaglione, anch'esso astenutosi come Calearo, ma che comunque ha aderito a Noi Sud (scissione berlusconiana del MPA) dopo essere stato cacciato dal PD per il suo enorme tasso di assenteismo (oltre l'80%, e infatti era assente anche nella seduta della Camera in cui si è discussa fiducia a Berlusconi); e Gaglione fu candidato segretario regionale in Puglia dalla Bindi, che recentemente s'è scoperta antiveltroniana di ferro.

Perchè questi riferimenti a Veltroni? Perchè credo che in realtà, dietro agli strali lanciati contro Calearo e il "lassamo stà" nei confronti di Villari e degli altri "traditori", ci sia non solo l'oggettivà "particolarità" di Calearo (molto esuberante, e quindi più mediatico), ma una certa insofferenza nei confronti dell'idea della "vocazione maggioritaria" che le candidature di Calearo ed altri volevano rappresentare, seppur nella contestabile forma delle "figurine" da esporre nelle liste per il Parlamento. Quella vocazione che in molti interpretarono come "autosufficienza" del PD in termini di alleanze, ma che in realtà voleva significare la sfida del nascente Partito Democratico, ovvero quello di voler essere finalmente un partito di centrosinistra non settario, ma che ambisca a rappresentare in sè tutti i settori della società, nelle loro parti sane ovviamente, senza pregiudizi e conservatorismi ideologici di sorta. Un Partito che si rivolgesse, insomma, non più solo alla propria "base" elettorale e sociale, ma provasse a coniugare i propri valori in una idea di Paese che riuscisse a coinvolgere settori presocchè inesplorati dal centrosinistra italiano e quegli elettori che, pur non organici all'idea del centrosinistra (perchè magari non legati ideologicamente a nessun partito), potessero raccogliere nella sfida di cambiamento del Partito Democratico elementi positivi per lo sviluppo proprio e dell'Italia. Come Achille Serra, l'ex prefetto di Roma che infatti ha lasciato il PD per l'UDC e non certo per convenienza elettorale (poteva andare da Berlusconi, visto il suo passato in Forza Italia), ma perchè evidentemente non ravvisa più nel PD quella novità che aveva riscontrato, in particolare sui temi della sicurezza "vista da sinistra".

 Anche perchè, diciamolo chiaramente, se dobbiamo rinchiuderci sempre in noi stessi, negli stessi riti, difficilmente riusciremmo a coinvolgere la maggioranza degli Italiani, dei quali solo una netta minoranza ha una mentalità "di sinistra", o centrosinistra che dir si voglia, e quindi vota il PD (o gli altri partiti di centrosinistra) "a priori". E invece chi parla di "vocazione maggioritaria" oggi è un eretico. Additato come "quello che vuole farci perdere". O, come più volte ripetuto in questi giorni di "caso Calearo", ingiuria massima per chi si ritiene "di sinistra", di essere "centrista" o "confindustriale" (come se invece nella segreteria dalemian-bersaniana-lettiana non ci si fosse piegati alle logiche dell'asse Cisl-Uil-Marchionne, quello che, per esser chiari, ha provocato i casi di Pomigliano, Melfi e l'annullamento del contratto del metalmeccanici; proprio quello che invece Calearo, dopo pur contestatissime trattative, firmo con la FIOM, rendendosi conto che con lo scontro non si arrivava da nessuna parte).

Io invece vorrei che, piuttosto che di indignarci per Calearo o snobbare a priori Veltroni magari per la sua scarsa credibilità (che gli addebito anch'io), si discutesse seriamente nel merito di queste vicende, ovvero di quale strada vogliamo far prendere al PD. Se quella della "vocazione maggioritaria", di un PD che pensi innanzituttto ad accrescere i propri consensi (e non delegarli ad altri) e all'idea di società che vuole portare avanti, o quella di un PD che ripeta il filone dei DS e dei partiti pre-PD, delegando ad altri la rappresentanza dei settori considerati "ostici" della società (cattolici, imprenditori, ecc.), per poi allearsi con loro in un'improbabile armata Brancaleone, pensando come fatto in questi due mesi unicamente ai giochi di nomenclature ed alleanze e non ai programmi per l'Italia.

