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il blog di Francesco Zanfardino
La lealtà che manca
post pubblicato in Diario, il 20 novembre 2009


                                              

Povero Henry. Ora è esposto alla pubblica gogna dell'intero globo, per quell'evidente fallo di mano che ha viziato il gol-qualificazione dell'ultimo minuto che ha consentito alla Francia di qualificarsi ai Mondiali 2010 del Sudafrica ai danni dell'Irlanda del "Trap". E, per carità, se lo merita. Quella di Henry, infatti, è certamente stata una vigliacca slealtà ai danni dei valori sportivi che una partita di calcio dovrebbe rappresentare. Quel "povero", dunque, non è giustificativo. Per nulla. Però bisogna riflettere sul fatto che, anche se si squalificasse a vita Henry, certo non si risolverebbe il problema. Il fatto è che il mondo del calcio è davvero un brutto mondo.

E non mi riferisco solo ai vari interessi economici che ci sono dietro. Lasciatevelo dire da chi ha avuto una pur breve esperienza da arbitro FIGC, nella realtà che ne è l'esempio migliore: i campionati giovanili ("Giovanissimi" e "Allievi", per intenderci). Ovvero, quei campionati dove sono cresciuti i campioni di oggi, e dove ci sono i campioni di domani. Ebbene, questi campioncini in erba sono istruiti fin da qui non solo ad essere bravi al pallone, ma anche ad essere sleali, molto sleali. Sono istruiti daglia allenatori a fare qualsiasi cosa quando si può, ovvero lontani dagli occhi dell'arbitro: a simulare, a fare fallo, a scambiarsi colpi proibiti, a giocare di mano (per l'appunto). E spesso anche quando non si può, a dire il vero: tanto, il rischio di trovare un arbitro capace di cogliere tutti gli elementi di una partita è basso, e i "vantaggi" sono alti. Per non parlare delle offese che i giocatori si scambiano tra di loro e verso l'arbitro, spalleggiati dai genitori che dalle tribune incitano i propri figli non a giocare bene, ma a "spezzargli le gambe", e mandano parole non proprie cortesi all'arbitro di turno.

Insomma, i calciatori sono educati ed incentivati  fin da piccoli a giocare sleale, a giocare non per divertirsi ma per vincere. Non dobbiamo soprenderci, quindi, che da "grandi" continuino a comportarsi in maniera sleale, che credano di più al "dio Denaro" che non ai valori e alla lealtà verso se stessi, gli altri e la propria squadra. E, in fondo, nemmeno noi tifosi siamo messi meglio: ora siamo tutti pronti ad indignarci, ma cosa sarebbe accaduto se al posto di Henry ci fosse stato Pazzini ed al posto della Francia l'Italia? Avremmo tutti condannato l'episodio o avremmo sorvolato? E se Pazzini avesse confessato il fattaccio, quanti lo avrebbero applaudito e quanti lo avrebbero mandato a quel Paese per averci fatto perdere la qualificazione? E quel che è peggio è che questo mondo del calcio contribuisce fortemente alla formazione delle coscienze civili di ognuno di noi, vista l'enorme popolarità che gode presso gli Italiani e non solo.

Bisogna tornare alla lealtà, insomma, e da parte di tutti. Anche se, se i calciatori, ogni tanto, cominciassero loro a dare il buon esempio, cominciando a confessare ogni volta ciò che gli arbitri non vedono (falli di mano, colpi proibiti, ecc.), come fece De Rossi qualche anno fa, forse tutto cambierebbe più in fretta. Decisamente.

www.discutendo.ilcannocchiale.it

Un calcio all'ipocrisia
post pubblicato in Diario, il 26 giugno 2009


                                               

Leggevo su LaStampa.it questa notizia proveniente dalla Turchia su un arbitro gay che è stato licenziato dalla Federazione e costretto a fuggire dalla sua città a causa del suo outing, e mi è venuto in mente quel video di La7 che fece tanto scalpore qualche anno fa poichè riprendeva le dichiarazioni di un presunto "calciatore gigolò" di Serie C che sosteneva di andare a letto a pagamento con moltissimi giocatori, anche di Serie A ed anche sposati, e che buona parte dei calciatori italiani è bisex, magari con "fidanzate di facciata e vita privata più 'allegra'".

Mi è venuto in mente perchè nell'articolo si mette in risalto la discriminazione subita dall'arbitro turco, sottolineando le "battutacce" dei cronisti sportivi (del tipo "non può riavere il posto, assegnerebbe i rigori ai calciatori più carini"), e che in Turchia anche se l'omosessualità non è reato, è comunque perseguita ai limiti della legge, come ad esempio la non idoneità alle visite militari se si è gay (scusa utilizzata dalla Federazione turca per espellere l'arbitro "incriminato"). Ebbene, siamo poi così sicuri che in Italia siamo messi meglio? In fondo, che io sappia o ricordi, finora nessun calciatore, allenatore o arbitro italiano ha mai confessato la propria omosessualità. Eppure, l'OMS stima, basandosi sul cosiddetto "Rapporto Kinsey", che circa una persona su venti sia omosessuale, e che un altro 5% abbia rapporti prevalentemente omosessuali. Pensare dunque che tra migliaia di uomini che popolano il mondo nel calcio, e che tra l'altro vivono ogni giorno a stretto contatto, nemmeno uno di loro sia omosessuale, è al di fuori di ogni logica.

Il perchè di tanto mistero è evidente: in una società dove essere gay è ancora causa di discriminazione, dove i più elementari diritti della persona non sono ancora riconosciuti (sì, mi riferisco a Dico e company), e dove il proprio orientamento sessuale può pregiudicare l'accesso a vari settori lavorativi (compreso quello militare: non è forse vero che ai "test psico-attitudinali" viene chiesto l'orientamento sessuale? E vorrei tanto sapere se c'è stato un solo gay dichiarato che è stato ritenuto "idoneo"...), un calciatore gay è un binomio che non può esistere. Proviamo infatti ad immaginare un Del Piero o, che so, un Materazzi che fa outing: immediatamente partirebbero gli sfottò, il clima in spogliatoio sarebbe diverso, gli ultras darebbero sfoggio dei peggiori insulti, eccetera eccetera.

Siamo poi così sicuri di essere migliori della Turchia?

www.discutendo.ilcannocchiale.it 

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