Parliamone. E poi indigniamoci per Calearo (che tra l'altro, tanto per esser chiari, non ritengo rappresenti quell'imprenditoria sana che invece vorrei il PD rappresentasse, nell'ambito della "vocazione maggioritaria"). Ma parliamone, diamine.

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Quella maledetta paura di perdere
post pubblicato in Diario, il 17 settembre 2010


                                      

In queste ore tutte le attenzioni della "galassia democratica" sono rivolte al "documento Veltroni" e alle reazioni piuttosto accese che sta scatenando nel PD. Un giorno dirò sicuramente anch'io la mia, magari quando la gazzarra si sarà spenta, Veltroni & co magari avranno compiuto ulteriori passi, e quindi tutto potrà essere più comprensibile.

La faccenda sta però oscurando qualcosa che invece dovrebbe interessare, e molto, il popolo democratico. Ieri il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, alla Festa Democratica di Palermo ha annunciato che la sua nuova giunta, la quarta in due anni, sarà appoggiata da Mpa, Futuro e Libertà, Udc, Api e, udite udite, Pd. Il tutto dopo il placet di Bersani, in una riunione romana con i capibastone siciliani del PD. E non si tratta di un governo "per fare la legge elettorale" e poi dopo tre mesi si va al voto, come sarebbe ammissibile anche in ambito nazionale, ma un vero e proprio governo fino al termine della legislatura (almeno nelle intenzioni). Un ribaltone in piena regola, con il PD che si ritrova a sostenere un governatore che aveva contrastato alle elezioni regionali. E in una regione come la Sicilia, dove Lombardo, l'Udc e il loro sistema di potere clientelare, con diverse personalità importanti colluse o coinvolte in inchieste sulla mafia, hanno imperversato per anni ed anni. E risulta molto poco credibile una "svolta riformista" di Lombardo&Co.

La domanda è una sola: perchè? Perchè il PD siciliano ha deciso di fare da stampella a Lombardo, invece di fare ciò che qualunque opposizione farebbe, ovvero chiedere le elezioni e sfruttare in campagna elettorale le divisioni nell'armata brancaleone che aveva sostenuto Lombardo? Le risposte che vengono subito in mente alla maggior parte degli elettori del centrosinistra saranno sicuramente: magna-magna, spartizioni, inciucio. Io invece voglio essere buono, voglio concedere ai capetti del Pd siciliano che la loro sia soltanto paura: paura di perdere, paura degli elettori. Molto più comodo un governo sicuro oggi, anche se con chi dovrebbe essere ben poco compatibile con il PD, che correre il rischio delle elezioni. Eppure alle ultime europee il centrosinistra ha ottenuto il 34%, che può sembrare poco ma sarebbe comunque superiore sia alla coalizione di Lombardo che a quella del Pdl (ricordatevi che anche in Sicilia c'è il premio di maggioranza). E di candidati trascinatori ne avrebbe: Rita Borsellino, la più votata in Sicilia alle Europee (oltre 230mila preferenze), oppure Rosario Crocetta, altro recordman di preferenze (oltre 150mila); e si potrebbe puntare pure su Ivan Lo Bello, leader di Confindustria Sicilia, attivo anch'egli contro la mafia, e presente a molte Feste Democratiche. Per non parlare dell'elettorato siciliano: quando lo si è riuscito ad entusiasmare (leggasi "primavera siciliana") non c'è stato bisogno di grandi alleanze (anzi a Catania, ora roccaforte inespugnabile della destra e degli autonomisti, ci fu un ballottaggio a sinistra).

E invece no. La mancanza di coraggio la fa da padrone in Sicilia, ed evidentemente anche nelle stanze romane. Queste sono le questioni sulle quali la segreteria Bersani deve rispondere a Veltroni: non reagire stizziti e insofferenti alle critiche, ma rispondervi coi fatti, di fronte ai quali non c'è documento che tenga. Bersani, e tutta la dirigenza, decida una volta per tutte se la priorità per il PD è essere al governo o governare il Paese. E' semplice.

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Giorgio, Giorgio ...
post pubblicato in Diario, il 7 marzo 2010


                                                

Incredibile ma vero. Questo deve aver pensato chiunque, con un minimo di consapevolezza delle leggi, nel leggere le motivazioni con le quali Giorgio Napolitano ha "giustificato" la sua firma al "decreto salvaliste" a chi, via mail, gliene chiedeva il perchè.

In sostanza, per quello che dovrebbe essere il nostro Presidente della Repubblica, "non si poteva escludere il maggior partito d'Italia". Insomma, per il tutore dell'ordine costituzionale non contano le leggi, non contano le regole, non conta la Costituzione, ma conta unicamente il presunto "diritto" degli elettori di un grande partito a votare il loro partito, anche se questo partito è totalmente fuorilegge. A questo punto non avrebbe nemmeno senso parlare di "decreti costituzionali" e decreti "inconstituzionali", come quello che è stato presentato per primo a Napolitano: ogni decreto è costituzionale se riguarda il "primo partito". E i partiti piccoli? Si devono fottere solo perchè sono piccoli? Cose da pazzi.

Per carità, non è una baggianata pensare che "non si possa escludere il primo partito". E' un "ragionamento politico", che potrei anche condividere. Il fatto è che al Presidente della Repubblica compete il rispetto delle regole, non i "ragionamenti politici", che invece spettano al Parlamento. Ed era infatti in quella sede che andava approvato il "salvaliste", con l'accordo di tutte le forze politiche. E se questo non era possibile, pazienza: non è certo colpa di nessuno, se non dei dirigenti del PDL, se il "primo partito" non si presenta in una dannatissima circoscrizione.

Insomma, Napolitano ha toppato, e di brutto. Quasi ne andrebbero chieste le dimissioni, anzichè assolverlo come fa ipocritamente una parte dell'opposizione. Anche questo è incredibile, ma vero: si riesce a dichiarare incostituzionale un decreto e contemporaneamente a dire che il Garante della Costituzione ha fatto bene a firmarlo. La mancanza di palle è contagiosa, a quanto pare.

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Vertici e basi
post pubblicato in Diario, il 11 gennaio 2010


                                                 

Come ho già avuto modo di sottolineare, le candidature per le Regionali sono diventate qualcosa di surreale. Credo proprio che, comunque vadano le elezioni, il giorno dopo la politica italiana sarà più debole: non potrebbe essere altrimenti, visto che i candidati non si stanno scegliendo in base alle idee, ai programmi, alla volontà delle "basi", ma solo in base a logiche di mera convenienza.

Qualcuno dirà: è sempre stato così. Vero. Ma adesso questo emerge in maniera così spudorata, come se ormai non si avesse più paura di farlo. L'UDC che si barcamena di qua e di là, sostenendo un giorno uno schieramento un giorno l'altro e l'altro giorno quello di prima, il PD incapace di dare la linea, il PDL schiavo della Lega tanto da sacrificare il Governatore più amato dai suoi correggionali. E, infatti, è proprio questa la grande assente dal bailamme delle candidature: la voce delle "basi". Tutto viene deciso nelle stanze romane, senza avere un minimo di riguardo nei confronti dei livelli locali dei partiti, e soprattutto dei militanti. Soprattutto il PD, nonostante le promesse di Bersani ai tempi del Congresso, rinuncia praticamente ovunque alle Primarie, che invece avrebbero consentito al PD di avere oggi una linea e un candidato in tutte le Regioni, oltre che far sentire partecipi i propri militanti alle scelte di "vertice". Il PDL, invece, quasi non mi sento di criticarlo: da loro, infatti, ci si aspetta che ignorino le "basi".

Vedremo cosa ne uscirà fuori a Marzo. Intanto, però, mancano una quarantina di giorni e non si parla ancora di politica, ma solo di nomi e nomenclature. Povere Regioni.

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Chiarezza morale
post pubblicato in Diario, il 9 gennaio 2010


                                                

Non mi pare che gli elettori democratici siano tra i sostenitori dell'immunità parlamentare. Anzi, a dire il vero, la stragrande maggioranza degli Italiani è contraria, a prescindere dalle fedi politiche, a qualsiasi tutela legislativa che sottragga pochi "eletti" (che poi tra l'altro non sono nemmeno eletti) dalla Giustizia che, dice la Costituzione, dovrebbe invece essere uguale per tutti. Eppure, principalmente a causa dei problemi giudiziari del Premier, in questi anni l'Italia ha visto diversi tentativi di introduzione di leggi che salvassero singole personalità o l'intera classe parlamentare e governativa. E ora, dopo la bocciatura del lodo Alfano e l'ostilità di opposizioni e magistratura alle leggi da esso derivate, proprio l'immunità parlamentare sta tornando di gran voga. E, cosa sorprendente, anche per iniziativa delle opposizioni.

Non mi riferisco solo all'Udc, che d'altronde ha anche votato per il lodo Alfano e propone il "legittimo impedimento" per salvare Berlusconi. Come, in maniera interessata, sottolinea il Foglio di Giuliano Ferrara, infatti, è anche il PD ad offrire sponde su questa materia, e non solo attraverso la legge bipartisan Chiaromonte (Pd) - Compagna (Pdl), che potrebbe essere anche ritenuta una iniziativa personale della senatrice democratica (e, comunque, in ogni caso andrebbe chiarito questo aspetto). E' proprio la nuova segreteria Bersani a non escludere la possibilità di condividire questa normativa: anzi, "il tema va assolutamente affrontato", dice il responsabile Giustizia Andrea Orlando, anche se "all'interno di una complessiva revisione dell'assetto dei poteri dello Stato".

Bè, se Bersani in campagna elettorale per le Primarie si fosse dichiarato disponibile a discutere di immunità parlamentare, e di farlo con i berluscones, non credo avrebbe avuto così tanti voti di militanti democratici. Perchè l'uguaglianza di tutti di fronte alla legge, oltre ad essere un valore costituzionale, oltre ad essere condivisa dagli Italiani, dovrebbe essere un pilastro fondamentale dei valori del PD. E, per questo, colui che è stato chiamato alla leadership di un partito deve assolutamente essere chiaro su tutto, e soprattutto su cose così importanti. Altrimenti, l'indefinitezza dell'offerta politica del PD continuerà a mietere vittime tra i suoi elettori.

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Ci sarebbero le Primarie
post pubblicato in Diario, il 28 dicembre 2009


                                                

Fino al 25 Ottobre, Pierluigi Bersani giurava e spergiurava che lui no, non avrebbe ridimensionato il ruolo delle Primarie ... al massimo avrebbe rivisto il meccanismo delle "Primarie interne", quelle per decidere i dirigenti di partito, ma le avrebbe comunque conservate per scegliere il Segretario Nazionale. Nulla da eccepire, invece, per le Primarie usate per scegliere i candidati alle elezioni: anzi, andavano "valorizzate": Filippo Penati, coordinatore della mozione Bersani, ne caldeggiava addirittura l'utilizzo per scegliere i candidati al Parlemento.

Ebbene, sono passati due mesi, eppure per i candidati alle Regioni il Partito Democratico è nel caos più totale, tra possibili candidati che si tirano indietro ed altri che vengono fatti fuori, in balia dei veti del (potenziale) alleato di turno ... e mancano solo tre mesi al voto. La domanda spontanea: perchè si è giunti a questo punto? Vista l'evidente incapacità di "dare la linea" e di imporla, non era meglio prendere tali decisioni tramite Primarie, lavorando fin da subito affinchè si svolgessero bene? Non sarebbe stato meglio un franco dibattito seguito da un vero voto popolare per decidere se andava archiviata l'era Vendola in Puglia per allearsi con l'Udc, se gli altri governatori uscenti, a cominciare da Loiero, meritassero di essere ricandidati o no? E non era meglio organizzare fin da subito le primarie in Veneto, Lazio e Campania, uniche Regioni in cui sembra (sembra! a poche settimane dal termine ultimo) si facciano le Primarie, anzichè ridurle ad una messinscena organizzata all'ultimo per consacrare il candidato prescelto a tavolino, ammesso che lo si trovi senza creare divisioni nocive per la campagna elettorale?

Certo, era meglio. Al di là di quanto possano dire gli "scettici delle primarie", era ovviamente meglio. Fare le Primarie, farle vere, farle subito, forse non avrebbo modificato le scelte di partito (ma proprio Vendola insegna che non sempre questo è vero), ma le avrebbe rese più forti, organizzate e anticipate. E non avrebbe certo "stressato" l'elettorato, perchè il vero elettorato del PD non si stanca mai di poter partecipare alle scelte del proprio partito, semmai si stressano i capibastoni e i finti elettori che portano a votare inquinando ogni volta le Primarie. Ma, questi dirigenti, anche le cose ovvie riescono a renderle complicate ... restano sempre migliori di quelli del PDL, dove le Primarie non sanno nemmeno cosa siano, ma nell'era berlusconiana non basta mica.

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Se non è inciucio, cos'è?
post pubblicato in Diario, il 21 dicembre 2009


                                                 

Sinceramente, non pensavo arrivasse a dirlo apertamente. Ma che D'Alema fosse per una linea di opposizione "bonaria", "inciucista", era risaputo a chiunque, o perlomeno a coloro che volessero avere gli occhi aperti. Perchè, in effetti, in molti continuano ancora a ritenere D'Alema un "fine intellettuale", il "migliore" dei dirigenti a sinistra, anzi, di sinistra. Lo si è visto anche alle ultime Primarie, dove il fatto che Bersani fosse, di fatto, il prestanome di D'Alema non ha spaventato molti voti d'opinione del PD che gli sono venuti, insieme ai tantissimi voti d'apparato (quelli sì, che vedono D'Alema di buon occhio), da persone che hanno ritenuto che comunque la mozione Bersani sarebbe stata "più di sinistra". E invece, quella mozione non solo era in mano a D'Alema, e ai "dalemiani", ma anche ad altre aree "inciuciste" del PD, come i "lettiani", nonchè sostenuta dai vari intellettuali "inciucisti" alla Sansonetti e alla Polito. Mancavano solo i popolari di tendenza Marini-Fioroni, ma quelli erano quasi "obbligati" a sostenere Franceschini: non potevano fare un simile sgarbo a quello che, per quanto se ne fosse sempre più distaccato, era pur sempre un esponente della loro corrente. E poi, in fondo, D'Alema è pur sempre "quello della Bicamerale", con la quale Berlusconi ci ha fatto "cornuti e mazziati" prendendosi quello che voleva (modifiche pseudo-garantiste per i suoi processi e il non contrasto all'abusivismo di Rete4).

La dimostrazione la abbiamo adesso, con un D'Alema che si sente in piena libertà di dire che "certi inciuci sono stati molto importanti per costruire la convivenza in Italia", che in contrapposizione c"c'è una cultura azionista radicale che non ha mai fatto bene al Paese", e che di fronte alle polemiche suscitate ad queste dichiarazioni, ha ribadito che "ciò che viene chiamato inciucio, a volte, è un compromesso che può essere utile al Paese". Ebbene, a cosa si riferisce D'Alema, se non alle offerte di "dialogo" da parte dei berluscones su leggi ad personam, riforma della giustizia e premierato forte? E che, in ogni caso, pongono come base di ogni "dialogo" il salvacondotto al premier? D'altronde lo ha poi detto chiaramente Nicola Latorre, fido secondo di D'Alema: "Riteniamo (plurare maiestatis?) che Berlusconi, avendo vinto le elezioni, deve governare questo Paese fino alla fine della legislatura. Non sono le vicende giudiziarie che possono delegittimare o meno la possibilità di Berlusconi di governare".

Insomma
, "diamoglielo 'sto legittimo impedimento al Premier: tanto, comunque la scampa sempre, almeno non facciamogli rovinare del tutto la Giustizia. E poi, diciamola tutta, 'sti giudici rompono un po' le scatole, credono di poter giudicare i politici come dei normali cittadini. Basta giustizialismo, basta Di Pietro, andiamo con l'Udc, facciamo i "riformisti" e strafottiamocene dei "populisti" e del "popolino" di sinistra che non capisce nulla e sa solo odiare Berlusconi: quello è un grande! E' riuscito a fare quello che non è riuscito a noi, ammettiamolo!". Questo è il retropensiero della cultura dalemiana, che purtroppo domina nell'attuale maggioranza PD (eccezion fatta per la Bindi, e pochi altri), e non solo (di nuovo, Marini e Fioroni). A Bersani il compito di smentire tutto ciò, e dimostrare che la vera essenza del PD è diversa sia dall'antiberlusconismo senza alternativa di Di Pietro che dall'inciucismo (anche qui senza alternativa) dell'Udc, bensì basata sul confronto in Parlamento, tra le proprie proposte e quelle degli altri (non solo quelle degli altri: insomma, come avvenuto per il federalismo in Senato), senza accettare mai ricatti, anche in nome del "male minore", e soprattutto senza mai venir meno alla propria dignità accettando leggi in apertissimo contrasto con i propri valori, anche in cambio di altre sulle quali si può essere d'accordo. Senza far finta che non si tratti di questo, perchè ogni volta che il centrosinistra ha accettato il "dialogo", si è sempre ritrovato davanti solo simili richieste, tra processi e televisioni. Nessun compromesso, insomma, perchè un partito con le palle non ne ha bisogno. E il PD è nato per esserlo.

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L'alternativa
post pubblicato in Diario, il 27 novembre 2009


                                                 

Devo ammettere che guardare lo scontro Bersani-Tremonti ad AnnoZero è stata una vera goduria. Quei due che si ribattevano l'un l'altro, cercando vicendovolmente di fregarsi, ma senza mai scadere nell'offesa, sono stati un vero spettacolo.

Però, c'è da dirlo, il vincitore del duello, purtroppo, sembra essere stato Tremonti. Per quanto Bersani sia riuscito, insieme ad altri ospiti della serata, a smontare tutta la propaganda fatta dai berluscones sull'Italia "uscita meglio di altri dalla crisi", e a sottolineare che il Governo ben poco abbia fatto per fronteggiare la crisi, il neo-segretario del PD si è però fatto mettere sotto su un punto cruciale, tra l'altro a lui tanto caro: la capacità di essere alternativa.

Quando il Ministro dell'Economia si è trovato in difficoltà, infatti, si è giustamente difeso passando al contrattacco: voi che fate tanto i soloni, che cosa proponete di alternativo a quello che facciamo noi contro la crisi?". E lì lo spettacolo, al negativo, lo ha fatto Bersani, cercando in tutti i modi di evitare la risposta, con Tremonti che però implacabilmente gli chiedeva una risposta chiara, dicendo cosa fare e con quali soldi. Alla fine, l'ex Ministro dello Sviluppo si è limitato a proporre una manovra da 6-7 miliardi di euro (senza tra l'altro nemmeno specificare in cosa spenderli), coprendoli con dei "sacrifici" (tasse, avranno pensato gli Italiani; aumento del debito, forse voleva dire Bersani) che il Governo avrebbe potuto chiedere col sostegno dell'opposizione, e magari aumentando la fedeltà fiscale, ripristinando le norme anti-evasione volute da Prodi e cancellate da Tremonti. Insomma, un disastro su tutti i fronti: non ha fatto capire cosa vuole, ma in compenso ha fatto capire che non aveva idea di come finanziarlo ed ha addirittura fatto pensare che voleva aumentare le tasse.

E quindi, dicevo, Bersani ha perso. Perchè gli elettori di Berlusconi, magari, puoi anche convincerli del fatto che il centrodestra governa male, ma se non riesci a porti anche (e sottolineo "anche") come concreta e visibile alternativa, continueranno in gran parte a votarlo ("tanto non cambia nulla, forse ancora peggio, tanto vale votare zio Silvio che almeno è simpatico"). D'altronde, è il concetto che più volte Bersani e i suoi hanno ribadito in campagna congressuale, come critica alle gestioni Veltro-Dariste, accusate di pensare troppo all'immagine e all'antiberlusconismo senza porre un'alternativa; e la prima iniziativa del "suo" PD, infatti, sono le "1000 piazze per l'alternativa". E allora, caro Pierluigi, forse sarà troppo presto per giudicarti, ma se il buon giorno si vede dal mattino, con te non è che sia cambiato molto ... e non vorrei che "l'alternativa" sia, invece che fatta di proposte per cambiare l'Italia, fatte di meri giochi di alleanze (e di potere). Oltre che del riciclo perenne di una classe dirigente del centrosinistra che magari cambia nelle facce, ma nella sostanza è la stessa classe dirigente fallimentare di questi quindici anni. In effetti, non dovrei meravigliarmi dell'incapacità di Bersani ...

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L'alternativa
post pubblicato in Diario, il 7 novembre 2009


                                               

Oggi è partito ufficialmente il "nuovo vecchio corso" per il PD, con l'inconorazione ufficiale di Pierluigi Bersani da parte dell'Assemblea Nazionale del partito, fresca eletta alle Primarie, riunitasi a Roma. Missione del nuovo segretario, "preparare l'alternativa", come d'altronde sottolineato dal pannello del retro-palco.

Vedremo se Bersani riuscirà davvero nel suo intento. Trovo inopportuno giudicare una persona a priori, sia in un senso che nell'altro. Un giudizio complessivo lo si potrà dare tra quattro-cinque mesi, quando già si sarà capito che "senso" Bersani voglia dare a questa "storia", e si sarà vista già la sua applicazione in campo elettorale (con le Regionali). Io sono un po' pessimista, ma d'altronde non mi sono candidato per la mozione Marino per caso ...

Intanto, saluto con favore l'elezione di Rosy Bindi alla Presidenza del Partito, che fossi stato in un Franceschini vincente avrei nominato ugualmente ... e, in effetti, sarebbe stato meglio se Bersani avesse nominato Presidente uno delle mozioni perdenti, in segno dell'unità del Partito. Ma forse è stata meglio così, visto che in questa ipotesi Presidente sarebbe diventato l'accomodante Franco Marini (che in realtà, secondo me, avrebbe tanto voluto sostenere Bersani, ma non poteva fare uno sgarbo così grande al suo allievo Franceschini), che ha vergognosamente reclamato poltrone per Fioroni e gli altri suoi colleghi "ex popolari".

In fondo non me ne sono stupito più di tanto, e d'altronde la presenza ingombrante di Marini e Fioroni è uno dei principali motivi per il quale non credevo in Franceschini. Ed è il motivo per il quale ho fortemente avversato la mozione Bersani, che di tali presenze ne abbondava molto di più (e che infatti si sono lamentate in questi giorni per le "troppe" poltrone che Bersani sembrava voler concedere ai franceschiniani). D'altronde, questo è il male principale del partito, e la principale sfida per Bersani, se vorrà davvero cambiare questo Partito.

Per preparare l'alternativa, infatti, bisogna essere davvero alternativi al berlusconismo, e quindi cambiare davvero. E per esserlo bisogna essere liberi dai tanti gruppi di poteri ostili ad un vero rinnovamento. A cominciare dalle correnti interne poltronaie e senza ideali. Tanti auguri, Pierluigi.

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